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Full text of "Mastro-don Gesualdo;"

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\'^1-. / 



/AASTRO-DON GESUALDO. 



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\ 
2 3o 



OPERE DI G. VERGA 
Bomanxl 

Storia di una capinera, (a2.* ed.). L. 3 — 

Eva. (13.* edizione) 2 — 

Il marito di Elena. (i3.* ediz.) . . i — 

Eros, (5.* edizione) 2 — 

Tigre Reale. (11.* edizione) . . . i — 

/ Malavoglia. (4/ edizione) . . . 3 5o 

Mastro^on Gesualdo, (5.* edizione) . 5 — 

Dal tuo al mio. (2.^ edizione) . . 3 So 

Novelle 

Novelle. (Nedda. Primavera. La coda del 
diavolo. X. Certi arg^omenti. Le storie 
del casteUo di Trezza) (5.* edizione). 
Vita dei Campi, (Cavalleria rusticana. 
La lupa. Fantasticherie. Jeli il pastore. 
Rosso Malpelo. U amante di 6ra- 
migrna* Guerra di santi. Pentolaccia). 

(8.* edizione) 3 — 

Edizione di lusso in-8 magnifi- 
camente illustrata io — 

Per le vie. (4.* edizione) . . . . 3 5o 
I ricordi del Capitano d'Arce. U.^ ed,). 1 — 
Don Candeloro e C,i (3." edizione), i — 
Vagabondaggio (2.* edizione). . . 3 — 

Teatro 

Cavalleria rusticana; In portineria; 

La Lupa 4 — 

La caccia al Lupo. La caccia alla Volpe 2 . — 



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I VINTI 



Mastro-don Gesualdo 



ROMANZO 



Giovanni Verga 



MILANO 

FRATELLI TREVES, EDI 
1907. 

Quinto miglialo. 



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PROPRIETÀ t.ETTERARlA 

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>sii compresi la Svezia^ la Norvegia e l'Olanda, 



ditallo. - Tip. TrcVcs» 



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I VINTI 



Mastro-don Gesualdo 



ROMANZO 



Giovanni Verga 



MILANO 

FRATELLI TREVES, EDITORI 
1907 

Quinto Migliaio. 



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f 



MASTRO-DON GESUALDO 



^4 



PARTE PRIMA. 



Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il 
paesetto dormiva ancora della grossa, perchè era pio- 
vuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino 
a mezza gaimba. Tutt'a im tratto, nel silenzio, s*udì 
un- rovinìo, la campanella squillante di Sant'Agata 
che chiamava aiuto, usci è finestre che sbattevano, 
la gente che scappava fuori m camicia, gridando : 

— Terremoto I San Gregorio Magno! 

Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera 
dell'Alia, anmiiccava soltanto im lume di carbonài, e 
più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone 
basso che tagliava l'alba nel lungo altipiano del Pa- 
radiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggio- 
lare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, 
giunse il suono grave del campanone di San Gio- 
vanni, che dava l'allarme anch'esso; poi la campana 
fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, più lon- 
tano; quella di Sant'Agata che parve addirittura ca- 
scar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo 
l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei mo- 
nasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, 
Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva 
sui tetti spaventato, nelle tenebre. 

— Noi no! È il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... 
San Giovanni Battista! , 

Vbroa. Mastro-don Gesualdo. 1 



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— 2 — 

Gli uomini accorrevano- vociando, colle brache in 
mano. Le donne mettevano il lume aJla finestra: tutto 
il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come 
fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di 
notte: ima cosa da far rizzare i capelli in testa, chi 
avesse visto da lontano. 

— Don Diego I Don Ferdinando ! — si udiva chia- 
mare in fondo alla piazzetta,; e uno che bussava al 
portone con un sasso. 

Dalla saHta verso la Piazza Grande, e dagli altri 
vicoletti, arrivava sempre* gente : un calpestìo conti- 
nuo di scarponi grossi sull'acciottolato; di tanto in 
tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel 
bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta 
di Sant'Agata, e quella voce che chiamava: 

— Don Diego 1 Don Ferdinando ! Che siete tutti 
morti? 

Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione 
sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che co- 
minciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, 
sparsi di faville. E pioveva dall'alto un riverbero ros- 
sastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini rac- 
colti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. 
Tutt'a un tratto si udì sbatacchiare una finestra, è 
una vocetta stridula che gridava di lassù: 

— Aiuto 1... ladri!... Cristiani, aiuto 1 

— Il fuoco 1 Avete il fuoco in casal Aprite, don 
Ferdinando 1 

— Diego I Diego! 

Dietro alla faccia stralimata di don Ferdinando Trao 
apparve allora alla finestra il berretto da notte su- 
dicio e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si 
udì la voce rauca del tisico che strillava anch'esso : 

— Aiuto 1... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto! 

— Ma che ladri!... Cosa verrebbero a fare lassù? 
— sghignazzò uno nella folla. 

— Bianca! Bianca! Aiuto! aiuto! 

Giunse in quel punto trafelato Nanni l'Orbo, giu- 
rando d'averli visti lui i ladri, in casa Trao. 

— Con questi occhi!... Uno che voleva scappare 
dalla finestra di donna Bianca, e s'è cacciato dentro 
un'altra volta, al vedere accorrer gente!... 



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— 3 — 

— Brucia il palazzo, capite? Se ne va in flamine 
tutto il (quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio 1 
— si mise a vociare mastro-don Gesualdo Motta. 
Gli altri intanto, spingendo, facendo leva al portone, 
riuscirono a penetrare nel cortile, ad uno ad uno, 
coll'erba sino a mezza gamba, vociando, schiamazzan- 
do, armati di secchie, di brocche piene d'acqua; com- 
pare Cosimo colla scure da far legna,; don Luca il 
sagrestano che voleva dar di mano alle campane un'al- 
tra volta, per chiamare airarmi; Pelagatti così com'era 
corso, al primo allarme, col pistolone arrugginito ch'era 
andato a scavar di sotto allo strame. 

Dal cortile non si vedeva ancora il fuoco. Soltanto, 
di tratto in tratto, come spirava il maestrale, passa- 
vano al di sopra delle grande ondate di fumo, che 
si sperdevano dietro il muro a secco del giardinetto, 
fra i rami dei mandorli in fiore. Sotto la tettoia ca- 
dente erano accatastate delle fascine; e in fondo, ritta 
contro la casa del vicino Motta, dell'altra legna gros- 
■ sa : assi d'impalcati , correntoni fradici , una trave di 
palmento che non si era mai potuta vendere. 

— Peggio dell'esca, vedete! — sbraitava mastro- 
don Gesualdo. — Roba da fare andare in aria tutto 
il quartiere!... santo e santissimo!... E me la inettono 
poi contro il mio muro; perchè loro non hanno nulla 
da perdere, santo e santissimo!... 

In cima alla scala, don Ferdinando, infagottato in 
una vecchia palandrana, con im fazzolettaccio legato 
in testa, la barba lunga di otto giorni, gli occhi gri- 
giastri e stralunati, che sembravano quelli di un pazzo 
in quella faccia incartapecorita di asmatico, ripeteva 
come un'anatra : 

— Di qua! di qua! 

Ma nessuno osava avventurarsi su per la scala che 
traballava. Una vera bicocca quella casa: i muri rotti, 
scalcinati, corrosi; dalle fenditure che scendevano dal 
cornicione sino a terra; le finestre sgangherate e senza 
vetri; lo stemma logoro, scantonato, appeso ad un 
uncino arrugginito, al di sopra della porta. Mastro- 
don Gesualdo voleva prima buttar fuori sulla piazza 
tutta quella legna accatastata nel cortile. 

" — Ci vorrà un mese! — rispose Pelegatti il quale 



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_ 4 — ^ 

stava a guardare sbadigliando, col pistolone in 
mano. 

— Santo e santissimo! Contro il mio muro è ac- 
catastata!... Volete sentirla, sì o no? 

Giacalone diceva piuttosto di abbattere la tettoia; 
don Luca il sagrestano assicurò che pel momento 
non c'era pericolo : una torre di Babele ! 

Erano accorsi anche altri vicini. Santo Motta colle 
mani in tasca, il faccione gioviale e la barzelletta 
sempre pronta. Speranza, sua sorella, verde dalla bile, 
strizzando il seno vizzo in bocca al lattante, sputando 
veleno contro i Trao: — Signori miei.... guardate im 
po' 1... Ci abbiamo i magazzini qui accanto ! — E se 
la prendeva anche con suo marito Burgio, ch'era lì 
in maniche di camicia: — Voi non dite nulla! State 
lì come un allocco ! Cosa siete venuto a fare dunque ! 

Mastro-don Gesualdo si slanciò il primo urlando su 
per la scala. Gli altri dietro come tanti leoni per gU 
stanzoni scuri e vuoti. A ogni passo un esercito di 
topi che spaventavano la gente. — Badate! badate! 
Ora sta per rovinare il solaio! — Nanni l'Orbo che 
ce l'aveva sempre con quello della finestra, vociando 
ogni volta: — Eccolo! eccolo! — E nella biblioteca, 
la quale cascava a pèzzi, fu a un pelo d'ammazzare il 
sagrestano col pistolone di Pelagatti. Si udiva sem- 
pre liei buio la voce chioccia di don Ferdinando il 
quale chiamava: — Bianca! Bianca! — E don Diego 
che bussava e tempestava dietro un uscio, fermando 
pel vestito ognuno che passava, strillaado anche lui: 
— Bianca! mia sorella!... 

— Che scherzate? — rispose mastro-don Gesualdo 
rosso come un pomodoro, liberandosi con una strap- 
pata. — Ci ho la mia casa accanto, capite? Se ne va 
in fiamme tutto il quartiere! 

Era un correre a precipizio nel palazzo smantel- 
lato; donne che portavano acqua; ragazzi che si rin- 
correvano schiamazzando in mezzo a quella confusio- 
ne, come fosse una festa; curiosi che girandolavano 
a bocca aperta, strappando i brandelli di stoffa che 
pendevano ancora dalle pareti, toccando gli intagli 
degli stipiti, vociando pier udir l'eco degh stanzoni 
vuoti, levando il naso jn aria ad osservare le dora- 



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-^ 5 — 

ture degli stucchi, e i ritratti di famiglia : tutti quei 
Trao affumicati che sembravano sgranare gli occhi 
al vedere tanta marmaglia in casa loro. Un va e 
vieni che faceva ballare il pavimento. 

— Eccol eccol Or ora rovina il tetto! — sghignaz- 
zava Santo Motta, sgambettando in mezz>9 all'acqua: 
delle pozze d'acqua ad ogni passo, fra i mattoni smos- 
si o mancanti. Don Diego e don Ferdinando, spinti, 
sbalorditi, travolti in mezzo alla folla che rovistava 
in ogni cantuccio la miseria della loro casa, continuan- 
do a strillare: — Bianca 1... Mia sorella I... 

— "Avete il fuoco in casa, capite? — gridò loro 
nell'orecchio Santo Motta. — Sarà una bella lumi- 
naria con tutta questa roba vecchia I 

— Per di qua, per di qual — si udì una voce dal 
vicoletto. — Il fuoco è lassù, in cucina.... 

Mastro Nunzio, il padre di Gesualdo, arrampicatosi 
su di una scala a piuoli, faceva dei gesti in aria, dal 
tetto della sua casa, lì dirimpetto. Giacalone aveva 
attaccata una carrucola alla ringhiera del balcone per 
attinger acqua dalla cisterna dei Motta. Mastro Co- 
simo, il legnaiuolo, salito sulla gronda, dava furiosi 
colpi di scure sull'abbaino. 

— No! no! — gridarono di sotto. — Se date aria 
al fuoco, in un momento se ne va tutto il palazzo! 

Don Diego allora si picchiò un colpo in fronte, bal- 
bettando: — Le carte di famiglia! Le carte della litel 
— E don Ferdinando scappò via correndo, colle mani 
nei capelli, vociando anche lui. 

Dalle finestre, dal balcone, come spirava il vento, 
entravano a ondate vortici di fumo denso, che face- 
vano tossire don Diego, mentre continuava a chia- 
mare dietro l'uscio: — Bianca! Bianca! il fuoco!... 

Mastro-don Gesualdo il quale si era slanciato furi- 
bondo su per la scaletta della cucina, tornò indietro 
accecato dal fumo, pallido come un morto, cogli oc- 
chi fuori dell'orbita, mezzo soffocato: 

— Santo e santissimo!... Non si può da questa par- 
te!... Sono rovinato! 

Gli altri vociavano tutti in una volta, ciascuno di- 
cendo la sua,; una baraonda da sbalordire: — Buttate 
giù le tegole I — Appoggiate la scala, al fumaiuolo ! — 



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— 6 — 

Mastro Nunzio, in piedi sul tetto della sua casa, si 
dimenava al pari di un ossesso. Don Luca, il sagre-, 
stano, era corso davvero ad attaccarsi alle campane. 
La gente in piazza, fitta come le mosche. Dal corri- 
doio riuscì a farsi udire comare Speranza, che era 
rauca dal gridare, strappando i vestiti di dosso alla 
gente per farsi largo, colle unghie sfoderate come una 
gatta e la schiuma alla bocca : — Dalla scala ch'è lag- 
giù, in fondo al corridoio ! — Tutti corsero da quella 
parte, lasciando don Diego che seguitava a chiamare 
dietro Tuscio della sorella: — Bianca 1 Bianca!... — 
Udivasi un tramestìo dietro quell'uscio; un correre 
all'impazzata, quasi di gente che ha persa la testa. 
Poi il rumore di una seggiola rovesciata. Nanni l'Orbo 
tornò a gridare in fondo al corridoio : — Eccolo I ec- 
colo I — E si udì lo scoppio del pistolone di Pela- 
gatti, come una cannonata. 

— La Giustiziai Ecco qua gli sbirri! — vociò dal 
cortile Santo Motta. 

Allora si aprì l'uscio all'improvviso, e apparve donna 
Bianca, discinta, pallida come una morta, annaspan- 
do colle mani convulse, senza profferire parola, fis- 
sando sul fratello gli occhi pazzi di terrore e d'ango- 
scia. Ad un tratto si piegò sulle ginocchia, aggrapr 
pandosi allo stipite, balbettando: 

— Ammazzatemi, don Diego I... — Ammazzatemi pu- 
re I... ma non lasciate entrare nessuno quii... 

^Quello che accadde poi, dietro quell'uscio che don 
Diego aveva chiuso di nuovo spingendo nella came- 
retta la sorella, nessuno lo seppe mai. Si udì soltanto 
la voce di lui, una voce d'angoscia disperata, che 
balbettava: — Voi?... Voi qui?... 

Accorrevano il signor Capitano, l'Avvocato fiscale, 
tutta la Giustizia. Don Liccio Papa, il caposbirro, 
gridando da lontano, brandendo la sciaboletta sguai- 
nata : — Aspetta ! aspetta ! Ferma ! ferma ! — E il 
signor Capitano dietro di lui, trafelato tome don Lic- 
cio, cacciando avanti il bastone : — Largo ! largo ! 
Date passo alla Giustizia! — L'Avvocato fiscale or- 
dinò di buttare a terra l'uscio. — Don Diego 1 Donna 
Bianca! Aprite! Cosa vi è successo? 

S'affacciò don Diego, invecchiato di dieci anni in 



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un minuto, allibito, stralunato^ con una visione spa- 
ventosa in fondo alle pupille grige, con un sudore 
freddo sulla fronte, la voce strozzata da un dolore 
intoenso : '• 

— Nulla 1... Mia sorella!... Lo spavento 1... Non «en- 
trate nessuno 1... 

Pelagatti inferocito contro Nanni TOrbo: — Bel 
lavoro mi faceva fare !... Un altro pò* ammazzavo com- 
pare Santo!... — Il Capitano gli fece lui pure una 
bella lavata di capo: — Con le armi da fuoco!... 
Che scherzate?... Siete una bestia! — Signor Capi- 
tano, credevo che fossle il ladro, laggiù al buio.... L'ho 
visto con questi occhi! — Zitto! zitto, ubbriaconel 
— gli diede sulla voce l'Avvocato fiscale. — Piut- 
tosto andiamo a vedere il fuoco. 

Adesso dal corridoio, dalla scala dell'orto, tutti por- 
tavano acqua. Compare Cosimo era salito sul tetto, 
e dava con la scure sui travicelli. Da ogni parte fa- 
cevano piovere sul soffitto che fumava, tegole, sassi, 
cocci di stoviglie. Burgio, sulla scala à pinoli, spa- 
randovi schioppettate sopra, e dall'altro lato Pelagatti 
appostato accanto al fumaiuolo, caricava e scaricava 
il pistolone senza misericordia. Don Luca che suo- 
nava a tutto andare le campane; la folla dalla piaz- 
za vociando e gesticolando; tutti i vicini alla finestra. 
I Margarone stavano a vedere dalla terrazza al di 
sopra dei tetti , dirimpetto , le figliuole ancora coi 
riccioli incartati, don Filippo che dava consigli da 
lontano, dirigendo le operazioni di quelli che lavora- 
vano a spegnere l'incendio colla canna d'India. 

Don Ferdinando il quale tornava in quel momento 
carico di scartafacci, battè il naso nel corridoio buio 
contro Giacalone che andava correndo. 

— Scusate, don Ferdinando. Vado a. chiamare il 
medico per la sorella di vossignoria. 

— Il dottor Tavuso ! — gli gridò dietro la zia Macrì, 
una parente povera come loro, ch'era accorsa per la 
prima. — Qui vicino, alla farmacia di Bomma. 

Bianca era stata presa dalle convulsioni: un at- 
tacco terribile; non bastavano in quattro a trattenerla 
sul lettuccio. Don Diego sconvolto anche lui, pal- 
lido come un cadàvere, colle mani scarne e tremanti, 



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— 8 — 

cercava di ricacciare indietro tutta quella gente. — 
No!... non è nulla!... Lasciatela sola!... — Il Capi- 
tano si mise infine a far piovere legnate a dritta e a 
manca, come veniva, sui vicini che s'affollavano al- 
l'uscio curiosi. — Che guardate? Che volete? Via di 
qua! fannulloni! vagabondi! Voi, don Liccio Papa, 
mettetevi a guardia del jxjrtone. 

Venne più tardi un momento il barone Mendola, 
per convenienza, e donna Sarina Cirmena che ficca- 
va il naso da per tutto; il canonico Lupi da parte 
della baronessa Rubiera. La zia Sganci e gli altri pa- 
renti mandarono il servitore a prender notizie della 
nipote. Don Diego, reggendosi appena sulle g'ambe, 
sporgeva il capo dall'uscio, e rispondeva a ciasche- 
duno: 

— Sta un po' meglio.... È più calmai... Vuol esser 
lasciata sola.... 

— Ehi eh! — mormorò il canonico scuotendo il 
capo e guardando in giro le pareti squallide della 
sala: — Mi ranmiento qui!... Dove è andata la ric- 
chezza di casa Trao?... 

Il barone scosse il capo anche lui, lisciandosi il 
mento ispido di barba dura colla mano pelosa. La 
zia Cirmena scappò a dire: 

— Sono pazzi! Pazzi da legare tutti e duel Don 
Ferdinando già è stato sempre uno stupido.... e don 
Diego.... vi rammentate ? Quando la cugina Sganci gli 
aveva procurato quell'impiego nei mulini?... Nossigno- 
re!... un Trao non poteva vivere di salario!... Di li- 
mosina, sì, possono vivere!... 

— Oh! oh! — interruppe il canonico, colla maH- 
zia che gli rideva negli occhietti di topK), ma strin- 
gendo le labbra sottili. 

— Sissignore !... Come volete chiamarla ?. Tutti i pa- 
renti si danno la voce per quello che devono man- 
dare a Pasqua e a Natale.... Vino, olio, formaggio.... 
anche del grano.... La ragazza già è tutta vestita dei 
regali della zia Rubiera. 

— Eh! eh!... — Il canonico, con un sorrisetto in- 
credulo», andava stuzzicando ora donna Sarina ed bra 
il barone, il quale chinava il capo, seguitava a grat- 
tarsi il mento discretamente, fingeva di guardare an- 



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ch'esso di qua e di là, come a dire: — Eh! ehi pare 
anche a mei... 

Giunse in quel mentre il dottor Tavusp in fretta, 
col cappello in capo, senza salutar nessuno, ed en- 
trò nella camera dell'infemia. 

Poco dopo tornò ad uscire, stringendosi nelle spalle, 
gonfiando le gote, accompagnato da don Ferdinando 
allampanato che pareva un cucco. La zia Macrì e il 
canonico Lupi corsero dietro al medico. La zia Cir- 
mena che voleva sapere ogni cosa e vi piantava in 
faccia quei suoi occhialoni rotondi peggio dell'Avvo- 
cato fiscale. 

— Eh ? Cos'è stato ?... Lo sapete voi ? Adesso si 
chiamano nervi.... malattia di moda.... Vi mandano a 
chiamare per un nulla.... quasi potessero pagare le 
visite del medico I — rispose Tavuso burbero. Quindi, 
piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna 
Sarina : 

— Volete che ve la dica? Le ragazze a certa età 
bisogna maritarle! 

E voltò le spalle soffiando gravemente, tossendo, 
spurgandosi. I parenti si guardarono in faccia. Il ca- 
nonico, per discrezione, prese a tenere a bada il ba- 
rone Mendola, dandogli chiacchiera e tabacco, sputac- 
chiando di qua e di là, onde cercare di sbirciar 
quello che succedeva dietro l'uscio socchiuso di donna 
'Bianca, stringendo le labbra riarse come inghiottisse 
ogni momento: — Si capisce!... La paura avuta!... 
Le avevano fatto credere d'avere i ladri in. casa!... po- 
vera donna Bianca!... È così giovine!... così deUcata!... 

— Sentite, cugina! — disse donna Sarina tirando 
in disparte la Macrì. Don Ferdinando sciocco, voleva 
accostarsi per udire lui pure: — Un momento! Che 
maniera! — lo sgridò la zia Cirmena. — Ho da dire 
una parola a vostra zia!... Piuttosto andate a pighare 
un bicchiere d'acqua per Bianca, che le farà bene.... 

Tornò a scendere Santo Motta di lassù, fregan- 
dosi le mani, coll'aria sorridente: — È tutta rovinata 
la cucina! Non c'è più dove cuocere un uovo!... Bi- 
sognerà fabbricarla di nuovo! — 'Come nessuno gli 
dava rietta, fissava in volto or qjiesto ed ora quello 
col suo sorriso sciocco, 



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— IO — 

Il canonico Lupi, per levarselo dai piedi, gli disse 
infine : 

— Va bene, va bene. Poi ci si penserà.... 

Il barone Mendola, appena Santo Motta volse le 
spalle, si sfogò infine: 

— Ci si penserà?... Se ci saranno i denari per pen- 
sarci! Io gliel'ho sempre detto.... Vendete la metà di 
casa, cugini cari.... anche una o due camere.... tanto 
da tirare innanzi I... Ma nossignore!... Vendere la casa 
dei Trao?... Piuttosto, ogni stanza che rovina chiu- 
dono Tuscio e si riducono in quelle che restano in 
piedi.... Così faranno per la cucina.... Faranno cuo- 
cere le uova qui in sala, quando le avranno.... Ven- 
dere una o due camere?... Nossignore.... non si può, 
anche volendo.... La camera dell'archivio? e ci son 
le carte di famiglia!... Quella della processione? e 
non ci sarà poi dove affacciarsi quando passa il Cor- 
pus Domini!... Quella del cucù?... Ci hanno anche 
la camera pel cucù, capite! 

E il barone, con quella sfuriata, li piantò tutti lì, 
che si sganasciavano dalle risa. 

Donna Sarina, prima d'andarsene, picchiò di nuovo 
all'uscio della nipote, per sapere come stava. Fece 
capolino don Diego, sempre con quella faccia di car- 
tapesta, e ripetè: 

— Meglio... È più calma!... Vuol esser lasciata sola... 

— Povero Diego! — sospirò la zia Macrì. — La 
Cirmena fece ancora alcuni passi nell'anticamera, per- 
chè non udisse don Ferdinando il quale veniva a 
chiuder l'uscio, e soggiunse sottovoce: 

— Lo sapevo da un pezzo.... Vi rammentate la sera 
dell'Immacolata, che cadde tanta neve? Vidi passare 
il baronello Rubiera dal vicoletto qui a due passi.... 
intabarrato come un ladro.... 

Il canonico Lupi attraversò il cortile, rialzando la 
sottana sugli stivaloni grossi in mezzo alle erbacce, si 
voltò indietro verso la casa smantellata, per Veder 
se potessero udirlo, e poi, dinanzi al portone, guar- 
dando inquieto di qua è di là, conchiuse: 

— Avete udito il dottore Tavuso ? Possiamo par- 
lare perchè siamo tutti amici intimi e parenti.... A 
certa età le ragazze bisogna maritarle! 



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II — 



IL 



Nella piazza, come videro passare don Diego Trao 
col cappello bisunto e la palandrana delle grandi oc- 
casioni, fu un avvenimento : — Ci volle il fuoco a 
farvi uscir di casal — Il cugino Zacco voleva anche 
condurlo al Caffè dei Nobili: — Narrateci, dite come 
fu,... — Il poveraccio si schermì alla meglio; per altro 
non era socio: poveri sì, ma i Trao non sperano mai 
cavato il (cappello a nessuno. Fece il giro lungo onde 
evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso 
sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel 
Condotto, rasente al muro, inciampò in quella lin- 
guaccia di Ciolla, ch'era sempre in cerca di scandali: 

— Buon vento, buon vento, don Diego! Andate 
da vostra-cugina Rubiera? 

Lui si fece rosso. Sembrava che tutti gli legges- 
sero in viso il suo segreto! Si voltò ancora indietro 
esitante, guardingo, prima d'entrare nel vicoletto, te- 
mendo che Ciolla stesse a spiarlo. Per fortuna colui 
s'era fermato a discorrere col canonico Lupi, facendo 
di gran risate, alle quali il canonico rispondeva at- 
teggiando la bocca al riso anche lui, discretamente. 

La baronessa Rubiera faceva vagliare del grano. 
Don Diego la vide passando davanti la porta del 
magazzino, in mezzo a una nuvola di pula, con le 
braccia nude, la gonnella di cotone rialzata sul fianco, 
i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s'era 
tirato giù sul naso a mo' di tettino. Essa stava liti- 
gando con quel ladro del sensale Pirtuso, che le vo- 
leva rubare il suo farro pagandolo due tari meno a 
salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia 
pelose, il ventre che le ballava: — Non ne avete co- 
scienza, giudeo?... — Poi, come vide don Diego, si 
voltò sorridente: 

— Vi saluto, cugino Trao. Cosa addate facendo 
da queste parti? 



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— 12 — 

— Veniva appunto, signora cugina.... — e don Die- 
go, soffocato dalla polvere, si mise a tossire. 

— Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino. Voi 
non ci siete avvezzo, — interruppe la baronessa. — 
Vedete cosa mi tocca a fare? Ma che faccia avete, 
gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?..". 

Dalla .botola, in cima alla scaletta di legno, si affac- 
ciarono due scarpacce, delle grosse calze turchine, e 
si udì una bella voce di giovanetta la quale disse: 

— Signora baronessa, eccoli qua. 

— È tornato il baronello? 

— Sento Marchese che abbaia laggiù. 

— Va bene, adesso vengo. Dunque, pel farro cosa 
facciamo, mastro Lio? 

Pirtuso era rimasto accoccolato sul moggio, tran- 
quillamente, come a dire che non gliene importava 
del farro, guardando sbadatamente qua e là le cose 
strane che c'erano nel magazzino vasto quanto una 
chiesa. Una volta, al tempo dello splendore dei Ru- 
biera, c'era stato anche il teatro. Si vedeva tuttora 
l'arco dipinto a donne nude e a colonnati come una 
cappella; il gran palco della famiglia di contro, con 
dei brandelli di stoffa che spenzolavano dal parapetto; 
un lettone di legno scolpito e sgangherato in un an- 
golo; dei seggioloni di cuoio, sventrati per farne scar- 
pe; una sella di velluto polverosa, a cavalcioni sul 
subbio di un telaio,; vagli di tutte' le grandezze ap- 
pesi in giro; mucchi di pale e di scope; una portan- 
tina ficcata sotto la scala che saliva al palco, con lo 
stemma dei Rubiera allo sportello, e una lanterna an- 
tica posata sul copricielo, come una corona. Giaca- 
lone, e Vito Orlando, in mezzo a mucchi di frumento 
alti al pari di montagne, si dimenavano attorno ai 
vagli immensi, come ossessi, tutti sudati e bianchi di 
pula, cantando in cadenza; mentre Gerbino, il ragazzo, 
ammucchiava continuamente il grano con la scopa. 

— Ai miei tempi, signora baronessa, io ci ho Visto 
la commedia, in questo magazzino, — rispose Pirtuso 
per sviare la domanda,. 

— Lo so! lo so! Così si son fatti mangiare il fatto 
suo i Rubiera! E ora vorreste continuare!... Lo pi- 
gliate il farro, sì o no ? 



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- i3 -^ 

— Ve rho Odetto: a cinque onze e venti. 

— No, in coscienza, non posso. Ci perdo già un 
tari a salma. 

— Benedicite a vossignoria! 

— • Via, mastro Lio, ora che ha parlato la signora 
baronessa,; — aggiunse Giacalone, sempre facendo 
ballare il vaglio. Ma il sensale riprese il suo moggio, 
e se ne andò senza rispondere. La baronessa gli corse 
dietro, sull'uscio, per gridargli: 

— A cinque e vent'uno. V'accomoda? 

— Benedicite, benedicite. 

'Ma essa, colla coda dell'occhio, si accorse che il 
sensale si era fermato a discorrere col canonico L\^pi, 
il quale, sbarazzatosi infine del Ciolla, se ne veniva 
sii pel vicoletto. Allora, rassicurata, si rivolse al cu- 
gino Trao, parlando d'altro: 

— Stavo pensando giusto a voi, cugino. Un po' 
di quel farro voglio mandarvelo a casa.... No, no, senza 
cerimonie.... Siamo parenti. La buon'annata deve ve- 
nire per tutti. Poi il Signore ci aiuta!... Avete avuto 
il fuoco in casa, eh? Dio liberi! M'hanno detto che 
Bianca è ancora mezza morta dallo spavento.... Io 
non potevo lasciare, qui.... scusatemi.» 

— Sì.... son venuto appunto.... Ho da parlarvi.... 

— Dite, dite pure.... Ma intanto, mentre siete lag- 
giù, guardate se torna Pirtuso.... Così, senza farvi 
sicorgere.... 

■ — È una bestia ! — rispose Vito Orlando dime- 
nandosi sempre attorno al vaglio. — Conosco mastro 
Lio. È una bestia 1 Non torna. 

Ma in quel momento entrava il canonico Lupi, sor- 
ridente, con quella bella faccia amabile che metteva 
tutti d'accordo, e dietro a lui il sensale col moggio 
in mano. — Deo gratiasl Beo gratias! Lo 
combiniajmo questo matrimonio, signora baronessa? 

Come s'accorse di don Diego Trao, che aspettava 
umilmente in disparte, il canonico mutò subito tono 
e maniere, colle labbra strette, affettando di tenersi 
in disparte anche lui, per discrezione, tutto intento 
a combinare il negozio del frumento. 

Si stette a tirare im altro po'; mastro Lio ora stil- 
lava e dibattevasi quasi volessero rubargli i denari 



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— 14 — 

di tasca. La baronessa invece coiraria indifferente, 
voltandogli le spalle, chiamando verso la botola: 

— Rosaria! Rosaria! 

— E tacete! — esclamò infine il canonico battendo 
sulle spalle di mastro Lio colla manaccia. — Io so 
per chi comprate. È per mastro-don Gesualdo. 

Giacalone accennò di sì, strizzando Tocchio. 

— Non è vero! Mastro-don Gesualdo non ci ha 
che fare! — si mise a vociare il sensale. — Quello 
non è il mestiere di mastro-don Gesualdo! — Ma in- 
fine, come s'accordarono sul prezzo, Pirtuso si calmò. 
Il canonico soggiunse: 

— State tranquillo, che mastro-don Gesualdo fa tutti 
i mestieri in cui 'c*è da guadagnare. 

Pirtuso il quale s'era accorto della strizzatina d'oc- 
chio di Giacalone, andò a dirgli sotto il naso il fatto 
suo: — Che non ne vuoi mangiare pane, tu? Non 
sai che si tace nei negozi ? — La baronessa, dal canto 
suo, mentre il sensale le voltava le spalle, ammiccò 
anch'essa al canonico Lupi, come a dirgli che riguar- 
do al prezzo non c'era male. 

— Sì, sì, — rispose questi sottovoce. — Il barone 
Zacco sta per vendere a minor prezzo. Però mastro- 
don Gesualdo, ancora non ne sa nulla. 

— Ah! s'è messo anchJe a fare il negoziante di 
grano, mastro-don Gesualdo? Non lo fa più il mu- 
ratore ? 

— Fa un po' di tutto, quel diavolo! Dicesi pure 
che vuol concorrere all'asta per la gabella delle terre 
comunali....; 

La baronessa allora sgranò gli occhi: — Le terre 
del cugino Zacco?... Le gabelle che da cinquant'anni 
si passano in mano di padre in figlio?... È una bric- 
conata I 

— Non dico di* no; non dico di no. Oggi non si 
ha più riguardo a nessuno. Dicono che chi ha più 
denari, quello ha ragione.... 

Allora si rivolse verso don Diego, con grande en- 
fasi, pigliandosela coi tempi nuovi: 

— Adesso non c'è altro Dio! Un galantuomo alle 
volte.... oppure ima ragazza ch'è nata di buona fa- 
miglia.... E])bene, non hanno fortuna! Invece uno ve- 



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— i5 - 

nuto da nulla.... uno come mastro-don Gesualdo, per 
esempio I... 

Il canonico riprese a dire come in aria di mistero, 
parlando pdano con la baronessa e don 'Diego Trao, 
sputacchiando di qua e di là: 

— Ha la testa fine quel mastro-don Gesualdo 1 Si 
farà ricco, ve lo dico io! Sarebbe un marito eccel- 
lente per una ragazza a modo.... come ce ne son tante 
che non hanno molta dote. 

Mastro Lio stavolta se ne andava davvero. — Dun- 
que, signora baronessa, posso venire a caricare il gra- 
no? — La baronessa, tornata di buon umore, rispose: 
— Sì, ma sapete come dice l'oste ? « Qui si man- 
gia e qui si beve ; senza denari non ci venire. » 

— Pronti e contanti, signora baronessa. Grazie a 
Dio vedrete che saremo puntuali. 

— Se ve l'avevo detto I — esclamò Giacalone an- 
sando sul vagHo. — È mastrowdon Gesualdo! 

Il canonico fece un altro segno d'intelligenza alla 
baronessa, e dopo che Pirtuso se ne fu andato, le 
disse: i i . [ 

— Sapete cosa ho pensato? di concorrere pure al- 
l'asta vossignoria, insieme a qualchedun 'altro.... ci sta- 
rei anch'io.... 

— No, AO, ho troppa carne al fuoco!... Poi non 
vorrei fare' uno sgarbo al cugino Zacco! Sapete be- 
ne.... Siamo nel mondo.... Abbiamo bisogno alle volte 
l'uno dell'altro. 

— Intendo.... mettere avanti un altro.... mastro-don 
Gesualdo Motta, per esempio. Un capitaluccio lo ha; 
lo so di sicuro.... Vossignoria darebbe l'appoggio del 
nome.... Si potrebbe combinare una società fra di 
noi tre.... 

Poscia, sembrandogli che don Diego Trao stesse ad 
ascoltare i loro progetti, perchè costui aspettava il 
momento di parlare alla cugina Rubiera, impresciut- 
tito nella sua palandrana, e aveva tutt 'altro per la 
teista! il poveraccio ! il canonico cambiò subito discorso : 

— Eh, eh, quante cose ha visto questo magazzino! 
Mi rammento, da piccolo il marchese Limoli che re- 
citava Adelaide e Comingio colla Margarone, 
buon'anima, la madre di don Filippo,^ quella ch'è an- 



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— t6 - 

andata a finite poi alla Salonia. « Adelaide I dove sei ? » 
— La scena della Certosa.... Bisognava vedere! tutti 
col fazzoletto agli occhi! Tanto che don Alessandro 
Spina per la commozione, si mise a gridare : « Ma 
diglielo che sei tu !... » ie le buttò anche una parolaccia.... 
Ci fu poi la storia della schioppettata che tirarono 
al marchese Limoli, mentre stava a prendere il fresco, 
dopo cena; e di don Nicola Margarone che condusse 
la moglie in campagna, e non le fece più vedere anima 
viva. Ora riposano insieme marito e moglie nella chie- 
sa del Rosario, ,pace alle anime loro! 

La baronessa affermava coi segni del capo, dando 
\m colpo di scopa, di tanto in tanto, per dividere il 
grano dalla mondiglia. 

— Così andavano in rovina le famiglie. Se non ci 
fossi stata io, in casa dei Rubiera!... Lo vedete quel 
che sarebbe rimasto di tante grandezze! Io non ho 
fumi, grazie a Dio! Io sono rimasta quale mi hanno 
fatto mio padre e mia madre.... gerite di campagna, 
gente che hanno fatto la casa colle loro mani, invece 
di distruggerla! e per loro c'è ancora della grazia 
di Dio nel magazzino dei Rubiera, invece di feste e 
di teatri.... 

In quella arrivò il vetturale colle mule cariche. 

— Rosaria! Rosaria! — si mise a gridare di nuovo 
la barouessa verso la scaletta. 

Finalmente comparvero dalla botola le scarpaccie e 
le calze turchine, poi la figura di scimmia della 
serva, sudicia, spettinata, sempre colle mani nei 
capelli. 

— Don Nini non era alla Vignazza, — disse lei 
tranquillamente. — Alessio è ritornato col cane, ma 
il baronello non c'era. 

— Oh, Vergine Santa! — cominciò a strillare la 
padrona, |>erdendo un po' del suo colore acceso. — 
Oh, Maria Santissima! E dove sarà mai? Cosa gli 
sarà accaduto al mio ragazzo? 

Don Diego a quel discorso si faceva rosso e pal- 
lido da un momento all'altro. Aveva la faccia di uno 
che voglia dire: — Apriti, terra, e inghiottimi! — 
Tossì, cercò il fazzoletto dentro il cappello, aprì la 
bocca per parlare; poi si volse dall'altra parte, asciu- 



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— 17 — 

gandosi il sudore. Il canonico s'affrettò a rispondere, 
guardando sottecchi don Diego Trao. 

— Sarà ,andato in qualche altro posto.... Quando 
si va a caccia, sapete bene.... 

— Tutti i vizi di suo padre, buon'anima! Caccia, 
giuoco, divertimenti.... senza pensare ad altro.... e senza 
neppure avvertirmi!... Figuratevi, stanotte, quando le 
campane hanno suonato al fuoco, vado a cercarlo in 
camera sua, e non lo trovo! Mi sentirà!... Oh, mi 
slentiràl... . ' ; 

Il canonico cercava di troncare il discorso, col viso 
inquieto, il sorriso sciocco cte non voleva dir nulla: 

— Eh, eh, baronessa! vostro figlio non è più un 
ragazzo; ha ventisei anni! 

— Ne avesse anche cento!... Fin che si marita, ca- 
pite!... E anche dopo! 

— Signora baronessa, dove s'hajino a scaricare i 
muli? — disse Rosaria, grattandosi il capo. 

— Vengo, vengo. Andiamo per di qua. Voialtri pas- 
serete pel cortile, quando avrete terminato. 

Essa chiuse a catenaccio Giacalone e Vito Orlando 
dentro il magazzino, le s'avviò verso il portone. 

La casa della baronessa era vastissima, messa in- 
sieme a pezzi e bocconi, a misura che i genitori di 
lei andavano stanando ad uno ad uno i diversi pro- 
prietari, sino a cacciarsi poi colla figliuola nel -palaz- 
zetto dei Rubiera e porre ogni cosa in comune: tetti 
alti e bassi; finestre d'ogni grandezza, qua e là, come 
capitava; il portone signorile incastrato in mezzo a 
facciate da catapecchie. Il fabbricato occupava quasi 
tutta la lunghezza del vicoletto. La baronessa, discor- 
rendo sottovoce col canonico Lupi, s'era quasi* di- 
menticata del cugino, il quale veniva difetro passo 
passo. Ma giunti al portone il canonico si tirò in- 
dietro prudentemente: — Un'altra volta; tornerò poi. 
Adesso vostro cugino ha da parlarvi. Fate gli affari 
vostri, don Diego. 

— Ah, scusate, cugino. Entrate, entrate pure. 

Fin dall'androne immenso e buio, fiancheggiato di 
porticine basse, ferrate a uso di prigiione, si sentiva 
di essere in un^. casa ricca: un tanfo d'olio e di for- 

Vkrga. Mastro-don Gesualdo. 2 



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— i8 - 

maggio che pigliava alla g'ola; poi un odore di; muffa 
e di cantina. Dal rastrello spalancato, come dalla pro- 
fondità di una caverna, venivano le risate di Alessio 
e della serva che riempivano i barili^, e il barlume 
fioco del lumicino posato sulla botte. 

— Rosaria! Rosaria! — tornò a gridare la baro- 
nessa in tono di minaccia. Quindi rivolta al cugino 
Trao: — Bisogna darle spesso la voce, a quella be- 
nedetta ragazza,; perchè quando ci ha degli uomini 
sottomano è un affar serio ! Ma del resto è fidata, e 
bisogna aver pazienza. Che posso farci?... Una casa 
piena di roba come la miai... 

Più in là, nel cortile che sembrava quello di una 
fattoria, popolato di galline, di anatre, di, tacchini, che 
si affollavano schiamazzando attorno alla padrona, il 
tanfo si mutava in un puzzo di concime e di' strame 
abbondante. Due o tre muli, della lunga fila sotto la 
tettoia, allungarono il collo ragliando; dei piccioni 
calarono 3. stormi dal tetto; un cane da pecoraio, fe- 
roce, si mise ad abbaiare, strappando la catena; dei 
conigli allungavano pure le orecchie inquiete, dall'o- 
scurità misteriosa della legnaia. E la baronessa, in 
mezzo a tutto quel ben di Dio, disse al cugino: 

— Voglio mandarvi un paio di piccioni, per Bianca.... 
Il poveraccio tossì, si soffiò il naso, ma non trovò 

neppure allora le parole da rispondere. Infine, dopo 
un laberinto di anditi e di, scalette, per stanzoni oscuri, 
ingombri di ogni sorta di roba, mucchi di fave e di 
orzo riparati dai graticci^ arnesi di campagna, cassoni 
di biancheria, arrivarono nella camera della baronessa, 
imbiancata à calce, col gran letto nuziale rimasto an- 
cora ^tale e quale, dopo vent'anni di vedovanza, dal 
ramoscello d'ulivo benedetto, a pie' del crocifisso, allo 
schioppo del marito accanto al capezzale. 

La cugina Rubiera era tornata a lamentarsi del fi- 
gliuolo : — Tale e quale suo padre, buon'anima ! Senza 
darsi un pensiero al mondo della manmia o dei suoi 
interessi!... 

Vedendo il cugino Trao inchiodato suiruscio, rim- 
piccinito nel soprabitòne, gh porse da sedere: — En- 
trate, entrate, cugino Trao. — Il poveretto si la- 
sciò cadere sulla seggiola, quasi avesse le gambe rótte, 



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i 



- 19 — 

sudando come Gesù all'orto; si cavò allora il cappel- 
laccio bisunto, passandosi il fazzoletto sulla fronte. 

— Avete da dirmi qualche cosa, cugino ? Parlate, 
dite pure. " '] 

Egli strinse forte le mani l'una nell'altra, dentro 
il cappello, e balbettò colla voce roca, le labbra smorte 
e tremanti, gli occhi umidi e tristi che evitavano gli 
occhi della cugina: 

— Sissignora.... Ho da parlarvi.... 

Lei, da prima, al vedergli quella faccia, pensò che 
fosse venuto a chiederle denari in prestito. Sarebbe 
stata la prima volta, è vero: erano troppo superbi i 
cugini Trao: qualche regaluccio, di quelli che aiutano 
a tirare innanzi, vino, olio, frumento, solevano accet- 
tarlo dai parenti ricchi — lei, la cugina Sganci, il 
barone Mendola — ma la mano non l'avevano mai 
stesa. Però alle volte il bisogno fa chinare il capo 
anche ad altro I... La prudenza istintiva che era nel 
sangue di lei, le agghiacciò un momento il sorriso 
benevolo. Poscia pensò al fuoco che avevano avuto 
in casa, alla malattia di Bianca — era una buona 
donna infine — don Diego aveva proprio una faccia 
da far compassione.... Accostò la sua seggiola a quella 
di lui, per fargli animo, e soggiunse: 

-^ Parlate, parlate, cugino mio.... Quel che si può 
fare.... sapete bene.... siamo parenti.... I tempi non 
rispondono.... ma quel poco che si può.... Non molto.... 
ma quel poco che posso.... fra parenti.... Parlate pure.... 

Ma egli non poteva, no 1 colle fauci strette, la bocca 
amara, alzando ogni momento gli occhi su di lei, e 
aprendo le labbra senza che ne uscisse alcun suono. 
Infine, cavò di nuovo il fazzoletto per asciugarsi il su- 
dore, . se lo passò sulle labbra aride, balbettando : 

— È accaduta una disgrazia!... Una gran disgrazia!... 
La baronessa ebbe paura di essersi lasciata andare 

troppo oltre. Nei suoi occhi, che fuggivano quelli la- 
grimosi del cugino, cominciò a balenare la inquietu- 
dine del contadino che teme per la sua roba. 

— Cioè!... cioè!... 

— Vostro figlio è tanto ricco !... Mia sorella iio, 
invece 1... 

A quelle parole la cugina Rubiera tese le orecchie, 



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— co- 
colla faccia a un tratto irrigidita nella maschera dei 
suoi ìprogenitori, improntata della diffidenza arcigna 
dei contadini che le avevano dato il Isangue delle vene 
e la casa messa insieme a pezzo a pezzo colle loro 
mani. Si alzò, andò ad appendere la chiave allo sti- 
pite deiruscio, frugò alquanto nei cassetti del cas- 
settone. Infine, vedendo che don Diego non 'aggiun- 
geva altro: 

— Ma spiegatevi, cugino. Sapete che ho tanto da 
fare.... 

Invece di spiegarsi don Diego scoplpiò a piangere 
come un ragazzo, nascondendo il viso incartapecorito 
nel fazzoletto di cotone, con La schiena curva e scossa 
dai singhiozzi, ripetendo : 

— Bianca! mia sorella!... È capitata una gran dis- 
grazia alla mia povera sorèlla!... Ah, cugina Rubieral... 
voi che siete madre!... 

Adesso la cugina aveva tutt'altra faccia anche lei: 
le labbra strette per non lasciarsi scapipar la pazienza, 
e una ruga nel bel lùezzo della fronte: la ruga della 
gente che è stata all'acqua e al sole per farsi la roba 
— o che deve difenderla. In un lampo le tornarono 
in mente tante cose alle quali non aveva badato nella 
furia del continuo da fare : qualche mezza parola deUa 
cugina Macrì; le chiacchiere che andava spargendo 
don Luca il sagrestano,^ certi sotterfugi del figliuolo. 
A un tratto si sentì la bocca amara com/'e il fiele an- 
ch'essa. 

— Non so, cugino, — gli rispose secco secco. — 
Non so come ci entri io in questi discorsi.... 

Don Diego stette un po' a cercare le parole, guar- 
dandola fisso negli occhi che dicevano tante cose, in 
mezzo a quelle lagrime di onta e di dolore, e poi na- 
scose di nuovo il viso fra le mani, accompagnando col 
capo la voce che stentava a venir fuori: 

— .Sì!... sì!... Vostro figlio Nini!... 

La baronessa stavolta rimase lei senza trovar pa- 
rola, con gli occhi che le schizzavano fuori dal fac- 
cione apoplettico fissi sul cugino Trao, quasi volesse 
mangiarselo; quindi balzò in piedi come avesse ven- 
t'anni, e spalancò in furia la finestra gridando : 

— Rosaria! Alessi! venite qua! 



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— 21 — 

— Per' carità I per carità! — supplicava don Diego 
a mani giunte, correndole dietro. — Non fate scandali, 
per carità! — E tacque, soffocato dalla tosse, pre- 
mendosi il petto. 

Ma la cugina, fuori di sé, non gli dava più retta. 
Sembrava un terremoto per tutta la casa: gli schia- 
mazzi dal pollaio; Tuggiolare del cane; le scarpaccie 
di Alessi e di Rosaria che accorrevano a rotta di 
collo, arruffati, scalmanati, con gli occhi bassi. 

— Dov'è mio figlio, infine? Cosa t'iianno detto aila 
Vignazza? Parla, stupido! — Alessi dondolandosi ora 
su di ima gamba e ora sull'altra, balbettando, guar- 
dando inquieto di qua e di là, ripeteva sempre la stessa 
cosa: — Il baronello non era alla Vignazza. Vi aveva 
lasciato il cane. Marchese, la sera innanzi, ed era 
partito: — A piedi, sissignora. Così mi ha detto il 
fattore. — La serva, rassettandosi di nascosto, a capo 
chino, soggiunse che il baronello, allorché andava a 
caccia di buon'ora, soleva iiscire dalla porticina della 
Stalla, per non svegliar nessuno: — La chiave?... Io 
non so.... Ha minacciato di rompermi le ossa.... La 
colpa non è mia, signora baronessa!... — Come le 
pigliasse im accidente, alla signora baronessa. — Poi 
sgattaiolarono entrambi mogi mogi. Nella scala si 
udirono di nuovo le scarpaccie che scendevano a pre- 
cipizio, inseguendosi. 

Don Diego, cadaverico, col fazzoletto sulla TDOcca 
per frenare la tosse, continuava a balbettare soffo- 
cato dalle parole senza senso. 

— Era lì.... dietro quell'uscio !... Meglio m'avesse uc- 
ciso addirittura.... allorché mi puntò le pistole al pet- 
to.... a me!... le pistole al petto, cugina Rùbiera!... 

La baronessa si asciugava le labbra amare come 
il fiele col fazzoletto di cotone: — No! questa non 
me l'aspettavo!... dite la verità, cugino don Diego, 
die non me la meritavo!... Vi ho sempre trattati da 
parenti.... E quella gattamorta di Bianca che me la 
pigliavo in casa giornate intere.... come una figliuola.... 

— Lasciatela stare, cugina Rubiera! — interruppe 
don Diego, con im rimasuglio del vecchio sangue dei 
Trao alle guance. 

— Sì, sì, lasciamola sta^e ! Quanto a mio figlio ci 



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— 22 — 

penserò io, non dubitate! Gli farò fare quel clie dico 
io, al signor baronello.... Birbante 1 assassino I Sarà 
causa della mia morte I... 

E le spuntarono le lagrime. Don Diego, avvilito, 
non osava alzare gli occhi. Ci aveva fissi dinanzi, im- 
placabili, Ciolla, la farmacia di Bomma, le risate iro- 
niche dei vicini, le chiacchiere delle comari, ed anche, 
insistente e dolorosa, la visione netta della sua casa, 
dove un uomo era entrato di notte: la vecchia casa 
che gli sembrava sentir trasalire ancora in ogni pie- 
tra aireco di quei passi ladri: e Bianca, sua sorella, 
la sua figliuola, il suo sangue, che gh aveva mentito^ 
che s'era stretta tacita jnell'ombra airuomo il quale 
veniva a recare così mortale oltraggio ai Trao : il suo 
povero corpo delicato e fragile nelle braccia di un 
estraneo!... Le lagrime gli scendevano amare e calde 
a lui pure lungo il viso scarno che nascondeva fra 
le mani. 

La baronessa, infine, si asciugò gli occhi, e sospirò 
rivolta al crocifisso: 

— Sia fatta la volontà di Dio! Anche voi, cugino 
Trao, dovete aver la bocca amara ! Che volete ? Tocca 
a noi che abbiamo il peso della casa sulle spalle!... 
Dio sa se della mia pelle ho fatto scarpe, dalla mat- 
tina alla sera! se mi son levato il pan di bocca per 
amore della roba!... E poi tutto a un tratto, ci casca 
(addofeso» im ^egozio' simile!.,. Ma questa è l'ultima!! 
che mi farà il signor baronello!... L'aggiusterò io, 
non dubitate ! Alla fin fine non è più un ragazzo ! Lo 
mariterò a modo mio.... La catena al collo, là! quella 
ci vuole!... Ma voi, lasciatemelo dire, dovevate tenere 
gli occhi aperti, cugino Trao !... Non parlo di vostro 
fratello don Ferdinando, ch'è uno stupido, poveretto, 
sebbene sia il primogenito.... ma voi che avete più 
giudizio.... e non siete un bambino neppur voi! Do- 
vevate pensarci voi !... Quando si ha in casa una ra- 
gazza.... L'uomo è cacciatore, si sa!... A vostra so- 
rella avreste dovuto pensarci voi.... o piuttosto lei stes- 
sa.... Quasi quasi si direbbe.... colpa sua!... Chissà cosa 
si sarà messa in testa?... magari di diventare ba- 
ronessa Rubiera.... 

Il cugino Trao si fece rosso le pallido in un momento. 



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— 23 — 

— Signora baronessa.... siamo poveri.... è vero.... Ma 
quanto a nascita.... 

— Eh, caro mio! la nascita.... gli antenati.... tutte 
belle cose.... non dico di no.... Ma gli antenati che 
fecero mio figlio barone.... volete sapere quali fu- 
rono?... Quelli che zapparono la terrai... Col sudore 
della fronte, capite? Non si aramazzarono a lavorare 
perchè la loro roba poi andasse in mano di questo 
e di quello.... capite?... 

In quel mentre bussarono al portone col pesante 
martello di ferro che rintronò per tutta la casa, e 
suscitò im 'altra volta lo schiamazzo del pollaio, i la- 
trati del cane; e mentre la baronessa andava alla 
finestra, per vedere chi fosse, Rosaria gridò dal cortile : 

— C'è il sensale.... quello del grano.... 

— Vengo, vengo I — seguitò a brontolare la cu- 
gina Rubiera, tornando a staccare dal chiodo la chia- 
ve del magazzino. — Vedete quel che ci vuole a 
guadagnare un tari a salma, con Pirtuso e tutti gU 
altri! Se ho lavorato anch'io tutta la vita, e mi son 
tolto il pan di bocca, per amore della casa, intendo 
che mia nuora vi al3bia a portare la sua dote an- 
ch'essa.... 

Don Diego, sgambettando più lesto che poteva die- 
tro alla cugina Rubiera, per gli anditi e gli stanzoni 
pieni di roba, seguitava: 

— Mia sorella non è ricca.... cugina Rubiera.... Non 
ha la ddfe che ci vorrebbe.... Le daremo la casa e 
tutto.... Ci sp>oglieremo per lei.... Ferdinando ed io.... 

— Appunto, vi dicevo 1... Badate che c'è uno sca- 
lino rotto.... Voglio che mio figlio sposi una bella 
dote. La padrona son io, quella che l'ha fatto ba- 
rone. Non l'ha fatta lui la roba! Entrate, entrate, 
mastro Lio. Lì, dal tancello di legno. È aperto.... 

— Vostro figlio però lo sapeva che mia sorella 
non è ricca!... — ribatteva il povero don Diego che 
non si risolveva ad andarsene, mentre la cugina Ru- 
biera aveva tanto da fare. Essa allora si voltò come 
un gallo, coi pugni |^ui fianchi, in cima alla scala: 

— A mio figlio ci penso io, tomo a dirvi ! Voi 
pensate a vostra sorella.... L'uomo è cacciatore.... Lo 
manderò lontano! Lo chiudo a chiave! Lo sprofondo! 



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— 24 — 

Non tornerà in paese altro che maritato! colla ca- 
tena al collo I ve lo dico io ! La mia croce ! la mia 
rovinai... 

Quindi, mossa a compassione della disperazione 
muta del poveraccio, il quale non si reggeva sulle 
gambe, aggiunse, scendendo adagio adagio : 

— E del resto.... sentite, don Diego.... Farò anch'io 
quello che potrò per Bianca.... Sono madre anch'io!... 
Sono cristiana!... Immagino la spina che dovete averci 
lì dentro.... 

— Signora baronessa, dice che il farro non rispon- 
de al peso, — gridò Alessi dalla porta del magazzino. 

— Che c'è? Cosa dice?... Anche il peso adesso? 
La sohta rinculata! per carpirmi un altro ribasso!... 

E la baronessa partì come una furia. Per un po' 
si udì nella profondità del magazzino im gran vocìo: 
sembrava che si fossero accapigliati. Pirtuso strilla- 
va peggio di un agnello in mano al beccaio.; Giana- 
Ione e Vito Orlando vociavano anch'essi, per met- 
terli d'accordo, e la baronessa fuori di sé, che ne 
diceva di tutti i colori. Poscia vedendo passare il cu- 
gino Trao, il quale se ne andava colla coda fra le 
gambe, la testa infossata nelle spaUe, barcollando^ 
lo fermò sull'uscio, cambiando a un tratto viso e ma- 
niere : 

— Sentite, sentite.... l'aggiusteremo fra di noi que- 
sta faccenda.... Infine cos'è stato?... Niente di male, 
ne son certa. Una ragazza col timor di Dio.... La 
cosa rimarrà fra voi e me.... l'accomoderemo fra di 
noi.... Vi aiuterò anch'io, don Diego.... Sono madre.... 
son cristiana.... La mariteremo a un galantuomo.... 

Don Diego scosse il capo amaramente, avvilito, bar- 
collando come un ubbriaco nell'andarsene. 

— Sì, sì, le troveremo un galantuomo.... Vi aiu- 
tfeanò anch'io come possio-^.. Pa^i|ejnzat... Farò un sa- 
grificio.... 

Egli a quelle parole si ferme, cogH occhi spalan- 
cati, tutto tremante: — Voi!... cugina Rubiera! Noi... 
no!... Questo non può essere.... 

In quel momento veniva dal magazzino il sensale, 
bianco di pula, duro, perfino nella barba che gli tin- 
geva di nero[ il Viso anche quand'era fatta di fresco : 



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— 25 — 

gli occhietti gtigi comic due tari d'argento, sotto le 
sopracciglie aggrottate dal continuo stare al sole e al 
vento in campagna. 

— Bacio le mani, signora baronessa. 

— Come? Così ve ne andate? Che c'è di nuovo? 
Non vi piace il farro? 

L'altro disse di no col capo anch'esso, al pari di 
don Diego Trao,^ il quale se ne andava rasente al 
muro, continuando a scrollare la testa, come fosse 
stato colto da un accidente, inciampando nei sassi 
ogni momento. 

— Come? — seguitava a sbraitare la baronessa. 
— Un negozio già conchiuso I... 

— C'è forse caparra, signora baronessa? 

— Non c'è caparra; ma c'è la parolai... 

— In tal caso, bacio le mani a vossignoria! 

E tirò via, ostinato come un mulo. La baronessa, 
furibonda, gli strillò dietro: 

— Sono azionacce da pari vostro! Un pretesto per 
rompere il negozio.... degno di quel mastro-don Ge« 
sualdo che vi manda.... ora che s'è pentito.... 

Pirtuso e Vito Orlando gli correvano dietro anch'es- 
si, scalmanandosi a fargli sentire la ragione. Ma Pir- 
tuso tirava via, senza rispondere neppure, dicendo a 
don Diego Trao che non gU dava retta: 

— La baronessa ha un bel dire.... come se al caso 
non avrebbe fatto lo stesso lei pure!... Ora che il 
barone Zacco ha cominciato a vendere con ribasso.... 
Villano o baronessa la caparra è quella che conta. 
Dico bene, vossignoria? 



IH. 



La signora Sganci aveva la casa piena di gente, 
venuta per vedere la processione del Santo patrono: 
c'erano dei lumi persino* nella scalai; i cinque bal- 
coni che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera 
di popolo; don Giuseppe Barabba in gran livrea e 
coi guanti di cotone, che annunziava le visite. - 



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— 26 - 

• — Mastro-don Gesualdo! — ^ vociò a un tratto, cac- 
ciando fra i battenti dorati il testone arruffato. — 
Devo lasciarlo entrare, signora padrona ? 

C'era il fior fiore della nobiltà: l'arciprete Bugno, 
lucente di raso nero; donna Giuseppina Alòsi, carica 
di gioie; il marchese Limoli, con la faccia e la par- 
rucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa 
in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe 
frenarsi. ^ ' 

— Che bestia I Sei una bestia ! Don Gesualdo Motta, 
si dice! bestiai ' 

Mastro-don Gesualdo fece così il suo ingresso fra 
i pe^i grossi del paese, raso di fresco, vestito di 
panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le 
mani mangiate di calcina. 

— Avanti, avanti, don Gesualdo I — strillò il mar- 
chese Limoli con quella sua vocetta acre che pizzi- 
cava. — Non abbiate suggezione. 

Mastro-don Gesualdo però esitava alquanto, inti- 
midito, in mezzo alla gran sala tappezzata di dama- 
sco giallo, sotto gli occhi di tutti quei Sganci che 
lo guardavano alteramente dai ritratti, in giro alle 
pareti. 

La padrona di casa gli fece animo : 

— Qui, qui, c'è posto anche per voi, don Gesualdo. 

C'era appimto il balcone del vi coletto, che guar- 
dava di sbieco sulla piazza, per gli invitati di se- 
conda mano ed i parenti poveri : donna Chiara Ma- 
crì, così umile e dimessa che pareva una serva; sua 
figlia donna Agrippina, monaca di casa, una ra- 
gazza con tanto di t)aff i, un faccione bruno e bitorzoluto 
da ^zoccolante, e due occhioni neri come il peccato 
che (andavano frugando gli uomini. In prima fila il 
cugino don Ferdinando, curioso più di un ragazzo, 
che s'era spinto innanzi a gomitate, e allungava il 
collo verso la Piazza Grande dal cravattone nero, al 
pari di una tartaruga, cogli occhietti grigi e stralu- 
nati, il mento aguzzo e color di f iliggine,/ il gran naso 
dei Trao palpitante,, il codino ricurvo, simile alla coda 
di un cane sul bavero bisunto che gli arrivava alle 
orecchie pelose; e sua sorella donna Bianca rincan- 
tucciata dietro di lui, colle spalle un po' curve, il 



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— 27 — 

busto piagro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto 
e dilavato, vestita, di lanetta in mezzo a tutto il pa- 
rentado di gala. 
"La zia Sganci tornò a dire : 

— Venite qui, don Gesualdo. V'ho serbato il po- 
sto per voi. Qui, vicino ai miei nipoti. 

Bianca si fece in là, timidamente. Don Ferdinando, 
temendo d'esser scomodato, volse un moimiento' il capo, 
accigliato, e mastro-don Gesualdo si avvicinò al bal- 
cone, inciampando, balbettando, sprofondandosi in scu- 
se. Rimase lì, dietro le spalle di coloro che gli stavano 
dinanzi, alzando il capo a ogni razzo che saliva dalla 
piazza per darsi un contegno meno imbarazzato. 

— Scusate! scusate! — sbuffò allora donna Agrip- 
pina Macrì, arricciando il naso, facendosi strada coi 
fianchi poderosi, assettandosi sdegnosa il fazzoletto 
bianco sul petto enorme.; e capitò nel crocchio dove 
era la zia Cirmena colle altre dame, sul balcone 
grande, in mezzo a un gran mormorio, tutte che si 
voltavano a guardare verso il balcone del vicoletto, 
in fondo alla sala. 

— Me l'han messo lì.... alle costole, capite!... Un'in- 
decenza! 

— Ah, è quello lo sposo? — domandò sottovoce 
donna Giuseppina Alòsi, cogli occhietti che sorride- 
vano in mezzo al viso placido di luna piena. 

— Zitto! zitto. Vado a vedere.... — disse la Cir- 
mena, e attraversò la sala — come un mare di luce 
nel vestito di raso giallo — per andare a fiutare che 
cosa si macchinasse nel balcone del vicoletto. Lì tutti 
sembravano sulle spine : la zia Macrì fingendo di guar- 
dare nella piazza, Bianca zitta in un cantuccio, e don 
Ferdinando solo che badava a godersi la festa, vol- 
tando il capo di qua e di là senza dire una parola. 

— Vi divertite qui, eh? Tu ti diverti, Bianca? 

Don Ferdinando volse il capo infastidito; poi ve- 
dendo la cugina Cirmena, borbottò: — Ah... donna 
Sarina.... buona sera! buona sera! — E tornò a vol- 
tarsi dall'altra parte. Bianca alzò gli occhi dolci ed 
umili sulla zia e non rispKjse; la Macrì abbozzò un 
sorriso discreto. 

La Cirmena riprese subito, guardando don Gesualdo : 



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— 28 — 

— Che caldo, eh? Si soffoca! C'è troppa gente 
questa volta.... La cugina Sganci ha invitato tutto il 
paese ...4 

Mastro-don Gesualdo fece per ritirarsi da banda. 

— No, no, non vi scomodate, caro voi.... Sentite 
piuttosto, cugina Macrì'.... 

— Signorai signora! — vociò in quel momento don 
Giuseppe Barabba, facendo dei segni alla padrona. 

— No, — risp>ose lei, — prima deve passare la 
processione. 

Il marchese Limoli la colse a volo mentre s'^allon- 
tanava, fermandola pel vestito: — Cugina, cugina^ 
levatemi una curiosità: cosa state almanaccando con 
mastro-don Gesualdo ? 

— Me l'aspettavo.... cattiva lingua!... — borbottò la 
Sganci; e lo piantò lì, senza dargli retta, che se la 
rideva fra le gengive nude, sprofondato nel seggio- 
lone, come una miunmia imaliziosa. 

Entrava in quel puntoi il notaro Neri, piccolo, calvo, 
rotondo, una vera trottola, col ventre petulante, la 
risata chiassosa, la parlantina che scappava stridendo 
a guisa di una carrucola. — Donna Mariannina!... Si- 
gnori miei!... Quanta gente!... Quante bellezze!... — 
Poi, scoperto anche mastro-don Gesualdo in pompa 
magna, finse di chinarsi per vederci meglio, come 
avesse le traveggole, inarcando le ciglia, colla mano 
sugli occhi ; si fece il segno della croce e scappò in 
furia verso il balcone grande, cacciandosi a gomitate 
nella folla, borbottando: 

— Questa è più bella di tutte!... Com'è vero Dio! 
Donna Giuseppina Alòsi istintivamente corse con 

la mano sulle gioie; e la signora Capitana, che non 
avendo da sfoggiarne metteva in mostra altre ric- 
chezze, al sentirsi frugare nelle spalle si volse come 
una vipera. 

— Scusate, scusate; — balbettava il notaro. — Cer- 
co il barone Zacco. 

Dalla via San Sebastiano, al disopra dei tetti, si 
vedeva crescere verso la piazza un chiarire d'incendio, 
dal quale di tratto in tratto scappavano dei razzi, 
dinanzi alla statua del santo, con uin vocìo Hi folla 
che montava a guisa di tempesta. 



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-- 29 - 

— "Xa processióne! la processione! — strillarono i 
ragazzi pigiati contro la ringhiera. Gli altri si spin- 
sero Innanzi; ma la processione ancora non spuntava. 
Il cavaliere Peperito, che si mangiava con gli occhi 
le gioie di donna Giuseppina Alòsi — degli occhi 
di lupo affamato sulla faccia magra, folta di barba 
turchiniccia sino agli occhi — approfittò della con- 
fusione per soffiarle nell'orecchio un'altra volta: 

— Sembrate ima giovinetta, donna Giuseppina! pa- 
fola di cavaliere! 

— Zitto, cattivo soggetto! — rispose la vedova. — 
Raccomandatevi piuttosto al santo Patrono che sta 
per arrivare. 

— Sì, sì, se mi fa la grazia.... 

Dal seggiolone dove era rannicchiato il marchese 
Limoli sorse allora la vooetta fessa di lui: 

— Servitevi, servitevi pure I Già son sordo, lo sapete. 
Il barone Zacco, rosso come ìm peperone, rientrò 

dal balcone, senza curarsi del santo, sfogandosi col 
notaro Neri: 

— Tutta opera del canonico Lupi!... Ora mi cac- 
ciano fra i piedi anche mastro-don Gesualdo per con- 
correre all'asta delle terre comunali!... Ma non me 
le toglieranno! dovessi vendere Fontanarossa, vedete! 
Delle terre che da quarajit'anni sono nella mia fa- 
miglia !... 

Tutt'a un tratto, sotto i balconi, la banda scoppiò 
in un passodoptpio furibondo, rovesciandosi in piazza 
con un'onda di popolo che sembrava minacciosa. La 
signora Capitana si tirò indietro arricciando il naso. 

— Che odore di pròssimo viene di laggiìi ! 

— Capite ? — seguitava a sbraitare il barone Zàcco, 
— delle terre che pago già a tre onze la salma! E 
gli par poco ! i I ! • " | i 

Il notaro Neri, che non gli piaceva far sapere alla 
gente i fatti suoi, si rivolse alla signora Capitana, 
scollacciata ch'era una indecenza, col pretesto che si 
faceva mandare' i vestiti da Palermo, la quale civet- 
tava in mezzo a un gruppo di giovanotti. 

— Signora Capitana? signora Capitana! Così ru- 
bate la festa al santo ! Tutti gli voltano le spalle ! 

— Come siete stupidi, tutti quanti! -^ rispose la 



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— 3o - 

Capitana, gongolante. — Vado a mettermi vicino al 
marchese, che ha più giudizio di voi. 

— Ahimè I aliimèi signora miai... 

Il marchese, cogli occhietti svegli adesso, andava 
fiutandole da presso il [profumo di bergamotta, tanto 
che essa doveva schermirsi col ventaglio, e il vec- 
chietto ad ostinarsi: 

— No! noi lasciatemi fare le mie devozioni!... 
L'arciprete prese tabacco, si spurgò, tossì, infine 

si alzò, e si mosse per andarsene, gonfiando le gote 
— le gote lucenti, la sottana lucente^ il grosso anello 
lucente, tanto che le male lingue dicevano fosse falso ; 
mentre il Imarchese gli gridava dietro : 

— Don Calogero! don Calogero! dico per dire, che 
diavolo! Alla mia età.... 

E appena cessarono le risate alla sortita del mar- 
chese, si udì donna Giuseppina Alòsi che faceva le 
sue confidenze al cavaliere. 

— .... come fossi libera, capite! Le due grandi al 
Collegio di Maria.; il imaschio al Seminario; in casa 
ci ho soltanto l'ultimo, Sarino, ch'è meno alto di 
questo ventaglio. Poi i miei figliuoli hanno la roba 
del loro padre, buon'anima.... 

Donna Sarina tornò verso il balcone grande chiac- 
chierando sottovoce colla cugina Macrì, con delle scrol- 
latine di capo e dei sorrisetti che volevano dire. 

— Però non capisco il mistero che vuol farne la 
cugina Sganci!... Siamo parenti di Bianca anche noi, 
all^ fin fine!... 

— È quello? quello lì? — tornò a chiedere donna 
Giuseppina col sorriso maligno di prima. 

La Cirmena accennò di sì, stringendo le labbra sot- 
tili, cogli occhi rivolti altrove, in aria di mistero an- 
ch'essa. Infine non si tenne più: 

— Fanno le cose sottomano.... come se fossero delle 
sudicerie. Capiscono anche loro che manipolano delle 
cose sporche.... Ma la gente poi non è così sciocca 
da non accorgersi.... Un mese che il canonico Lupi 
si arrabatta in questo negozio.... im va è vieni fra la 
Sganci e la Rubiera.... 

— Non me lo dite! > — esclamò Peperito. — Una 
Trao che sposa mastro-don Gesualdo!... Non me lo 



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- 3i - 

dite!... Quando vedo una famiglia illustre come quella 
scendere tanto basso, mi fa male allo stomaco, in pa- 
rola d*onore! 

E volse le spalle soffiandosi il naso come una "trom- 
betta nel fazzoletto sudicio, fremendo d'indignazione 
per tutta la personcina misera, dopo aver saettato 
un'occhiata eloquente a donna Giuseppina. 

— Chi volete che la sposi?... senza dote!... — ri- 
battè la Cirmena al cavaliere ch'era già lontano. — 
Poi, dopo quello ch'è successo 1... 

— Almeno si metterà in grazia di Dio! — osservò 
piano la zia Macrì. La sua figliuola che stava ad 
ascoltare senza dir nulla, fissando in volto a chi par- 
lava quegli occhioni ardenti, scosse la tonaca, quasi 
avesse temuto d'insudiciarla fra tante sozzure, e mor- 
morò colla voce d'uomo, colle grosse labbra sdegnose 
sulle quali sembrava Veder fremere i peli neri, ri- 
volta al chiarore della processione che s'avvicinava, 
al di sopra dei tetti della via, come un incendio : 

— Santo Patrono! Guardatemi voi! 

— Queste ^sono le conseguenze !... La ragazza si 
era jmessa in testa non so che cosa.... Un disordine 
per tutto il parentado!... La cugina Sganci ha fatto 
bene (a ripararvi.... Non dico di no !... Ma avrebbe do- 
vuto parlarne a noi pure che siamo jDarenti di Bianca 
al par di lei.... Piuttosto che fare le cose di nascosto.... 
Scommetto che neppure don Ferdinando ne sa nulla.... 

— Ma l'altro fratello.... don Diego, cosa ne dice?... 

— Ah, don Diego?... sarà a rovistare fra le sue 
cartacce.... Le carte della lite!... Non pensa ad altro.... 
Crede d'arricchire colla lite!... Lo vedete che non è 
uscito di casa neppure per la festa.... Poi forse si 
vergogna a farsi vedere dalla gente.... Tutti così quei 
Trao.... Degli stupidi!... gente che si troveranno un 
bel giorno morti di fame in casa^ piuttosto di aprir 
bocca per.... 

— Il canonico, no! — stava dicendo il notaro men- 
tre s'avvicinavano al balcone discorrendo sottovoce 
col barone Zacco. — Piuttosto la baronessa.... offren- 
dole un guadagno.... Quella non ha pumtiglio !... Del ca- 
nonico non ho paura.... — E tutto sorridente poi colle 
signore: 



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- 32 -. 

— Ahi... donna Chiara I... La bella monaca che avete 
in casal... Una vera grazia di Dio!... 

— Eh, marchese? eh? Chi ve l'avrebbe detto, ai 
vòstri tempi?... che sareste arrivato a vedere la pro- 
cessione del santo Patrono spalla a spalla con ma- 
stro-don Gesualdo, in casa Sganci I — riprese il ba- 
rone Zacco, il quale pensava sempre a una cosa, è 
non poteva mandarla giti, guardando di qua e di là 
cogli occhiacci da spiritato, ammiccando alle donne 
per farle ridere. 

Il marchese, impenetrabile, rispose sólo: 

— Eh, eh, caro barone I Eh, ehi 

— Sapete quanto ha guadagnato nella fabbrica dei 
mulini mastro-don Gesualdo? — entrò a dire il no- 
t,aro a mezza voce in aria di mistero. — Una bella 
sommai Ve lo dico io!... Si è tirato su dal nulla.... 
Me lo ricordo io manovale, coi sassi in spalla.... sis- 
signore!... Mastro Nunzio, suo padre, non aveva di 
che pagare le stoppie per far cuocere il gesso nella 
sua fornace.... Ora ha l'impresa del ponte a Fiume- 
grande!... Suo figlio ha sborsato la cauzione, tutta 
in pezzi da dodici tari, l'un sull'altro.... Ha le mani 
in pasta in tutti gli affari del comune.... Dicono che 
vuol mettersi pliche a speculare sulle terre.... L'ap- 
petito viene mangiando.... Ha un bell'appetito.... e dei 
buoni denti, ve lo dico io!... Se lo lasciano fare, di 
qui a im po' si dirà che mastro-don Gesualdo è il 
padrone del paese! 

Il marchese allora levò un istante la sua testolina 
di scimmia; ma poi fece una spallucciata, e rispose, 
con quel medesimo risolino tagliente: 

— Per me.... non me ne importa. Io sono uno spian- 
tato. 

— Padrone?... padrone?... quando saràn morti tutti 
quelli che son nati prima di lui!... e meglio di lui! 
Venderò Fontanarossa ; ma le terre del comune non 
me le toglie, mastro-don Gesualdo! Né solo, né col- 
l'aiuto della baronessa Rubiera! 

— 'Che c'è ? che c*é ? — interruppe il notaro cor- 
rendo al balcone, per sviare il discorso, poiché il ba- 
rone non sapeva frenarsi e vociava troppo forte. 

Giù in piazza, dinanzi al portone di casa Sganci, 



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- 33 — 

vtedevasi un tafferuglio, dei vestiti chiari in mezzo 
alla ressa, berretti che volavano in aria, e un tale 
che distribuiva legnate a diritta e a manca per farsi 
largo. Subito dopo comparve sulFuscio dell'anticame- 
ra don Giuseppe Barabba, colle mani in aria, strango- 
lato dal rispetto. • : 

— Signora!... signora!... 

Era tutto il casato dei Margarone stavolta: donna 
Fifì, donna Giovannina, donna Mita, la mamma Mar- 
garone, donna Bellonia, dei Bracalanti di Pietraper- 
zia, nientemeno, che soffocava in un busto di raso 
verde, pavonazza, sorridente; e dietro, il papà Mar- 
garone, dignitoso, gonfiando le gote, appoggiandosi 
alla canna d'India col pomo d'oro, senza voltar nem- 
meno il capo, tenendo per mano l'ultimo dei Marga- 
rone, Nicoli no, il quale strillava e tirava calci perchè 
non gli facevano vedere il santo dalla piazza. Il papà, 
brandendo la canna d'India, voleva insegnargli l'edu- 
cazione. 

— Adesso? — sogghignò il marchesie per calmar- 
lo. — Oggi ch'è festa ? fasciatelo stare quel povero 
ragazzo, don Filippo! 

Don Filippo lasciò stare, limitandosi a lanciare di 
tanto in tanto qualche occhiataccia autorevole al ra- 
gazzo che non gli badava. Intanto gli altri facevano 
festa alle signore Margarone: — Donna Bellonia!... 
donna Fifì!... che piacere; stasera!... — Perfino don 
Giuseppe Barabba, a modo suo, sbracciandosi a por- 
tar delle altre seggiole e a smoccolare i lumi. Poi 
dal balcone si mise a fare il telegrafo con qualcuno 
ch'era giù in piazza, gridando per farsi udire in mezzo 
al gran brusìo della folla : — Signor barone ! signor 
barone ! — Infine corse dalla padrona, trionfante : 

— Signora! signora! Eccolo che viene! ecco don 
Nini!... 

Donna Giuseppina Alòsi abbozzò un sorrisetto alla 
gomitata che le piantò nei fianchi il barone Zacco. 
La signora Capitana invece si rizzò sul busto — come 
se sbocciassero allora le sue belle spalle nude dalle 
maniche rigonfie. 

— Sciocco! Non ne fai una bene! Cos'è questo 
fracasso? Non è questa la maniera! 

Verga. Mastro-don Gesualdo. 3 



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-34- 

Don Giuseppe se ne andò brontolando. 

Ma in quella entrava don Nini Rubiera, un gio- 
vanotto alto e mabsiccio che quasi non passava dal- 
l'uscio, bianco e rosso in viso, coi capelli ricciuti, e 
degli occhi un po' addormentati che facevano girare 
il capo alle ragazze. Donna Giovanniina Margarone, 
un bel pezzo di grazia di Dio anch'essa, cinghiata 
nel busto al pari della mamma, si fece rossa come 
un papavero, al vedere entrare il baronello. Ma la 
mamma le metteva sempre innanzi la 'maggiore, donna 
Fifì, disseccata e gialla dal lungo celibato, tutta pe- 
losa, con certi denti che sembrava volessero acchiap- 
pare un marito a volo, sopraccarica di nastri, di fron- 
zoli e di gale, come un uccello raro. 

— Fifì vi ha scoperto per la prima in mezzo alla 
folla!... Che folla, eh? Mio marito ha dovuto ado- 
perare il bastone per farci largo. Proprio una bella 
festa! Fifì ci ha detto: Ecco lì il baronello Rubiera, 
vicino al palco della musica.... 

Don Nini guardava intorno inquieto. A un tratto 
scoprendo la cugina Bianca rincantucciata in fondo 
al balcone del \àcoletto, smorta in viso, si turbò , 
smarrì un istante il suo bel colorito fiorente, e ri- 
spose balbettando: 

— Sissignora.... infatti.... sono della commissione.... 
-^ Bravo! bravo! 'Bella fè^sta' t?avvé*ro?*' Avete Ca- 
puto far le cose bene!... E vostra madre, don Nini?... 

— Presto ! presto ! — chiamò dal balcone la zia 
Sganci. — Ecco qui il santo! 

Il marchese Limoli, che temeva l'umidità della sera, 
aveva afferrato la mamma Margarone pel suo vestito 
di raso verde, e faceva il libertino: — Non c'è fu- 
ria, non c'è furia! Il santo toriia ogni anno. Venite 
qua, dionna Bellonia. Lasciamo il posto ai giovani, 
noi che ne abbiamo viste tante delle feste! 

E continuava a biasciarle delle barzellette salate nel- 
l'orecchio che sembrava arrossire dalla vergogna; di- 
vertendosi alla faccia seria che faceva don Filippo 
sul cravattone di raso; mentre la signora Capitana, 
per far vedere che sapeva stare in conversazione, 
rideva come ima matta, chinandosi in avanti ogni mo- 
mento, riparandosi col ventaglio per nascondere i denti 



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- 35 - 

bianchi, il seno bianco, tutte quelle belle cose di cui 
studiava l'effetto colla coda dell'occhio, mentre fingeva 
d'andare in collera allorché il marchese si pigliava 
qualche libertà soverchia — adesso che erano soli - - 
diceva lui col suo risolino sdentato di satiro. 

— Mita! Mita! — chiamò infine la mamma Mar- 
garone. 

— No! no! Non mi scappate, donna Bellonial... 
Non mi lasciate solo con la signora Capitana.... alla 
niia età!... Donna Mita sa quel che deve fare. È 
grande e grossa quanto le sue sorelle messe insieme; 
ma sa che deve fare la bambina, per non far torto 
alle altre due. 

Il no taro Neri che per la sua priofessione sapeva 
i fatti di tutto il paese e non aveva peli sulla liii- 
gua, domandò alla aignora Margarone: 

— Dunque, ce li mangeremo presto questi confetti 
pel matrimonio di donna Fifì? 

Don Filippo tossì forte. Donna Bellonia rispose che 
sino a quel mofmento erano chiacchiere: la gente par- 
lava perchè sapeva don Nini Rubiera un po' assiduo 
con la sua ragazza : 

— Nulla di serio. Nulla di positivo.... — Ma le si 
vedeva una gran voglia di non esser creduta. Il mar- 
chese Limoli al solito trovò la parola giusta: 

— Finché i parenti non si saranno accordati per 
la dote, non se ne deve parlare in pubblico. 

Dori Filippo affermò col capo, e donna Bellonia, 
vista l'approvazione del marito, s'arrischiò a dire : 

— È vero. 

— Sarà una bella coppia! — soggiunse graziosa- 
mente la signora Capitana. 

Il cavaliere Peperito, onde non stare a bocca chiusa 
come un allocco, in mezzio al crocchio dove l'aveva 
piantato donna Giuseppina per non dar troppo nel- 
l'occhio, scappò fuori a dire : 

— Però la baronessa Rubiera non é venuta!... Come 
va che la baronessa non è venuta dalla cugina Sganci ? 

Ci fu un istante di silenzio. Solo il barone Zacco, 
da vero zotico, per sfogare la bile che aveva in corpo, 
si diede la briga di rispondere ad alta voce, quasi 
fossero tutti sordi: 



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— 36 - 

— È malata!... Ha mal di testai... — E intanto fa- 
ceva segno di no col capo. Poscia, ficcandosi in mezzo 
alla gente, ^ voce più bassa, col viso acceso: 

— Ha mandato mastro-don Gesualdo in vece sua!... 
il futuro socio!... Sissignore!... Non lo sapete? Pi- 
glieranno in affitto le terre del comune.... quelle che 
abbiamo noi da quarant*anni.... tutti i Zacco, di padre 
in figlio!... Un^a bricconata! Una combriccola fra loro 
tre: Padre figliuolo e spirito santo! La baronessa non 
ha il coraggio di guardarmi in faccia dopo 'questo 
bel tiro che vogliono farmi.... Non voglio dire che 
sia rimasta a casa per non incontrarsi con me.... Che 
diavolo ! Ciascuno fa il Jisoio interesse.... Al giorno d'og- 
gi l'interesse va prima della parentela.... Io poi non 
ci tengo molto alla nostra.... Si sa da chi è nata la 
baronessa Rubiera!... E poi fa il suo interesse.... Sis- 
signore!... Lo so da gente che può saperlo!... Il ca- 
nonico la fa da suggeritore; masltro-don Gesualdo 
ci mette i capitali, e la baronessa poi.... un bel nulla.... 
l'appoggio del nome!... Vedremo poi quale dei due 
conta di più, fraj il suo e il mio !... Oh, se la vedremo !... 
Intanto per provare cacciano innanzi mastro-don Ge- 
sualdo.... vedete, lì, nel balcone dove sono i Trao ?... 

— Bianca! Bianca! — chiamò il marchese Limoli. 

— Io, zio? 

— Sì, vieni qua. 

— Che bella figurina! — osservò la signora Ca- 
pitana per adulare il marchese, mentre la giovinetta 
attraversava la sala, timida, col suo vestito di lanetta, 
l'aria umile e imbarazzata delle ragazze povere. 

— Sì, — rispose il 'piarchese. — È di buona razza. 

— Ecco I ecco ! — si udì in quel momento fra quelli 
ch'erano affacciati. — Ècco il santo ! 

Peperito colse la pa^la al balzo e si cacciò a capo 
fitto nella folla dietro la signora Alòsi. La Capitana 
si levò sulla punta dei piedi; il notaro, galante, pro- 
poneva di sollevarla fra le braccia. Donna Bellonia 
corse a far la mamma, accanto alle sue creature; e 
suo jmarito si contentò di montare su di una sedia, 
per vedere. 

— Cosa ci fai lì con mastro-don Gesualdo? — bor- 
bottò il marchese, rimasto solo colla nipote. 



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^ 



- 37 - 

Bianca fissò un momento sullo zio i grandi occhi 
turchini e dolci, la sola cosa che avesse realmente bella 
sul viso dilavato e magro dei Trao, e rispose: 

— Ma.... la zia llia condotto lì.... 

— Vieni qua, vieni qua. Ti troverò un posto io. 
Tutt*a un tratto la piazza sembrò avvampare in 

un vasto incendio, sul quale si stampavano le fine- 
stre delle case, i cornicioni dei tetti, la lunga balco- 
nata del Palazzo di Città, formicolante di gente. Nel 
vano dei balconi le teste degli invitati che si pigia- 
vano, nere in quel fondo infuocato; e in quello di 
centro la figura angolosa di donna Fifì Margarone, 
sorpresa da quella luce, più verde del solito, colla 
faccia arcigna che voleva sembrar commossa, il busto 
piatto che anelava conie un mantice, gli occhi smar- 
riti dietro le nuvole di fumo, i denti soli rimasti fe- 
roci; quasi abbandonandosi, spalla a spalla contro il 
baronello Rubiera, il quale sembrava pavonazzo a quel- 
la luce, incastrato fra lei e donna Giovannina; men- 
tre Mita sgranava gli occhi di bambina, per non ve- 
dere, e Nicolino andava pizzicando le. gambe della 
gente, per ficcarvi il ,k:apo framezzo e spingersi avanti. 

— Cos' hai ? ti senti male ? — disse il marchese 
vedendo la nipote così pallida. 

— Non è nulla.... È il fumo che mi fa male.... Non 
dite nulla, zio I Non disturbate nessuno I... 

Di tanto in tanto si premeva sulla bocca il fazzo- 
lettino di falsa batista ricamato da lei stessa, e tos- 
siva, adagio adagio, chinando il capo-; il vestito di 
lanetta le faceva delle pieghe sulle spalle magre. Non 
diceva nulla, stava a guardare i fuochi, col viso af^ 
filato e pallido, come stirato verso l'angolo della boc- 
ca, dove erano due pieghe dolorose, gli occhi spa- 
lancati e lucenti, quasi umidi. Soltanto la mano colla 
quale appoggiavasi alla spalliera della seggiola era 
un po' tremante, e l'altra distesa lungo il fianco si 
apriva e chiudeva ìnacchinalmente : delle mani scarne 
e bianche che spasimavano. 

— Viva il santo Patrono! Viva san Gregorio Ma- 
gno I — Nella folla, laggiìi in Ipiazza, il canonico Lupi, 
il quale urlava come lyi ossesso, in mezzo ài conta- 
dini, e gesticolavav verso i balconi del palazzo Sganci, 



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— 38 — . 

col viso in su, chiamando ad alta voce i cono- 
scenti: ; 

— Donna Marianna?... Eh?... eh?... Dev'esserne con- 
tento il baronello Rubiera!... Barbnello? don Nini? 
siete contento ?... Vi saluto, don Gesualdo ! Bravo I 
bravo I Siete lì?... — Poi corse di sopra a precipizio, 
scalmanato, rosso in viso, col fiato ai denti, la sottana 
rimboccata, il mantello e il nicchio sotto l'ascella, le 
mani sudice di polvere, in un mare di sudore: — 
Che festa, eh! signora Sganci! — Intanto chiamava 
don Giuseppe Barabba che gli portasse un bicchiere 
d'acqua: — Muoio dalla sete, donna Marianna! Che 
bei fuochi, eh?... Circa duemila razzi! Ne ho accesi piìi 
di duecento con le mie mani sole. Guardate che mani, 
signor marchese!... Ah, siete qui, don Gesualdo? Bene! 
bene ! Don Giuseppe ? Chissà dove si sarà cacciato 
quel vecchio stolido di don Giuseppe? 

Don Giuseppe era salito in soffitta, per vedere i 
fuochi dall'abbaino, a rischio di precipitare in piazza. 
Comparve finalmente, col bicchiere d'acqua, tutto im- 
polverato e coperto di ragnateli, dopo che la padrona 
e il canonico Lupi si furono sgolati a chiamarlo per 
ogni stanza. 

Il canonico Lupi, ch'era di casa, gli diede anche 
una lavata di capo. Poscia, voltandosi verso mastro- 
don Gesualdo, con ima faccia tutta sorridente: 

— Bravo, bravo, don Gesualdo! Son contentone di 
vedervi qui. La signora Sganci mi diceva da un pezzo : 
l'anno venturo voglio che don Gesualdo venga in 
casa mia, a vedere la processione! 

Il marchese Limoli, il quale aveva salutato gentil- 
mente il santo Patrono al suo passaggio, inchinan- 
dosi sulla spalliera della seggiola, raddrizzò la schiena 
facendo una boccaccia. 

— Ahi! ahi!... Se Dio vuole è passata anche que- 
sta!... Chi campa tutto l'anno vede tutte le feste. 

— Ma di veder ciò che avete visto stavolta non 
ve l'aspettate pdiìi! — sogghignava il barone Zacco, 
accennando a mastro-don Gesualdo. — No! no! Me, 
lo rammento coi sassi m spalla.... e le spalle lacere!... 
sul jx)nte delle fabbriche, quest'amicone mio con cui 
oggi ci troviamo qui, a tu per tul... 



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-39- 

Però la padrona di casa era tutta cortesie per ma- 
stro-don Gesualdo. Ora che il santo aveva imboccata 
la via di casa sua sembrava che la festa fosse per 
lui: donna Marianna parlandogli di questo e di quello; 
il canonico Lupi battendogli sulla spalla; la Macrì 
che gli aveva ceduto persino il posto;; don Filippo 
Margarone ^nche lui gli lasciava cadere dall'alto del 
cravattone complimenti simili a questi: 

— Il nascer grandi è caso, je non virtù!... Venire 
su dal nulla, qui sta, il vero merito! Il prinx) mulino 
che avete costruito in appalto, eh? coi denari presi 
in prestito al venti per cento!... 

— Sì signore, — rispose tranquillamente don Ge- 
sualdo. — Non chiudevo occhio, la notte. i 

L'arciprete Bugno, ingelosito dei salamelecchi fatti 
a un altro, dopo tutti quegli sparì, quelle grida, quel 
fracasso che gli parevano dedicati un po' anche a lui, 
come capo della chiesa, era riuscito a farsi im po' di 
crocchio attorno pur esso, discorrendo dei meriti del 
santo Patrono: uri gran santo!... e una gran bella 
statua.... I forestieri venivajiio apposta per vederla.... 
Degli inglesi, s'era risaputo j>oi, l'avrebbero pagata 
a peso d'oro, onde portarsela laggiù, fra i loro idoH.... 
Il marchese che stava per iscoppiare, l'interruppe alla 
fine: 

— Ma che sciocchezze!... Chi ve le dà a bere, don 
Calogero? La statua è di cartapesta.... una brutta co- 
sa!... I topi ci hanno fatto dentro il nido.... Le gio- 
ie?... Eh! eh! non arricchirebbero neppur nie, figu- 
ratevi! Vetro colorato.... come tante altre che se ne 
vedono ! ... un fantoccio da carnevale ! . . . Eh ? Cosa 
dite?... Sì, un sacrilegio! Il mastro che fece quel 
santo dev'essere a casa del diavolo.... Non parlo del 
santo ch'è in paradiso.... Lo so, è un'ialtra cosa.... 
Basta la fede.... Son cristiano anch'io, che diavolo!... 
e me ne vanto!... 

La signora Capitana affettava di guardare con in- 
sistenza la collana di donna Giuseppina Alòsi, nel 
temjx) stesso che rimproverava il marchese: — Li- 
bertino!... libertino! — Peperito s'era tappate le orec- 
chie. L'arciprete Bugno ricominciò daccapo: — Una 
statua d'autore!... Il Re, Dio guardi, voleva venderla 



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— 40 — 

al tempo della guerra coi giacobini!... Un santo mi- 
racoloso !... 

— Che c'è di nuovo, don Gesualdo? — gridò in- 
fine il marchese ristucco, con la vocetta fessa, vol- 
tando le spalle all'arciprete. — Abbiamo qualche af- 
fare in aria? 

Il barone Zacco si mise a ridere forte, cogli oc- 
chi che schizzavano fuori dell'orbita; ma l'altro, un 
po' stordito dalla ressa che gli si faceva attorno, non 
rispose. 

— A me potete dirlo, caro mio, — riprese il vec- 
chietto malizioso. — Non avete a temere che vi fac- 
cia la concorrenza, io! 

Al battibecco si divertivano anche coloro che non 
gliene importava nulla. Il barone Zacco, poi, figuria- 
moci! — Eh! eh! marchese!... Voi non la fate, la 
concorrenza?... Eh! eh!... 

Mastro-don Gesualdo volse un'occhiata in giro su 
tutta quella gente che rideva, e rispose tranquill,a- 
mente : 

— Che volete, signor marchese?... Ciascuno fa quel 
che può.... 

— Fate, fate, amico mio. Quanto a me, non ho di 
che lagnarmene.... 

Don Giuseppe Barabba si avvicinò in 'punta di piedi 
alla padrona, e le disse in un orecchio, con gran 
mistero : 

— Devo portare i sorbetti, ora ch'è passata la pro- 
cessione ? 

— Un momento! un momento! — interruppe il ca- 
nonico Lupi, — lasciatemi lavar le mani. 

— Se non li porto subito, — aggiunse il servi- 
tore, — se ne vanno tutti in broda. È un j3ezzo che 
li ha mandati Giacinto, ed eran già quasi strutti. 

— Va bene, va bene.... Bianca? 

— Zia.... 

— Fammi il piacere, aiutami un po' tu. 
Dall'uscio spalancato a due battenti entrarono poco 

dopo don Giuseppe e mastro Titta,, il barbiere di casa, 
carichi di due gran vassoi d'argento che sgocciola- 
vano; e cominciarono a farei il giro degli invitati, pas- 
so passo, come la processione anch'essi. Prima l'ar- 



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— 41 - 

ciprete, donna Giuseppina Alòsi, la Capitana, gli in- 
vitati di maggior riguardo. Il canonico Lupi diede 
una gomitata al barbiere, il quale passava dinanzi a 
mastro-dón Gesualdo senza fermarsi. — Che so io?... 
Se ne vedono di nuove adesso!... — brontolò mastro 
Titta. Il ragazzo dei Margarone ficcava le dita dap- 
pertutto. 

— Zio?... 

— Grazie, cara Bianca.... Ci Tio la tosse.... Sono 
invalido.... come tuo fratello.... 

— Donna Bellonia, lì, sul balcone! — suggerì la 
zia Sganci, la quale si sbracciava anche lei a ser- 
vire gli invitati. 

Dopo il primo movimento generale, un manovrar 
di seggiole per schivare la pioggia di sciroppo, erano 
seguiti alcuni istanti di raccoglimento, un acciottolìo 
discreto di piattelli, un lavorar guardingo e tacito di 
cucchiai, come fosse una cerimonia solenne. Donna 
Mita Margarone, ghiotta, senza levare il naso dal 
piatto. Barabba e mastro Titta in disparte, posati i 
vassoi, si asciugavanc< il sudore coi fazzoletti di cotone. 

Il baronello Rubiera il quale stava discorrendo in 
un cantuccio del balcone grande naso a naso con 
donna Fifì, guardandosi negli occhi, degli occhi che 
si struggevano come i sorbetti, sì scostò bruscamente 
al veder comparire la cugina, scolorandosi un pò* in 
viso. Donna Bellonia prese il piattino dalle mani di 
Bianca, inchinandosi goffamente: 

— Quante gentilezze I... è troppo ! è troppo ! 

La figliuola finse di accorgersi soltanto allora della 
sua amica: 

— Oh, Bianca.... sei qui?... che piacere!... M'ave- 
vano detto ch'eri ammalata.... 

— ^ Sì.... un po'.... Adesso sto bene.... 

— Si vede.... Hai bella cera,.... E im bel vestitino 
anche semplice!... ma grazioso!... 

Donna Fifì sì chinò fingendo d'osservare la stoffa, 
onde far luccicare i topazii che aveva al collo. Bianca 
rispose, facendosi rossa: 

— ì: di lanetta.... un regalo della zia.... 

— Ah!... ah!... 

Il baronello ch'era sulle spine propose di rientrare 



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— 42 — 

in sala: — Comincia ad esser umido.... Piglieremo 
qualche malanno.... 

— Sii... Fifì! Fifì! — disse la signora Margarone. 
Donna Fifì dovette seguire la mamma, coiranda- 

tura cascante che le sembrava molto sentimentale, la 
testolina alquanto piegata sull'omero, le palpebre che 
battevano, colpite dalla luce più viva, sugli occhi il- 
languiditi come avesse sonno. 

Bianca posò la mano sul braccio del cugino, il 
quale stava per svignarsela anche lui dal balcone, dol- 
cemente, come una carezza, come una preghiera; tre- 
mava tutta, colla voce soffocata nella gola: 

— Nini!... Senti, Nini!... fammi la carità!... Una 
parola sola!... Son venuta apposta.... Se non ti parlo 
qui è finita per me.... è finita!... 

— Bada!... c'è tanta gente!... — esclamò sottovoce 
il cugino, guardando di qua e di là cogli occhi che 
fuggivano. Ella gli teneva fissi addosso i begli occhi 
supplichevoli, con un grande sconforto, un grande 
abbandono doloroso in tutta la persona, nel viso pal- 
lido e disfatto, nell'atteggiamento umile, nelle braccia 
inerti che si aprivano desolate. 

— Cosa mi rispondi, Nini?... Cosa mi dici di fare?... 
Vedi.... sono nelle tue braccia.... come l'Addolorata!... 

Egli allora cominciò a darsi dei pugni nella testa, 
commosso, col cuore gonfio anch'esso, badando a non 
far strepito e che non sopraggiungesse nessuno nel 
balcone. Bianca gli fermò la mano. 

— Hai ragione!... siamo due disgraziati!... Mia ma- 
dre non mi lascia padrone neanche di soffiarmi il 
naso !... Capisci ? capisci ?... Ti pare che non ci pensi 
a te?... Ti pare che non ci pensi?... La notte.... non 
chiudo occhio!... Sono un povero disgraziato!... La 
gente mi crede felice e contento.... 

Guardava giù nella piazza, ora spopolata, onde evi- 
tare gli occhi disperati della cugina che gli passavano 
il cuore, addolorato, cogli occhi quasi umidi anch'esso. 

— Vedi? — soggiunse. — Vorrei essere un po- 
vero diavolo.... come Santo Motta, laggiù!... nell'oste- 
ria di Pecu-Pecu.... Povero e contento.... 

— La zia non vuole? 

— No, pon vuole!... Che posso farci?... Essa è la 
padrona! : ' 



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-43- 

Si udiva nella sala la voce del barone Zacco, che 
disputava, ^Iterato; e pioi, nei momenti ch'esso tace- 
va, il cicaleccio delle signore, come un passeraio, con 
la risatina squillante della signora Capitana, che fa- 
ceva da ottavino. 

— Bisogna confessarle tutto, alla zia!... 

Don Nini allungò il collo verso il vano del bal- 
cone, guardingo. Poscia rispoce, abbassando - ancora 
la voce : 

— Gliel'ha detto tuo fratello.... C'è stato un casa 
del diavolo!... Non lo sapevi? 

Don Giuseppe Barabba venne sul balcone portando 
un piattello su ciascuna mano. 

— Donna Bianca, dice la zia.... prima che si fini- 
scano.... 

— Grazie; mettetelo lì, su quel vaso di fiori.... 

— Bisogna far presto, donna Bianca. Non ce n'è 
quasi più. 

Don Nini allora mise il naso nel piattello, fingendo 
di non badare ^d altro : — Tu non ne vuoi ? 

Essa non rispose. Dopo un po', quando il servi- 
tore non era più li, si udì di nuovo la voce sorda 
di lei: 

— È vero che ti mariti? 

— Io?... 

— Tu.... con Fifi Margarone.... 

— Non è vero.... chi te l'ha detto?... 

— Tutti lo dicono. 

— Io non vorrei.... £ mia madre che si è messa 
in testa questa cosa.... Anche tu.... dicono che vo- 
gliono farti sposare don "Gesualdo Motta.... 

— Io?... 

— Sì, tutti lo dicono.... la zia.... mia madre stessa.... 
Si affacciò un istante donna Giuseppina Alòsi, come 

cercando qualcheduno; e vedendo i due giovani in 
fondo al balcone, rientrò subito nella sala. 

— Vedi ? vedi ? — disse lui. — Abbiamo tutti gli 
occhi addosso!... Piglia il sorbetto.... per amor mio.... 
per la gente che ci osserva.... Abbiamo tutti gli oc- 
chi addosso!... / 

Essa prese dolcemente dalle mani di lui il piattino 
che aveva fatto posare sul vaso dei garofani; ma tre- 



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— 44 — 

mava così che due o tre volte si udì il tintinnìo del 
cucchiaino il quale urtava contro il bicchiere. 
Barabba corse subito dicendo: 

— Eccomi I eccomi I 

— Un momento! Un momento aincora, don Giu- 
seppe! 

Il baronello avrebbe pagato qualcosa di tasca sua 
per trattenere Barabba sul balcone. 

— Come vi tratta la festa, don Giuseppe? 

— Che volete, signor barone?... Tutto sulle mie 
é'palle!... la casa da mettere in ordine, le fodere da 
togliere, i lumi da preparare.... Donna Bianca, qui, 
può dirlo, che mi ha dato una mano. Mastro Titta 
fu chiamato solo pel trattamento. E domani poi devo 
tornare a scopare e rimettere le fodere.... 

Don Giuseppe seguitando a brontolare se ne andò 
coi bicchieri vuoti. Dalla sala arrivò il suono di una 
sghignazzata generale, subito dopo qualcosa che aveva 
detto il notaro Neri, e che non si potè intender bene 
perchè il notaro quando le diceva grosse abbassava 
la voce. 

— Rientriamo anche noi, — disse il baronello. — 
Per allontanare i sospetti.... 

Ma Bianca non si mosse. Piangeva cheta, nell'om- 
bra; e di tanto in tanto si vedeva il suo fazzoletto 
bianco salire verso gli occhi. — Ecco !... Sei tu che 
fai parlare la gente! — scapipò detto al cugino ch'era 
sulle spine. 

— Che te ne importa? — rispose lei. — Che te 
ne importa?... Oramai!... 

— Sì! sì!... Credi che non ti voglia più bene?... 

Uno struggimento, un'amarezza sconfinata veniva- 
no dall'ampia distesa nera dell'Alia, dirimpètto, al di 
là delle case dei Barresi, dalle vigne e gli oliveti 
di Giolio, che si indovinavano confusamente, oltre la 
via del Rosario ancora formicolante di lumi, dal lun- 
go altipiano del Casalgilardo, rotto dall'alta cantonata 
del Collegio, dal cielo profondo, ricamato di stelle 
— una più lucente, lassù, che sembrava guardasse;, 
fredda, triste, solitaria. Il rumore della festa si dile- 
guava e moriva lassù, verso San Vito. Un silenzio 
desolato cadeva, di tanto in tanto, un silenzio che 



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-45- 

Stringeva il cuore. Bianca era ritta contro, il muro, im- 
mobile; le mani e il viso smorti di lei sembravano 
vacillare al chiarore incerto che saliva dal banco del 
venditore di torrone. Il cugino stava appoggiato alla 
ringhiera, fingendo di osservare attentamente l'uomo 
che andava spegnendo la luminaria, nella piazza de- 
serta, e il giovane del paratore, il quale correva su e 
giù per l'impalcato della musica, come un gattone nero, 
schiodando, martellando, buttando giù i festoni e le 
ghirlande di carta. I razzi che scappavano ancora di 
tratto in tratto, lontano, dietro la massa nera del Pa- 
lazzo di Città, i colpi di martello del paratore, le 
grida più rare, stanche e avvinazzate, sembravano spe- 
gnersi lontano, nella vasta campagna solitaria. In- 
sieme all'acre odore di polvere che dileguava, an- 
dava sorgendo un dolce odor di garofani ; passava della 
gente cantando; udivasi un baccano di chiacchiere e 
di risate nella sala, vicino a loro, nello schianto di 
quell'ultimo addio senza parole. 

Nel vano luminoso del balcone passò im 'ombra ma- 
gra, e si udì la tosserella del marchese Limoli: 

— Eh, eh, ragazzi I... benedetti voialtri!... Sono ve- 
nuto a veder la festa,.... ora ch'è passata.... Bianca, 
nipote mia.... bada che l'aria della sera ti farà male.... 

— No, zio, — rispose lei con voce sorda. — • Si 
soffoca lì dentro. 

— Pazienza!... Bisogna sempre aver pazienza a que- 
sto mondo.... Meglio sudare che tossire.... Tu, Nino, 
bada che le signore Margarone stanno per andarsene. 

— Vado, zio. ' ' i 

— Va, va, se no vedrai che denti! Non vorrei 
averli addosso neppur iol... E sì che non posso fare 
lo schifiltoso !... Che diavolo gU è saltato in corpo 
a tua madre, di farti sposare quei denti?... 

— Ah.... zio!... 

— Sei uno sciocco! Dovresti lasciarle fare il dia- 
volo a quattro quanto le pare e piace, a tua madre!... 
Sei figlio unico!... A chi vuoi che lasci la roba dopo 
la sua morte? 

— Eh.... da qui a trent'anni !... Il tempo di crepare 
di fame intanto!... Mia madre sta meglio di voi e di 
me, e può campare ancora trent'anni!... 



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_ 46 - 

— È vero! — rispose il marchese. — Tua madre 
non sarebbe molto contenta di' sentirsi lesinare gli 
anni.... Ma è colpa sua. 

— Ah! zio mio!... Credetemi ch'è un brutto im- 
piccio!... 

— Calmati! calmati!... Consolati pensando a chi sta 
peggio di te. 

S'affacciò la signora Capitana, svelta, irrequieta^ 
guardando sorridente di qua e da là nella strada. 

— Mio marito?... Non viene ancora?... 

— Il santo non è ancora rientrato, — rispose don 
Nini. — Si ode subito il campanone di San- Gio- 
vanni, appena giunge in chiesa, e attacca l'altra 
festa. 

Però la gente cominciava ad andarsene di casa 
Sganci. Prima si vide uscire dal portone il cavalier 
Peperito, che scomparve dietro la cantonata del far- 
macista Bomnaa. Un momento dopo spuntò il lan- 
ternone che precedeva donna Giuseppina Alòsi, la 
quale attraversò la piazza, sporca di carta bruciata 
e di gusci di fave e nocciuole, in punta di piedi, 
colle sottane in mano, avviandosi in su pel Rosa- 
rio;; e subito dopo, dalla farmacia, scantonò di nuovo 
l'ombra di Peperito, che le si jmise dietro quatto quat- 
to, rasente al muro. La signora Capitana fece udire 
una risatina secca, e il baronello Rubiera confermò: 

— È lui!... Peperito!... com'è vero Dio! 

Il iiiarchese prese il braccio di sua nipote e rien- 
trò con lei nella sala. In quel momento mastro-dola 
Gesualdo, in piedi presso il balcone, discorreva col 
canonico Lupi. Questi perorando con calore, sotto- 
voce, in aria di mistero, stringendoglisi addosso, qua- 
si volesse entrargli in tasca col muso di furetto; l'al- 
tro serio, col mento nella mano, senza dire una pa- 
rola, accennando soltanto col capo di tratto in tratto. 
— Tale e quale come un ministro! — sogghignava 
il barone Zacco. Il canonico conchiuse coq una stretta 
di mano enfatica, volgendo un'occhiata al barone, il 
quale finse di non accorgersene, rosso al par di un 
gallo. La padrona di casa portava le mantiglie e 
i cappellini delle signore, fnentre tutti i-Margarone 
in piedi mettevano sossopra la casa per accomiatarsi. 



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— 47 — 

— To*.... Bianca!... Ti credevo già andata via!... 
— esclamò donna Fifì col sorriso che mordeva. 

Bianca rispose soltanto con un'occhiata che sem- 
brava attonita, tanto era smarrita e dolente; in quel 
tempo suo cugino si dava gran moto fra le manti- 
glie e i cappellini, a capo basso. 

— Un moimentol un momento! — esclamò dori 
Filippo levando il braccio rimastogli libero, mentre 
coll'altro reggeva Nicolino addormentato. 

Si udiva un tafferuglio nella piazza; strilli da lon- 
tano; la gente correva verso San Giovanni, e il cam- 
panone che suonava a distesa, laggiià. 

La signora Capitana rientrò dal balcone tappan- 
dosi le orecchie colle belle mani candide, strillahdo 
in falsetto :, 

— Mio marito!... Si picchiano!... 

E si abbandonò sul canapè, cogli occhi chiusi. Le 
signore si misero a vociare tutte in una volta; la 
padrona di casa gridava a Barabba di scendere à 
dare il catenaccio giù al portone; mentre donna Bei- 
Ionia spingeva le sue .ragazze in branco nella ca- 
mera di donna Mariannina, e il marchese Limoli pic- 
chiava sulle mani della Capitana dei colpettini secchi. 
Il notaro Neri propose anche di slacciarla. 

— Vi pare?... — diss'ella allora balzando in piedi 
infuriata. — Per chi m'avete presa, don asino ? 

Giunse in quel momento il Capitano, seguito da 
don Liccio Papa che sbraitava in anticamera, ìiar- 
rando l'accaduto, — non lo avrebbero trattenuto in 
cento. ! - 

— La solita storia di ogni anno ! — disse final- 
mente il signor Capitano, dopo che si fu rimesso 
vuotando d'un fiato un bicchier d'acqua. — I devoti 
di San Giovanni che danno mano al campanone un 
quarto d'ora prima ! . . . Soperchierie ! . . . QuelH di 
San Vito poi che non vogliono toUerai'e.... Legnate 
da orbi ci sono state! 

— La solita storia di ogni anno ! — ripetè il ca- 
nonico Lupi. — Una ^porcherìa ! La Giustizia non 
fa nulla per impedire.... 

Il Capitano in mezzo alla sala, coU'indice teso verso 
di lui, sbuffò infine: 



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-'48- 

^ — Sentitelo!... Perchè non ci andate voi? Un al- 
tro pò* facevano la festa a me pure!... Vostro ma- 
rito ha corso pericolo della vita, donna Carolina!... 
La signora Capitana, col bocchino stretto, giunse 
le mani: 

— Gesummaria!... Maria Santissima del pericolo!... 

— Stai fresca! — borbottò il notaro voltandosi in 
là. — Stai fresca davvero!... se aspetti che tuo ma- 
rito voglia arrischiare la pelle per lasciarti ve- 
dova!... " ' 

Don Nini Rubiera cercando il cappello s'imbattè 
nella cugina, la quale gli andava dietro come una 
fantasima, stravolta, incespicando a ogni passo. 

— Bada!... — le disse lui. — Bada!... Ci guar- 
dano!... C'è lì don Gesualdo!... 

— Bianca! Bianca! Le mantiglie di queste s'gnore! 

— gridò la zia Sganci dalla camera da letto dove 
s'era ficcato tutto lo stormo dei Margarone. 

Essa frugava in mezzo al mucchio, colle mani tre- 
manti. 11 cugino era così turbato anch'esso che se- 
guitava a cercare il suo cappello lui pure. — Guarda, 
ce l'ho in testa! Non so nemmeno quello che fo. 

Si guardò attorno come un ladro, mentre ciascuno 
cercava la sua roba in anticamera, e la tirò in dis- 
parte verso l'uscio. 

— Senti.... per l'amor di Dio'!... sii cauta!... Nes- 
suno ne sa nulla.... Tuo fratello non sarà andato a 
raccontarlo.... Ed io neppure.... Sai che t'ho voluto 
bene più dell'anima imia!... 

"Essa non rispose verbo, gli occhi soli che parla- 
vano, e dicevano tante cose. 

— Non guardarmi con quella faccia, Bianca!... no!... 
non guardarmi così.... mi tradirei anch'io!... 

Donna Fifì uscì col cappello e la mantiglia, stec- 
chita, le labbra strette quasi fossero cucite; e sic- 
come sua sorella, giovialona, si voltava a salutare Bian- 
ca, la richiamò con la voce stizzosa: 

— Giovannina ! andiamo ! andiamo ! 

— Meno male questa qui! — borbottò il barone] lo. 

— Ma sua sorella è un castigo di Dio. 

La zia Sganci, .accompagnando le Margarone sino 
all'uscio, disse a mastro-don Gesualdo che si spro- 



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— 49 — 

fondava in inchini sul pianerottolo, a rischio di ruz- 
zolare giù per la scala: 

— Don Gesualdo, fate il favore.... Accompagnate i 
miei nipoti Tr^o.... Già siete vicini di casa.... Don 
Ferdinando non ci vede bene la sera.... 

— Sentite qua! sentite qua! — gli disse il cano- 
nico. 

Zacco non si dava pace; fingeva di cercare il lam- 
pione nelle cassapanche dell'anticamera, per darlo da 
portare a mastro-don Gesualdo. — Giacché deve ac- 
compagnare donna Bianca.... ima dei Trao.... Non gli 
sarebbe passato neppure pel capo di ricevere tanto 
onore.... a mastro-don Gesualdo !... — Però costui non 
poteva udire perchè aspettava pella piazza, discor- 
rendo col canonico. Solo don Liccio Papa, il quale 
chiudeva la marcia colla sciaboletta a tracolla, si mise 
a ridere: — Ah! ah! 

— Che c'è? — chiese il Capitano, che dava il brac- 
cio alla moglie infagottata. — Che c'è, insubordinato? 

— Nulla; — rispose il (marchese; — il barone Zacco 
che abbaia alla luna. 

Poi, mentre scendeva insieme a Bianca, appoggian- 
dosi al bastoncino, passo passo, le disse in un orecchio : 

— Senti.... il mondo adesso è di chi ha denari.... 
Tutti costoro sbraitano per invidia. Se il barone aves- 
se una figliuola da maritare, gliela darebbe a mastro- 
don Gesualdo !... Te lo dico io che son vecchio, e 
so cos'è la povertà!... 

— Eh? Che cosa? — volle sapere don Ferdinando, 
il quale veniva dietro adagio adagio, contando i 
sassi. 

— Nulla.... Dicevamo che bella sera, cugino Traol 
L'altro guardò in aria, e ripetè come un pappa- 
gallo: — Bella sera! bella seral 

Don Gesualdo stava aspettando, lì davanti al por- 
tone, insieme al canonico Lupi che gli parlava sot- 
tovoce nella faccia: — Eh? eh? don Gesualdo?., che 
ve ne pare? — L'altro accennava col capo, liscian- 
dosi il mento duro di barba colla grossa mano. — 
Una perla! una ragazza che non sa altro: casa e 
chiesa!... Economa.... non vi costerà nulla.... In casa 
non è avvezza a spender di certo!... Ma di buona fa- 

Vbroa. Mastro-don Gesualdo. 4 



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— So- 
miglia!... Vi porterebbe© il lustro in casal... V'imparen- 
tate con tutta la nobiltà.... L'avete visto, eh, stasera?... 
che festa v'hanno fatto?... I vostri affari andrebbero 
a gonfie vele.... Anche per quell'affare delle terre co- 
munali È meglio aver l'appoggio di tutti i pezzi 

grossi 1 

Don Gesualdo non rispose subito, sopra pensidri, 
a capo chino, seguendo passo passo donna Bianca 
che s'avviava a casa per la scalinata di Sant'Agata 
insieme allo zio marchese e al fratello don Ferdi- 
nando. 

— Sì.... sì.... Non dico di no.... È una cosa da pen- 
sarci.... una cosa seria.... Temo d'imbarcarmi in un 
affare troppo grosso, caro canonico.... Quella è sem- 
pre una signora.... Poi ho tante cose da sistemare 
prima di risolvere.... Ciascuno sa i propri impicci.... 
Bisogna dormirci sopra. La notte porta consiglio, ca- 
nonico mio. 

Bianca che se ne andava col cuore stretto, ascoltan- 
do la parlantina indifferente dello zio, accanto al fra- 
tello taciturno e allampanato, udì quelle ultime parole. 

La notte porta consiglio. La notte scura e deso- 
lata nella cameretta misera. La notte che si portava 
via gli ultimi nmiori della festa, l'ultima luce, l'ul- 
tima speranza.... Come la visione di lui che se ne 
andava insieme a un'altra, senza voltarsi, senza dirle 
nulla, senza rispKDndere a lei che lo chiamava dal fon- 
do del cuore, con un gemito, con un lamento d'amma- 
lata, affondando il viso nel guanciale bagnato di la- 
grime calde e silenziose. 



IV. 



Mentre i muratori si riparavano ancora dall'acquaz- 
zone dentro il frantoio di Giolio vasto quanto una 
chiesa facendo alle piastrelle, entrò il ragazzo chic- 
stava a guardia sull'uscio, addentando un pezzo di 
pane, colla bocca pdena, vociando : 

— Il padrone I... ecco il (padrone !... 



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— 5i — 

Dietro di lui comparve mastro-don Gesualdo, ba- 
gnato fradicio, tirandosi dietro la mula che scuoteva 
le orecchie. 

— Bravi!... Mi piace!... Divertitevi! Tanto, la paga 
vi corre lo stesso!... Corpo di!... Sangue di!... 

Agostino, il soprastante, annaspando, bofonchiando, 
affacciandosi all'uscio per guardare il cielo àncora 
nuvolo coli 'occhio orbo, trovò infine la risposta: 

— Che s'aveva a fare? bagnarci tutti?... La bur- 
rasca è cessata or ora.... Siamo cristiani o porci?... 
Se mi coglie qualche malanno mia imadre non lo fa 
piìi un "altro Agostino, no! 

— Sì, sì, hai ragione!... la bestia sono io!... Io ho 
la pelle dura!... Ho fatto bene a mandare qui mio 
fratello per badare ai miei interessi!... Si vede!... Sta 
a passare il tempo ,anche lui giuocando, sia lodato 
Iddio !..^ 

Santo, ch'era rimasto a bocca aperta, coccoloni di- 
nanzi al pioletto coi quattrini, si rizzò in piedi tutto 
confuso, grattandosi il capo. 

Gesualdo, intanto che gU altri si davano da fare, 
mogi mogi, misurava il ^uro nuovo colla, canna; si 
arrampicava sulla scala a pinoli; pesava i sacchi di 
gesso, sollevandoli da terra: — Sangue di Giuda!... 
Come se li rubassi i miei denari!... Tutti quanti d'in- 
tesa per rovinarmi]... Due giorni per tre canne di 
muro? Ci ho un bel guadagno in questo appalto!.,. 
I sacchi del gesso mezzi vuoti! Neh? Neli? Dov'è 
quel figlio di mala femmina che ha portato il gesso ?... 
E quella calce che se ne va in polvere, eh?... quella 
calce?... Che non ne avete coscienza di cristiani? Dio 
di paradiso!... Anche la pioggia a danno mio!... Ci 
ho ancora i covoni sull'aia!... Non si poteva metter 
su la macina intanto che pioveva?... Su! animo! la 
macina! Vi do una tmano mentre son qua io.... 

Santo piuttosto voleva fare una fianmiata per asciu- 
gargli i panni addosso. — Non importa, — rispose 
lui. — Me ne sono asciugata tanta dell'acqua suUj 
spalle!... Se fossi stato come te, sarei àncora a tras- 
portare del gesso sulle spalle!... Ti rammenti?... E 
tu non saresti qua 3, giuocare alle piastrelle !... — 

Brontolando, dandosi da fare per paeparare la leva. 



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— 02 — 

le biette, i puntelli, si voltava indietro per lanciargli 
delle occhiatacce. — Malannaggia! — esclamò Santo. 
— Sempre quella storiai... — E se ne andò sull'u- 
scio accigliato, colle mani sotto le ascelle, guardando 
di qua e di là. I manovali esitavano, girando intomo 
al pietrone enorme; il pdù vecchio, mastro Cola, te- 
nendo il mento sulla mano, scrollando il capo, ag- 
grondato, guardando la macina come un nemico. In- 
fine sentenziò ch'erano in pochi per spingerla sulla 
piattaforma: — Se scappa la leva. Dio liberi 1... Chi 
si inietterà sotto per dar lo scambio alle biette? Io 
no, com'è vero Dio!... Se scappa la levai... mia ma- 
dre non lo fa più un altro mastro Cola Ventura!... 
Eh, ehi... Ci vorrebbero dell'altre braccia.... un mar- 
tinetto.... Legare poi una carrucola lassù alla trava- 
tura del tetto.... poi dei cunei sotto.... vedete, vossi- 
gnoria, a far girare 1 cunei, si sta dai lati e non c'è 
pericolo.... 

— Bravo I ora mi fate il capK>mastrol Datemi la 
stangai... Io non ho paura!... Intanto che stiamo a 
chiacchierare il tempo passai La giornata corre lo 
stesso, eh?... Come se li avessi rubati i miei denari!... 
Su! da quella parte!... Non badate a me che ho la 
pelle durai... Via!... sul... Viva Gesù!... Viva Maria!.., 
un altro po'!... Badate! badate!... Ah Mariano! santo 
diavolone, m'ammazzi!... Sul... Viva Maria!... La vita! 
la vita!... Sul... Che fai, bestia, da quella parte?... 
Sul... ci siamo! È nostra!... ancora!... da quella par- 
te!... Non abbiate paura che non muore il papa.... 
Sul... sul... se vi scappa la leva!... ancorai... se avessi 
tenuta cara la pelle.... ancora!... come la tien cara 
mio fratello Santo.... santo diavolone! santo diavo- 
• Ione, badate I... a quest'ora sarei a portar gesso sulle 
spalle!... Il bisogno.... via! via!... il bisogno fa uscire 
il lupo.... ancorai... su!.... il lupo dal bosco!... Vedete 
mio fratello Santo che sta a guardare?... Se non ci 
fossi io egli sarebbe sotto.... sotto la macina.... al 
mio posto.... invece di grattarsi.... a spingere la ma- 
cina.... eia casa.... Tutto sulle mie spalle!... Ah! sia 
lodato Iddio! 

Infine, assicurata, la macina sulla piattaforma, si 
mise a sedere su di un sasso, trafelato, ancora tre- 



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— 53 — 

mante dal batticuore, asdugandosi il sudore col faz- 
zoletto "di cotone. 

— Vedete come ci si asciuga dalla pioggia? Acqua 
di dentro e acqua di fuori I -r- Santo propose di pas- 
sare il fiasco in giro. — Ah?... per la fatica che hai 
fatto?... per asciuganti il sudore anche tu?... Attac- 
cati all'abbeveratoio... qui fuori 'dell'uscio.... 

Il tempo s'era abbonacciato. Entrava un raggio di 
sole dall'uscio spalancato sulla campagna che ora 
sembrava allargarsi ridente, col paese sull'altura, in 
fondo, di cui le finestre scintillavano. 

— Lesti, lesti, ragazzi 1 sul ponte, andiamo I Gua- 
dagniamoci tutti la giornata.... Mettetevi un po' nei 
panni del padrone che vi paga!... L'osso del collo 
ci rimetto in quest'appalto!... Ci perdo diggià, come 
è vero Iddio !... Agostino ! mi raccomando ! l'occhio 
vivo!... La parola dolce e l'occhio vivo!... Mastro Cola, 
voi che siete capo mastro !... chi vi ha insegnato a 
tenere il regolo in mano?... Maledetto voi! Mariano, 
dammi quassù il regolo, sul ponte.... Che non ne avete 
occhi, corpo del diavolo!... L'intonaco che screpola 
e sbulletta!... Mi toccherà poi sentire l'architetto, ma- 
lannaggia a voialtri!... Quando torna quello del gesso 
ditegli il fatto suo, a quel figlio di mala femmina!... 
ditegli a Neli che sono del mestiere anch'io!... Che 
ne riparleremo poi sabato, al far dei conti!... 

Badava a ogni cosa, girando di qua e di là, rovi- 
stando nei mucchi di tegole e di mattoni, saggiando 
i materiali, alzando il capo ad osservare il lavoro 
fatto, colla mano sugli occhi, nel gran sole che s'*era 
messo allora. — Santo! Santo! portami qua la mula.... 
Fagli almeno questo lavoro, a tuo fratello! — Ago- 
stino voleva trattenerlo a mangiare un boccone, poi- 
ché era quasi mezzogiorno, un sole che scottava, da 
prendere un malanno chi andava per la campagna a 
quell'ora. — No, no, devo passare dal Camemi.... ci 
vogliono due ore.... Ho tant'altro da fare! Se il sole 
è caldo tanto meglio! Arriverò asciutto al Camemi.... 
Spicciamoci, ragazzi! Badate che vi sto sempre ad- 
dosso come la presenza di Dio ! Mi vedrete compa- 
rire quando meno ve lo aspettate ! Sono del tnestiere 
anch'io, e conosco poi se si è lavorato o no!... 



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-54- 

Intanto che se ne andava, Santo gli corse dietro, 
lisciando il collo alla mula, tenendogli la staffa. Fi- 
nalmente, come vide che montava a cavallo senza dar- 
sene per inteso, si pdantò in mezzo alla strada, grat- 
tandosi l'orecchio: — Così mi lasci? senza doman- 
darmi neppure se ho bisogno di qualche cosa? 

— Sì, sì, ho capito. I denari che avesti lunedì te 
li sei giuocati. Ho capito! ho capato! eccoti il resto. 
E divertiti alle piastrelle, che a pagare poi ci son 
io.... ildebitore di tutti quanti!... 

Brontolava ancora allontanandosi all' ambio della 
mula sotto il sole cocente: un sole che spaccava le 
pietre, adesso, e faceva scoppiettare le stoppie quasi 
s'accendessero. Nel burrone, fra i due monti, sem- 
brava d'entrare in una fornace; e il paese in cima al 
colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi 
enormi, minato da caverne che lo lasciavano come 
sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava ab- 
bandonato, senza un'ombra, con tutte le finestre spa- 
lancate nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei 
campanili vacillanti nel cielo caliginoso. Là stessa mula 
anelava, tutta sudata, nel salire la via erta. Un po- 
vero vecchio che s'incontrò, carico di manipoli, sfi- 
nito, si 'mise a borbottare: 

— O dove andate vossignoria a quest'ora?... Avete 
tanti denari, e vi date l'anima al diavolo! 

Giunse al paese che suonava mezzogiorno, mentre 
tutti scappavano a casa come facesse temporale. Dal 
Rosario veniva il canonico Lupi, accaldato, col nic- 
chio sulla nuca, soffiando forte: 

— Ah, ah, don Gesualdo !... andate a mangiare un 
boccone?... Io no, per mia disgrazia! Sono a bocca 
asciutta sino a quest'ora.... Vado a celebrare la santa 
messa.... la messa di mezzogiorno !... un capriccio di 
Monsignore! 

— Sono salito al paese apposta per voi!... Ho fatto 
questa pettata!... È caldo, eh! — intanto si asciugava 
il sudore col fazzoletto. ■ — Ho paura che mi giuo- 
chino qualche tiro, riguardo a quell'appalto delle stra- 
de comunali, signor canonico. Vossignoria che vi fate 
sentire in paese.... ci avete pensato? So poi l'obbli- 
go mio!... ' i 



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- 55 — 

— Ma che dite?... fra di noil... ci sto lavorando.... 
A proposito, che facciamo per quell'altro affare? ci 
avete pensato ? che risposta mi date ? 

Don Gesualdo il quale aveva messo al passo la 
mula, camminandogli allato, curvo sulla sella, un pò* 
sbalordito dal gran sole, rispose: 

— ^ Che affare? Ne ho tanti!... Di quale, affare par- 
late vossignoria? 

— Ah ! ah ! la pigliate su quel verso ?... Scusate.... 
scusate tanto I... 

Il canonico mutò subito discorso, quasi non gliene 
importasse neptpure a lui: parlò dell'altro affare della 
gabella, che bisognava venire a una conclusione colla 
baronessa Rubiera: — C'è altre novità.... Il notaro 
Neri ha fatto lega con Zacco.... Ho paura chfe.... 

Don Gesualdo allora smontò dalla Imula, premuroso, 
tirandola dietro per le redini, mentre andava passo 
passo insieme al prete, tutto orecchi, a capo chino 
e col mento in mano. 

— Temo che mi cambino la baronessa 1... Ho visto 
il barone a confabulare con quello sciocco di don 
Nini.... ieri sera, dietro il Collegio.... Finsi d'entrare 
nella farmacia per non farmi scorgere. Capite? un 
affare grosso 1... Son circa cinquecento salme-di terra.... 
C'è da guadagnare un bel pezzo di pane, su quell'asta. 

Don Gesualdo ci si scaldava lui pure : gli occhi ac- 
cesi dall'afa che gli brillavano in quel discorso. Te- 
meva però gli intrighi degli avversari, tutti pezzi gros- 
si, di quelli che avevano voce in capitolo ! E iP ca- 
nonico viceversa, andava raffreddandosi di mano in 
niano, aggrottandosi in viso, stringendosi nelle spalle, 
guai^dandolo fisso di tanto in tanto, e scrollando il 
capo di sotto in su, come a dargli dell'asino. 

— Per questo dicevo!... Ma voi la pigliate su quel 
verso!... Scusate, scusatemi tanto!... Volevo con quel- 
l'affare procurarvi l'appoggio di un parentado che 
conta in paese.... la prima nobiltà.... Ma voi fate l'in- 
differente.... Scusatemi tanto allora!... Anche per dare 
una risposta alla signora Sganci che ci aveva messo 
tanto impegno !... Scusatemi, è una porcheria.... 

— Ah, parlate dell'affare del matrimonio?... 

,11 canonico finse di non dar retta lui stavolta: — 



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— 56 — 

Ahi ecco vostro cognato 1 Vi saluto, massaro For- 
tunato I ' ' ' , 

Burgio aveva il viso lungo un palmo, aggrottato, 
con tanto di muso nel faccione prendente. 

— V'ho visto venire di laggiù, cognato. Sono stato 
ad aspettarvi lì, al belvedere. Sapete la notizia? Ap- 
pena quindici salme fecero le favel... Neanche le spese, 
com'è vero Iddio 1... Son venuto apposta a dirvelo.... 

— Vi ringrazio 1 grazie tante I Ora che volete da 
me? Io ve l'aveva detto, quando avete voluto pren- 
dere quella chiusa 1... buona soltanto per dar spine!... 
Volete sempre fare di testa vostra, e non ne indovi- 
nate una, benedett'uomo I — rispose Gesualdo in col- 
lera, 

— Bene, avete ragione. Lascerò la chiusa. Non la 
voglio piùl Che pretendete altro da me? 

— Non la volete?... L'affitto vi dura altri due 
anni!... Chi volete che la pigli?... Non son tutti così 
gonzi!... 

Il canonico vedendo che il discorso sì metteva per 
le lunghe, volse le spalle: 

— Vi saluto.... Don Luca il sagrestano mi aspetta.... 
digiuno come me sino a quest'ora! — E infilò la sca- 
letta pel quartiere alto. 

Don Gesualdo allora infuriato prese a sfogarsi col 
cognato: — E venite apposta per darmi la bella no- 
tizia?... mentre stavo a discorrere dei fatti miei.... sul 
più bello ? mi guastate un affare che stavo combi- 
nando!... I bei negozi che fate voi! Chi volete che la 
pigli quella chiusa? 

Massaro Fortunato dietro al cognato lomava a ri- 
petere : 

— Cercando bene.... troveremo chi la pigli.... La 
terra è già preparata a maggese per quest'altr'anno.... 
mi costa un occhio.... Vostra sorella fa un casa del 
diavolo.... non mi dà "pace!... Sapete che castigo di 
Dio, vostra sorella ! 

— Vi costa, vi costa!... Io lo so a chi costa! — 
brontolò Gesualdo senza voltarsi. — Sulle mie spalle 
ricadono tutte queste belle imprese!... 

Burgio s'offese a quelle parole: 

— Che volete dire? Spiegatevi, cognato!... Io già 



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-57- 

lavoro per conto mio! Non sto alle spalle di nes- 
suno, iol 

— Sì, sì, va bene; sta a vedere ora che devo an- 
che pregarvi? Come se non l'avessi sulle spalle' la 
vostra chiusa.... come se il garante non fossi io.... 

Così brontolando tutti e due andarono a cercare 
Pirtuso, che stava al Fosso, laggiìi verso San Gio- 
vanni. Mastro Lio stava mangiando quattro fave, col- 
l'uscio socchiuso. 

— Entrate, entrate, don Gesualdo. Benedicite a vos- 
signoria! Ne comandate? volete restar servito? — 
Poi come udì parlare della chiusa che Burgio avrebbe 
voluto appioppare a un altro, di allegro che era si 
fece scuro in viso, grattandosi il capo. — Eh! eh!... 
la chiusa del Purgatorio? È un affar serio! Non la 
vogHono neanche per pascolo. 

Burgio s'affannava a lodarla, tene di pianura, terre 
profonde, che gli avevano dato trenta salme di fave 
quell'anno soltanto, preparate a maggese per l'anno 
nuovo!... Il cognato tagliò corto, come uno che ha 
molta altra carne al fuoco, e non ha tempo da per- 
dere inutilmente. 

— Insomnia, jnastro Lio, voglio disfanmené. Fate 
voi una cosa giusta.... con prudenza!... 

— Questo si chiama parlare! — rispose Pirtuso. 
— Vossignoria sa fare e sa parlare.... — E adesso 
ammiccava coU'occhietto ammammolato, un "^orrisetto 
malizioso che gli errava fra le rughe della bazza irta 
di peli sudici. 

Sulla strada soleggiata e deserta a quell'ora stava 
aspettando un contadino, con un fazzoletto legato sot- 
to il mento, le mani in tasca, giallo e tremante di feb- 
bre. Oss-equioso, abbozzando un sorriso ti iste, facendo 
l'atto di cacciarsi indietro il berretto che teneva sotto 
il fazzoletto: — Benedicite, signor don Gesualdo.... 
Ho conoscKito la mula.... Tanto che vi cerco, vossi- 
gnoria! Cosa facciamo per quelle quattro olive di 
Giolio ? Io non ho denari per farle cogliere.... \'edete 
come sono ridotto?... cinque mesi di terzana, sissi- 
gnore. Dio ne liberi vossignoria! Son ridotto all'osso.... 
il giorno senza pane e la sera senza lume.... pazienza ! 
Ma la spesa per coglier le olive non posso farla..,. 



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— 58 — 

proprio non posso!... Se le volete, vossignoria.... fa- 
rete un'opera di carità, vossignoria.... 

— Eh! eh!... Il denaro è scarso per 'tutti, padre 
mio!... 'Voi perchè avete messo il carro innanzi ai 
buoi?... Quando non potete.... Tutti così!... Vi mette- 
reste ^ulle spalle un feudo, a lasciarvi fare.... Vedre- 
mo.... Non dico di no.... Tutto sta ad intendersi. .1. 

E lasciò cadere un'offerta minima, seguitando ad 
andarsene per la sua strada senza voltarsi. L'altro 
durò un pezzetto a lamentarsi, correndogli dietro, chia- 
mando in testimonio Dio e i santi, piagnucolando, be- 
stemmiando, e finì per accettare, racconsolato tutto 
a un tratto, cambiando tono e maniera. 

— ^ Compare Lio, avete udito ? affare fatto ! Un buon 
negozio per don Gesualdo.... pazienza!... ma è dettai 
Quanto a me, è come se fossimo andati dal nota- 
io ! — E se ne tornò indietro, colle mani in tasca. 

— Sentite qua, mastro Lio, — disse Gesualdo ti- 
rando in disparte Pirtuso. — Burgio s'allontanò colla 
mula discretamente, sapendo che l'anima dei nego- 
zi è il segreto, intanto che suo cognato diceva al 
sensale di comprargli dei sommacchi, quanti ce n'era- 
no, al prezzo corrente. Udì s-oltanto mastro Lio che 
rispondeva sghignazzando, colla bocca sino alle orec- 
chie: — Ah! ah!... siete un diavolo!... Vuol dire che 
avete parlato col diavolo!... Sapete quel che bisogna 
vendere e comprare otto giorni prima.... Va bene, re- 
stiamo intesi.... Me ne tomo a casa ora. Ho quelle 
quattro fave che m'aspettano. 

Burgio non si reggeva in piedi dairaf)petito, e si 
mise a brontolare come il cognato volle passare dalla 
posta. — Sempre misteri.... maneggi sottomano! 

Don Gesualdo tornò tutto contento, leggendo una let- 
tera piena di sgorbi e suggellata colla midolla di parie : 

— Lo vedete il diavolo che mi parla all'orecchio ! 
eh? M'ha dato anche una buona notizia, e bisogna 
cbe torni da mastro Lio. 

— Io non so nulla.... Mio padre non m'ha inse- 
gnato a fare*queste cose!... — rispose Burgio bron- 
tolando. - - Io fo come fere mio padre.... Piuttosto, se 
volete venire a prendere un boccone a casa.... Non 
mi reggo in piedi, com'è vero Dio! 



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— 59 — ^ 

-^ No, non posso; non Ho tempo.. Devo passare 
dal Camemi, prima d'andare alla Canziria. Ci ho venti 
uomini che lavorano alla strada.... i covoni sull'aia.... 
Non posso.... ' 

E se ne andò sotto il gran sole, tirandosi dietro 
la mula stanca. 

Pareva di soffocare in quella gola del Petrajo. Le 
rupi brulle sembravano arroventate. Non un filo di 
ombra, nOn un filo di verde^ colline su colline, ac- 
cavallate, nude, arsiccie, sassose, sparse di olivi rari 
e magri, di fichidindia polverosi, la pianura sotto Bu- 
darturo come una landa bruciata dal sole, ì monti 
foschi nella caligine, in fondo. Dei corvi si levarono 
gracchiando da una carogna che appestava il fos- 
sato, delle ventate di scirocco bruciavano il viso e 
mozzavano il respiro; una sete da impazzire, il sole 
che gli picchiava sulla testa come fosse il martel- 
lare dei suoi uomini che lavoravano alla strada del 
Camemi. Allorché vi giunse inviece li trovò tutti quanti 
sdraiati bocconi nel fossato, di qua e di là, col viso 
coperto di mosche e le braccia stese. Un vecchio 
soltanto spezzava dei sassi, seduto per terra sotto un 
ombrellaccio, col petto nudo color di rame sparso 
di peli bianchi, le braccie scarne, gli stinchi bianchi 
di polvere, come il viso che pareva una maschera, 
gli occhi soli che ardevano in quel polverìo. 

— Bravi 1 bravi!... Mi piace.... La fortuna viene dor- 
mendo.... Son venuto io a portarvelal... Intanto la gior- 
nata se ne va!... Quante canne ne avete fatto di mas- 
sicciata oggi, vediamo?... Neppure tre canne!... Per 
questo che \i riposate adesso ? Dovete essere stanchi, 
sangue di Giuda!... Bel guadagno ci fo!... Mi rovino 
per tenervi tutti quanti a dormire e riposale!... Corpo 
dil... sangue di!... 

Vedendolo con quella faccia accesa è riarsa, bianca 
di polvere soltanto nel cavo degli occhi e su i ca- 
ppelli; degli occhi come quelli che dà la febbre, e le 
labbra sottili e pallide; nessuno ardiva rispondergli. 
Il martellare riprese in coro- nell'ampia vallata silen- 
ziosa, nel jx>lverìo che si levava sulle carni abbron- 
zate, sui cenci svolazzanti, insieme a un ansare secco 
che accompagna ógni colpo. I corvi ripassarono gra- 



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— 6o — 

cidando, nel cielo implacabile. Il vecchio allora alzò 
il viso impolverato a guardarli, con gli occhi infuo- 
cati, quasi sapesse cosa volevano e li aspettasse. 
r. Allorché finalmente Gesualdo arrivò alla Canziria, 
erano circa due ore di notte. La pjorta della fattoria 
era aperta. Diodata aspettava dormicchiando sulla so- 
glia. Massaro Carmine, il camparo, era steso boc- 
coni sull'aia, collo schioppo fra le gambe; Brasi Ca- 
mauro e Nanni l'Orbo erano spulezzati di qua e di là, 
come fanno i cani la notte, quando sentono la fem- 
mina nelle vicinanze ; e i cani soltanto davano! il ben- 
venuto al padrone, abbaiando intomo alla fattoria. 
— Ehi ? non c'è nessuno ? Roba senza padrone, quan- 
do manco io I — Diodata, svegliata all'improvviso, 
andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata. Lo 
zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca con- 
tratta dai sbadigli, cercava delle scuse. 

— Ah!... sia lodato Dio! Voi ve la dormite da un 
canto, Diodata dall'altro, al buio!... Cosa facevi al 
buio?... aspettavi qualcheduno ?... Brasi Camauro op^ 
pure Nanni l'Orbo?... 

La ragazza ricevette la sfuriata a capo chino, e 
intanto accendeva lesta lesta il fuoco, mentre il suo 
padrone continuava a sfogarsi, lì fuori, all'oscuro, e 
passava in rivista i buoi legati ai pàoli intomo al- 
l'aia. Il camparo mogio mogio gli andava dietro per 
rispondere al caso : — Gnorsì, P e 1 o r o s s o sta un 
po' meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo. 
La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa.... 
Bisognerebbe mutar di pascolo.... tutto il bestiame.... 
Il mal d'occhio, sissignore! Io dico ch'è passato di 
qui qualcheduno che portava il malocchio!... Ho se- 
minato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo.... 
Le pecore stanno bene, grazie a Dio.... e il raccolto 
pure.... Nanni l'Orbo? Laggiù a Passanitello, dietro 
le gonnelle di quella strega.... Un giorno o l'altro se 
ne toma a casa colle gambe rotte, com'è vero Dio!... 
e Brasi Camauro anch'esso, per amor di quattro spi- 
ghe.... — Diodata gridò dall'uscio ch'era pronto. - - 
Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado 
a buttarmi giti un momento.... 

Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di 



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— 6i — 

ventiquattr'ore, don Gesualdo potè mettersi a tavola, 
seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le 
maniche rimboccate al disopra dei gomiti, eòi piedi 
indolenziti nelle vecchie ciabatte «rh'erano anch'esse 
una grazia di Dio. La ragazza gli aveva apparec- 
chiata una minestra di fave novelle, con una cipolla 
in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomidori ch'era 
andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova frig- 
gevano nel tegame,\ il fiasco pieno davanti; dall'uscio 
entrava un venticello fresco ch'era un piacere, in- 
sieme al trillare dei grilU, e all'odore dei covoni nel- 
l'aia: — il suo raccolto lì, sotto gli occhi, la mula 
che abboccava anch'essa avidamente nella bica del- 
l'orzo, povera bestia — im manipolo ogni strappata I 
Giù per la china, di tanto in tanto, si udiva nel 
chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi acco- 
vacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, 
sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si ve- 
deva correre nel buio il luccichio dei loro occhi son- 
nolenti, come una processione di lucciole che dile- 
guava. 

Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone, e 
appoggiò i gomiti sul deschetto: 

— Tu non mangi?... Cos'hai? 

Diodata stava zitta in un cantuccio, seduta su di 
un barile, e le passò negli occhi, a quelle parole, un 
sorriso di cane accarezzato. 

— Devi aver fame anche tu. Mangia I mangia I 
Essa mise la scodella sulle ginocchia, e si fece il 

segno della croce prima di cominciare, poi disse: — 
Benedicite a vossignoria! 

Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il 
capo chino. Aveva ima massa di capelli morbidi e 
fini, malgrado le brinate ed il vento aspro della mon- 
tagna: dei capelH di gente ricca, e degli occhi ca- 
stagni, al pari dei capelli, timidi e dolci: de' begli 
occhi di cane carezzevoli e pazienti, che sì ostinavano 
a farsi voler bene, come tutto il viso supplichevole 
anch'esso. Un viso su cui erano passati gli stenti, la 
fame, le percosse, le carezze brutali; limandolo, sol- 
candolo, rodendolo ; lasciandovi l'arsura del solleone, 
le rughe precoci dei giorni senza pane, il lividore 



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— 62 — 

delle notti stanche — gli occhi soli ancora giovani, in 
fondo a qyelle occhiaie livide. Così raggomitolata sem- 
brava proprio una ragazzetta, al busto esile e svelto, 
alla nuca che mostrava la pelle bianca dove il sole 
non aveva bruciato. Le mani, annerite, erano piccole 
e scarne : delle povere mani pel suo duro me- 
stiere !■... 

— Mangia, mangia. Devi essere stanca tu pure!... 
Ella sorrise, tutta contenta, senza alzare gli occhi. 

Il padrone le porse anche il fiasco : — Te', bevi ! 
non aver suggezione I 

Diodata, ancora un po' esitante, si piulì la bocca 
col dorso della mano, e s'attaccò al fiasco arrove- 
sciando il cajx) all'indietro. Il vino, generoso e caldo, 
le si vedeva scendere .quasi a ogni sorso nella gola 
color d'ambra; il seno ancora giovane e fermo sem- 
brava gonfiarsi. Il padrone allora si mise a ridere. 

- — Brava, brava! Come suoni bene la trombetta!... 

Sorrise anch'essa, pulendosi la bocca un'altra volta 
col dorso della mano, tutta rossa. 

— Tanta salute a vossignoria ! 

Egli uscì fuori a prendere il fresco. Si mise a se- 
dere ^ di un covone, accanto all'uscio, colle spalle 
al muro, le mani penzoloni fra le gambe. La luna 
doveva essere già alta, dietro il monte, verso Fran- 
coforte. Tutta la pianura di Passanitello, ^Uo sbocco 
della valle, era illuminata da un chiarore d'alba. A 
poco a poco, al dilagar di quel chiarore, anche nella 
costa cominciarono a spuntare i covoni ra'ccolti in muc- 
chi, come tanti sassi posti in fila. Degli altri punti 
neri si movevano per la china, e a seconda del vento 
giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che 
portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo pas- 
so verso il torrente. Di tratto in tratto soffiava pure 
qualche folata di venticello più fresco dalla parte di 
ponente, e per tutta la lunghezza della valle udivasi 
lo stormire delle messi ,ancora in piedi. Nell'aia la 
bica alta e ancora scura sembrava coronata d'argen- 
to, e nell'ombra si accennavano confusamente altri 
covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra 
striscia d'argento lunga si po"5ava in cima al tetto 
del magazzino, che diventava immenso nel buio. 



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— 63 — 

— Eh? Diodata? Dormi, marmotta?... 

— Nossignore, no!.... 

Essa comparve tutta arruffata e spalancando a forza 
gli occhi assonnati. Si mise a scopare colle mani di- 
nanzi all'uscio, buttando via le frasche, carponi, fre- 
gandosi gli occhi di tanto in tanto per non lasciarsi 
vincere dal sonno, col mento rilassato, le gambe 
fiacche. 

— Dormivi!... Se te l'ho detto che dormivi!... 
E le assestò uno scapaccione come carezza. 

Egli invece non aveva sonno. Si sentiva allargare 
il cuore. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva 
pK)rtate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare 
quel magazzino ! E ne aveva passati dei giorni senza 
pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragaz- 
zetto.... gli sembrava di tornarci ancora, quando por- 
tava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donfer- 
rante! Quante volte l'aveva fatta quella strada di Li- 
codia, dietro gli asineUi che cascavano per via e mo- 
rivano alle volte sotto il carico ! Quanto piangere e 
chiamar santi e cristiani in aiuto ! Mastro Nunzio al- 
lora suonava il deprofundis sulla schiena del figliuolo, 
con la funicella stessa della soma.... Erano dieci o 
dodici tari che gli cascavano di tasca ogni asino morto 
al poveruomo! — Carico di famigha! Santo che gli 
faceva mangiare i gomiti sin d'allora; Speranza che 
cominciava a voler marito; la mamma con le febbri, 
tredici mesi dell'anno!... — Più colpi di funicella che 
I>ane! — Poi quando il Mascalise, suo zio, lo con- 
dusse seco manovale, a cercar fortuna.... Il padre non 
voleva, perchè aveva la sua superbia anche lui, come 
uno che era stato sempre padrone, alla fornace, e 
gli cuoceva di vedere il sangue suo al comando al- 
trui. — Ci vollero sette anni prima che gli perdo- 
nasse, e fu quando finalmente Gesualdo arrivò a pi- 
ghare il primo appalto per conto suo.... la fabbrica del 
Mohnazzo.... Circa duecento salme di gesso che an- 
darono via dalla fornace al prezzo che volle mastro 
Nimzio.... e la dote di Speranza anche, perchè la ra- 
gazza non poteva più stare in casa.... — E le dispute 
allorché cominciò à speculare sulla campagna!... — 
Mastro Nunzio non voleva saperne.... Diceva che non 



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-64- 

era il mestiere in cui erano nati. « Fa Tarte che sai I » 

— Ma poi, quando il figliuolo lo condusse a veder 
le terre che aveva comprato,, lì iproprio, alla Canziria^ 
non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero 
vecchio, a gran passi, come avesse nelle gambe la 
canna deiragrimensore.... E ordinava «bisogna far que- 
sto e quest'altro» per usare del suo diritto, e non 
confessare che suo figlio potesse aver la testa più fine 
della sua. — La madre non ci arrivò a provare quella 
consolazione, poveretta. Morì raccomandando a tutti 
Santo, che era stato sempre il suo prediletto, e Spe- 
ranza carica di famiglia com'era stata lei.... — un 
figliuolo ogni anno.... — Tutti sulle spalle di Gesualdo, 
giacché lui guadagnava per tutti. Ne aveva guadagnati 
dei denari 1 Ne aveva fatta della robal Ne aveva pas- 
sate delle giornate dure e delle notti senza chiuder 
occhio I Vent*anni che non andava a letto una sola 
volta senza prima guardare il cielo per vedere come 
si mettesse. — Quante avemarie, e di quelle proprio 
che devono andar lassù, per la pioggia e pel bel tempio I 

— Tanta carne al fuoco 1 tanti pensieri, tante in- 
quietudini, tante fatiche I... La coltura dei fondi, il 
commercio delle derrate, il rischio delle terre prese 
in affitto, le speculazioni del cognato Burgio che non 
ne indovinava una e rovesciava tutto il danno sulle 
spalle di luil... — Mastro Nunzio che si ostinava ad 
arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo, per 
provare che era il padrone in casa sual... — Sem- 
pre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di 
qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa 
grave di pensieri, il cuore grosso d'inquietudini, le 
ossa rotte di stanchezza; dormendo due ore quando 
capitava, come capitava, in un cantuccio della stalla, 
dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; 
mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si tro- 
vava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, 
lungo il margine di un fosso, nella malaria in mezzo 
a un nugolo di zanzare. — Non feste, non domeni- 
che, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui 
qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo 
denaro ; mai un'ora come quelle che suo fratello Santo 
regalavasi in barba sua all'osteria 1 — trovando a 



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—'65 - 

casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o 
le querimonie del cognato, o il piagnucolìo dei ra- 
gazzi — le liti fra tutti loro, quando g*!! affari non 
andavano bene. — Costretto a difendere la sua roba 
contro tutti, per fare il suo interesse. — Nel paese 
non un solo che non gli fosse nemico, o alleato perico- 
loso e temuto. — Dover celare sempre la febbre dei ^\ 
guadagni, la botta di una mala motizia, l'impeto di \ 
una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l'oc- 
chio vigilante, la bocca serial Le astuzie di ogni gior- 
no; le ambagi per dire soltanto «vi saluto»; le stret- 
te di mano inquiete, coll'orecchio teso; la lotta coi 
sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall'ira, spimianti bava 
e minacce — la notte sempre inquieta, il domani 
sempre grave di speranza o di timore..,. 

— Ci hai lavorato, anche tu, nella roba del tuo pa- 
drone 1... Hai le spalle grosse anche tu.... povera Dio- 
data I... 

Essa, vedendosi rivolta la parola, si accostò tutta 
contenta, e gli si accovacciò ai piedi, su di im sasso, 
col viso bianco di luna, il mento sui ginocchi, in 
un gomitolo. Passava il tintinnìo dei campaoacci, il 
calpestìo greve e lento per la distesa del bestiame 
che scendeva al torrente, dei muggiti gravi e come 
sonnolenti, le voci dei guardiani che lo gfuidavano, 
e si spandevano lontane, nell'aria sonora. La luna, 
ora discesa sino all'aia, stampava delle ombre nere 
in un albore freddo; disegnava l'ombra vagante dei 
cani di guardia che avevano fiutato il bestiame; la 
massa inerte del caimparo, steso bocconi. 

—-^ Nanni l'Orbo, eh?... o Brasi Camauro? Chi dei 
due ti sta dietro la gonnella? — riprese don Gesual- 
do che era in vena di scherzare. 

Diodata sorrise. — Nossignore!... nessuno!... 

Ma il padrone ci si divertiva: — Sì, sii... l'uno o 
l'altro.... o tutti e due insieme!... Lo saprò!... Ti sor- 
prenderò con loro nel vallone, qualche volta!... 

Essa sorrideva sempre allo stesso modo, di quel 
sorriso dolce e contento, allo scherzo del padrone che 
sembrava le illinninasse il viso, affinato dal chiaro- 
re molle; gli occhi come due stelle; le belle trecce 

Vbroa. Mastro-don Gesualdo, 5 



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— 66 — 

allentate sul collo; la bocca un po' larga e tumida, 
ma giovane e fresca. 

Il padrone stette un momento a guardarla così, sòr- 
Tìdendo anch'esso, e le diede un altro scapaccione 
affettuoso. 

— Questa non è roba per quel briccone di Brasi, 
o per Nanni l'Orbo I noi... 

— Oh, gesummaria 1... — esclamò essa facendosi 
la croce. ^ 

— Lo so, lo so. Dico per ischerzo, bestiai... 
Tacque un altro po' ancora, e poi soggiunse: — 

Sei ima buona ragazza I... buona e fedele I vigilante 
stigli interessi del padrone, sei stata sempre.... 

— Il padrone mi ha dato il piane, — rispose essa 
semplicemente. — Sarei ima birbona.... 

— Lo sol lo sol... poveretta!... per questo t'ho vo- 
luto benel 

A poco a poco, seduto al fresco, dopo cena, con 
quel bel chiaro di lima, si lasciava andare alla tene- 
rezza dei ricordi. — Povera Diodaita! Ci hai lavo- 
rato anche tu'I... Ne abbiamo passati dei brutti gior- 
ni I... Sempre all'erta, come il tuo padrone! Sempre 
colle inani attorno.... a far qualche cosa! Sempre l'oc- 
chio attento sulla mia roba!... Fedele come un cane!... 
Ce n'è voluto, sì, a far questa robal... 

Tacque un momento intenerito. Poi riprese, dopo 
un pezzetto, cambiando tuono: 

— Sai? Vogliono che prenda moglie. 

La ragazza non rispose; egli non badandoci, se- 
guitò : 1 

— Per avere un appoggio.... Per far lega coi pezzi 
grossi del paese.... Senza di loro non si fa nulla!... 
Vogliono farmi imparentare con loro.... per l'appoggio 
del parentado, capisci?... Per non averli tutti contro, 
all'occasione.... Eh? che te ne pare? 

Ella tacque ancora un momento col viso nelle mani. 
Poi rispose, con un tono di voce che andò a rime- 
scolargli il sangue a lui pure : 

— Vossignoria siete il padrone.... 

— Lo so, lo so.... Ne discorro adesso per chiac- 
chierare.... perchè mi sei affezionata.... Ancora non ci 
penso.... ma un giorno o l'altro bisogtia pure andarci 



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-67-. 

a cascare.... Per chi ho lavorato infine?.... Non ho fi- 
gliuoH.... 

Allora le vide il viso, rivolto a terra, pallido pal- 
lido e tutto bagnato. 

— Perchè piangi, bestia? 

— Niente, vossignoria!... Così!... Non ci badate.... 

— Cosa t'eri messa in capo, di*? 

— Niente, niente, don Gesualdo.... 

— "5anto e santissimo! Santo e santissimo! — pre- 
se a gridare lui, sbuffando per l'aia. Il camparo al 
rumore levò il capo sonnacchioso e domandò : 

— Che c'è?... S'è slegata la mula? Devo alzarmi?... 

— No, no, dormite, zio Carmine. 

D iodata gli andava dietro passo passo, con voce 
umile e sottomessa: 

— Perchè v'arrabbiate, vossignoria?... Cosa vi ho 
detto ?... 

— M'arrabbio colla mia sorte!... Guai e seccature 
da per tutto.... dove vado!... Anche tu, adesso!... col 
piagnisteo!... Bestia!... Credi che, se mai, ti lascerei 
in mezzo a una strada.... senza soccorsi?... 

— Nossignore.... non è per me.... Pensavo a quei 
poveri innocenti.... v 

— Anche quest'altra?... Che ci vuoi fare! Così va 
il mondo!... Poiché v'è il comune che ci pensa!... 
Deve mantenerli il comune a spese sue.... coi denari 
di tutti!... Pago anch'io!... So io ogni volta che vo 
dall'esattore !... 

Si grattò il capo un istante, le riprese: 

— Vedi, ciascuno \'ierie al mondo colla sua stella.... ^ 
Tu stessa hai forse avuto il padre o la madre ad 
aiutarti ? Sei venuta al mondo da te, come Dio manda 
l'erba e le piante che nessuno ha seminato. Sei ve- 
nuta al mondo come dice il tuo nome.... Diodata! Vuol 
dire di nessuno !... E magari sei forse figlia di ba- 
rone, e i tuoi fratelU adesso mangiano galline e pic- 
cioni! Il Signore c'è per tutti! Hai trovato da vivere 
anche tul... E la mia roba?... me l'hanno data i geni- 
tori forse? Non mi son fatto da me quello che sono?\ 
Ciascuno porta il suo destino!... Io ho il fatto mio, 
grazie a Dio, e mio fratello non ha nulla.... 

In tal. modo seguitava a brontolare, passeggiando 



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— 68 — 

per l'aia, su e giù (dinanzi la porta. Poscia vedendo 
che la ragazza piangeva ancora, cheta cheta per non 
infastidirlo, le tornò a sedere allato di nuovo, rab- 
bonito. 

— Che vuoi? Non si può far semplre quel che si 
desidera. Non sono più padrone.... come quando ero 
un povero diavolo senza nulla.... Ora ci ho tanta roba 
da lasciare.... Non posso andare a cercare gU eredi 
di qua e di là, per la strada.... o negli ospizi dei 
trovatelli. Vuol dire che i fighuoli che avrò poi, se 
Dio m'aiuta, saranno nati sotto la buona stellai... 

— Vossignoria siete il padrone.... 

Egli ci pensò un po' su, perchè quel discorso lo 
punzecchiava ancora peggio di una ves|pa, e tornò 
a dire: 

— Anche tu.... non hai avuto né padre né madre.... 
Eppure cosa t'è mancato, di'? 

— Nulla, grazie a Dio! 

— Il Signore c'è per tutti.... Noni ti lascerei in mezzo 
a una strada, ti dicol... La coscienza mi dice di no.... 
Ti cercherei un marito.... 

— Oh.... quanto a me, don Gesualdo l... 

— Sì, sì, bisogna maritarti!... Sei giovane, non puoi 
rimaner così.... Non ti lascerei senza im appoggio.... 
Ti troverei un buon giovane, im galaintuomo.... Nanni 
l'Orbo, guardai Ti darei la dote.... 

— Il Signore ve Io renda.... 

— Son cristiano! son galantuomo! Poi te lo me- 
riti. Dove andresti a finire altrimenti?... Penserò a 
tutto io. Ho tanti pensieri pel capo!... e questo cogli 
altri!... Sai che ti vogUo bene. Il marito si trova su- 
bito. Sei giovane.... ima bella giovane.... Sì, sì, beUa U. 
lascia dire a me che lo so! Roba fine!... sangue di 
barone sei, di certo!... 

Ora la pigliava su di un altro tono, ^1 risolino 
furbo e le mani che gli pizzicavano. Le stringeva con 
due dita il ganascino. Le sollevava a forza il capo, 
che ella si ostinava a tener basso per nascondere 
le lagrime. 

— Già per ora son discorsi in aria.... Il bene che 
voglio a te non lo voglio a nessuno, g^rdal... Su 
quel capo adesso, scioccai... sciocca che sei!... 



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- 69 - 

Come vide che seguitava a piangere, testarda, scap^ 
pò a bestemmiare di nuovo, simile a un vitello in- 
furiato. 

— Santo e santissimo! Sorte maledetta!... Sempre i 
guai e piagnistei!... ^ * | 



V. 



Masi, il garzone, corse a svegliare don Gesualdo 
prima dell'alba, con una voce che faceva gelare il 
sangue nelle vene: 

— Alzatevi, vossignoria; ch'è venuto il manovale 
da Fiumegrande e vuol parlarvi subito!... 

— Da Fiumegrande?... a quest'ora?... — Mastro- 
don Gesualdo andava raccattando i panni tastoni, al 
buio, ancóra assonnato, con im guazzabuglio nella 
testa. Tutt'a un tratto gridò: 

— Il ponte I... Deve essere accaduta qualche disgra- 
zia!... — Giù nella stalla trovò il manovale seduto 
sulla panchetta, fradicio di pioggia, che faceva asciu- 
gare i quattro cenci a una fiammata di strame. Ap- 
pena vide giungere il padrone, cominciò a piagnuco- 
lare di nuovo: 

— Il ponte!... Mastro Nunzio, vostro padre, disse 
ch'era ora di togliere l'armatura!... Nardo vi è ri- 
masto sotto!... 

Era un parapiglia per tutta la casa: Speranza, la 
sorella, che scendeva a precipizio, intanto che suo 
marito s'infilava le brache;; Santo, ancora mezzo ub- 
briaco, ruzzoloni per la scaletta della botola, urlando 
quasi l'accoppassero. Il manovale, a ciascuno che ca- 
pitava, tornava a dire: 

— Il ponte!... l'armatura!... Mastro Nunzio dice che 
fu il cattivo tempo!... 

Don Gesualdo andava su e giù per la stalla, pal- 
lido, senza dire una parola, senza guardare in viso 
nessuno, aspettando che gl'insellassero la mula, la 
quale spaventata anch'essa sparava calci, e Masi dall^ 



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— 70 — 

confusione non riusciva a mettergli il basto. A un 
certo punto gli andò coi pugni sul viso, cogli occhi 
che volevano schizzargli dall'orbita. 

— Quando ? santo e santissimo I... Non la finisci più, 
peste che ti venga I 

— Colpa vostra I Ve Tavevo detto I Non sono im- 
prese per noialtri I — sbraitava la sorella in camicia, 
coi capelh arruffati, una furia tale e quale! Massaro 
Fortunato, più calmo, approvava la moglie, con im 
cenno del capo, silenzioso, seduto sulla panchetta, si- 
mile a una macina di mulino. — Voi non dite nulla I 

■ state lì come un allocco! 

Adesso Speranza inveiva contro suo marito : — Quan- 
do si tratta d'aiutar voi, che pure siete suo cognato!... 
carico di figliuoli anche!... allora saltano fuori le dif- 
ficoltà!... denari non ce ne sono!... i denari che si son 
persi nel ponte della malora! 

Gesualdo da principio si voltò verso di lei invipe- 
rito, colla schiuma alla bocca. Poscia mandò giù la 
bile, e si mise a canterellare mentre affibbiava la te- 
stiera della mula: un'allegria che gli mangiava il fe- 
gato. Si fece il segno della croce, mise il piede alla 
staffa; infine di lassù, a cavallo, che toccava quasi il 
tetto col capo, sputò fuori il fatto suo, prima d'an- 
darsene : 

— Avete ragione! M'ha fatto fare dei bei negozi, 
tuo marito! La semenza che abbiamo buttato via a 
Donninga! La viglia che m'ha fatto piantare dove 
non nasce neppure erba da pascolo!... Testa fine tuo 
marito!... M'è toccato pagarle di tasca mia le vostre 
belle speculazioni! Ma son stanco, veh, di portare la 

/ soma ! L'asino quand'è stanco si corica in mezzo alla 
\ ' via e non va più avanti.... 
^ E spronò la mula, che borbottava ancora; la so- 
rella sbraitandogli dietro, dall'uscio della stalla, finché 
si udirono i ferri della cavalcatura sui ciottoli della 
stradicciuola, nel buio. Il manovale si mise a correre, 
affannato, zoppicando; ma il padrone, che aveva la 
testa come un mulino, non se ne avvide. Soltanto al- 
lorché furono giunti alla chiusa del Carmine, volse 
il capo all'udire lo scalpiccio di lui liella mota, e lo 
fece montare in groppa. 11 ragazzo, colla voce rotta 



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— 71 — 

dairandatura della mula, ripeteva semnlpre la stesisa 
cosa-: ' 1 " ' . ] ■ 

— Mastro Nunzio disse che era tempo di togliere 
Tarmatura.... Era spiovuto dopo il mezzogiorno.... — 
No, vossignoria, disse mastro Nardo:; lasciamo stare 
ancora sino a domani.... — Disse mastro Nunzio : — 
tu parli così per papparti im'altra giornata di paga.... 
— Io intanto facevo cuocere la minestra per gli uo- 
mini.... Dal monte si udiva gridare: «La piena I cri- 
stiani!...» Mentre Nardo sta,va sciogliendo' l'ultima 
fime.... 

Gesualdo, col viso al viento, frustato dalla burra- 
sca, spronava sempre la imula colle calcagna, senza 
aprir bocca. — Eh?... Che dite, don Gesualdo?... Non 
rispondete ?... 

— Che non ti casca mai la Hngua? — rispose in- 
fine il padrone. 

Cominciava ^xi albeggiare prima di giungere alla 
Torretta. Un contadino che incontrarono spingendo 
innanzi l'asinelio, pigliandosi l'acquazzone sotto la giac- 
ca di cotonina, col fazzoletto in testa e le mani nelle 
tasche, volle dire qualche cosa^; accennava laggiù, 
verso il fiume, mentre il vento si portava lontano la 
voce. Più in là ima vecchierella raggomitolata sotto 
un carrubbio si mise a gridare: 

— Non potete passare, noi... Il fiume!... badate!... 
In fondo, nella nebbia del fimne e della pioggia, 

si scorgeva confusamente un enorme ammasso di ro- 
vine, come im monte franato in mezzo ài fiume, e 
sul pilone rimasto in piedi, perduto nella bruma del 
cielo basso, qualcosa di nero che si muoveva, delle 
braccia che accennavano lontano. Il fiume, di qua e 
di là dei rottami, straripava in larghe pozze fangose. 
Più giù, de^li uomini messi in fila, coU'acqua fino al 
ginocchio, SI chinavano in avanti tutti in una volta, 
e poi tiravano insieme, con un oooh! che sembrava 
un lamento. 

— No! no! — urtavano i muratori trattenendo pel 
braccio don 'Gesualdo. — Che volete annegarvi, vos- 
^gnoria? 

Egli non rispondeva, nel fang'o sino a mezza gamba, 
andàiido su e giù per la riva corrosa, coi capelli che 



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— Ta- 
gli svolazzavano al vento. Mastro Nunzio, dall'alto 
del pilone, gli gtidava qualche cosa: delle grida che 
le raffiche gli strappavano di bocca e sbrindellavano 
lontano. 

— Che ci fate adesso lassù?... State a piangere il 
morto? Lasciate.... lasciate andarci — gH rispose Gè- 
sualdo dalla riva. Il rumore delle acque si mangiò 
anche le sue parole furiose. Il vecchio, in alto, nella 
nebbia, accennava sempre di no, testardo. Dell'altra 
gente gridava anche dalla riva opposta, sotto gli om- 
brelloni d'incerata, senza potere farsi intendere, in- 
dicando verso il punto dove gii uomini tiravano in 
salvo delle travi. A seconda del ' vento giungevano 
pure di lassù, donde veniva la corrente, delle voci 
che sembravano cadere dal cielo, "delle grida dispe- 
rate, e un suono di corno rauco. 

Gesualdo, curvo sotto l'acquazzone, sfangando sulla 
riva, aiutava a tirare in salvo i legnami dell'armatura 
che la corrente furiosa seguitava a scuotere e a sfa- 
sciare. — A mei... santo Dio!... non vedete che si 
porta anche queUi?... — A un certo punto barcollò 
e stava per affondare nella melma spumosa che di- 
lagava. 

— Santo diavolone! Che volete lasciarvi anche la 
pelle? — urlò il capomastro afferrandolo pel bavero. 
— Un altro po' strascinate me pure alla perdizione I 

Egli, pallido come un morto, cogli occhi stralunati, 
i capelli irti sul capo, quasi colla schiuma alla bocca, 
rispondeva : 

— Lasciatemi crepare! A voi non ve ne importa!... 
Dite così perchè voi non ci avete il sangue vostro 
in mezzo a quell'acqua!... Lasciatemi crepare! 

Mastro Nimzio, vedendo smaniare a quel modo il 
suo figliuolo, voleva buttarsi a capo fitto giù nella 
corrente addirittura: — Per non stare a sentir lui!... 
Adesso mi dirà ch'è tutta colpa mia!... vedrete!... Non 
son padrone di muovere un dito in casa mia.... Sono 
padrone da burla.... Allora è meglio finirla in una 
volta!... — E andava tentando l'acqua col piede. 

— Sentite! — interruppe il figliuolo con vóce sor- 
da. — Lasciatemi in pace anche voi ! Io v'ho lasciato 
fare, voi! Avet^ voluto che prendessi l'appalto del 



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-73- 

ponte.... per non stare in ozio.... Vedete com'è an- 
data a. finirei... E bisogna tornare da capo, se non 
voglio perdere la cauzione.... Potevate starvene quieto 
e tranquillo a casa.... Che vi facevo mancare?... La- 
sciatemi in pace almeno. Tanto, voi non ci avete 
perso nulla.... 

— Ahi Non ci ho perso nulla?... Sapevo bene che 
glielo avresti rinfacciato.... a tuo padre 1... Già non 
conto pili nulla io! Non so far più nulla!... Ti ho 
fatto quel che seil... Come se non fossi il capo di 
casal... come se non conoscessi il mio mestiere I... 

^- Ahi... il vostro mestiere?... perchè avevate la for- 
nace del gesso?... e mi è toccato ricomprarvela due 
volte anche I... vi credete un ingegnerei... Ecco il bel 
mestiere che sapete farei... 

Mastro Nunzio guardò infuriato il suo fig'liuolo, an- 
naspaiido, agitando le labbra senza poter proferire 
altre parole, strabuzzando gli occhi per tornare a cer- 
care il posto migliore da annegarsi, e infine bron- 
tolò: • ' 

— E allora perchè mi trattieni?... Perchè non vuoi 
che mi butti nel fiume? perchè? 

Gesualdo cominciò a strapparsi i capelli, a morder- 
si le braccia, a sputare in cielo. Poscia gli si piantò 
in faccia disperato, scuotendogli le mani giunte di- 
nanzi al viso. 

— Per l'amor di Diol... per Tanima di mia ma- 
dre!... con questo po' di tegola che m'è cascata 'fra 
capo e collo.... capite che non ho voglia di scherzare 
ades^sol... 

Il capomastro si intromise per calmarli. — Infine 
quel'ch'è stato è stato. Il morto non toma più. Colle 
chiacchiere non si rimedia a nulla. Piuttosto venite 
ad asciugarvi tutti e due, che arrischiate di pigliare 
un malanno per giunta, così fradici come àiete. 

Avevano acceso un gran fuoco di giunchi e di le- 
gna rotte, nella capanna. Pezzi di travi su cui erano 
ancora appiccicate le imimagini dei santi che dove- 
vano proteggere il ponte, buon'anima sua! Mastro 
Nimzio, il quale perdeva anche la fede in quella di- 
sdetta, ci sputò sopra un paio di volte, col viso torvo. 
Tutti piangevano e si fregavano gli occhi dal fumo. 



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— 74 — 

intanto che facevano asciugare i panni ùmidi. In un 
canto, sotto quelle quattro tegole rotte,' era buttato 
Nardo, il manovale che s'era iiotta la gamba, sudan- 
do e spasimando. Volle mettere anch'egli una buona 
parola nel malumore fra padre e figlio: 

— Il peggio è toccato à me; — si lamentò, — che 
ora rimango storpio e non posso più buscanmd il pane. 

Uno dei suoi compagni, vedendo clie non poteva 
muoversi, gli ammucchiò im po' di strame sotto il 
capo. 'Mastro Nimzio, sull'uscio, coi poigni rivolti al 
cielo, lanciava fuoco e fiamme. 

— Giuda Iscariota I Santo diavolone! Doveva ve- 
nire adesso questa disgrazia di Dio!... 

Ciascheduno diceva la sua. Dei vicini, venuti per 
vedere; dei viandanti che volevano passare il fiume, 
e aspettavano, al riparo, con la schiena alla fianmiata. 

— Evviva voii Avete fatto un bel lavoro! Tanti 
denari spesi! I denari del comune!... Ora ci tocca 
aspettare chissà quanto, prima di vedere un altro 
ponte.... O com'era fatto, di ricotta? 

— Questi altri, adesso!... Arrivate ^usto nel buon 
momento!... Volete che faccia scendere Dio e i santi 
di lassù?... — sbraitava mastro Nunzio. 

Gesualdo, lui, non diceva nulla, con la faccia color 
di terra, seduto su di im sasso, le mani fra le cosce, 
penzoloni. Quindi prese a sfogarsi còl naanovale. 

— Guarda quella carogna! Mi lascia fuori la mula, 
con questo tempo! Poltronaccio ! Nemico del tuo pa- 
drone ! 

— Non vi disperate. Vossignoria ! — piagnucolò Nar- 
do dal suo cantuccio. — Finché c'è la salute, il resto 
è niente!... 

Gesualdo gli lanciò addosso un^occhiata furibonda. 

— Parla bene, lui.... che non ha nulla da perdere!... 

— No, no, vossignoria!... Non dite così, che il Si- 
gnore vi gastiga!... 

Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell'uscio, 
stava masticando da un po' la sua idèa, fra le gen- 
give sdentate. Infine la buttò fuori, rivolgendosi verso 
il fighuolo all'improvviso: 

— E sai cos'ho da dirti? Che non ne voglio più 
sapere di questo ponte della disgrazia! Piuttosto fa- 



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- 75 - 

remo un mulino, coi materiali che riesciremo a met- 
tere in salvo.... Un affare sicuro quello.... 

— Un'altra adesso! — saltò su Gesualdo. — Siete 
ammattito davvero ? E la cauzione ? Volete che ci perda 
anche quella? Se lasciassi fare a voi!... Quando presi 
a fabbricare dei mulini, mi toccava sentire che era 
la rovina.... Ora che vi siete persuaso, non vorreste 
far altro.... come se tutto il paese dovesse macinarsi 
le ossa notte è giorno, e le mie prima degli altri!... 
santo e santissimo! 

La lite s'accese un'altra volta. Mastro Nunzio che 
strillava e si lagnava di non esser rispettato. — Ve- 
dete se sono im fantoccio?... un pulcinella?... il capo 
della casa.... signori miei!... gtiardate un po'!... — 
Gesualdo per finirla saltò di nuovo sulla mula, verde 
dalla bile, e se ne andò mentre l'acqua veniva an- 
cora giù dal delo come Dio la mandava, col capo 
nelle spalle, bagnato sino alle ossa, il cuore dentro 
più nero del cielo nuvolo che aveva dinanzi agH oc- 
chi; il paese grigio e triste nella pioggia anch'esso, 
lassù in cima al monte, col suono del mezzogiorno 
che passava a ondate, trasportato dal vento, e si sper- 
deva in lontananza. 

Quanti lo incontravano, conoscendo la disgrazia che 
gli era capitata, dimenticavano di salutarlo e tiravano 
via. Egli guardava bieco e borbottava di tanto in 
tanto fra di sé: 

— Sono ancora in piedi! Mi chiamo mastro-don 
Gesualdo!... Finché sono in piedi so aiutarmi! 

Un solo, un povero diavolo, che andava per la 
stessa strada, gli offrì di prenderlo sotto l'ombrello. 
Egli rispose : 

— Ci vuol altro che l'ombrello, amico mio! Non 
temete, che non ho paura d'acqua e di grandine, io! 

Arrivò al paese dopo mezzogiorno. Il canonico Lupi 
s'era coricato allora allora, subito dopo pranzo. — 
Vengo, vengo, don Gesualdo! — gli gridò dalla fine- 
stra, sentendosi chiamare. '^ 

Qualcheduho che andava ancora pei fatti suoi, a 
quell'ora, vedendolo così fradicio, piovendo acqua come 
un ombrello, gli disse: 

— Eh, don Gesualdo?... che disgrazia!..^ 



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- 76 - 

Lui duro come un sasso, col sorriso amaro sulle 
labbra sottili e pallide, rispondeva: 

— Eh, cose che accadono. Chi va all'acqua si bagna, 
e chi va a cavallo cade. Ma sinché non v'è uomini 
morti, a tutto si rimedia. * 

I più tiravano di lungo, voltandosi per curiosità 
dopo ch'erano passati. Il canonico comparve infinie 
sul porticino, abbottonandosi la sottana. 

— Eh? eh? don Gesualdo? Eccovi qua.... ec- 
covi qua!... 

Don Gesualdo s'era fatta una faccia allegra per 
quanto poteva, colla febbre maligna che ci aveva 
nello stomaco. 

— Sissignore, eccomi qua! — rispose con un sor- 
riso che cercò di fare allargare per tutta la faccia, 
scura. — Eccomi qua, come volete vói.... ai vostri 
comandi.... Però, dite la verità, voi parlate col dia- 
volo, eh? 

II canonico finse di non capire: — Perchè? pel 
ponte? No, in fede miai Mi dispiace anzil... 

— No, no, non dico pel ponte I... Ma andiamo di 
sopra, vossignoria. Non son discorsi da farsi qui, in 
istrada.... 

C'era il letto ancora disfatto nella camera del ca- 
nonico; tutt'in giro alle pareti un bel numero di gab- 
bioline, dove il canonico, gran cacciatore al pareta- 
io, teneva i suoi uccelli di richiamo; un enorme croci- 
fisso nero di faccia all'uscio, e sotto la cassa della 
confraternita, come una bara da morto, nella quale 
erano i pegni dei denari dati a prestito; delle im- 
magini di santi qua e là, appiccicate colle ostie, in- 
sudiciate dagli uccelli, e un puzzo da morire, fra tutte 
quelle bestie. 

Dori Gesualdo cominciò subito a sfogarsi narrando 
i suoi guai: il padre che si ostinava a fare di testa 
sua, per mostrare ch'era sempre lui il capo, dopo 
aver dato fondo al patrimonio.... Gli jera toccato ri- 
comprargliela due volte la fornace del gesso I E con- 
tinuava a metterlo in quegli impicci!... E se lui di- 
ceva ahi! quando era costretto a farsi aprire la vena 
e a lasciarsi cavar dell'altro sangue per pagare, al- 
lora il padre gridava che gli si mancava di rispetto. 



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— 77 — 

La sorella ed il cognato che lo pelavano dall'altra 
parte. Una bestia, quel cognato BurgioI bestia e pre- 
suntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo I... 
Suo fratello Santo che mangiava e beveva alle sue 
spalle, senza far nulla, da mattina a sera: — Col mio 
denaro, capite, vossignoria? col sangue miol So io 
quel che mi costa! Quando ho lasciato mio padre 
nella fornace del gesso in rovina, che non si sa- 
peva come dar da mangiare a quei quattro asini del 
carico, colla sola camicia indosso sono andato via.... 
e im paio di .pantaloni che non tenevano più, per la 
decenza.... senza scarpe ai piedi, sissignore. La prima 
cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette 
prestarmela mio zio il Mascalise.... E mio padre che 
strepitava perchè lasciavo il mestiere in cui ero nato.... 
E poi, quando presi il primo lavoro a cottimo.... gri- 
dava ch'era un precipizio! Ne ho avuto del coraggio, 
signor canonico! Lo so io quel che mi costa! Tutto 
frutto dei miei sudori, quello che ho.... E quando lo 
vedo a buttarmelo via, chi da una parte e chi dal- 
l'altra !... che volete, vossignoria! il sangue si ribel- 
lai... Ho taciuto sinora per aver la quiete in famiglia..... 
per mangiare in santa pace im boccone di pane, quando 
torno a casa stanco.... Ma ora non ne posso più. An- 
che l'asino quando è stanco si corica in mezzo alla 
via e non va più avanti.... Voi non sapete che castigo 
di Dio h Speranza, mia sorella!... Voglio finirla!... 
Ciascuno per casa sua. Dico bene, canonico mio? 
Il canonico intanto governava i suoi uccelli di ri- 
chiamo. — Se non mi date retta, vossignoria, è inu- 
tile che parli! 

— Sì, sì, vi asòolto. Che diavolo! non ci vuole 
un sant'Agostino a capire quel che volete!... In con- 
clusione si tratta di salvare la cauzione, non è così ? 
di avere qualche aiuto dal comune? 

— Sissignore.... la cauzione.... 

Poi Gesualdo gli piantò addosso ^lì occhi grigi e 
penetranti, e riprese: 

— E un'altra cosa anche.... Vi dicevo che voglio 
far casa da me.... per conto mio.... se trovo la moglie 
che mi conviene.... Ma se non mi date retta, vossi- 
gnoria.... allora è inutile.... O se fingete di non capire.... 



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-78- 

Vi ficordate?... quel discorso che mi faceste la sera 
della festa del santo Patrono?... Ma se fate le viste 
di non capire, perchè sono venuto qui da voi.... quando 
vi ho detto per prima cosa.... Vi ho detto: «Eccomi 
qua, come volete voi....» 

— Ahi... ahi... — rispose il canonico alzando il 
capo come im asino che strapipi la cavezza. Poi la- 
sciò stare il nicchio che andava spolverando atten- 
tamente, e gli fissò addosso anche lui i suoi occhi 
da uomo che non si lascia mettere nel sacco. 

— Sentite, don Gesualdo.... questo non è discorso 
che venite a farmi adesso, a questa manierai Allora 
vuol dire che non conoscete chi vi è amico e chi vi 
è nemico, benedetto DioI Ho piacere che abbiate 
toccato con mano se il consigUo che vi ho dato al- 
lora era tutt'oro! Una giovane ch'è ima perla, av- 
vezza ad ogni guàio, che l'avreste tutta ai vostri co- 
mandi, e di famiglia primaria anche I... la quale vi 
farebbe imparentare con tutti i pezzi grossi del paese I... 
Lx> vedete adesso di che aiuto vi sarebbe? Avreste 
dalla vostra i giurati e tutti quanti. Anche per l'al- 
tra faccenda della gabella, poi, se volete entrarci in- 
sieme a noi.... 

— Sissignore, — rispose Gesualdo vagamente. — 
Tante cose si potrebbero fare..,. Si potnebbe parlarne.... 

— Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio. Mi pren- 
dete per uh ragazzo? Una mano lava l'altra. Aiu- 
tami che t'aiuto, dice pure lo Spirito Santo. Voi, 
caro don Gesualdo, avete il difetto di credere che 
tutti gli altri sien più minchioni di voi. Prima fate 
lo gnorri, non ci sentite da quell'orecchio, e poi, al 
bisogno, quando vi casca la casa addosso, mi venite 
dinanzi con quella faccia. 

— Sarà il caldo.... saranno tutti quelli uccelli.... — 
balbettò l'altro un po' scombussolato. — Vorrei vedervi 
nei miei panni, signor canonico I — esclamò infine. 

— Nei vostri panni.... sicuro.... mi ci metto I Voglio 
farvi vedere e toccar con mano chi vi vuol bene o 
no I Eccomi con voi. Pensiamo a quest'affare del ponte 
prima.... a salvare la cauzione.... con im sussidio del 
comune. Andremo adesso dal capitano.... e dai giurati 
che non ci sarebbero contrari.... Peccato che il ba- 



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- 79 - 

rone Zacco abbia già dei sospetti per l'affare della 
gabella!... Lasciatemi pensare.... 

Mentre terminava di legarsi il mantello al 'collo 
andava raccogliendo le idee, colle sopracciglia ag- 
grottate, guardando in terra di qua e di là. 

— Eccol Io vo prima dalla signora Sganci.... no! 
no I non le dico nulla per adesso ! qualche parola 
così in aria.... in via accademica.... Mi ba!sta che donna 
Marianna scriva due righe al capitano. Quanto alla 
baronessa Rubiera posso dormire fra due guanciali.... 
è come se fosse la vostra stessa persona, se mi pro- 
mettete.... Ma badiamo, vehl... 

E il canonico sgranò gli occhi. Don Gesualdo stese 
la mano verso il crocifisso. 

— No, dico per Taltro affare, quello della gabella. 
Non vorrei che giuocassimo a scarica barile fra di 
noi, caro don Gesualdo! 

Costili voleva allimgare la mano di nuovo; ma il 
canonico aveva già infilato l'uscio. — Voi m'aspet- 
terete giù, nel portone. Un momento, vado e tomo. 

Tornò JFregandosi le mani : — Ve l'avevo detto. 
Non ci vede dagli occhi donna Marianna per quella 
nipote! Farete un affarone! 

Appena fuori si imbatterono nel notaro Neri, che 
andava ad aprire lo studio, e fece il Viso di condo- 
glianza a don Gesualdo. — Brutto affare, eh? Mi di- 
spiace! — Sotto si vedeva che gongolava. Il cano- 
nico, a tagliar corto, rispose lui: — Cosa da nulla.... 
Il diavolo poi non è così brutto.... Rimedieremo.... 
Abbiamo salvato i materiali.... — Dopo, quando furono 
lontani, e il notaio con la chiave nella toppa h guar- 
dava ancora ridendo, il canonico gU soffiò nell'orec- 
chio, a mastro-don Gesualdo : 

— È che av>ète una certa faccia, caro mio!... 

— Io? 

— Sì. Non ve ne accorgete, ma l'avete! Se fate 
quella faccia, tutti vi metteranno i piedi sopra per 
camminarvi!... Con quella faccia non si va a chie- 
dere un favore.... Aspettatemi qui; salgo un momento 
dal cavalier Peperito. È una bestia; ma l'hanno fatto 
giurato. 

Appena il canonico se ne fu andato su per la scala 



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- 8o -^ 

rotta e scalcinata, arrivò il cavaliere dal poderetto, 
montato su di un asinelio macilento, con una bisac- 
cia piena di fave dietro. Don Gesualdo per ingraziar- 
selo lo aiutò a scaricar le fave, e a legar l'asino alla 
mangiatoia, sotto Taroo della scaletta; ma il cava- 
liere parve un po' seccato d'esser stato sorpreso in 
quell'arnese, tutto infangato, e col vestito lacero da 
campagna. • 

— Non ne facciamo nulla, — disse il canonico ri- 
tornando poco dopo. — È una bestia! Crede di fare 
il cavaliere sul serio.... Deve avercela con voi.... Bi- 
sogna trovare la persona. CioUa? ohi? Ciolla,'^ A voi 
dico, ^ Ciolla ! Sapete s'è in casa don Filippo? .L*«i- 
vete visto uscire? 

Ciolla ammiccò coll'unico occhio, torcendo ancora 
la bocca di paraUtico. 

— No, Canali è ancora lì, da Bomma, che l'aspetta 
per condurlo dalla cognata, la ceraiuola, sapete bene? 
E la loro passeggiata, dopopranzo.... a trastullarsi con 
lei, dietro lo scaffale.... Che c'è di nuovo, don Gesual- 
do? Andate a benedire il ponte, insieme al canonico? 

Don Gesualdo si sfogò infine con lui, appuntandogli 
contro le coma, con tutt'e due le mani. 

— Vi stava sulla pancia quel ponte!... Come aveste 
dovuto spendere di tasca vostra !... 

Il canonico lo tirò per un braccio: 

— Andiamo, andiamo! Volete chiudere la bocca a 
tutti gli sfaccendati? 

Nel salire per la stradicciola dei Margarone in- 
contrarono il marchese Limoli, che andava a fare la 
sua passeggiata solita della sera, dal Rosario a Santa 
Maria di Gesù, sempre solo, e con l'ombrello rosso 
sotto il braccio. Il canonico, rispondendo alla scap^ 
pellata cerimoniosa del marchese, ebb^ un'ispirazione. 

— Aspettate, aspettate un momento! 

Di lì a un po' tornò a raggiungere don Gesualdo 
con tutt'altro viso. 

— Un gran diavolo quel marchese! Povero come 
Giobbe, ma è uno che ha voce in capitolo! S'aiutano 
fra di loro, tutti in un gruppo!... una buona parola, 
alle volte!.... fra di loro non possono dir di no.... Lo 
lascerebbero morir di fame, ma un favore non glielo 
negano.... 



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— 8i - 

Don Filippo era ancora in casa, occupato a rigar 
la carta per le aste di Nicolino: — Che buon vento? 
che buon vento?... — Poscia vedendo entrare anche 
don Gesualdo, dietro il canonico, calò di nuovo gli 
occhiali sul naso. — Ho tanto da fare!... Ah, sì!... 
la cauzione?... Volete che il comune vi aiuti a ri- 
pescarla? Volete qualche agevolazione per riprendere 
i lavori?... Vedremo.... sentiremo.... Se l'avete sba- 
gliato la prima volta questo ponte benedetto?... È 
un affar grave.... "Non so di che si tratti.... Non sono 
informato.... Da un pezzo che non ime ne occupo.... 
Tanto da fare!... Non ho tempo di soffiarmi il naso.... 
Vedremo.... sentireimo.... 

In quella entrò Canali, il quale veniva a cercare 
Margarone, sorpreso di non vederlo all'ora solita. An- 
ch'esso sapeva del ponte, e sembrava che si diver- 
tisse mezzo imondo a prolimgare le condoglianze — 
il veleno che gli scorreva sotto il faccione giallo: — 
Ahi! ahi! don Gesualdo!... Era \m 'impresa grossa!... 
Un colpK) da mandare ruzzoloni!... C'era troppa carne 
al fuoco in casa vostra!... — Don Filippo, ora che 
aveva l'appoggio, *si rivoltò anche lui : — Bisogna 
fare il passo secondo la gamba, mio caro!... Vole- 
vate pigliare il cielo a ptuglii.... Il posto a chi tocca, 
caro amico !... Non bisogna mettersi in testa di dare il 
gambetto a im paese intero!... 

Don Gesualdo allora perse la pazienza. Si alzò di 
botto, rosso come un gallo, e apri la bocca per sfo- 
garsi. Ma il canonico gliela tappò con una mano. — 
State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Fi- 
lippo ! 

Lo tirò per la falda nell'anticamera. Di lì a im 
po' rientrarono a braccetto, don Filippo tornato un 
pezzo di zucchero con mastro-don Gesualdo, spalan- 
candogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse 
allora per la prima volta: — Vedremo!... Quanto a 
me.... quel che si può fare.... Ho parlato nel vostro 
interesse, caro don Gesualdo.... 

Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava an- 
cora: 

— Perchè dovrei averli tutti contro?... Non fo male 
a nessuno.... Fo gli affari miei.... 

Verga. Mastro-don Gesualdo, 6 



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— 82 — 

-^ Eh, caro don Ge^TCaldo! — scappò a dire infine 
il canonico. — Gli affari vostri fanno a pugni con 
gli affari degli altri, che diavolo!... Apposta bisogna 
tirarli dalla vostra.... Fra di loro si danno la mano.... 
son tutti parenti.... Voi siete l'estraneo.... siete il ne- 
mico, che diavolo! 

Il canonico si fermò su due piedi, in mezzo alla 
piazzetta, di fronte al palazzo dei Trao, alto, iiero e 
smantellato, e guardando fisso don Gesualdo, cogli 
occhietti acuti di topo che seriibrava volessero ficcar- 
glisi dentro come due spilli, il viso a lama di col- 
tello che sfuggiva da ogni parte : 

— Vedete?... quando sarete entrato nel campo an- 
che voi.... Quella è la dote che vi porterebbe donna 
Bianca!... È denaro sonante per voi che avete le mani 
in tanti affari. 

Mastro-don Gesualdo tornò a lisciailsi il mento, colme 
quando stava à combinare qualche negozio con uno 
più furbo di lui; guardò il palazzo; gtiardò jx)i il 
canonico, e rispose: 

— Però caparra in mano, eh ? signor canonico ? Pri- 
ma voglio vedere come la pigliano i parenti di lei. 

— A braccia aperte la pigliano!... ve lo dico io! 
Fate conto che il fiume tomi a rifarvi il fonte me- 
glio di prima, e andate a dormirci su. 

Nel vicoletto lì accanto, vicino a casa sua, trovò 
D iodata che stava aspettandolo colla naantellina in 
testa, rin(!antucciata sotto l'arco del ballatoio, poiché 
in casa non la volevano. Speranza principalmente, e 
la tolleravano soltanto in campagna, pei servigi grossi. 
Appena la ragazza vide il suo padrone ricominciò a 
piangere e a lamentarsi, quasi fosse caduto addosso 
a lei il ponte: — Don Gesualdo, che disgrazia! Mi 
sarei contentata d'annegarmi io piuttosto!... Son ve- 
nuta a vedervi, vossignoria.... con questa spina che 
dovete averci in cuore!... 

— Quest'altra adesso! Perchè sei venuta? Tutta ba- 
gnata sei!... guarda! come le bestie!... dalla Canzi- 
ria fin qui a piedi!... apposta per farmi il piagnisteo.... 
Come non ne avessi abbastanza dei miei guai !... Ora 
dove vai a quest'ora? 

La fece entrare nella stalla. Essa nello staccarsi 



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- 83 — 

dal muro lasciò una pozza d'acqua, lì davanti all'u- 
scio dove era stata ad aspettare. Anche lui si sen- 
tiva le ossa rotte. Per giimta, sua sorella l'accolse 
come "tin cane. 

— Siete tornato dalla festa? Avete visto che bel 
guadagno ? 

Poi si rivolse inviperita a suo marita, nera, magra 
al par di un chiodo, cogli occhi di carbone, tanto di 
bocca aperta, quasi volesse mangiarsi la gfente: 

— Voi non dite nulla ?... A voi non bolle il sangue ?... 
Burgio, più pacifico, cercava di svignarsela, facendo 

le spalle grosse, chinando il testone di bue. 

— Ecco!... Nessuno si dà pensiero dei guai che ci 
capitano!... Io sola mi mangio il fegato! 

Il fratello Gesualdo, colla bocca amara, le andava 
cantando : 

— Lascia stare, Speranza! Lasciami stare, che ne 
ho abbastanza, anche senza la tua predica! 

— Non volete sentire neppure la predica? Non vo- 
lete che mi lamenti? Tanti denari persi!... Che non 
li guadagnate i vostri denari, voi?... 

Egli, per fuggire quella vespa, andava cercando in 
cucina qualcosa da mettere sotto il dente, dopo una 
giornata simile. Frugava nel cassone del pane. Spe- 
ranza sempre dietro, cotme il castigo di Dio. 

— Fra poco, seguitando di questo passo, non ce 
ne sarà più del pane nel cassone, no!... e non ci sarà 
neppure il cassone, non ci sarà!... La casa se ne an- 
drà tutta al diavolo!... 

Santo, che tornava affamato dal bighellonare in 
piazza tutta la giornata, al trovare il fuoco spento 
diede nelle furie, come im vero animale. I ragazzi 
che strillavano; tutti i vicini alle finestre per godersi 
la scena; tanto che Gesualdo infine perse la pazienza: 

— Sapete cosa vi dico? che mi fate fare uno spro- 
posito! Tante volte ve l'ho predicato!... ora lo fo 
sul serio, com'è vero Dio! L'asino quando non ne 
può più si corica, e buona notte a chi resta! 

E se ne andò nella stalla, mentre Speranza gli 
strillava dietro: 

— Scappate anche? per andare a trovare Diodata? 
Vi pare c'he non l'abbia vista ? Mezza giornata che vi 
aspetta, quella sfacciata!... 



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-84- 

Egli sbatacchiò Tuscio. Da prima non voleva nep^ 
pur mangiare, digiuno com'era da ventiquattr'ore, con 
tutti quei dispiaceri che *gli empivano lo stomaco. 
Diodata andò a comprargli del pane e del salame, 
bagnata sino alle ossa al par di lui, colla gola secca. 
Lì, sulla panchetta della stalla, dinanzi a una fiam- 
mata di strame, almeno si inghiottiva in pace im po' 
di grazia di Dio. — Ti piace, eh, questa bella vita? 
Ti piace a te? — domandava egli masticando a due 
palmenti, ancora imbronci to. Essa stava a vederlo man- 
giare, col viso arrossato dalla fiamma, e diceva di 
sì, come voleva lui, con im sorriso contento adesso. 
Il giorno finiva sereno. C*era un'occhiata di sole che 
spande vasi color d'oro sul cornicione del palazzo dei 
Trao, dirimpetto, e donna Bianca la quale sciorinava 
un po' di biancheria logora, sul terrazzo che non po- 
teva vedersi dalla piazza, colle mani fine e delicate, 
la persona che sembrava più alta e sottile in quella 
vesticciuola dimessa, mentre alzavasi sxilla punta dei 
piedi per arrivare alle funicelle stese da un muro 
all'altro. 

— Vedi chi vogliono farmi sposare? — disse lui. 
— Una Trao!... e buona massaia anche!... m'hanno 
detto la verità.... 

E rimase a guardare, pensieroso, masticando adagio 
adagio. Diodata guardava anche lei, senza dir nulla, 
col cuore grosso. Passarono le capre belando dal vi- 
coletto. Donna "Bianca, come sentisse alfine quegli 
occhi fissi su di lei, voltò il viso pallido e sbattuto, 
e si trasse indietro bruscamente. 

— Adesso accende il lume, — riprese don Gesual- 
do. — Fa tutto in casa. lei. Eh, eh,... c'è poco da 
scialarla in queUa casa!... Mi piace perchè è avvezza 
ad ogni guaio, e l'avrei al nìio comando.... Tu di', 
che te ne pare? 

Diodata volse le spalle, andando Vensjoi il fondo della 
stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, 
e rispose dopo im momento, colla voce roca: 

— Vossignoria siete il padrone. 

— È vero.... Ma veh!... che bestia! Devi aver fame 
anche tu.... Mangia, mangia, poveretta. Non pensar 
solo alla mula. 



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— 85 — 



VI. 



Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una 
ad una le candele dell'aitar maggiore, con un ciuf- 
fetto d'erbe legato in cima alla canna, tenendo d'oc- 
chio nel tempo istesso una banda di monelli che ir- 
rompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi de- 
serta in quell'ora calda, inseguiti a male parole dal 
sagrestano. Donna Bianca Trao, inginocchiata dinanzi 
al confessionario, chinava il capo umile; abbandona- 
vasi in un accasciamento desolato; biasicicando delle 
parole sommesse che somigHavano a dei sospiri. Dal 
confessionario rispondeva pacatamente una voce che 
insdnuavasi come xma carezza, a lenire le angosce, 
a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiu- 
dere vagamente nell'avvenire, neU'igtnoto, come una 
vita nuova, im nìiovo azzurro. Il sole di sesta scap- 
pava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe 
di sant'Agata, all'aitar maggiore, quasi due grosse 
rose in mezzo al petto. Allora la penitente risoUev^a- 
vasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi 
avidamente alla sponda dell'inginocchiatoio', con un 
accento più fervido, aptpoggiando la fronte sulle mani 
in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza. Ve- 
niva un ronzìo di mosche sonnolenti, un odor d'incenso 
e di cera strutta, un torpore ^eve e come ima stan- 
chezza dal luogo e dall'ora. Una vecchia aspettava 
accoccolata sui gradini dell'altare, simile a una man- 
tellina bisimta posata su di un fagotto di lavandaia, 
e quando destavasi borbottando, don Luca le dava 
sulla voce: 

— Bella creanza! Non vedete che c'è una signora 
prima di voi al confessionario?... quelle non sono le 
quattro chiacchiere che avete da portarci voi al tri- 
bimale della penitenza!... discorsi di famiglia, cara 
voi!.... affari importanti! 



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~ 86 — 

Neirombra del confessionario biancheggiò una mano 
che faceva il segno della croce, e donna Bianca si 
alzò infine, barcollando, chiusa nel maiito sino ai pie- 
di, col viso raggiante di una dolce serenità. Don Luca, 
vedendo che la vecchia non si risolveva ad andarse- 
ne, toccò la mantellina colla canna. 

— Ehi? ehi? zia Filomena?... È tardi oggi, è tardi. 
Sta per suonare mezzogiorno, e il confessore deve 
andarsene a desinare. 

La vecchia levò il capo istupidito, e si fece ripe- 
tere due o tre volte la stessa cosa, testarda, imbam- 
bolata. — Sicuro, sto per chiudere la chiesa. Potete 
andarvene, madre mia. Oggi?... neppure!... ci ha la 
trebbia al Passo di Cava padre AngeHno. Giorni di 
lavoro, cara mia! — Bel bello riesci a mandarla \ia, 
borbottando, trascinando le ciabatte. Poi, mentre il 
prete infilava l'uscio della sagrestia, don Luca dovette 
anche dar la caccia a quei monelli, rovesciando banchi 
e sedie, facendo atto di tirare l'incensiere: — Fuori! 
fuori! Andate a giuocare in piazza! — Nello stesso 
tempo passava e ripassava vicino à donna Bianca che 
si era inghiocchiata a pregare dinanzi alla cappella 
del Sacramento, sfolgorante d'oro e di colori lucenti 
da accecare, tossendo, spurgandosi, fermandosi a sof- 
fiarsi il naso, brontolando : 

— Neppure in chiesa!... non si può raccogliersi a 
far le orazioni!... 

Donna Bianca si alzò in pied', segnandosi, colle lab- 
bra ancora piene di avemarie. Il sagrestano le ri- 
volse la parola direttamente, mentr'essa avviavasi per 
uscire : 

— Siete contenta, vossignoria? Un sant'uomo quel 
padre Angelino! Confessa bene, eh? V'ha lasciata 
contenta ? 

Ella accennò di sì col capo, col sorriso breve, ral- 
lentando il passo per cortesia. 

— Un bravo uomo! im uomo di giudizio! Quello 
sì che ve lo può dare un buon consiglio.... meglio 
di vostro fratello don Ferdinando.... ed anche di don 
Diego, sì!... 

Guardò intornò cogli occhi di gatto avvezzi a ve- 
derci al buio nella chièsa e su per la scala del cam- 



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-87 - 

panile, e aggiunse sottovoce, cambiando tono, in aria 
di gran mistero: 

— Sapete che risposta gli hanno dato a don Ge- 
sualdo Motta? Aveva mandato a fare la domanda 
formale di matrimonio, ieri dopo pranzo, col cano- 
nico Lupi.... 

Bianca arrossì senza levare il capo. Il sagrestano 
che la guardava negli occhi bassi, seguendola passo 
passo, riprese più forte: 

— Gli harmo detto di no.... tale e quale come ve 
lo dico adesso.... Il canonico è rimasto di sale!... Nes- 
suno si sarebbe aspettato quella risposta, non è ve- 
ro?... il canonico, 'donna Marianna, anche la "baro- 
nessa vostra zia, tutti che ci avevano posto un grande 
impegno!... Si sarebbe mòsso quel Cristo ch'è di legno, 
vedete! Nessuno l'avrebbe creduto così duro, quel 
don Diego vostro fratello! im signore imùle e buono 
che pareva di potersi confessare con lui!... Non parlo 
di don Ferdinando, ch'è peggio di im ragazzo, po- 
veretto!... 

Egli era riuscito a fermare donna Bianca, piantan- 
dosele dinanzi, cogli occhi lucenti, il viso acceso, ab- 
bassando ancora la voce nel farle una confidenza de- 
cisiva : 

— - Don Gesualdo sembra impazzito!... jDice che non 
può mandarla giù! che ne farà una malattia, com'è 
vero Iddio!... Sono andato a trovarlo alla Canziria.... 
Piaceva trebbiare il grano.... — Don Gesualdo, ch'è 
questa la maniera di prendersela?... Ci lascerete la 
pelle, vossignoria!... — Lasciatemi stare, caro don 
Luca, che so io!... dacché il Canonico mi portò quella 
bella risposta!... — Sembra davvero malato di cen- 
t'anni!... La barba lunga.... Non dorme e non man- 
gia più.... 

In quel momento si udì uno scalpicela di gente di 
chiesa. Don Luca alzò la voce di botto, quasi par- 
lasse a un sordo: 

— Oggi padre Angelino ci ha la trebbia al Passo 
di Cava. Se avete qualche altro peccato da confes- 
sarvi, c'è l'arciprete Bugno sfaccendato.... buono an- 
che quello! un servo di Dio.... 

Però vedendo il canonico Lupi che s'avanzava verso 



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— 88 — 

di loro, inchinandosi a ogni altare, colla destra stil- 
lante d'acqua benedetta, il nicchio pendente dall'al- 
tra mano: 

— Benedicite, signor canonico! Come va dà queste 
parti ?... 

Il canonico, invece di rispondergli, si rivolse a donna 
Bianca con un sorriso sciocco sul muso aguzzo di 
furetto color di filiggine. 

— Facciamo del bene, donna Bianca I Raccoman- 
diamoci al Signore! Vi ho vista entrare in chiesa, 
mentre andavo qui vicino, da don Gesualdo Motta, 
e ho detto : Ecco donna Bianca che fa la sua visita alle 
Quarant'ore, e dà il buon esempio a n:e, i::degno sa- 
cerdote...!. 

— Giusto.... qui c'è il signor canonico!... Se avete 
qualche altro peccato da dirgli, donna Bianca.... 

— Io non posso, mi dispiace! Monsignore non mi 
ha data la confessione, perchè sa che me ne manca il 
tempo.... — Indi aggiunse con im certo risolino, li- 
sciandosi il mento duro di barba. — Poi i vostri fra- 
telli non vorrebbero.... 

Donna Bianca, rossa come se avesse avuto sul viso 
tutto il riflesso della cortina che velava l'altare del 
Crocifisso, finse di non capire. Il canionico ripigliò, 
mutando registro: 

— Ci ho taiite faccende gravi sulle spalle.... niie e 
d'altrui.... Andavo appunto da don Gesualdo per com- 
missione di vostra zia. Sapete il grosso affare che 
hanno insieme, colla baronessa? — Donna Bianca 
fece segno di no. 

— Un affare grosso.... Si tratta di pigliare in af- 
fitto le terre di tutti i comimi della Contea!... Don Ge- 
sualdo ha il cuore più grande di questa chiesa!... e 
i conquibus anche!... Assai! assai, donna Bianca! As- 
sai più di quel che si créde.... Uno che si farà ricco 
cpme Creso, con quella testa fine che ha! 

Don Luca si lasciò scappare di bocca, mentre an- 
dava spogliandosi degli abiti ecclesiastici, col viso den- 
tro la cotta, le braccia in aria, la voce soffocata: 

— Bisogna vedere quel che ha raccolto alla Can- 
ziria, bisogna vedere! 

— Ah, ah! venite di lassù? 



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-89- 

— Sissignore, — risposie il Sagrestano, cavando fuori 
il viso rosso e imbarazzato. — Così, per fare quat- 
tro passi.... Ci vado ogni anno per la limosina della 
chiesa.... Don Gesualdo è devoto di sant'Agata I 

— Un cuor d'oro I — interruppe il canonico. — Ge- 
neroso, caritatevole!... Peccato che.... 

E si diede della mano sulla bocca. 

— Quello che stavo dicendo a donna Bianca I... — 
confermò don Luca, ripreso animo, cogli occhietti di 
nuovo petulanti. 

— Basta! basta! Ciascuno dispone a suo modo in 
casa sua! Ora vi lascio pei fatti vostri. Tanti saluti 
a don Diego e a don Ferdinando! 

Donna Bianca imbarazzata voleva andarsene anche 
lei; ma il sagrestano la trattenne: 

— Un momento! Cosa devo dire a padre Ange- 
lino, se volete mettervi in grazia di Dio prima della 
festa di san Giovanni Battista.... 

Il canonico insisteva anche lui : — No, no, restate, 
donna Bianca, fate gli affari vostri. — Poscia, appena 
egli lasciò ricadere la portiera, uscendo, don Luca 
ammiccò: — E così? che devo dire a don Gesualdo, 
se mai lo vedo.... per caso?... 

Essa sembrava esitante. Seguitava ad avviarsi verso 
la porta della chiesa, passo passo, tenendo gli occhi 
bassi, come infastidita dall'insistenza del sagrestano. 

— Giacché i miei fratelli hanno detto di no.... 

— Una sciocchezza hanno detto! Avrei voluto con- 
durli per mano alla Canziria, e fargli vedere se non 
vale tutti i vostri ritratti affumicati!... Scusatemi, donna 

"Bianca!... parlo nell'interesse di vossignoria.... I vo- 
stri fratelli tengono al fumo perchè sono vecchi.... 
hanno i piedi nella fossa, loro!... Ma voi che siete 
giovine, come rimanete? Non si rovina così una so- 
rella!... Un marito simile non ve lo manda neppure 
san Giuseppe padre della provvidenza!... Sono pazzi 
a dir di no i vostri fratelli!... pazzi da legare!... Le 
terre della Contea se le pigHerà tutte lui, don Ge- 
sualdo!... e poi le mani in pasta da per tutto. Non 
si 5aura un sasso che non ci abbia il suo guadagno 
lui.... Domeneddio in terra ! Ponti, muhni, fabbriche, 
strade carrieggiabili!... Il mondo sottosopra mette c^uel 



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— 90 — 

diavolo! Fra poco si andrà in carrozza sino a Mi- 
litello, prima Dio e don Gesualdo Motta!... Sua mo- 
glie andrà in carrozza dalla mattina alla sera!... cam- 
minerà sull'oro colato, come è vero Dio! Anche pa- 
dre Angelino vi avrà consigliato la stessa cosa che vi 
dico io.... Non ho udito nulla, per non violare il sug- 
gello della confessione, ma padre Angelino è un uomo 
di giudizio.... vi avrà consigliato di prendere im buon 
marito.... di mettervi in grazia di Dio. 

Donna Bianca lo guardò sbigottita, col mento aguzzo 
dei Trao che sembrava convulso. Indi alzò verso il 
crocifisso gli occhi umidi di lacrime, colle labbra pal- 
lide serrate in una piega dolorosa. Con quelle labbra 
senza sangue rispose infine sottovoce: 

— I miei fratelli sono padroni.... tocca a loro de- 
cidere...,. 

Don Luca a corto d'argomenti rimase un istante 
quasi sbalordito, piantandosi dinanzi a lei per non 
lasciarla scappare, soffocato da tante buone ragioni 
che aveva in gola, balbettando, annaspando, grattan- 
dosi rabbiosamente il capo, con gli occhietti scintil- 
lanti che andavano come frugandola tutta da cap© a 
piedi per trovare il punto debole, scuotendole dinanzi 
le mani giunte, minaccioso e supplichevole. Alla fine 
proruppe : 

— Ma è giustizia, santo Dio? è giustizia far tri- 
bolare in tal modo un galantuomo che vi vuol tanto 
bene?... Dare un calcio alla fortuna?... Scusatemi, 
donna Bianca! io parlo nel T^ostro interesse.... Dovete 
pensarci voi! Non siete più sotto tutela, alla fin fine!... 
Mi scaldo il sangue per voi.... perchè sono buon servo 
della vostra famiglia.... una gran casata !... peccato 
che non sia più quella di prima!... Ora che avreste 
il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!... Questo 
si chiama dare un calcio alla fortuna!... si chiama 
essere ingrati colla divina Provvidenza. 

Essa seguitava ad andar^ verso la porta, irresoluta, 
a capo chino. Don Luca alle calcagna, di lei, accalo- 
randosi, toccando tutti i tasti, mutando tono à ogni 
registro: — E certe giornate, donna Bianca!... certe 
giornate che spuntano a casa vostra!... Basta, scusa- 
tetni, io ne parlo perchè ci bazzico sempre ad aiu- 



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— 91 — 

tarvi, insieme a mia moglie.... E quando i vostri pa- 
renti si dimenticano che siete al mondo!... certe gior- 
nate d'inverno come vuol Dio!... Basta! Potreste es- 
ser la regina del paese, invece 1 pensateci bene. Don 
Gesualdo spiccherebbe di lassù il sole e la luna per 
farvi piacere!... Non ci vede più dagli òcchi!... Sem- 
bra un pazzo addirittura. 

Donna Bianca s'era fermata su due piedi, a testa 
alta, con ima fiamma improvvisa che parve buttarle 
in viso la portiera sollevata in quel momento da qual- 
cuno che entrava in chiesa. Comparve una donna 
macilenta, colla gonnella in cenci sollevata dalla gra- 
vidanza sugli stinchi sottili, sudicia e spettinata, come 
se non avesse fatto altro in vita sua che portare 
avanti quel ventre — un viso di chioccia istupidita 
dal covare, con due occhietti tondi su di ima faccia 
a punta, gialla e incartapecorita, e un fazzoletto la- 
cero da malata, legato sotto il ttnento; nient'altro sulle 
spalle, da persona ch'è di casa in casa del Buon Dio. 
Essa dalla soglia si mise a giemere, quasi avesse le 
doglie : 

— Don Luca?... che non lo suonate mezzogiorno?... 
la pentola sta per bollire.... 

^ — Perchè l'hai messa a bollire così presto? Il sole 
è ancora qui, sul limitare.... L'arciprete fa un casa 
del diavolo per questa faccenda di suonare mezzogior- 
no prima dell'ora.... Per stavolta.... giacché è fatta.... 
eccoti la chiave del campanile.... 

Don Luca, tenendo ancora la cotta sotto il braccio, 
litigava colla mog*lie, stecchito nella sottana bisunta 
quant'era enorme il ventre della donna: 

— Tu ci hai l'orologio lì, nella pancia!... Pensi solo 
a mangiare!,.. Ci vuol la grazia di Dio!... I vicini sono 
ancora tutti fuori.... Ecco lì i ragazzi di Burgio!... 

— Aspettano anche loro !... — ^ piagnucolò la moglie, 
sempre su quel tono. — Aspettano che suonate mez- 
zogiorno.... — E se ne andò col ventre avanti. 

— I nipoti di don Gesualdo! — riprese il sagre- 
stano anraiiccando in modo significativo a donna Bian- 
ca nel tornare indietro. — Stanno lì a farci la spia!... 
Li manda sua madre apposta, comare Speranza, per 
saptere tutto qufelfo che facciamo! Tiene d'occhio la 



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— 92 — 

roba, colei!... quasi fosse sual... Ci ha fatto i suoi 
disegni sopra!... Quando m'incontra ha l*aria di man- 
giarmi!... 

Finse di precedere donna Bianca per sollevare la 
portiera, onde trattenerla ancora un momento: — Lui 
fa proprio compassione!... Una faccia da malato!... Mi 
parlò tutto il tempo di vossignoria.... Dice che forse 
il canonico Lupi non avrà saputo fare l'imbasciata.... 
che vorrebbe parlarvi.... per vedere.... per sentire.... 

Donna Bianca si fece di fuoco. 

— È innamorato, che volete farci ? Innamorato come 
un pazzo. Dovreste tornare a parlargliene coi vostri 
fratelli. Mandargli qualche buona parola.... una ri- 
sposta più da cristiani.... Verrò io stesso a prenderla, 
dopo mezzogiorno, quando don Diego e don Ferdi- 
nando sono in letto.... col pretesto dei fiori per la 
Madonna.... Sì? Cosa mi dite? 

Essa chinò il capo rapidamente, nel passare sotto 
la cortina, ed uscì fuori. Don Luca credette di scor- 
gere che volesse frugarsi in tasca, e seguitò, corren- 
dole dietro: 

— Che fate? No! Mi offendete! Un'altra volta.... 
più tardi.... quando potrete.... Ho pensato meglio di 
mandare mia moglie, a prendere la risposta di vos- 
signoria. Non vorrei che i vostri fratelli, vedendomi 
bazzicare per casa, sospettassero che mi manda il 
canonico.... 

Dopo vespro spicciò lesto lesto il servizio della chiesa 
e corse alia Canziria: cinque miglia di salita, i>a- 
zienza, per amore di don Gesualdo che se lo me- 
ritava, in verità! — Sta per cascare, don Gesualdo! 
Ancora essa non mi ha detto chiaro di sì, colla sua 
bocca; ma si vede che tentenna, come la pera quand'è 
matura. Sono pratico di queste cose, perchè vedo tutti 
i giorni in chiesa delle donne che ricorrono al tribu- 
nale della penitenza.... prima e poi.... M'ha fatto sudare 
una camicia!... Ma ora vi dico che la pera è matura! 
Un'altra crollatina, e vi casca fra le braccia; ve lo 
dico io! Dovreste correre al paese e scaldare il ferro 
mentre è caldo. 

Però don Gesualdo non fece una gran festa all'im- 
basciata amorosa che gli capitava in quel momento : 



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-93- , 

— Vedete, don Luca, ci ho tutta la raccolta neiraia.... 
Sono in piedi da stanotte.... Non ho sempre il vento 
in tasca per trebbiare a comodo miol... 

L'aia era vasta quanto ima piazza. Dieci muli trot- 
tavano in giro, continuamente; e dietro i muli cor- 
revano Nanni l'Orbo e Brasi Camauro, affondando 
nella pula sino ai ginocchi, ansanti, vociando, can- 
tando, urlando. Da un lato, in una nuvola bianca, una 
schiera di contadini armati di forche, colle camice svo- 
lazzanti, sembrava che vangassero nel grano; mentre 
lo zio Carmine, in cima alla bica, nero di sole, conti- 
nuava a far piovere altri covoni dall'alto. Delle tregge 
arrivavano ogni momento dai seminati intorno, ca- 
riche d'altra messe; dei garzoni insaccavano il gtano 
e lo portavano nel magazzino, dove iion cessava mai 
I4 nenia di Pirtuso che cantava «e viva Maria I» ogni 
venti moggi. Tutt'intomo svolazzavano stormi di gal- 
line, un nugolo di piccioni per aria; degli asinelli 
macilenti abboccavano affaanati nella pagHa, coU'oc- 
chio spento; altre bestie da soma erano sparse qua e 
là; e dei barili di vino passavano di mano in mano, 
quasi a spegnere im incendio. Don 'Gesualdo sem- 
pre in moto, con un fascio di taglie in mano, se- 
gnan<io il frumento insaccato, facendo una croce per 
(Jgni barile di vino, contando le tregge che giunge- 
vano, sgridando Diodata, disputando col sensale, vo- 
ciando agli uomini da lontano, sudando, senza voce, 
colla faccia accesa, la camicia aperta, un fazzoletto di 
cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa. 

— Lo vedete, don Luca, se ho tempo da perdere 
adesso!... Vino, qual Date da bere a don Lucal.. Sì, 
sì, verrò; ma quando potrò.... Per ora non posso 
muovermi, cascasse il mondo!... DiodataJ... bada che 
il vento spinge la fiamma verso l'aia, santo e san- 
tissimo!... No, don Lucal non sono in collera pel 
rifiuto dei suoi fratelli.... Venite qua, accostatevi, ch'è 
inutile far sapere alla gente i fatti nostri I... Ciascuno 
la pensa a modo suo.... Poi è lei che deve risolvere.... 
Se lei dice di sì, io per me non mi tiro indietro.... 
Ma oggi non posso venire.... e neppure domani.... Be'! 
dopodomani!... Dopodomani devo venire anche per 
l'affare della gabella, e ne discorreremo. 



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— 94 — 

Don Luca suggerì pure di far precedere due pa- 
roline scritte: — Ci abbiamo appunto mia moglie 
che par fatta apposta per consegnarle sottomano a 
donna Bianca, senza destar sospetti. Una^ bella letterina, 
con due o tre parole che fanno colpo sulle ragazze! 
Capite, vossignoria ? Ciolla ci ha la mano.... Ne par- 
lerei io stesso a Ciolla in segretezza, senza stare a 
rompervi il capo, vossignoria; e vi fa fare una bella 
figura. Con im bottiglione di vino poi ve lo chetate, 
il Ciolla. 

Don Gesualdo non volle sapere di lettera: — Non 
per risparmiare il vino; ma che stòrie mi andate con- 
tando? Se a lei l'affare gli va, allora che bisogno 
c'è di tante chiacchiere. 

— Bastai bastai — conchiuse don Luca. — Dicevo 
per piantare meglio il chiodo. Ma voi 'siete il padrone. 

Don Luca ^e ne tornò tutto contento, con un agnello 
e una forma di cacio. Per prudenza mandò la moglie 
a fare l'imbasciata, sotto un pretesto: — Circa a 
quel discorso che siete intesi con mio marito, vossi- 
gnoria dice che il fconfessore verrà dopodomani a pren- 
dere la risposta!... Il confessore domenica aspetta la 
risposta 1... — Don Ferdinando che aveva udito aprire 
il portone, comparve in quel momento come un fan- 
tasma. 

— Il confessore 1... — riprese a dire la gnà Grazia 
senza che nessuno le domandasse nulla. — Donna 
Bianca voleva confessarsi!... Oggi non può, il con- 
fessore.... E domani neppure.... Domenica piuttosto, 
se gli fate sapere che siete pronta.... 

La poveraccia, sotto quegli occhi stralunati di don 
Ferdinando, che pareva la frugassero tutta, sospet- 
tosi, inquieti, si confondeva, balbettava, cercava le 
parole. Poscia, vedendo che l'altro stava zitto e non 
si moveva, allampanato, tacque anch'essa, e si mise 
a guardare in aria, a bocca aperta, colle mani sul 
ventre. Bianca, a tagliar corto, la condusse nella di- 
spensa, per darle ima grembiata di fave. Don Fer- 
dinando, sempre dietro, cucito alle loro calcagna, ta- 
citurno, guardando in ogni cantuccio, sospettoso. Si 
chinò anch'esso sul muccluetto di fave, covandolo colla 
persona, misurandolo ad occhio, palpandolo colle mani. 



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-95- 

E dopo che La sagrestana se ne fu andata, come un'a- 
natra, reggJendo il grembiule pieno sul ventre enor- 
me, si mise a brontolare: 

— Troppe !... Ne hai date troppe !... Stanno per termi- 
nare!... La zia non ne manda altre prima di Natale!... 

La sorella voleva andarsene; ma lui seguitava a 
cercare, a frugare, a passare in rivista la roba della 
dispensa: due salsicciotti magri appesi a un gran cer- 
chio; ima forma di cacio bucata dai topi; delle pere 
infracidite su di im'assei; im ordolino d'olio appeso 
dentro un recipiente che ne avrebbe contenuto venti 
cafisi; un sacco di farina in fondo a una cassapanca 
grande quanto im granaio; ; il cestone di vimini che 
aspettava ancora il grano della Rubiera. 

Infine riprese: 

— Ci vuol l'aiuto di Dio!... Siamo tre bocche da 
sfamare, in casa!... Ti par poco? Ci vorrebbe anche 
un po' di brodo per Diego.... Non mi piace da qual- 
che tempo!... Hai visto la faccia che ha? Lo stesso 
viso della buon'anima, ti rammenti?... quando si mise 
a letto per non alzarsi più! E il medico non viene 
neppure, perchè ha paura di non esseie pagato.... dopo 
tanti danari che s'è mangiati nell'ultima malattia . della 
buon'anima!... La zia Rubiera s^è dimenticata che sia- 
mo al mondo.... ed anche la zia Sganci.... 

Cosi brontolando andava passo passo dietro alla 
sorella, chinandosi a raccattar per terra le fave ca- 
dute dal grembiule di Grazia. Poscia, come sveglian- 
dosi da un sogno, domandò: 

— Tu perchè non vai più dalla zia Rubiera ? Avreb- 
be mandato un paio di piccioni, sapendo che Diego 
non sta bene.... per fargli un po' di brodo.... 

Bianca divenne di brace in viso, e chinò gli occhi. 
Don Ferdinando aspettò un momento la risposta a 
bocca aperta, battendo le palpebre. Indi tornò nella 
dispensa a riporre le fave che aveva raccolte da terra. 
Poco dopo essa se lo vide comparire dinanzi im'altra 
volta, con quell'aria sbalordita. 

— Se torna la sagrestana non gli dar nulla, im'al- 
tra volta! Sanguisughe sono! Le fave stanno per ter- 
minare, hai visto?... E un'altra cosa.... Dovresti an- 
dare dalla zia Sganci per un po' d'olio.... in prestito.... 



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-96- 

Diglielo bene che lo vuoi in prestito, perchè noi non 
siamo nati per chiedere la limosina.... giacché la zia 
non ci ha pensato.... Fra poco saremo al buio.... an- 
che Diego che è malato.... tutta la notte!... 

E spalancava gli occhi, accennando ancora colle 
mani e col capo, con un terrore vago sul viso atto- 
nito. Da lontano si udiva di tanto in tanto la tosse 
che si mangiava don Diego, attraverso agli usci, lun- 
go il corridoio, implacabile e dolorosa, per tutta la 
casa.... Bianca sussultava ogni volta, col cuore che 
le scoppiava, chinandosi ad ascoltare, o fuggiva come 
spaventata, tappandosi le orecchie. 

— Non ci reggo j noi Non ci reggo!... 

Infine Dio le diede la forza di ricomparire dinanzi 
a lui, quel giorno in cui don Ferdinando le aveva 
detto che il fratello stava peggio, nella cameretta su- 
dicia, sdraiato su quel lettuccio che sembrava im ca- 
nile. Don Diego non stava né peggio né meglio. Era 
lì, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i 
Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fugare il suo 
destino, badando solo di non incomodare gli altri, e 
tenersi per sé i suoi guai e le sue miserie. Volse il 
capo, vedendo entrare la sorella, quasi un'ombra gli 
calasse sul viso incartapccorito. Poscia le accennò colla 
mano di accostarsi al letto. — Sto meglio.... sto me- 
glio.... povera Bianca!... Tu come stai?... Perchè non 
ti sei fatta vedere?... perché?... 

Le accarezzava il capo con quella mano scarna e 
sùdicia di malato povero. Gli era rimasto sulle guance 
incavate e sparse di peli grigi un calore di fiamma. 

— Povera Bianca!... son sempre tuo fratello, sai!... 
il tuo fratello che ti vuol tanto bene.... povera Bianca !... 

— Don Ferdinando mi ha detto.... — balbettò èssa 
timidamente. — Volete im po' di brodo?... 

Il malato da prima fece segno di no, guardando in 
aria, supino. Poi volse il capo, fissandola cogli occhi 
avidi dal fondo delle orbite che sembravano vuote, 
filigginose. — Il brodo, dicevi ? C'è un po' di carne ?... 

— Manderò dalla zia.... dalla zia Sganci!... — s'af- 
frettò ad aggiungere Bianca, con una vampa improv- 
visa sulle guance. Sul volto del fratello era passata 
un'altra fiamma simile. 



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— 97 — 

— No! no!... non ne voglio. 

Neppure il medico voleva: — No, no! Cosa mi fa 
il medico-?... Tutte imposture!... per spillarci dei de- 
nari..... Il vero medico è lassù!... Quel che vorrà Dio.... 
Del resto mi sento meglio.... 

Parve migliorare realmente, di lì a qualche giorno: 
del buon brodo, un po' di vino vecchio che mandava 
la zia Sganci, l'aiutarono ad alzarsi da letto, ancora 
sconquassato, col fiato ai denti. Venne pure donna 
Marianna in persona a fargli visita, premurosa, con 
un rimprovero amorevole sulla faccia buona: — Co- 
me? Siete in quello stato ed io non ne so nulla? 
Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, sì o no? 
Sempre misteri! Sempre ombrosi e selvatici, tutti voi- 
altri Trao!,.. rincantucciati come gli orsi in questa 
tana! Un bel mattino vi troveranno belli e morti al- 
rimprowiso che sarà una vergogtia per tutto il pa- 
rentado!... Neppure di quel negozio del matrimonio 
non me ne avete detto nulla!... 

E sfilò quest'altro rosario: Erano pazzi, o cos'e- 
rano, a rifiutare una domanda simile a quella?... Uno 
sulla strada di farsi riccone come don Gesualdo Mot- 
ta!... — Don Gesualdo! sissignori! I pazzi lasciateli 
stare!... Vedete bgne in quale stato vi hanno ridotto!... 
Un cognato che potrebbe aiutarvi in tutti i modi.... che 
vi toglierebbe da tante angustie!... Ah!... ah!... 

Donna- Marianna guardava in tomo per la stanzac- 
cia squallida, crollando il capo. Gli altri non fiata- 
vano: Bianca a capo chino;; don Ferdinando aspet- 
tando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barba- 
gianni fissi su di lui. 

Don Diego da principio rimase attonito, bronto- 
lando:! 

— Mastro-don Gesualdo!... Siamo arrivati fin lì!... 
Mastro-don Gesualdo che vuol sposare una Trao !... 

— Sicuro! Chi volete che la sposi?... senza dote? 
Non è più una bambina neppure lei!... È un tradi- 
mento bell'e buono!... Cosa farà, quando chiuderete 
gli occhi voi e vostro fratello?... la serva, eh? La 
serva della zia Rubiera o di qualchedim altro ?... 

Don Diego si alzò dal letto come si trovava, in 
camiciuola di flanella, col fazzoletto in testa, le gambe 

Vkrga. Mastrcy-don Gesualdo» 7 



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-98- 

Stecchite che gli tremavano a verga dentro le mu- 
tande logore : un ecceomo ! Andava errando per la 
stanza, stralunato, facendo gesti e discorsi incoerenti, 
tossendo, tirando il fiato a stento, soffiandosi il naso, 
quasi suonasse una tromba. 

— Mastro-don Gesualdo I... Saremmo arrivati a que- 
sto, che una Trao sposerebbe mastro-don Gesualdo! 
Tu acconsentiresti. Bianca?... di'!... Tu diresti di sì?... 

Bianca pallidissima, senza levare gli occhi da terra, 
disse di sì col capo, lentamente. 

Egli agitò in aria le braccia tremanti, e non seppe 
più trovare una sola parola. Don Ferdinando non fia- 
tava neppure lui, atterrito che don Diego non riuscisse 
a persuader Bianca. 

— Cosa volete che dica? — esclamò la zia. — Vi 
pare un bell'avvenire quello d'invecchiare come voial- 
tri.... fra tante angustie?... Scusatemi, ne parlo per- 
chè siamo parenti.... Fo quel che posso anch'io per 
aiutarvi.... ma non è una bella cosa infine neanche 
per voialtri.... Ed ora che vi si offre la fortuna, ri- 
sponderle con un calcio.... Scusatemi, io la direi una 
porcheria ! 

Tutt'a un tratto don Diego si mise a ridere, quasi 
colpito da un'ispirazione, ammiccando dell'occhio, fre- 
gandosi le mani, con dei cenni del capo che volevano 
dire assai. 

— Va bene! va bene!... Non è che questo?... per- 
chè ora come ora siamo un po' angustiati?... Ti pesa, 
di* ?... ti pesa questa vita angustiata, povera Bianca... 
Hai paura per l'avvenire?... 

Si fregò il mento peloso colla mano ischeletrita, 
seguitando ad ammiccare, cercandp di rendere furbo 
il sorriso pallido. 

— Vieni qua.... Non ti dico altro!... Anche voi, zia!... 
Venite a vedere!... 

S'arrampicò tutto tremante su di una seggiola per 
aprire un armadietto ch'era nel niuro, al di sopra 
della finestra, e ne tirò fuori mucchi di scartafacci e 
di pergamene — le carte della lite — quella che 
doveva essere la gran risorsa della famiglia, quando 
avessero avuto i danari per far valere le loro ragioni 
contro il Re di Spagna: dei volumi gialli, logori e 



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— 99 — 

polverosi, che lo facevano tossire a ogni voltar di 
pagina. Sul letto era pure sciorinato un grand'albero 
genealogico, come un lenzuolo : l'albero della fami- 
glia che bagnava le radici nel sangue di un re li- 
bertino, come portava il suo stemma — di rosso, 
con tre gigli d'oro, su sT^arra del medesimo, e il motto 
che glorificava il fallo della prima autrice: Virtu- 
tem a sanguine traho. 

S'era messi gli occhiali, appoggiando i gomiti sulla 
sponda del lettuccio, bocconi, cogli occhi che si ac- 
cendevano in fondo alle òrbite livide. 

— Son seident'anni d'interessi che ci devono I... Una 
bella somma !... Uscirete d'ogni gtiaio ima volta per 
sempre !... 

Bianca era cresciuta in mezzo a simili discorsi che 
aiutavano a passare i giorni tristi. Aveva veduto sem- 
pre quei libracci sparsi sulle tavole sgangherate e 
per le sedie zoppe. Così essa non rispose. Suo fra- 
tello volse finalmente il capo verso di lei, con un sor- 
riso bonario e malinconico. 

— Parlo per voialtri.... per te e per Ferdinando.... 
Ne godrete voialtri almeno.... Quanto a me.... io sono 
arrivato.... Tèi... tè la chiave!... serbala tu! 

La zia Sganci, a quei discorsi, da prima scattò come 
una molla: — Caro nipote, mi sembrate un bam- 
bino! — Ma subito si calmò, col sorriso indulgente 
di chi vuol far capire la ragione proprio a un ragazzo. 

-^ Va bene!... va benone!... Intanto maritatela con 
lo sposo che vi si offre adesso, e poi, se diverrete 
tanti Cresi, sarà anche meglio. 

Don Diego rimase interdetto al vedere che la so- 
rella non prendeva la chiave, e tornò daccapo: 

— Anche tu, Bianca?... Dici di sì anche tu?... 
Essa, accasciata sulla seggiola, chinò il capo in si- 
lenzio. 

— E va bene!... Giacché tu lo vuoi.... giacché non 
hai il coraggio di aspettare.... 

Donna Marianna seguitava a perorare la causa di 
don Gesualdo, dicendo ch'era un affare d'oro quel 
matrimonio, una fortuna per tutti loro; congratulan- 
dosi con la nipote la quale fissava fuori dalla fi- 
nestra, cogli occhi lucenti di lagrime^ rivolgendosi 



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— lOO — 

financo a don Ferdinando che guardava tutti quanti 
ad uno ad uno, sbalordito,; battendo sulle spalle di 
don Diego il quale sembrava che non udisse, cogli 
occhi inchiodati sulla sorella e un tremito per tutta 
la persona. A un certo punto egli interruppe la zia, 
balbettando : 

— Lasciatemi solo con Bianca.... Devo dirle due 
parole.... Lasciateci soli.... 

Essa alzò gli occhi sbigottita, faccia a faccia col 
fratello che seinbrava un cadavere, dopo che la zia 
e don Ferdinando furono usciti. 

Il pover'uomo esitò ancora prima di aggiung'ere 
quél che gli restava a dire, fissando la sorella con 
un dolore più pungente e profondo. Poscia le affer- 
rò le mani, agitando il capo, movendo le labbra senza 
arrivare a profferir parola. 

— Dimmi la verità, Bianca I... Perchè vuoi andar- 
tene dalla tua casa?... Perchè vuoi lasciare i tuoi fra- 
telh?... Lo sol lo sol... Per quell'altro I... Ti vergo- 
gni a stare con noi, dopo la disigtazia che t'è capi- 
tata I... 

Continuava ad accennare del capo, con uno strug- 
gimento immenso nell'accento e nel viso, colle lagrime 
amare che gli scendevano fra i peli ispidi e grigi della 
barba. 

— Dio perdona.... Ferdinando non sa nulla I... Io.... 
io.... Bianca!... t3ome una figliuola ti voglio bene!... 
Mia figlia sei.... Bianca!... 

Tacque sopraffatto da uno scopipio di pianto. 
Ella più morta che viva scosse il capo lentamente 
e biascicò: 

— No.... no.... Non è per questo.... 

Don 'Diego lasciò ricadere adagio adagio le Inani 
della sorella, quasi un abisso si scavasse fra di loro. 

— Allora!... Fa quello che vuoi.... fa quello che 
vuoi..,- 

'E le volse le spaUe, curvo, senza aggiunger altro, 
strascicando le gambe. 



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— 101 — 



VII. 



Nella casa antica dei La Guma, presa in affitto da 
don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi. Davanti 
alla porta c'era un crocchio di monelli, che il ragazzo 
di Burgio, in qualità di parente, s'affannava a tener 
discosti, minacciandoli con una bacchettina; la scala 
sparsa di foglie d'arancio; un lume a quattro becchi 
posato sulla ringhiera del pianerottolo; e Brasi Ca- 
mauro, con una cacciatora di panno blu, la camicia 
di bucato, gli stivali nuovi, che dava l'ultimo colpo 
di scopa nel portone imbiancato di fresco. A ogni 
momento succedeva un falso allarme. I ragazzi gri- 
davano: — Eccoli! eccoH! — Camauro lasciava la 
scopa, e della gente si affacciava ai balconi illuminati. 

Verso un^ora di notte arrivò il marchese Limoli, 
facendosi largo colla canna d'India. Vide il lume, 
vide le foglie d'arancio, e disse: — Bravo 1 — Ma 
nel salire le scale, stava per rompersi l'osso del collo, 
e allora scappò anche a bestemmiare: 

— Che bestie I... Han fatto un mondezzaio!... 
Brasi corse colla scopa. — Spazzo via tutto, si- 
gnor marchese ? Butto via ogni cosa ? 

— No, noi... Adesso son passato. Non grattar trop- 
po colla scopa, piuttosto.... Si sente l'odor 'di stalla. 

Udendo delle voci, Santo Motta che aspettava di 
sopra, vestito di nuovo, coi pantaloni a staffe e un 
panciotto di raso a fiori, si affacciò nel pianerottolo, 
mfilandosi la giamberga. 

— Eccomi! eccomi!... Sono qui!... Ah, signor mar- 
chese!... bacio le mani!... 

E rimase un po' confuso, non vedendo altri che il 
Limoli. 

— Servo, servo, caro don Santo!... Non baciate 
più nulla.... ora siamo parenti. 

In cima alla scala comparve anche donna Sara Cir- 
mena, la sola di tutto il parentado della sposa che 



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— 102 — , 

si fosse degnata di venire, con un mog^gio di fiori 
finti in testa, il vestito di seta che aveva preso le 
pieghe come la carta, nel cassettone, i pendagli di 
famiglia che le strappavano le orecchie, seccata di 
aspettare da un gran pezzo .in un bagtno di sudore, 
e si mise a strillare di lassù : 

— Ma che fanno? C'è qualche altra novità? 

— Nulla, nulla, — rispose il marchese salendo ada- 
gio adagio. — Son uscito prima per non far vedere 
ch'ero solo in chiesa, di tutti i parenti.... Son ve- 
nuto a dare un'occhiata. 

Don Gesualdo aveva fatto delle spese : mobili nuovi, 
fatti venire apposta da Catania, specchi con le cor- 
nici dorate, sedie imbottite, dei lumi con le campane 
di cristallo: una fila di stanze illuminate, che viste 
così con tutti gli usci spalancati, pareva di guardare 
nella lente di un cosmorama. 

Don Santo precedeva facendo la spiegazione, ti- 
rando in su ogni momento le maniche che g'ii arri- 
vavano alla punta delle dita. 

— Come? Non c'è nessuno ancora? — esclamò il 
marchese, giunti che furono nella camera nuziale, pa- 
rata come un altare. Compare Santo rannicchiò il 
capo nel bavero di velluto, al pari dì una testuggine. 

— Per me non manca.... Io son qui dall'avema- 
ria.... Tutto è pronto.... 

— Credevo di trovare almeno gU altri parenti.... 
Mastro Nunzio.... vostra sorella.... 

— Nossignore.... si vergognano.... C'è stato un casa 
del diavolo! Io son venuto per tener d'occhio il trat- 
tamento.... 

E aprì l'uscio per farglielo vedere: una gtan ta- 
vola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora 
nella carta ritagliata come erano venuti dalla città, 
sparsa di garofani e gelsomini d'Arabia, tutto quello 
che dava il paese, perchè la signora Capitana aveva 
mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti can- 
delieri si erano potuti avere in prestito, a Sant'Aga- 
ta e nell'altre chiese. Diodata ci aveva pure messi 
in bell'ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, 
come tanti biriUi, che portavano ciascuno un fiore 
in (Àw^. , . 



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— io3 — 

— Bello! bello! — approvò il marchese. — ■ Una 
cosa simile non l'ho mai vista!... E questi qui, cosa 
fanno? 

Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo 
Sepolcro, ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembra- 
vano di cartapesta, così lavati e pettinati. 

— Per servire il trattamento, sissignore!... Mastro 
Titta e l'altro barbiere suo compagno, si son rifiu- 
tati, con un pretesto!... Vanno soltanto nelle casate 
nobili quei pezzenti!... Temevano di sporcarsi le mani 
qui, loro che fanno tante porcherie!... 

Giacalone, premuroso, corse tosto con una botti- 
glia per ciascuna mano. Il marchese si schermì: 

— Grazie, figliuol mio!... Ora mi rovini il Vestito, 
bada ! 

— Di là ci sono anche le tinozze coi sorbetti! — 
aggiunse don Santo. 

Ma appena aprì l'uscio della cucina, si videro fug- 
gire delle donne che stavano a guardare dal buco 
della serratura. 

— Ho visto, ho visto, caro parente. Lasciateli sta- 
re; non li spaventate. 

In quel momento sì udì un baccano giù in istrada, 
e corse in tempo al balcone per vedere arrivare la 
carrozza degli spK)si. Nanni l'Orbo, a cassetta, col cap- 
pello sino alle oreccbie, faceva scoppiettare la frusta 
come un carrettiere, e vociava: 

— Largo!... A voi!... Guardatevi!... — Le mule, tolte 
allora dall'armento, ricalcitravano e sbuffavano, tanto 
che il canonico Lupi propose di smontare lì dov'e- 
rano, e Burgio s'era già alzato per scavalcare lo spor- 
tello. Ma le mule tutt'a un tratto abbassarono il capo 
insieme, e infilarono il portone a precipizio. 

— Morte subitanea! — esclamò il canonico, rica- 
dendo col naso sui ginocchi della sposa. 

Salivano a braccetto. Don Gesualdo con una "spilla 
luccicante nel bel mezzo del cravattone di raso, le 
scarpe lucide, il vestito coi bottoni dorati, il sorriso 
delle nozze sulla faccia rasa di fresco; soltanto il ba- 
vero di velluto, troppo alto, che gU dava noia. Lei 
che sembrava più giovane e graziosa in quel vestito 
candido e spumante, colle braccia nude, un po' di 



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— I04 — 

petto nudo, il profilo angoloso dei Trao irigientilito 
dalla pettinatura allora in moda, i capielli arricciati 
alle tempie e fermati a sommo del capo dal pettine 
alto di tartaruga: una cosa che fece schioccare la lin- 
gua al canonico, mentre la sposa andava salutando 
col capo a destra e a sinistra, palliduccia, timida, qua- 
si sbigottita, tutte quelle nuàtà che arrossivano di 
mostrarsi per la prima volta dinanzi a tanti occhi e 
a tanti lumi. 

— Evviva gli sposi! evviva gli sposi! — si mise 
a gridare il canonico, messo in allegria, sventolando 
il fazzoletto. 

Bianca prese il bacio della zia Cirmena, il bacio dello 
zio marchese, ed entrò sola nelle belle stanze, dove 
non era anima viva. 

— Ehi? ehi? bada che perdi il marito! — le gridò 
dietro lo zio marchese fra le risate generali. 

— Ci siamo tutti? — borbottò sottovoce donna Sa- 
rina. 

Il canonico si affrettò a risponder lui. 

— Sissignora. Poca brigata, vita beata! 

Dietro di loro saliva Alessi, colla berretta in mano, 
intimidito da quei lumi e da quell'apparato. Sin dal- 
l'uscio si mise a balbettare: 

— Mi manda la signora baronessa Rubiera.... Dice 
che non può venire perchè le duole il capo.... Manda 
a salutare la nipote, e don Gesualdo anche.... 

— Vai in cucina, da questa parte, — gli rispose 
il marchese. — Di' che ti dieno da bere. 

Don Gesualdo approfittò di quel momento per rac- 
comandare sottovoce a suo fratello: 

— Stai attento, dinanzi a tutta questa gente!... Ti 
metti a sedere, e non ti muovi più. Come Vedi fare 
a me, fai tu pure. 

— Ho capito. Lascia fare a me! 

La zia Cirmena si era impadronita della sposa, e 
aveva assunta un'aria matronale che la faceva sem- 
brare in collera. Dopo che ciascuno ebbe preso posto 
nella bella sala cogli specchi, si fece silenzio; cia- 
scuno guardando di qua e di là per fare qualche cosa, 
ed ammirando coi cenni del capo. Alla fine il cano- 
nico credette di dover romperle U ghiaccia: 



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i 



— io5 — 

— Don Santo, sedetevi qua. Avvicinatevi; non ab- 
biate timore. 

— A me? — rispose Santo che si sentiva dar del 
don lui pure. 

— Questo è tuo cognato, — disse il marchese a 
Bianca. 

Il notaro ripigliò di lì a un momento: 

— Guardate I guardate! Sembra lo sbarco di Cri- 
stoforo Colombo! 

Vedevasi sull'uscio dell'anticamera un mucchio di 
teste che si pigiavano, fra curiose e timide, quasi 
stesse per scoppiare una mina. Il canonico fra gli 
altri monelli scorse Nunzio, il nipotino di don Ge- 
sualdo, e gli fece segno d'entrare, ammiccandogli. Ma 
il ragazzo scappò via come un selvag'gio; e il cano- 
nico, sempre sorridendo, disse: 

— Che diavoletto!... tutto sua madre.... 

Il marchese, sdraiato sulla sedia a bracciuoli, ac- 
canto alla nipote, sembrava un presidente, chiacchie- 
rando soltanto lui. 

— Bravo! bravo!... Tuo marito ha fatto le cose 
bene!... Non ci manca nulla in questa casa!... Ci sta- 
rai da principessa!... Non hai che a dire una pa- 
rola.... mostrare un desiderio.... 

— Allora ditegli che vi compri delle altre mule, 

— aggiunse il canonico ridendo. 

— È vero; sei alquanto pallida.... Ti sei forse spa- 
ventata in carrozza? 

— Sono mule troppo giovani.... appena tolte 'dal- 
l'armento.... non ci sono avvezze.... Ora usano dei 
cavalli per la carrozza, — disse il canonico. 

— Certamente! certamente! — si affrettò a rispon- 
dere don Gesualdo. — Appena potrò. I denari ser- 
vono per spenderh.... quando ci sono. 

Il marchese e il canonico Lupi tenevano viva la con- 
versazione, don Gesualdo approvando coi cenni del 
capo; gli altri ascoltavano/: la zia Cirmena con le 
mani sul ventre e un sorrisetto amabile che faceva 
cascare le parole di bocca: un sorriso che diceva: 

— Bisogna pure! giacché son venuta!... Valeva pro- 
prio la pena di mettersi in gala!... — Bianca sembra- 
va un'estranea, in mezzo a tutto quel lusso. E suo 



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— io6 — 

marito imbarazzato andhe lui, fra tanta gente, la sposa, 
gli amici, i servitori, dinanzi a queg'li specchi nei 
quali si vedeva tutto, vestito di nuovo, ridotto a guar- 
dare come facevano gli altri se voleva soffiarsi il 
naso. 

— Il raccolto è andato benel — disse il marchese 
a voce più alta, perchè gli altri lo seguissero dove 
voleva arrivare. — Io ne parlo per sentita dire. Eh? 
eh? massaro Fortunato?... 

— Sissignore, grazie a Dio!... Sono i prezzi che non 
dicono I... 

— Ci sarà tanto da fare in campagna I Nel paese 
non c'è più nessuno. 

La zìa Cirmena allora non potè frenarsi: 

— Ho vista al balcone la cugina Sganci.... credevo 
che venisse, anzi!... 

— Chissà? chissà? Quella pioggerella ch'è caduta 
ha ridotto la strada una pozzanghera!... Io stavo per 
rompermi il collo. Però dicono che fa bene alle vi- 
gne. Eh? eh? massaro Fortunato?... 

— Sissignore, se vuol Dio!... 

— Saranno tutti a prepararsi per la vendemmia. 
Noi soli no, donna Sarina ! Noi beviamp il vino senza 
pregare Dio per l'acqua!... Bisogna condurre la sposa 
a Giolio per la vendemmia, don Gesualdo!... Vedrai 
che vigne. Bianca! 

— Certo!... è la padrona!... certo!... 

— Un momento!... — esclamò il canonico balzando 
in piedi. — Mi pare di sentir gente!... 

Santo, che stava all'erta, cogli occhi fissi sul fra- 
tello, gli fece segno per sapere se èra ora d'inco- 
minciare il trattamento. Ma il canonico rientrò dal 
balcone quasi subito, scuotendo il capo. 

— No!... Son villani che ritornano in paese. Oggi 
è sabato e arriva gente sino a tardi. 

— Io l'avevo indovinato! — rispose la Cirmena. 
— Ho l'orecchio fine!... Chi aspettate, voi? 

— Donna Giuseppina Alòsi, per bacco!... Quella 
almeno non manca mai! 

— L'avrà trattenuta il cavaliere.... — si lasciò scap- 
pare il mairchese, perdendo la pazienza. 

Santo, che s'era già alzato, tornò a sedere mogio 
mogio. . 



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— I07 — 

— Con permesso I con permesso! — disse il ca- 
nonico. — Un momento 1 Vo e tomo! 

Donna Sarina gli corse dietro nell'anticamera, e si 
udì il canonico rispondere forte: 

— No! Qui vicino.... dal Capitano!... 

Il marchese che stava coll'orecchio teso fingeva 
d'ammirare ancora i mobili e le stanze, e tornò a dire : 

— Belli! belli!... Una casa signorile! Siete stati for- 
tunati di potervi cacciare nel nido dei La Gumal... 
Eh! eh!... Se ne videro qui delle feste.... in questo 
stesso luogo!... Mi rammento.... pel battesimo dell'ul- 
timo La Gurna.... Corradino.... Adesso sono andati a 
stare a Siracusa, tutta la famiglia, dopo aver dato 
fondo a quel po' che rimaneva!... Mo'rs tua vita 
meat.. Qui starete da principi!... Eh! eh!... son vec- 
chio e la so lunga!... Ci staremmo bene anche noi, 
eh, donna Sarina ?... eh ? 

Donna Sarina si dimenava sulla sieggiola per te- 
ner la lingua in freno: — Quanto a me!... — disse 
poi — grazie a Dio!... La prova è che il ragazzo 
La Gurna, Corradino, viene da me per la villeggia- 
tura. Lui non ci ha colpa, povero innocente ! 

— No, no, è meglio star seduti in una bella se- 
dia soffice come questa, che andare a busicarsi il pane 
di qua e di là, come i La Gurna!... quando si può 
buscarselo anche!... E avere una buona tavola appa- 
recchiata, e la carrozza per far quattro passi dopo, 
e la vigna per la villeggiatura, e tutto il resto!... La 
buona tavola sopratutto!... Son vecchio, e mi dispiace 
che il marchesato non possa servirsi in tavola.... Il 
fumo è buono soltanto in cucina.... La so lunga.... 
C'è più fumo nella cucina, che arrosto sulla tavola 
in molte case.... quelle che ci hanno lo stemma più 
grosso sul portone.... e che arricciano più il naso !... 
Se tomo a nascere, voglio chiamarmi mastro Alfonso 
Limoli, ed esser ricco come voi, nipote mio.... Per 
godermi i miei denari fra me e me.... senza invitar 
nessuno.... ho I... 

— Tacete ! . . . Sento il campanello ! — interrupipe 
dònna Sarina. — È un pezzo che suonano mentre 
voi state a predicare.... 

Però era un tintinnìo sommesso di gente povera. 



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— io8 — 

Santo corse ad aprire, e si trovò faccia a faccia col 
sagrestano, seguito dalla moglie, la quale portava sotto 
il braccio un tovagliuolo che pareva un sacco, quasi 
fosse venuta per lo sgombero. Al primo momento 
don Luca rimase imbarazzato, vedendo il fratello di 
Speranza che gli aveva mandato a dire mille impiro- 
peri ^on suo marito Burgio; ma non si perse d'animo 
per questo, e trovò subito il pretesto: 

— C*è il canonico Lupi?... Mia moglie, qui, m'ha 
detto ch'era montato in carrozza cogli sposi.... 

La gnà Grazia allora entrò svolgendo adagio ada- 
gio il tovagliuolo, e ne cavò ima caraffina d'acqua 
d'odore, tappata con un batuffoletto di cenci. 

— L'acqua benedetta!... Abbiamo pensato per donna 
Bianca I 

E si misero ad' aspettare tranquillamente, marito e 
moglie, in mezzo alla sala. 

In quel momento tornò il canonico Lupi, rosso in 
viso, sbuffando, asciugandosi il sudore. E a prevenire 
ogni domanda si rivolse sùbito al padrone di casa, 
sorridendo, coU'aria indifferente: 

— Don Gesualdo.... se avete intenzione di farci fare 
la bocca dolce!... Mi pare che sia tempo!... AU'al- 
ba ho da dir messa, prima d'andare in campagna. 

— Vado? — saltò a dire subito Santo. — Met- 
tiamo anano? 

Si alzò in piedi la sposa; si alzarono dopo di lei 
tutti gli altri, e rimasero fermi ai loro posti, aspet- 
tando a chi toccasse aprire la marcia. Il canonico si 
sbracciava a far dei segni a compare Santo, e ve- 
dendo che non capiva, gU soffiò colla voce di petto, 
come in chiesa, allorché sbaglia vasi la funzione: 

— A voi!... Date braccio alla cognata!... 

Ma il cognato non si sentiva di fare quella parte. 
Infine glielo spinsero dietro a forza. Lo zio LimòU 
intanto era passato avanti colla sposa, e il canonico 
borbottò all'orecchio di don Gesauldo: 

— Credereste?... fa la sdegnosa anche la Capitana! 
Lei che non manca mai dove c'è da leccare piatti! 
Fa la sdegnosa anch'essa! Come se non si sapesse 
dónde viene quella gran danna !,.. No ! no ! che fate ?... — 
esclamò a un tratto slanciandosi verso compare Santo. 



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— I09 — 

Costui, persa la pazienza, quatto quatto rìmbocca- 
vasi le maniche del vestito. Per fortuna la cognata 
stava parlando collo zio Limoli, e non se ne accorse. 
Il marchese, dal canto suo, era distratto, cercando di 
evitare Giacalone e Pelagatti che volevano servirlo 
a ogni costo. — Faranno nascere qualche gtiaio quei 
due ragazzi! — borbottò infine. 

Anche Bianca abbozzò un sorriso a quell'uscita, e 
si scostarono dalla tavola tutti e due, per evitare il 
pericolo. 

— Non vuol nulla!... — tornò dicendo il cognato 
don Santo, quasi si fosse tolto un gran peso dallo 
stomaco. — Io, per me, gliePho offerto!... 

— Neanche un bicchierino di perfetto amore? 

— entrò a dire il canonico con galanteria. — La zia 
Cirmena si mise a ridere, e Santo guardò il fratello, 
per vedere cosa dovesse fare. 

— Eh! eh!... — aggiunse il marchese con la sua 
tosserella. — Eh! eh!... 

— Qualcosa, zio? ; 

— Grazie, grazie, cara Bianca.... Non ho più denti 
né stomaco.... Sono invalido.... Sto a vedere soltanto.... 
non posso fare altro.... 

Il canonico si fece pregare un po', e quindi trasse 
di tasca un fazzoletto che sembrava \m lenzuolo. In- 
tanto la zia Cirmena s'empiva il borsone che portava 
al braccio, dov'era ricamato im cane tutto intero, e 
ce n'entrava della roba ! Il canonico invece, che aveva 
le tasche sino al ginocchio, sotto la zimarra, delle 
vere bisacce, poteva cacciarvi dentro tutto quello che 
voleva senza dare nell'occhio. Bianca pure regalò con 
le sue mani stesse ima scatola di confetti al cognato 
Santo. 

' — Per vostra sorella e i suoi ragazzi.... 

— Di' che glieli manda lei stessa.... la cogtiata.... 

— soggiimse ^sualdo tutto contento, con im sorriso 
di gratitudine per lei. 

Erano un po' in disparte, mentre tutti gli altri si 
affollavano intomo aUa tavola. Egli allora le dissie 
piano, con ima certa "tenerezza: 

— Brava! mi piaci perchè sei giudiziosa, e cerchi 
di metter pace in famigUa.... Non sai quel che c'è 



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— 112 — 

Di rimpetto, alla cantonata di San Sebastiano, c*era 
un crocchio di gente; si vedevano bianchegg":are dei 
vestiti chiari nel buio della strada. Altri passavano 
lentamente, in punta di piedi, rasente al muro, col 
viso rivolto in su. Si udiva parlare sottovoce, delle 
risa soffocate anche, uno scalpiccio furtivo. Due che 
tornavano indietro dalla parte di Santa Maria di Gesù 
si fermarono, vedendo aprire il balcone. E tutti sgat- 
taiolarono di qua e di là. Rimase solo CioUa, che 
fingeva d'andare pei fatti suoi canticchiando: 

Amore, amore, che mi hai fatto fare?... 

Donna Sarina e il marchese Limoli si erano avvi- 
cinati anch'essi al balcone. Quest'ultimo allora disse: 

— Adesso potete andarvene, donna Sarina. Non 
c'è più nessuno laggiù I... 

La zia Cirmena scattò su come una mòlla : 

— Io non ho paura, don Alfonso I... Io fo quel che 
mi pare e piace!... Son qui per far da mamma a 
Bianca.... giacché non c'è altra parente prossima. Non 
possiamo piantar la sposa quasi fosse una trovatella.... 
pel decoro della famigha almeno I... 

— Ah? ah?... — sogghignava Intanto il marchese. 
Donna Sarina gli ribattè sul muso, frenando a stento 

la voce: 

— Non mi fate lo gnorri, don Alfonso!... Lo sa- 
pete meglio di me!... Deve premere anche a voi che 
siete della famigha.... Bisogna farlo per la gente.... se 
non per lei!... — E infilò l'uscio della camera nuziale, 
continuando a sbraitare. 

— Va bene, va bene ! Non andate in collera.... Vuol 
dire che ce ne andremo noi!... Ehi, ehi, canonico.... 
Mi par che sarebbe tempo d'andarcene!... Un po' di 
prudenza!... 

— Ah! ah!... Ah! ah! — chiocciava il canonico. 

— Buona notte, nipoti miei! Vi dò pwfe ki bc- 
n«i!hione che am oeetft-nidku... 

Bianca s'era fatta pallida come un cencio lavato. 
Si alzò anche lei, con un heve tremito nei muscoli 
del mento, coi begli occhi turchini che sembravano 
smarriti, incespicando nel vestito nuovo, e balbettò; 



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- ii3 - 

— Zio!... sentite, ziol... — E lo tirò in disparte 
per parlargli sottovo'te, con calore. 

— Sono pazzi I — interruppe il marchese ad alta 
voce, accalorandosi anche lui. — Pazzi da legare! Se 
torno a nascere, lo dirò anche a loro, voglio chia- 
manmì mastro Alfonso Limoli!... 

— Bravo! — sghignazzò il canonico. — Mi piace 
quello che dite! 

— Buona notte I buona notte ! Non ci pensare I An- 
drò da loro domattina.... E fra nove mesi, ricordati 
bene, voglio essere invitato di nuovo pel battesimo.... 
il canonico Lupi ed io.... noi due soli.... Non ci sarà 
neppure bisogno della cugina Cirmenal... 

— Poca brigata, vita beata! — conchiuse Taltro. 

Don Gesualdo li accompagnò sino all'uscio, solle- 
ticato internamente dai complimenti del canonico, il 
quale non finiva dal dirgU che aveva fatto le cose 
ammodo: — Peccato che non sieno venuti tutti gH 
invitati! Avrebbero visto che spendete da Cesare. Mi 
sorprende per la signora Sganci!... Anche la baronessa 
Rubiera sarebbe stata contenta di vedere come le ri- 
spettate la nipote.... che non siete di quelh che hanno 
il pugno stretto.... giacché dovete esser soci fra 
poco. 

— Eh! eh! — rispose don Gesualdo che si sen- 
tiva ribollire in quel punto i denari male spesi. — 
C'è tempo! c'è teimpo! Ne deve passare prima del- 
Tacqua sotto il ponte che non c'è più.... Diteglielo 
pure, alla signora baronessa. 

— Come? come? Se era cosa intesa? Se dovete 
esser jsoci? 

— I miei soci son questi qua! — ripetè don Ge- 
sualdo battendo sul taschino. — Non vorrei che la 
signora baronessa Rubiera avesse a vergognarsi d'a- 
vermi per compagno.... diteglielo piure! 

— Ha ragione! — aggiunse il marchese ferman- 
dosi a metà della scala. — Ha l'amor proprio dei 
suoi denari, che diavolo I... La cugina Rubiera avrebbe 
potuto degnarsi.... Non si sarebbe guastato il sangue 
per così poco, lei!... 

— Chissà? chissà perchè non è venuta?... Ci de- 

Veroa. Mastro-don Gesualdo. 8 



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— 114 — 

v'essere qualch'altro motivo.... Poi, gli affari.... è un'al- 
tra cosa.... Pensateci bene!... Vi mancherà un appog- 
gio I... Li avrete tutti nemici allora!... 

— Tutti nemici.... oh bella! perchè? 

— Pei vostri denari, caspita!... Perchè potete met- 
tere anche voi le mani nel piatto!... Poi vi siete im- 
parentato con loro!... Uno schiaffo, caro mio! Uno 
schiaffo che avete dato a tutti quanti ! 

— Sapete cosa ho da dirvi? — si mise a strillare 
allora il piarchese levando il cap» in su. — Che se 
non avessi il vitalizio della mia commenda di Malta 
per non crepare di fame, sarei costretto a dare uno 
schiaffo anch'io a tutta la nobile parentela.... Sarei 
costretto a scopar le strade!... 

E se ne andò borbottando. 

— Don Gesualdo, — disse Nanni l'Orbo facendo 
capolino dalla cucina, i — Son qui i ragazzi che vor- 
rebbero baciar la mano alla padrona.... se non c'è 
più nessuno.... 

— Spicciatevi ! spicciatevi ! — ris'pose lui infastidito. 
Prima s'affollarono sulla sogha simili a un branco 

di pecore; poscia, dopo Nanni l'Orbo, sfilarono dietro 
tutti gli altri, col sorriso gfoffo, il berretto in mano, 
le donne salutando sino a terra come in chiesa, im- 
bacuccate nelle mantelline. 

— Questa è Diodata, — disse Nanni l'Orbo. — 
Una povera orfanella che il padrone ha. mantenuto 
per carità. 

— Sissignora!... Tanta salute!... — E Diodata non 
seppe più che dire. 

— Un cuore tanto fatto, don Gesualdo! — seguitò 
Nanni l'Orbo accalorandosi. — Gli ha fatto anche la 
dote! Domeneddio l'aiuta per questo! 

Don Gesualdo andava spegnendo i lumi. Poi si voltò 
tutto di nuovo vestito, che Diodata non osava nem- 
meno alzare gli occhi su, di lui, e conchiuse : 

— Va bene. Siete contenti? 

— Sissignore, — rispose Nanni l'Orbo, guardando 
con tenerezza Diodata. — Contentoni ! .. può dirlo an- 
che Jei!... 

— È un pezzo che compare Nanni teneva d'oc- 
chio a quei baiocchi, per non lasciarseli sfuggire! — 



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— ii5 — 

aggiunse Brasi Camauro. — È nato col berretto in 
testa I 

— Sposa Diodata, — narrò allora alla moglie don 
Gesualdo. — La marito con lui. 

Il camparo aggiunse altre informazioni, ridendo: 

— Si correvano dietro! Bisognava far la guardia 
a loro piirel... Il padrone mi dovrebbe ancora qual- 
che ;regaluccio per quest'altra custodia che non era 
nel patto!... 

Allora scoppiò una risata generale, perchè compare 
Carmine era molto lepido, di solito. La ragazza, tutta 
una fiamma, gli lanciò un'occhiata di bestia selvaggia. 

— Non è vero! nossignore, don Gesualdo!... 

— Sì! sì! e Brasi Camauro anche! e Giacalone, 
allorché veniva pel carro!... Tutti d'amore e d'accor- 
do, insieme!... 

Le risate non finivano più; Nanni l'Orbo p«el primo, 
che si teneva i fianchi. Sola Diodata, rossa come il 
fuoco, colle lagrime agli occhi, s'affannava a ripetere: 

— Nossignore!... non è vero!... Come potete dirlo, 
compare Cannine?... non ne avete coscienza? 

Donna Sarina comparve di nuovo sull'uscio, colle 
braccia incrociate, senza profferire una parola; sol- 
tanto i fiori che le si agitavano sul capo parlavano 
per lei. 

— Ora basta! — conchiuse il padrone. — Anda- 
tevene, ch'è tardi. 

Essi salutarono un'altra volta, inchinandosi goffa- 
mente, balbettando confusamente in coro, urtandosi 
nell'uscire, e se ne andarono con un calpestìo pe- 
sante di bestiame grosso. Appena fuori cominciarono 
a ridere e scherzare fra di loro; Brasi Camauro e 
Pelagatti dandosi degli spintoni; Nanni l'Orbo e com- 
pare Carmine barattando parolacce e ingiurie atro- 
ci, colle braccia l'uno al collo dell'altro, come due 
fratelli messi in allegria dal vino bevuto. Una bal- 
doria che fece ridere anche lo stesso don Gesualdo. 

— Son come le bestie! — diss'egli rientrando. — 
Non dar retta, cara Bianca! 

— Un momento! — strillò la zia Cirmena respin- 
gendolo colle mani, quasi egli stesse per farle vio- 
lenza. — Non potete entrare adesso! Fuori! fuori! 



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— ii6 — 

E gli chiuse l'uscio sul muso. 

Diodata * risalì di corsa in quel punto, scalmanata, 
colle lagrime agli occhi. 

— Don Gesualdo!... Non vogliono lasciarmi andare 
pei fatti miei!... Li sentite, laggiù?... compare Nanni 
e tutti gli altri!... 

— Ebbene? Che c'è? Non dev'essere tuo marito?... 

— Sissignore.... Dice per questo!... ch'è il padro- 
ne.... Non mi lasciano andare in pace!... tutti quanti! 

— Aspetta! aspetta, che piglio un bastone! 

— No! no! — gridò Nanni dalla strada. — Ce 
ne andiamo a casa. Nessuno la tocca. 

— Senti ? Nessuno ti tocca. Vattene Che fai 

adesso ? 

Essa, stando due scalini più giù, gli aveva presa 
la mano di nascosto, e andava baciandola come un 
vero cane affezionato e fedele: — Benedicite!... be- 
nedicite!... 

— Ora ricomincia il piagnisteo! — sbuffò lui. — 
Non ho un momento di pace, questa sera!... 

— Nossignore.... senza piagnisteo.... Tanta salute a 
vossignoria!... e alla vostra sposa anche!... È che vo- 
levo baciarvi la mano per l'ultima voltai... Mi tre- 
mano un po' le gambe.... Tanto bene che mi avete 
fatto, vossignoria!... 

— Bè! bè!... Sta allegra tu pure!... Dev'essere un 
giorno d'allegria questo!... Hai trovato un buon ma- 
rito anche tu.... Il pane non te lo farà mancare.... E 
quando verrà la malannata, ricordati che c'è sempre 
il mio magazzino aperto.... Sei contenta anche tu ? di' ? 

Essa rispose ch'era contenta, chinando il capo più 
volte, giacché aveva un gruppo alla gola e non po- 
teva parlare. 

— Va bene! Ora vattene via contenta.... e senza 
pensare ad altro, sai!... senza pensare ad altro!... 

Com' essa lo guardava in un certo modo , cogli 
occhi dolorosi che sembrava gli leggessero anche a 
lui il cruccio segreto in cuore, comnciò a gtidare per 
non pensarci, quasi fosse in collera. 

— E senza cercare il pelo nell'uo\fo!... senza pen- 
sare a questo e a quell'altro.... Il Signore c'è per tut- 
ti.... Anche tu sei una povera trovatella, e il Signore 



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— 117 — 

ti ha aiutato!... Al caso poi, ci son qua io.... Farò 
quello che potrò.... Non ho il cuore dì sasso, noi... 
Lo sail Vai, vai; vattene via contentai... 

Ma Diodata, che gli voltava le spalle, col petto pi- 
giato contro la ringhiera, quasi si sentisse morire 
dal crepacuore, non potè frenare i singhiozzi che la 
scuotevano dalla testa ai piedi. Allora il suo padrone 
scappò a bestemmiare: 

— Santo e santissimo!... santo lè santissimo! 

In quel momento comparve la zia Cirmena in cima 
alla scala, con lo scialle in testa, il borsone infilato al 
braccio, e gli occhi umidi di lagrime, come si conve- 
niva alla parte di madre che Tera toccata quella volta. 

— Eccomi qua, don Gesualdo! eccomi qua! — E 
stese le braccia come un crocifisso per buttargliele al 
collo. — Non ho bisogno di farvi la predica.... Siete 
un (uomo di giudizio.... Povera Bianca!... Sono com- 
mossa, guardate! v 

Cercò nel borsone il fazzoletto di battista, fra la 
roha di cui era pieno, e si asciugò gli occhi. Poi 
baciò di nuovo lo sposo, asciugandosi anche la bocca 
con lo stesso fazzoletto, e chiamò il servitore che aspet- 
tava giù col lampione. 

-^ Don Camillo! Accendete, eh 'è ora di andarsene. 
Don Camillo ? ehi ? cosa fate ? dormite ? 

Dalla strada rispose CioUa, ripassando col chitar- 
rino: 

Amore, amore, che m*hai fatto fare?... 

E degli altri sfaccendati gli andavano dietro, fa- 
cendogli raccompagtiamento coi grugniti. 

— No! — esclamò la zia Cirmena piantandosi di- 
nanzi al nipote, quasi ad impedirgli di fare una pazzia. 
— Non date retta.... Sono ubbriachil... canaglia che 
crepano d'invidia ! Andate a trovare vostra moglie piut- 
tosto! Ve la raccomando.... non va presa come le al- 
tre.... Siamo fatti di un'altra pasta.... tutta la fami- 
glia.... Mi pare di lasciare il sangue mio nelle vostre 
mani adesso!... Non ho avuto figliuole.... non ho mai 
provato una cosa simile!... Mi sento tutta sconvolta!... 
No! no! Non badate a me!... mi calmerò.... Voi, don 
Camillo, andate avanti col lume.... 



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— ii8 — 

Egli volse le spalle. — Quante chiacchiere! Infine 
siamo marito e moglie sì o no? — Entrando nella 
camera nuziale trasse un sospirone. 

— Ah! se Dio vuole, è finita! Ce n*è voluto.... ma 
è finita, se Dio vuole!... Non lo fo più, com'è vero 
Iddio, se si ha a ricominciare da capo!... 

Voleva far ridere anche la sposa, metterla un po' 
di buon umore, per star meglio insieme in confidenza, 
come dev'essere fra marito e moglie. Ma lei, ch'era 
seduta dinanzi allo specchio, voltando le spalle al- 
l'uscio, si riscosse udendolo entrare, e avvampò in 
viso. Indi si fece smorta più di prima, e i lineamenti 
delicati parvero affilarlesi a un tratto maggiormente. 

Proprio quejlo che aveva detto la zia Cirmena! 
Una ragazza che vi basiva per un nulla, e v'imbro- 
gliava la lingua e le mani. Gli seccava, ecco, quel 
giorno di nozze che non gU aveva dato un sol mo- 
mento buono. 

— Ehi?... Perchè non dici nulla?... Cos'hai?... — 
rimase un momento imbarazzato, senza sapter che 
dire neppoire lui, umiliato nel suo bel vestito nuovo, 
in mezzo ai suoi mobili che gli costavano un occhio 
del capo. 

— Senti.... s'è così.... se la pigli su quel verso an- 
che tu.... Allora ti saluto e vo a dormire su di una 
sedia, com'è vero Dio!... 

Essa balbettò qualche parola inintelligibile, un g'or- 
goglìo di suoni timidi e confusi, e chinò il capo ub- 
bidiente, per cominciare ,a togliersi il pettine di tar- 
taruga, colle mani gracili e un po' sciupacchiate alle 
estremità di ragazza povera avvezza a far tutto in 
casa. 

— Brava! brava! Così mi piaci!... Se andiamo d'ac- 
cordo come dico io, la nostra casa andrà avanti.... 
avanti assai! Te lo dico io! Faremo crepare gli in- 
vidiosi.... Hai visto stasera, che non son voluti ve- 
nire alle nozze?... Quante spese buttate via!... Hai visto 
che mi mangiavo il fegato e ridevo?... Wderà mth 
glk) chi ride i'uiliinot... Via, via, perchè ti tremano 
così le mani?... non sono tuo marito adesso?... a di- 
spetto degli invidiosi!... Che paura hai?... Senti! .. quel 
Ciolla!... mi farà fare uno sproposito!... 



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— 119 — 

Essa tornò a balbettare qualche parola indistìnta, 
che le spirò di nuovo sulle labbra smorte, e alzò per 
la prima vòlta gli occhi su di lui, quegli occhi turchini 
e dolci che gli promettevano la sposa amorevole e 
ubbidiente che gh avevano detto. Allora egli tutto 
contento, con una risata larga, che gii spianò il viso 
ed il cuore, rispose: 

— Lascialo cantare. Non me ne importa adesso di 
CioUa.... di lui e di tutti gli altri!... Crepano d'invidia 
perchè i miei affari vanno a gonfie vele, gtazie a Dio I 
Non te ne pentirai, no, di quello che hai fatto!... Sei 
buona!... non hai la superbia di tutti i tuoi.... 

In cuore gli si gonfiava un'insolita tenerezza, men- 
tre l'aiutava a, spettinarsi. Proprio le sue grosse jnani 
che aiutavano una Trao, e si sentivano divenir leg- 
gere Jeggere fra quei capelH fini! Gli occhi di lui 
si accendevano sulle trine che le velavano gh omeri 
candidi e delicatì, sulle maniche brevi e rigonfie che 
le mettevano quasi delle ali alle spalle. Gli piaceva 
la peluria color d'oro che le fioriva agli ultimi nodi 
delle vertebre, le cicatrici lasciatele dal vaccinatore: 
inesperto sulle braccia esili e bianche, quelle mani 
piccole, che avevano lavorato come le sue, e trema- 
vano sotto i suoi occhi, quella nuca china che impal- 
lidiva e arrossiva, tutti quei segni umili di privazioni 
che l'avvicinavano a lui. 

— Voglio che tu sii meg'lio di una regina, se an- 
diamo d'accordo come dico io!... Tutto il paese sotto 
i piedi voglio metterti!... Tutte quelle bestie che ri- 
dono adesso e si divertono alle nostre spalle!... Ve- 
drai! vedrai!... Ha buon stomaco, mastro-don Gesual- 
do!... da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello 
che vuole.... e buone gambe pure.... per arrivare dove 
vuole.... Tu sei buona e bella!... roba fine!.... roba 
fine sei!... 

Essa rannicchiò il capo nelle sipalle, simile a una 
colomba trepidante che stia per esser ghermita. 

— Ora ti vogho bene davvero, sai!... Ho paura di 
toccarti colle mani.... Ho le mani grosse perchè ho 
tanto lavorato.... non mi vergogno adirlo.... Ho lavo- 
rato per arrivare a questo punto.... Chi me l'avrebbe 
detto?... Non mi vergogno, no! Tu sei bella e buo- 



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— I20 — 

na.... Voglio farti come una regina.... Tutti sotto i 
tuoi piedi!... questi pdedini piccoli I Hai voluto venirci 
tu stessa.... con questi piedini piccoli.... nella mia casa.... 
La padrona I.... la signora bella miai... Guarda, mi 
fai dire delle sciocchezze!... 

Ma essa aveva Torecchio altrove. Pareva guardasse 
nello specchio, lontano, lontano. 

— A che pensi? ancora al Ciolla?... Vo a finire 
in prigione, la prima notte di matrimonio!... 

— No! — interruppe lei balbettando, con un filo 
di voce. — No.... sentite.... devo dirvi una cosa^... 

Sembrava che non avesse più una goccia di sangiie 
nelle vene, tanto era pallida e sbattuta. Mosse le lab- 
bra tremanti due o tre volte. 

— Parla, — rispose lui. — Tutto quello che desi- 
deri.... Voglio che sii contenta tu pure!... 

Com'era di luglio, e faceva un gran caldo, si tolse 
anche il vestito, aspettando. Ella si tirò indi.etro bru- 
scamente, quasi avesse ricevuto un urto in pieno petto ; 
e s'irrigidì, tutta bianca, cogli occhi cerchiati di nero. 

— Parla, parla!... Dimmelo qui all'orecchio.... qui 
che nessuno ci sente!... 

Rideva tutto contento colla risata grossolana, liel- 
l'impeto caldo che cominciava a fargli girare il capo, 
balbettando e anfanaado, in maniche di camicia, strin- 
gendosi sul cuore che gli batteva fino in gola quel 
corpo delicato che sentiva rabbrividire e quasi ribel- 
larsi; e come le sollevava il capo dolcemente si sentì 
cascar le braccia. Ella si asciugò gli occhi febbrili, col 
viso tuttora contratto dolorosamente. 

— Ah!... che gusto!... Aveva ragione' la zia Cir- 
mena!... Bel divertimento"!... Dopo tanti stenti, tanti 
bocconi amari!... tante spese fatte!... Si dovrebbe es- 
sere così contenti qui.... due che si volessero bene!... 
Nossignore! neanche questo mi tocca! Neanche il 
giorno delle nozze, santo e santissimo!... Dimmi al- 
meno che hai ! 

— Non badate a me.... Sono troppo agitata.... 

— Ah! quel Ciolla!... ancora!... Com'è vero Dio, 
gli tiro addosso un vaso di fiori adesso!... Voglio far 
la festa anche a lui, la prima notte di matrimonio! 



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PARTE SECONDA. 



I. 



— Tre onze e quindici I... Uno!... due!... 

— Quattr'onze! — replicò don Gesualdo impassi- 
bile. 

Il barone Zacco si alzò, rosso come se gli pigliasse 
un accidente. Annaspò alquanto per cercare il cap- 
pello, e fece -per andarsene. Ma giunto siuUa soglia 
tornò indietro a precipizio, colla schiuma alla bocca, 
quasi fuori di sé, gridando: 

— Quattro e quindici!... 

E si fermò ansante dinanzi alla seri vaglia dei giu- 
rati, fulminando il suo contradditore cogli occhi ac- 
cesi. Don Filippo Margarone, Peperito e g'ii altri del 
Municipio che presiedevano all'asta delle terre co- 
mimali, si parlarono all'orecchio fra di loro. Don Ge- 
sualdo tirò su una presa, seguitando a fare tranquil- 
lamente i suoi con'ti nel taccuino che teneva aperto 
sulle ginocchia. Indi alzò il capp, e ribattè con voce 
calma: i » i ; . 

— Cinque onze! 

Il barone diventò a un tratto come un cencio la- 
vato. Si soffiò il naso; calcò il cappello in testa, e 
poi infilò l'uscio, sbraitando: 

— Ah!... quand'è così!... giacch'è un puntiglio!... 
una personalità!... Buon giorno a chi resta! 

I giurati si agitavano sulle loro sedie quasi aves- 
sero la colica. Il canonico Lupi si alzò di botto, e 
corse a dire una parola all'orecchio di don Gesualdo, 
passandogH un braccio al collo. 



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— 122 — 

— Nossignore, — rispose ad alta voce costui. — 
Non ho di queste sciocchezze.... Fo i miei interessi, 
e nulla più. 

Nel pubblico che assisteva all'asta corse un mor- 
morio. Tutti gli altri concorrenti si erano tirati indie- 
tro, sgomenti, cacciando fuori tanto di lingua. Allora 
si alzò in piedi il baronello Rubiera, pettoruto, li- 
sciandosi la barba scarsa, senza badare ai segni che 
gli faceva da lontano don Filippo, e lasciò cadere la 
sua offerta, coll'aria addormentata di uno che non 
gliene importa nulla del denaro: 

— Cinque onze e sei!... Dico io!... 

— Per l'amor di Dio, — gli soffiò nelle orecchie il 
notaro Neri tirandolo per la falda. — Signor barone, 
non facciamo pazzie!... 

— Cinque onze e sei! — replicò il baronello senza 
dar retta, guardando in giro trionfante. 

— Cinque' e quindici. 

Don Nini si fece rosso, e aprì la bocca per repli- 
care; ma il notaro gliela chiuse con la mano. Mar- 
garone stimò giunto il momento di assumere l'aria 
presidenziale. 

— Don Gesualdo!... Qui non stiamo per scherza- 
re!... Avrete danari.... non dico di no.... ma è una 
bella somma.... per uno che sino a ieri l'altro por- 
tava i sassi sulle spalle.... sia detto senza offendervi.... 
Onestamente.... « Guardami quel che sono, e non quello 
che fui» dice il proverbio.... Ma il comune vuole la 
sua garanzia. Pensateci bene !... Sono circa cinque- 
cento salme.... Fanno.... fanno.... — E si mise gli oc- 
chiali, scrivendo cifre sopra cifre. 

— So quello che fanno, — rispose ridendo ma- 
stro-don Gesualdo. — Ci ho pensato portando i sassi 
sulle spalle.... Ah! signor don Fihppo, non sapete che 
soddisfazione, essere arrivato sin qui, faccia a faccia 
con vossignoria e con tutti questi altri padroni miei,, 
a dire ciascuno le sue ragioni, e fare il suo interesse ! 

Don Filippo posò gli occhiali sullo scartafaccio; 
volse un'occhiata stupefatta ai suoi colleghi a destra 
e a sinistra, e tacque rimminch'onito. Nella folla che 
pigiavasi all'uscio nacque un tafferuglio. Mastro Nun- 
zio Motta voleva entrare a ogni costo, e andare ^ 



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— 123 — 

mettere le mani addosso al suo figliuolo che buttava 
così i denari. Burgio stentava a frenarlo. Margarone 
suonò il campanello per intimar silenzio. 

— Va bene!... va benissimo!... Ma intanto la legge 
dice.... 

Come seguitava a tartagliare, quella faccia gialla 
di Canali gli suggerì la risposta, fingendo di soffiarsi 
il naso. 

— Sicuro ! . . . Chi garantisce per voi ? ... La legge 
dice.... 

— Mi garantisco da me, — rispose don Gesualdo 
posando sulla scrivania un sacco di doppie che cavò 
fuòri dalla cacciatora. 

A quel suono tutti spalancarono gli occhi. Don Fi- 
lippo ammutolì. 

— Signori miei!... — strillò il barone Zacco rien- 
trando infuriato. — Signori miei I... guardate un pò* !... 
a che siam giunti!... 

— Cinque e quindici! — replicò don Gesualdo ti- 
rando un'altra presa. — Offro cinque onze e quindici 
tari a salma per la gabella delle terre comunali. Con- 
tinuate Tasta, signor don Filippo. 

Il bàronello Rubiera scattò su come una molla, 
con tutto il sangue al viso. Non l'avrebbero tenuto 
neppure le catene. 

— A sei onze! — balbettò fuori di sé. — Fo l'of- 
ferta di sei onze a salma. 

— Portatelo fuori! Portatelo via! — strillò don Fi- 
lippo alzandosi a metà. Alcuni battevano le mani. Ma 
don Nini ostinavasi, pallido come la sua calmicia adesso. 

— Sissignore! a sei onze la salma! Scrivete la mia 
offerta, segretario! 

— Alto! — gridò il nòtaro levando tutte e due le 
mani in aria. — Per la legalità dell'offerta!... fo le 
mie riserve!... 

E si precipitò sul bàronello, come s'accapigliassero. 
Lì, nel vano del balcone, faccia a faoda, cogli occhi 
fuori dell'orbita, soffiandogli in viso l'alito infuocato: 

— Signor barone!... quando volete buttare il de- 
naro dalla finestra !.,. andate a giuocare a carte !... giuo- 
catevi il denaro di tasca vostra soltanto!... 

Don Nini sbuffava peggio di un toro infuriato. Pe- 



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— 124 — 

perito aveva chiamato con un cenniOj il caìionico Lupi, 
e s'erano messi a confabulare sottovoce, chinati sulla 
scrivania, ^agitando il capo come due gali ne che bec- 
cano nello stesso tegame. Era tanta la commozione 
elle le mani del canonico tremavano sugli scartafacci. 
Il cavaliere lo prese per un braccio e andarono a 
raggiungere il notaro e il baronello che disputavano 
animatissimi in un canto della sala. Don Nini comin- 
ciava a cedere, col viso floscio e le gambe molli. Il 
canonico allora fece segno a don Gesualdo d'acco- 
starsi lui pure. 

— No, — anmiiccò questi senza muoversi. 

— Sentite! ... C'è quell'affare della causzione Il 

ponte se n'è andato, salute a noil... C'è modo d'ac- 
comodare quell'affare della cauzione adesso.... 

— No, — ripigliò don Gesualdo. Sembrava una 
pietra murata. — L'affare del ponte.... una miseria 
in confronto. 

— • Villano I mulo I testa di corno ! — ricominciò ad 
inveire il barone sottovoce. 

Don Filippo, dopo il primo momento d'agitazione, 
era tornato a sedere, asciugandosi il sudore grave- 
mente. Intanto che il canonico parlava sottovoce a 
mastro-don Gesualdo, il notaro da lontano cominciò 
a far dei segni. Don Filippo si chinò all'orecchio di 
CanaH. Sottomano, in voce di falsetto, il banditore 
replicò : 

— L'ultima offerta per le terre del comune I A sei 
onze la salma!... Uno!... due!... 

— Un momento, signori miei! — interruppe don 
Gesualdo. — Chi garantisce quest'ultima offerta? 

A quell'uscita rimasero tutti a bocca aperta. Don 
Filippo apriva e chiudeva la sua senza trovar parola. 
Infine rispose: 

— L'offerta del barone Rubiera!... Eh? eh? 

— Sissignore. Chi garantisce pel barone Rubiera? 

Il notaro si gettò su don Nini che sembrava vo- 
lesse fare un massacro. Peperito dimenavasi come 
l'avessero schiaffeggiato. Lo stesso canonico àUibì. 
Margarone balbettava stralunato. 

— Chi garantisce pel barone Rubiera?... chi ga- 
rantisce?... — A un tratto mutò tono, volgendola in 



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— 125 - 

burla: — Chi garantisce pel barone Rubieral... Ah! 
ah!... Oh bella I questa è grossa! — E molti, al pari 
di lui, si tenevano i fiainchi dalle risate. 

' — Sissignore, — replicò don Gesualdo impertur- 
babile. — Chi garantisce per lui? La roba è di sua 
madre. 

^A quelle parole cessarono le risate, e don Filippo 
ricominciò a tartagliare. La gente si affollava suiru- 
scio come ad un teatro. Il canonico, che sembrava più 
pallido sotto la barba di quattro giorni, tirava il suo 
compagno pel vestito. Il notaro era riuscito a cac- 
ciare il baronello contro il muro, mentre costui, in 
mezzo al baccano, vomitava: 

— Becco!... cuor contento!... rededtore! 

— La parola del barone! — disse infine don Fi- 
lippo. — La parola del barone Rubiera vai più delle 
vostre doppie!... don.... don.... 

— Don Filippo! — interruppe l'altro senza perde- 
re la sua bella calma. — Ho qui dei testimoni per 
metter tutto nel verbale. 

— Va bene! Si metterà tutto nel verbale!... Scri- 
vete che il baronello Rubiera ha fatto l'offerta per 
incarico di sua madre!... 

— Benone!^ — aggiunse don Gesualdo. — Quan- 
d*è così scrivete pure che offro sei onze e quindici 
a salma. 

— Pazzo! assassino! nemico di Dio!... — si lidi 
gridare Mastro Nunzio nella folla dell'altra sala. 

Successe un parapiglia. Il notaro e Peperito spin- 
sero fuori dell'uscio il baronello che strepitava, agi- 
tando le braccia in aria. Dall'altro canto il canonico, 
convulso, si gettò su don Gesualdo, stringendoglisi 
addosso, sedendogli quasi sulle ginocchia, colle brac- 
cia al collo, scongiurandolo sottovoce, in aria dispe- 
rata, con parole di fuoco, ficcandoglisi nell'orecchio, 
scuotendolo pei petti della giacca, quasi volesse stra- 
pazzarlo, per fargli sentir ragione. 

— Una pazzia!... Dove andiamo, caro don Ge- 
sualdo ?... 

— Non temete, canonico. Ho fatto i miei conti. 
Non mi scaldo la testa, io. 

Don Filippo Margarone suonava il campanello da 



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— 126 — 

cinque ininuti per avere un bicchier d'acqua. I suoi 
colleghi s'asciugavano il sudore anch'essi, trafelati. 
Solo don Gesualdo rimaneva seduto al suo posto co- 
me un sasso, accanto al sacchetto di doppie. A un 
certo punto, dalla baraonda ch'era nell'altra stanza, 
irruppe nella sala mastro Nunzio Motta, stralunato, 
tremante di collera, coi capelli bianchi irti sul capo, 
rimorchiandosi dietro il genero Burgio che tentava di 
trattenerlo per la ptnanica deUa giacca, come un pazzo. 

— Signor don Filippo!... sono il padre, sì o no?... 
comando io, sì o no?... Se mio figlio Gesualdo è 
mattò I... se vuol rovinarci tutti!... c'è la forza, Si- 
gnor don Filippo!... Mandate a chiamare don Liccio 
Papa!... — Speranza, dall'uscio, col lattante al petto, 
che si strappava i capelli e urlava quasi l'accoppas- 
sero, t — Per l'amor di Dio! i>er l'amor di Dio! ■ — 
suppHcava il canonico, correndo dall'uno all'altro. — 
I denari del ponte!... Vuole la mia rovina!... Nemico 
di suo padre stesso! — urlava mastro Nunzio. — 
Erano forse denari vostri? — scappò infine a gri- 
dare il canonico; — non era sangue del iìgììo vostro? 
non H ha guadagnati lui, col suo lavoro? — Tutti 
quanti erano in piedi, vociando. Si udiva Canali stril- 
lare più forte degli altri per chetare don Nini Ru- 
biera. Il barone Zacco, avvilito, se né stava colle 
spalle al muro, e il cappello sulla nuca. 11 notaro era 
soeso a precipizio, facendo gli scalini a quattro a quat- 
tro, onde correre dalla baronessa. Per le scale era un 
via vai di curiosi: gente che arrivava ogni momento, 
attratta dal baccano che ùdivasi nel Palazzo di Città. 
Santo Motta dalla piazza additava il balcone, vociando 
a chi non voleva saperle le prodezze del fratello. S'era 
affacciata perfino donna Marianna Sganci, coU'ombrel- 
hno, mettendosi la mano dinanzi agli occhi. 

— Com'è vero Dio!... Io l'ho fatto e io lo disfo!... 
— urlava il vecchio Motta inferocito. — Largo! lar- 
go! — si udì in mezzo alla foUa. 

Giungeva don Giuseppe Barabba, agitando un bi- 
glietto in ària. — Canonico! canonico Lupi!... — Que- 
sti si spinse avanti a gomitate. — Va bene, — disse, 
dopo di aver letto. — Dite alla signora Sganci che 
va bene, e la servo subito. 



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— 127 — 

Barabba corse a fare la stessa imbasciata nell'altra 
sala. Quasi lo soffocavano dalla ressa. Il canonico si 
buscò uno strappo alla zimarra, mentre il barone sten- 
deva le braccia per leggere il biglietto. Canali, Ba- 
rabba e don Nini litigavano fra di loro. Poscia Canali 
ricominciò a gridare : — Largo ! largo I — E s'avanzò 
verso don Gesualdo sorridente: 

— C'è qui il baronello Rubiera che vuole stringer- 
vi la mano! 

— Padrone I padronissimo! Io non sono in collera 
con nessimo. 

— Dico bene!... Che diavolo!... Oramai siete pa- 
renti!... 

E tirando pel vestito il baironeUìo li strinse entrajmbi 
in un amplesso, costringendoli quasi a baciarsi. Il ba- 
rone Zacco corse a gettarsi lui pure nelle loro brac- 
cia, coi lucciconi agli occhi. 

— Maledetto il diavolo!... Non sono di bronzo!... 
Che sciocchezza!... 

Il no taro sopraggiunse in quel punto. Andò prima 
a dare un'occhiata allo scartafaccio del segretario, e 
poi si mise a battere le mani. 

— Viva la pace! Viva la concordia!... Se ve l'ho 
sempre detto!... 

— Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Ma- 
rianna Sganci!... — disse il canonico commosso, por- 
gendo la lettera aperta a don Gesualdo. E fattosi al 
balcone agitò il foglio in aria, come una bandiera 
bianca,; mentre la signora Sganci dal balcone rispon- 
deva coi cenni del capo, 

— Pace! pace!... Siete tutti una famiglia!... 
Canali corse a prendere per Sforza mastro Nunzio, 

Burgio, perfino Santo Motta, scamiciato, e li spinse 
nelle braccia dei nuovi parenti. Il canonico abbrac- 
ciava /anche comare Speranza e il suo bambino. 
Avrebbero pianto gli stessi sassi. — Per parte di 
moglie.... siete cugini.... 

— È vero, — aggiunse don Nini tuttora im po' 
rosso in viso. , — Siamo cresciuti insieme con Bian- 
ca.... come fratello e sorella. 

— Caro don Nunzio!... vi rammentate la fornace 
del gesso.... vicino Fontanarossa ?... 



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— 1558 — 

Il vecchio burbero fece una spallata, per levarsi 
d'addosso la manaccia del barone Zacco, e rispose 
sgarbatamente. 

— Io mi chiamo mastro Nunzio, signor barone. 
Non ho i fumi di mio figlio. 

— E perchè poi? A vantaggio di chi vi fate la 
guerra?... Chi ne gode di tanto denaro buttato via?... 
— conchìuse Canali infervorato. 

— Pazzie! ragazzate!... Un pò* di sangue alla te- 
sta!... La giornata calda!... Un puntiglio sciocco.... un 
malinteso.... Ora tutto è finito! Andiamo via! Non 
facciamo ridere il paese!... — E il notaro cercava di 
condurli a spasso tutti quanti. 

— Un momento! — interruppe don Gesualdo. — 
La candela è ancora accesa. Vediamo prima se hanno 
scritto Tultima mia offerta. 

— Come, come? Che discorsi!... Cosa vuol dire?... 
Torniamo da capo?... — Di nuovo s'era levato un 
putiferio. — Non siamo piìi amici? Non siamo pa- 
renti ? 

Ma don Gesualdo s'ostinava, peggio di un mulo: 

— Sissignore, siamo parenti. Ma qui siamo venuti 
per la gabella delle terre coimxmali. Io ho fatta l'of- 
ferta di sei onze e quindici tari a salma. 

— Villano! testa di corno! 

Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu co- 
stretto a sedere di nuovo sul seggiolone, sbuffando. 
Vuotò di u;n fiato il bicchiere d'acqua, e suonò il 
campanello! — Signori miei! — vociava il segreta- 
rio, — l'ultima offerta.... a sèi onze e quindici! — 
Tutti se n'erano andati a discutere strepitando nel- 
l'altra sala, lasciando solo don Gesualdo dinanzi alla 
scrivania. Invano il canonico, inquieto, gli soffiava al- 
l'orecchio : 

— Non la spuntate, no!... Si sòn dati l'intesa fra 
di loro!... — A sei onze e quindici la salma!... ul- 
tima offerta!... 

— Don Gesualdo ! don Gesualdo ! — gridò il notaro 
quasi stesse per crollare la sala. 

Rientrarono nuovamente in processione: il barone 
Zacco facendosi vento col cappello; il canonico e Ca- 
nali ragionando fra loro due a bassa voce; don Nini, 



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più restìo, in coda agH altri. Il notaio con le brac- 
cia fece un gesto circolare per radunarli tutti intomo 
a sé: 

— Don Gesualdo!... sentite qua! 

Volse in giro un'occhiata da cospiratore e abbassò 
la voce: 

— Una proposta seria! — e fece un'altra pausa 
significativa. — Prima di tutto, i danari della cau- 
zione.... una bella somima!... La disgrazia volle così.... 
ma voi non ci avete colpa, don Gesualdo.... e neppure, 
voi, mastro Nunzio.... £ giusto che non li perdiate !... 
Accomoderemo la cosa!... Voi, signor barone Zacco, 
vi rincresce di lasciare le terre che sono da quaran- 
t'anni nella vostra famiglia?... E va bene!... La baro- 
nessa Rubiera adesso vuole la stia parte anche lei?... 
ha più di tremila capi di bestiame sulle spalle.... E 
va bene anche questa! Don Gesualdo, qui, ha denari 
da spendere lui pure; vuol fare le sue speculazioni 
sugli affittì.... Benissimo! Dividete le terre, fra Voi 
tre.... senza litì, senza puntigli, senza farvi la guerra 
a vantaggio altrui.... A vantaggio di chi, poi?... del 
comune! Vuol dire di nessuno! Mandiamo a monte 
Tasta.... Il pretesto lo trovo io!... Fra otto giorni si 
riapre sul prezzo di prima; si, fa un'offerta sola.... Io 
no.... e nemmenp loro!... Il canonico Lupi!... in nome 
vostro, don Gesualdo.... Ci fidiamo.... Siamo galan- 
tuomini! Un'offerta sola sul prezzo di prima; e vi 
rimangono aggiudicate le terre senza un baiocco d'au- 
mento. Solamente una piccola senseria per me e il 
canonico.... E il rimanente lo dividete fra voi tre, alla 
buona.... d'amore e d'accordo. Vi piace? Siamo in- 
tesi ? 

— Nossignore, — rispose don Gesualdo, — le terre 
le piglio tutte io. 

Mentre gli altri erano contenti è approvavano coi 
cenni del capo l'occhiata trionfante che il notaro tor- 
nava a volgere intorno, quella risposta cadde come 
una secchia d'acqua. Il notaro per primo rimase sba- 
lordito; indi fece una giravolta e s'allontanò cante- 
rellando. Don Nini scappò via senza dir nulla. Il ba- 
rone stavolta finse di calcarsi il cappello :n capo per 
davvero. Lo stesso icanonico saltò su inviperito : 

VsROA. Mastro-don Gesualdo, 9 



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— i3o — 

— Allora vi pianto lanchlol... Se volete rompervi 
le corna, il balcone è lì, bell'e aperto!... Vi offrono 
dei buoni patti I... vi stendono le manil... Io vi lascio 
solo, com'è vero "Dio! 

Ma don Gesualdo si ostinava, col suo risolino sciocco, 
il solo che non perdesse la testa in quella baraonda. 

— Siete una bestia! — gli disse sempre ridendo. 
Il canonico spalancò gli occhi e tornò docile a vedere 
quel che stava macchinando quel diavolo di mastro- 
don Gesualdo. 

Il riotaro, prudente, sepipe dominarsi prima degli 
altri, e tornò indietro col sorriso suUe labbra e la 
tabacchiera in mano lui pure. 

-^ Dunque?... le volete tutte? 

— Eh.... eh.... Cosa stiamo a farci qui dunque! — 
rispose l'altro. 

Neri gli offrì la tabacchiera aperta, e riprese a voce 
bassa, in tono di confidenza cordiale: 

— Che diavolo volete farne?... circa cinquecento 
sahne di terre!... 

Don Gesualdo si strinse nelle spalle. 

— Caro hòtaro, forse che vogHo ficcare il naso 
nei vostri libracci, io? 

— Quand'è così, don Gesualdo, state a sentire.... 
discorriamola fra di noi.... Il puntiglio non conta.... 
e nemimeno ramicizia.... Badiamo agli interessi.... 

A ogni frase piegava il capo ora a destra e ora a 
sinistra, con un fare cadenzato che doveva essere 
molto persuasivo. 

— Se le volete tutte, ve le faremo pagare U do|> 
pio, ed ecco sfumato subito metà del guadagno.... 
senza contare i rischi.... le malannatel... Lasciateci Tos- 
so, caro don Gesualdo! tappateci la bocca.... Abbia- 
mo denti, e sappiamo mordere! Andremo a rotta di 
collo noialtri e voi pure!... 

Don Gesualdo scrollava il capo, sogghignando, co- 
me a dire: — Nossignore! Andrete a rotta di collo 
voialtri soltanto! — Seguitava a ripetere: 

— Forse che io vogUo cacciare il naso nei vostri 
scartafacci ? 

Poi vedendo che il notaro diventava verde dalla 
bile, volle offrirgli una presa lui. 



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- i3i — 

— Vi spiego il mistero in due parole, giacché vedo 
che mi parlate col cuore in mano. Piglierò in affitto 
le terre del comune.... e quelle della Contea pure.... 
tutte quante, capite, signor notaro? Allora comando 
ai prezzi e all'annata, capite?... Ve lo dico perchè 
siete un amico, e perchè a far quel che dico io ci 
vogliono molti capitali in mano, e un cuore grande 
quanto il piano di Santamargherita, caro notaro. Per- 
ciò spingerò Tasta sin dove voialtri non potrete ar- 
rivare. Ma badate I a un certo punìio, se non mi con- 
viene, mi tiro indietro, e vi lascio addosso il peso 
che vi rompe la schiena.... 

— E questa è la conclusione?... 

— lEh ? eh ? Vi piace ? 

Il notaro si volse di qua e di là, come cercasse per 
terra, si calcò 11 cappello in capo definitivamente, e 
volse le spalle: 

— Salute a chi rimane I... Ce ne andiamo.... Non 
abbiamo più nulla da fare. 

Il canonico, ch'era stato ad ascoltare a bocca aperta, 
si strinse al socio con entusiasmo, appena rimasero 
' soli. 

— Che botta, eh? don Gesualdo I Che tomo siete 
voi!... La mia mezzeria ci sarà sempre? 

Don Gesualdo rassicurò il canonico con un cenno 
del capo, e disse a Margarone: 

— Signor don Filippo, andiamo avanti.... 

' — Io non vo niente affatto. ! — rispose finalmente 
Margarone adirato. — La legge dice.... Non c'è più 
condorrenza!... Non trovo garanzia 1... Devo consul- 
tare i miei colleghi. — E si mise a raccogliere gli 
scartafacci in fretta e in furia. 

— Ah! così si tratta?... è questa la maniera?... Va 
b-ène I . va benone ! Ne discorreremo poi, signor don 
Filippo.... Un memoriale ^ Sua Maestà!... — Il ca- 
nonico col mantello sul braccio come im oratore ro- 
mano, perorava la causa dell'amico, minaccioso. Don 
Gesualdo invece più calmo, riprese il suo denaro e il 
taccuino zeppo di cifre: — Io sarò sempre qua, si- 
gnor don Filippo, quando aprite di nuovo Tasta. 

— Signori miei!... guardate un po'.... a che siam 
giunti! — brontolava Margarone. Per la scala del Pa- 



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— l32 — 

lazzo di Città, e per tutto il paese, era un subbuglio, 
al sentire la lotta che c'era stata per levare di mano 
al barone Zacco le terre del comune che da qua- 
rant'anni erano nella sua famiglia, e il prezzo a cui 
erano salite. La 'gente sd affacciava sug'li usci, per 
veder passare mastro-don Gesualdo. 

— Guardate un pò*, signori miei, a che s*era ar- 
rivati!... — Fresco coone un bicchier d'acqua, quel 
mastro-don Gesualdo che se ne andava a casa, colle 
mani in tasca.... In tasca aveva più denari che ca- 
pelli in testai... e dava da fare ai primi signori del 
paese! Nell'anticamera aspettava d|0in Giuseppe Ba- 
rabba, in livrea: — Signor don Gesualdo, c'è di là 
la mia padrona a farvi visita.... sissignore! — Donna 
Giuseppina in gala era seduta sul canapè di seta, 
sotto lo specchio grande, nella bella sala gialla. 

— Nipote mio, l'avete fatta grossa! Avete susci- 
tato l'inferno in tutto il parentado!... Sicuro! La mo- 
glie del cugino Zacco è venuta a farmi vedere i li- 
vidori!... Sembra ammattito il barone!... Prende a sfo- 
garsi con chi gU capita.... Ed anche la cug.na Ru- 
biera.... dice ch'è im proditorio! che il canonico Lupi 
vi aveva messi d'amore e d'accordo, e poi tutt'a un 
tratto.... È vero, nipote mio ? Son venuta apposta a 
discorrerne con Bianca.... Vediamo, Bianca, aiutami 
tu. Cerchiamo d'accomodarla. Voi, don Gesualdo, le 
farete questo regalo, a vostra moglie. Eh ? che ne dite ? 

Bianca guardava timidamente ora lei ed ora il ma- 
rito, rannicchiata in un cantuccio del canapè, colle 
braccia sul ventre e il fazzoletto di seta in testa, che 
s'era messo in fretta onde ricevere la zia. Aprì la 
bocca per rispondere qualche cosa, messa in sog- 
gezione da donna Mariannina, la quale continuava a 
sollecitarla ; 

— Eh? che ne dici? Adesso sono anche affari tuoi. 
Bianca tornò a guardare il marito, e tacque imba- 
razzata. Ma egli la tolse d'impiccio. 

— Io dico di no, — rispose semplicemente. 

— Ah ? ah ? Dite così ?... 

Donna Mariannina rimase a bocca aperta lei pure 
un istante. Poscia divenne rossa come un gallo: — 
Ah! dite di no?... Scusatemi.... Io non c'entro. Ero 



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— i33 ^ 

venuta a parlarne con mia nipote, perchè non vorrei 
liti e questioni fra parenti.... Anche coi tuoi fratelli, 
Bianca.... quel che non ho fatto per indurli.... don 
Diego specialmente ch'è così ostinato!... Una disgra- 
zia.... un gastigp di Dio! 

— Che volete farci? — risposa don Gesualdo. — 
Non tutti i negozi riescono bene. Anch'Io, se avessi 
saputo.... Non parlo per la moglie che ho presa, no! 
Non me ne pento!... Buona, iateressata, ubbidiente.... 
Glielo dico qui, in faccia lei.... Ma quanto al resto.... 
lasciamo andare! 

— Dite bene, lasciamo andare. Appòsta son venuta 
a parlare con Bianca, perchè so che le volete bene. 
Adesso siete marito e moglie, come vuol Dio. An- 
ch'essa è la padrona.... 

— Sissignore, è la padrona. Ma io sono il marito.... 

— Vuol dire che ho sbagliato, — disse la Sganci 
punta al vivo. 

— No, non avete sbagliato, vossignoria. È che Bian- 
ca non se ne intende, poveretta. £ vero. Bianca, che 
non te ne intendi, di'? 

Bianca disse di sì, chinando il capo, ubbidiente. 

— Sia pet non detto. Non ne parliamo più. Ho 
fatto il mio dovere da buona zia, per cercare di met- 
tervi d'accordo.... Anche oggi, laggiù, al Municipjio, 
avete visto?... quello che vi feci dire dal canonico 
Lupi ?... 

— Lupus in fabula! — esclamò costui en- 
trando come in casa propria, col cappello in testa, 
il mantello ondeggiante dietro, fregandosi le mani. 

— Sparlavate di me, eh ? Mi sussurravano le orecchie.... 

— Voi piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi 
ha preso il terno al lotto l 

— Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche? 
Un povero diavolo che s'arrabatta da mattina a sera!... 

— Si discorreva della gabella delle terre.... — disse 
don Gesualdo tranquillamente, tirando su una presa, 

— così, per discorrere.... 

— Ah! ah! — rispose il canonico; e si m'se a guar- 
dare in aria. La zia Sganci osservava lei pure i mo- 
bili nuovi, voltando la testa di qua e di là. 

— Belli ! beUi ! Me l'aveva detto la cugina Cirmena. 



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— i34 — 

Peccato che non mi sentissi bene la sera del matri- 
monio.... 

— E gli altri pure, signora donna Marianninal — 
rispose il canonico con una risatina. — Fu un'epi- 
demia!... 

— No! no! Posso assicurarvelo ! in fede miai... La 
Rubiera, poveretta!... E anche suo figlio.... Lo sento 
sempre che si lagna.... — Zia, come potrei?... — Don- 
na Mariannina s'interruppe. — Ma abbiamo detto 
di non parlarne più. Lui però si duole di non poter 
venire a fare il suo dovere.... Dissidi ce n'è senv 
pre, dico io, anche tra fratelli e sorelle.... Ma passe- 
ranno, coll'aiuto di Dio.... Sai, Bianca? tuo cugino 
si marita. Ora non c'è bisogno di far misteri perchè 
tutto è combinato. Don FiHppo dà la tenuta alla Sa- 
Ipnia, trenta salme di terrai Una bella dote. 

Bianca ebbe un'ondata di sangue ài viso, indi divenne 
smorta come un cencio; ma non sì mosse né disse 
verbo. 

Il canonico rispose lui invece, masticando ancora 
ramaroi 

— Lo sappiamo! lo sappiamo! L'abbiamo capita 
oggi, al Municipio!... — Infine non seppe più fre- 
narsi, quasi bruciasse a lui la ferita. 

— La baronessa Rubiera ha cercato di dare il gam- 
betto a me pure !... a me che le avevo proposto l'af- 
fare!... Si è messa d'accordo cogH avversari! Tutti 
contrari !... I parenti della moglie schierati contro il 
marito!... Uno scandalo che non s'è mai visto.... Hanno 
bandito un nuovo appalto per il ponte.... onde fargli 
perdere la cauzione a questo disgraziato! Tutte le an- 
gherie!... Per la costruzione delle nuove st ade fanno 
venire i concorrenti sin da Caltagirone e da Len- 
tini!... 

— Di là almeno non ci capita addosso qualche altro 
parente !... ha detto: il barone Mendola, colla sua stessa 
bocca, nella farmacia. 

Donna Marianna diventava di cento colori, e si mor- 
deva le labbra per non spifferare il fatto suo. Don 
Gesualdo invece se la rideva tranquillamente, sdra- 
iato sul suo bel canapè soffice, e a un certo p^nto 
gli (chiuse anche la bocca col|a mano^ al canonico. 



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— i35 — 

— Lasciate stare !... Queste son chiacchiere che non 
vanno al mulino. Ciascuno fa il saio interesse. 

— Dico per rispondere a donna Giuseppina. Vo- 
lete sentirne )un*altra, eh ? la più bdla ? Si sono piure 
messi d'accordo per vendere il grano a rotta di collo, 
e far cascare i prezzi. Una camorra I II baronello 
Rubiera ha detto, jche non gUene importa di perdervi 
cent'onze, pur di farne per&re mille a don Gesualdo 
che ha i magazzini pieni.... Al marito di sua cugina 1 
Vergognai Ce n'ho venti salme anch'io, capite, vos- 
signoria! Una birbonata! 

Il canonico andava scaldandosi maggiormente di 
mano in mano, rivolto a mastro-don Gesualdo: — 
Bel guadagno avete fatto a imparentarvi con loro. 
Chi l'avrebbe detto.... eh? L'avete sbagliata!... Scu- 
sate, donna Bianca! non parlo per voi che siete un 
tesoro I . . . Allora, cara donna Mariannina ! . . . allora, 
quand'è così, muoia Sansone òoii tutti i Filistei. 

— E lasciamoli morire, — disse la signora Sganci 
alzandosi. — Già il mondo non finirà per questo. — 
Come la nipote s'era alzata anch^essa dal canapè, 
mortificata da tutti quei discorsi, colle braccia incro- 
ciate sul ventre, dorma Mariannina continuò ridendo 
e fissandole gli occhi addosso: — È vero, Bianca, 
che il piondo non lo lascerai finire, tu ? — Biamca 
tornò a farsi rossa. — Evviva! Mi congratulo. Ora 
che avete questa bella casa dovete fare un bel bat- 
tesimo.... con tutti i parenti.... d'amore e d'accordo. 
Se no, perchè li avrete spesi tanti denari? 

Don Gesualdo non voleva darla vinta ai suoi ne- 
mici, (ma dentro si rodeva, perchè davvero non gU 
servivaho gran cosa ì:utti quei denari spesi. — Eh, 
eh, — rispose con quel certo buon umore che voleva 
sfoggiare allora. — Pazienza ! Serviranno per chi verrà 
dopo di noi, se Dio vuole! — E batteva affettuosa- 
mente sulla spalla della moglie, amorevole e sorri- 
dente, mentre pensava pure che se i suoi figliuoli 
avessero avuta la stessa sorte, erano proprio denari 
buttati via, tante fatiche, i guadagni stessi, sempre 
con quel bel risultato! Poi, quando la zia Sganci se 
ne fu andata, prese a brontolare contro di Bianca, che 
non sì era messo il vestito buono per ricevere Iq, 



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— i36 — 

zia: — Allora a che serve aver la roba? Diranno 
che ti tengo come una serva. Bel gtisto spendere i 
denari, per non goderne né noi né gli altri! 

— Lasciamo stare queste sciocchezze, e parliamo di 
cose serie! — interruppe il canonico che s'era rian- 
nuvolato in viso. — C'è un casa del diavolo. Cer- 
cano di aizzarvi contro tutto il paese, dicendo che 
avete le mani lunghe, e volete acchiappare quanta 
terra si vede cogH occhi, per affamare la gente.... 
Quella bestia di CioUa va predicando per conto loro.,.. 
Vogliono scatenarci contro anche i villani.... a voi e 
a nie, caro mio! Dicono che io tengo il sacco.... Non 
posso uscir di casa.... 

Don Gesualdo scrollava le spalle. — Ah, i villani? 
Ne riparleremo poi, quando verrà Tinvemo. Voi che 
paura avete? 

— Che paura ho, per.... mio!... Non sapete che a 
Palermo hanno fatto la rivoluzione. 

Andò a chiudere l'uscio in punta di piedi, e tornò 
cupo, nero in viso. 

— La Carboneria, capite!... Anche qui hanno por- 
tato questa bella n^ovità! Posso parlare giacché non 
l'ho avuta sotto il suggello della confessione. Abbia- 
mo la sètta aiiche qui! 

E spiegò cos'era la faccenda: far legge nuova e 
buttar giù coloro che avevano comandato sino a quel 
giorno. 

— Una sètta, capite? Tavuso, mettiamo, al posto 
di Margarone ; e tutti quanti colle mani in pasta I Ogni 
villano che vuole il suo pezzo di terra ! ! pesci grossi 
e minutaglia, tutti insieme. Dicono che vi eppure il 
figlio del Re, nientemeno! il Duca di Calabria. 

Don Gesualdo, ch'era Istato ad ascoltare con tanto 
d'occhi aperti, scappò a dire: 

— S'è così.... ci sto anch'io! non cerco altro!... E 
me lo dite con quella faccia? Mi avete fatto una 
bella paura, santo Dio! 

L'altro rimase a bocca aperta : — Che scherzate ? 
O non sapete che voglia dire rivoluzione? Quel che 
hanno fatto in Francia, capite? Ma voi non leggete 
la storia.... 

— No, no, — disse don Gesualdo. — Non me ne 
importa. 



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- i37 - , 

— Me ne importa a me: Rivoluzione vuol dire ri- 
voltare il cesto, e quelli ch'erano sotto salire a galla: 
gli affamati, i nullatenenti I... 

— Ebbene? Cos'ero io vent'anni fa? 

— Ma adesso no! Adesso avete da perdere, cri- 
stiano santo! Sapete com'è? Oggi vogliono le terre 
del comune; e domani poi vorranno anche le vostre 
e le mie ! Grazie ! grazie tante ! Non ho dato l'anima 
al diavolo tanti anni per.... 

— Appunto! Bisogna aiutarsi per non andare in 
fondo ai cesto, caro canonico I Bisogna tenersi a galla, 
se non vogliamo che i villani si servano colle sue 
mani. Li conosco.... so fare, non dubitate. 

E spiegò meglio la sua idea: cavar le castagne 
dal fuoco con le zampe del gatto; tirar l'acqua al 
suo mulino, e se capitava d'acchiapipare anche il tne- 
stolo un quarto d'ora, e di dare il gambetto a tutti 
quei pezzi grossi che non era riescito ad ingraziarsi 
neppure sposando ima di loro, senza dote e senza 
nulla, tanto meglio.... 

Gli andarono in quel momento gli occhi su Bianca 
che stava rincantucciata sul canapè, smorta in viso 
dalla paura, guardando or qtnesto e or quello, e non 
osava aprir bocca. 

— Non parlo per te, sai. Non me ne pento dì quel 
che ho fatto. Non è stata colpa tua. Tutti i iiegozi 
non riescono a un modo. Poi se capita di fare il bene, 
nel tempo stesso 

Il canonico cominciava a capacitarsi, cogli occhi e 
la bocca di traverso, pensieroso, e apJpoggiava an- 
che lui il discorso del socio: — Non si voleva tor- 
cere un pelo a nessuno.... se si arrivava ad affer- 
rare il mestolo un po' di tempo.... quante cose si fa- 
rebbero.... 

— Voi dovreste farne una!... — interruppe d-on Ge- 
sualdo. — Parlare con chi ha le mani in questa fac- 
cenda, e dire che vogliamo esserci anche noi. 

— Eh? Che dite?... un sacerdote! 

— Lasciate stare, canonico!... Poi se vi è il figlio 
del Re, potete esserci anche voi! 

— Caspita! Al figlio del Re non gliela tagliano la 
testa, se mai! 



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— i38 — 

— Non temete, che non ve la tagliano la testa! 
Già, se è come avete detto, dovrebbero tagliarla a un 
paese intero. Credete che non abbia fatto i miei conti, 
in questo tempo?... Quando saremo lì, a veder quel 
che bolle in pentola.... Bisogna mettersi vicino al me- 
stolo.... con un po' di giudizio.... col danaro.... So io 
quello che dico. 

Bianca cominciò allora a balbettare: — Oh Signore 
Iddio!... Cosa pensate di fare?... Un padre di fami- 
glia!... — Il canonico, indeciso, la guardava turbato, 
quasi sentisse il laccio al collo. Don Gesualdo per 
rassicurarlo soggiunse : 

— No, no. Mia moglie non sa cosa dice.... Parla 
per soverchia affezione, poveretta. — Poscia, men- 
tre accompagnava il suo socio in anticamera, sog- 
giunse : 

— Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi. Già i 
figliuoli sono im gran legame. Speriamo almeno che 
abbiano ad esser felici e contenti loro; giacché io.... 
Volete che ve la dica, eh, canonico, come in punto 
di morte? Mi sono aimmazzato a lavorare.... Mi sono 
ammazzato a far la roba.*.. Ora arrischio anche la 
pelle, a sentir voi!... E che ne ho avuto, eh? di- 
telo voi!... 



II. 



C*era un gran fermento in paese. S'aspettavano le 
notizie di Palermo. Bomma che teneva cattedra nella 
farmacia, e Ciolla che sbraitava di qua e di là. De- 
gli arruffapopolo stuzzicavano anche i villani con certi 
discorsi che facevano spalancare loro gli occhi: Le 
terre del comune che uscivano di casa Zacco dopo 
quarant'anni.... im prezzo che non s*era mai visto l'e- 
guale!... Quel mastro-don Gesualdo aveva le mani 
troppo lunghe.... Se avevano fatto salire le terre a 
quel prezzo voleva dire che c'era ancora da guadagnarci 



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— i39 — 

su!... Tutto sangue della povera gente I Roba del co- 
mune.... Voleva dire che ciascuno ci aveva diritto!... 
Allora tanto valeva che ciascuno si pigliasse il suo 
pezzetto ! 

Fu una domenica, la festa dell'Assunta. La sera 
innanzi era arrivata una lettera da Palermo che mise 
fuoco alla polvere, quasi tutti l'avessero letta. Dallo 
spuntare del giorno si vide la Piazza Grande piena 
zeppa di villani: un brulichìo di berrette bianche; 
un brontolìo minaccioso. Fra Girolamo dei Merce- 
nari, che era seduto all'ombra, insieme ad altri mal- 
intenzionati, sugli scalini dinanzi allo studio del no- 
taro Neri, come vide passare il barone Zacco colla 
coda fra le gambe, gli mostrò la pistola che portava 
nel manicone. 

— La vedete, signor barone?... Adesso è finito il 
tempo delle prepotenze!... D'ora innanzi slam tutti 
eguali!... — Correva pure la voce dei disegni che 
aveva fatto fra Girolamo : lasciar la tonaca nella cella, 
e pigliarsi una tenuta a Passaneto, e la figliuola di 
Margarone in moglie, la più giovane. 

Il no taro ch'era venuto a levar dallo studio certe 
carte interessanti, dovette far di cappello a fra Gi- 
rolamo per entrare: — Con permesso!... signori 
miei!... — Poi andò a raggiungere don FiHppo Mar- 
garone nella piazzetta di Santa Teresa: — Sentite 
qua; ho da dirvi ima parola!... — E lo prese per un 
braccio, avviandosi verso casa, seguitando a discor- 
rere sottovoce. Don Filippo allibiva ad ogni gesto 
che il notaro trinciava in aria; ma si ostinava a dir 
di no, giallo dalla paura. L'altro gh strinse forte il 
braccio, attraversando la viuzza dalla Masera per sa- 
lire verso Sant'Antonio. — Li vedete? li sentite? Vo- 
lete che ci pigliano la mano, i villani, e ci facciano 
la festa? — La piazza, in fondo alla stradicciuola, 
sembrava un alveare di vespe in collera. Nanni l'Orbo, 
Pelagatti, altri mestatori, eccitatissimi, passavano da} 
im crocchio all'altro, vociferando, gesticolando, spu- 
tando fiele. Gli avventori di mastro Titta si affaccia- 
vano ogni momento. Nella farmacia di Bomma disputa- 
vansi colle mani negli occhi. Dirimpetto, sul marcia- 
piede del Caffè dei Nobili, don Anselmio il cameriere 



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— 140 — 

aveva schierate al solito le seggiole al fresco; ma 
non c*era altri che il marchese Limoli, col bastone 
fra le gambe, il quale guardava tranquillamente la 
folla minacciosa. 

— Cosa vogliono, don Anselmo ? Che diavolo li pi- 
glia oggi? Lo sapete? 

— Vogliono le terre del comune, signor marchesie. 
Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, 
e che adesso tocca a noi, perchè siamo tutti eguali. 

— Padroni I padronissimi! Quanto a me non dico 
di no! Tutti eguali!... Portatemi un bicchier d'acqua, 
don Anselmo. 

Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San 
Giovanni partiva come un'ondata di gente, e un bron- 
tolìo più minaccioso, che si propagava in un bal^o. 
Santo Motta allora usciva dall'osteria di Pecu-Pecu, 
e si metteva a vociare, colla mano suUa guancia: 

— Le terre del comune!... Chi vuole le terre del 
comune!... Uno!... due!... tre!... — E terminava con 
una sghignazzata. 

— Largo!... largo!... — La gente correva verso la 
Masera. Al disopra della folla si vide il baronello 
Rubiera colla frusta in aria, e la testa del suo ca- 
vallo che sbuffava spaventato. Il campiere che gli stava 
alle costole, armato sino ai denti, gridava come un 
ossesso: — Signor barone!... Questa non è giorna- 
ta!... Oggi ci vuol prudenza!... — Dalla parte di San- 
t'Agata comparve un momento anche il signor Ca- 
pitano, per intimorire la folla ammutinata colla sua 
presenza. Si piantò in cima alla scalinata, appoggiato 
alla canna d'India, don Liccio Papa dietro, che am- 
miccava al sole, con tanto di tracolla bianca attra- 
verso la pancia. Ma vedendo quel mare di teste se 
la svignarono subito tutti e due. Alle finestre face- 
vano capolino dei visi inquieti, dietro le invetriate, 
quasi piovesse. Il palazzo Sganci chiuso ermeticamen- 
te, e don Giuseppe Barabba appollaiato sull'abbaino. 
Lo stesso Bomma aveva sfrattato gli amici prima 
del solito, per timore dei vetri. Di tanto in tanto, 
nel terrazzo dei Margarone, al disopra dei tetti che 
si accavallavano verso il Castello, compariva la pa- 
palina e la faccia gialla di don Filippo. A mezzo- 



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— ut - 

giorno, appena suonò la messa grande, ciascuno se 
ne andò pei fatti suoi; e rimase solo a vociare Santo 
Motta, nella piazza deserta. 

— - Avete visto com'è andata a finire ? — Ciolla corse 
a desinare lui pure. Don Liccio Papa, adesso che 
non c*era più nessuno, si fece vedere di nuovo per 
le vie, con la mano sulla sciaboletta, guardando fie- 
ramente gli usci chiusi. Infine entrò da Pecu-Pecu, e 
si posero a tavola con compare Santo. 

— Avete visto com'è andata a finire? — Ciolla so- 
leva desinare in fretta e in furia col cappello in testa 
e il bastone fra le gambe, per tornar subito in piazza 
a mangiar l'ultimo boccone, portandosi in tasca una 
manciata di lupini o di ceci abbrustoliti, d'inverno 
anche con lo scaldino sotto il tabarro, bighellonando, 
dicendo a ciascuno la sua, sputacchiando di qua e 
di là, seminando il terreno di bucce. — Avete visto 
com'è andata a finire? — Faceva la prima tappa dal 
calzolaio, poi dal caffettiere, appena apriva, senza pren- 
dere mai nulla, girava a seconda dell'ombra, d'inver- 
no in senso inverso, cercajido il sole. E le cose tor- 
narono ad andare pel suo verso, al pari di Ciolla. 
Giacinto mise fuori i tavolini pei sorbetti, don An- 
selmo schierò le seggiole sul marciapiede del Caffè 
dei Nobili. Rimanevano le ultime nuvole del tempo- 
rale: dei capannelH qua e là, dinanzi alla bottega 
di Pecu-Pecu e al Palazzo di Città; gente che guar- 
dava inquieta, curiosi che correvano e si affollavano 
al più piccolo rumore. Ma del resto ogni cosa aveva 
ripreso l'aspetto solito delle domeniche. L'arciprete 
Bugno che stava im'ora a leccare il sorbetto col cuc- 
chiarino; il marchese e gli altri nobili seduti in fila 
dinanzi al Caffè; Bomma predicando in mezzo al so- 
lito circolo, sull'uscio della farmacia ; imo sciame di con- 
tadini un po' più in là, alla debita distanza; e ogni 
dieci minuti la vecchia berlina del barone Mèndola 
che scarrozzava la naadre di lui, sorda come una talpa, 
dal Rosario a Santa Maria di Gesù: le orecchie pe- 
lose e stracche delle ìnule che ciondolavano fra la 
folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla frusta 
fra le gambe, accanto al cacciatore gallonato, colle 
calze di bucato che sembravano imbottite di noci, e 



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— 142 — 

le piume gialle del cappellone della baronessa che 
passavano e ripassavano su quell 'ondeggiare di ber- 
rette bianche. 

Tutt'a un tratto accadde un fuggi fuggì: una spe- 
cie di rissa dinanzi all'osteria. Don Liccio Papa cer- 
cava d'arrestare Santo Motta,, perchè aveva gridato 
la mattina; e il capitano l'incitava da lontano, bran- 
dendo la canna d'India: — Fermai fermai... la giu- 
stizia I 

Ma Santo si liberò con uno spintone, e prese a cor- 
rere verso Sant'Agata. La folla fischiava ed urlava 
dietro allo sbirro che tentava d'inseguirlo. — AhiI 
ahii — disse Bomma ch'era saHto su di una sedia 
per vedere. — Se non rispettano più l'autorità 1... — 
Tavuso gli fece segno di tacere, mettendosi l'indice 
attraverso la bocca. — Sentite qua, don Bastiano! 
— - E si misero a discorrere sottovoce, tirandosi in dì- 
sparte. Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il 
notaro, col bastone dietro la schiena. Bomma comin- 
ciò a fargli dei segni da lontano; ma il notaro finse 
di non accorgersene; accennò al Capitano che s'av- 
viava verso il Collegio, ed entrò in chiesa anche lui 
dalla porta piccola. Il Capitano passando dinanzi alla 
farmacia fulminò i libertini di un'occhiataccia, e bor- 
bottò, rivolto al principale: 

— Badate che avete moglie e figliuoh!... 

— Sangue dil... corpo dil... — voleva mettersi a 
sbraitare il farmacista. 'In quel momento suonava la 
campanella della benedizione, e quanti erano in piazza 
s'inginocchiarono. Poco dopo, Ciolla, che ingannava 
il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto 
dinanzi alla bottega del sorbettiere, vide ima cosa 
che gli fece drizzar le orecchie: il notaro Neri che 
usciva di chiesa insieme al canonico Lupi, e risali- 
vano verso la Maddalena, passo passo, discorrendo 
sottovoce. Il notaro scrollava le spalle, guardando 
sottecchi di qua e di là. Ciolla tentò di unirsi a loro, 
ma essi lo piantarono lì. Bonrnia, da lontano, non li 
perdeva di vista, dimenando il capo. 

— Badate a quel che fate!... Pensate alla vostra 
pelle!... — gli disse il Capitano passandogli di nuovo 
accanto. 



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— 143 — 

— Becco!... — voleva gridargli dietro il farmacista. 
— Badate a voi piuttosto !... — Ma il dottore lo spinse 
dentro a forza. Ciolla era corso dietro ài canonico e 
al notaro Neri per la via di San Sebastiano, e li vide 
ancora fermi sotto il voltone del Condotto, malgrado 
il gran puzzo, quasi al buio, che discorrevano sotto- 
voce, gesticolando. Appena s'accorsero del Ciolla se 
la svignarono in fretta, Tuno di qua e Taltro di là. 
Il notaro continuò <a salire per la stradicciuola sas- 
sosa, e il canonico scese apposta a rompicollo verso 
San S«ebastianò, fermando il Ciolla come a caso. 

— Quel notaro.... me ne ha fatta ùnal... Aveva il 
consenso di massaro Sbrendola.... un contratto belFe 
buono.... e ora dice che non si rammentai 

— Va là, va là, che non me la dai a bere! — 
monmorò Ciolla fra di sé, appena il canonico ebbe 
voltate le spaUe. E corse subito alla farmacia: 

— Gran cose c*è per aria! Cani e gatti vanno in- 
sieme! Gran cose si prepiarano! — Tavuso gonfiò le 
gote e non rispose. Lo speziale invece si lasciò scap- 
pare: — Lo so! lo sol 

E si picchiò la mano apferta sulla bocca, fulminato 
dall'occhiata severa che gli saettò il dottore. 

Verso due ore di notte, don Gesualdo stava per 
mettersi a cenare, quando venne a cercarlo in gran 
mistero il canonico, travestito da pecora'o. Bianca fu 
lì lì per abortire dallo spavento. 

— Don Gesualdo siamo pronti, se volete venire; 
gli amici vi aspettano. 

Ma gU tremava la voce al poveraccio. Lo stesso 
don Gesualdo, al momento di buttarsi proprio in quella 
faccenda, gli vennero in mente tante brutte idee; si 
fece paUido, e gli cadde la forchetta di mano. Bianca 
poi si alzò convulsa, inoespicamdo qua e là, piglian- 
dosela col canonico, che metteva in quell'impiccio 
un padre di famiglia. 

— Se fate così!... — balbettò il canonico; — se 
mi fate anche la iettatura.... allora, buona notte! 

Don Gesualdo cercava di volgerla in ridere, colle 
labbra smorte. — Bravo canonico! Adesso si vedrà se 
siete im uomo!... Sono contento, vedi. Bianca! Sono 
contento d'andare magari verso il precipizio, per 



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— 144 — 

vedere che cominci ad affezionarti a mie e alla 

casa 

Tutto sudato, colle mani un po' tremanti, si imba- 
cuccò ben bene in uno scapolare, per prudenza, e 
scesero in istrada. Non c*era anima viva. Sul ter- 
razzo del Collegio una mano ignota aveva spento fi- 
nanche il Lampione dinanzi àUa statua dell'Immaco- 
lata: ima cosa da fare accapponar la pelle, quella 
sera! Egli aUora si sentì stringere il cuore da una 
tenerezza insolita, pensando alla casa e ai parenti. 

— Povera Bianca I Avete visto ? £ buona, sì, in fon- 
do.... Non k) credevo, davvero!... 

— Zitto! — interruppe il canonico. — Se vi fate 
conoscere alla voce, è inutile nascondersi e sudare 
come bestie! 

Ogni mom^ento andava voltandosi, temendo dj es- 
sere spiati. Arrivati nella via di San Giovanni videro 
un'ombra che andava in su verso la piazza, e il ca- 
nonico disse piano: 

— Vedete?... È uno dei inostri!... Va dove andia- 
mo noi. 

Era in \m magazzino di Grancore, giù nelle stra- 
dicciole tortuose verso San Francesco, che sembra- 
vano fatte apposta. Una casetta bassa che aveva una 
finestra illuminata per segnale. Si bussavano tre colpi 
in un certo modo alla porticina dove si giungeva 
scendendo tre scalini; si attraversava un gran cortile 
oscuro e scosceso, e in fondo c'era uno stanzone buio 
dove si capiva che stava molta gente a confabulare in- 
sieme dal sussurìo che si udiva dietro l'uscio. Il cano- 
nico disse: — È qui! — e fece il segnale convenuto. 

Tutti e due col cuore che saltava alla gola. Per for- 
tuna in quel momento giunse un altro congiurato, im- 
bacuccato come loro, caimminando in pimta di piedi 
sui sassi del cortile, e ripetè il segnale istesso. 

— Don Gesualdo, — disse il iiotaro Neri cavando 
il naso da una gran sciarpa. — Siete voi? Vi ho 
riconosciuto al canonico che sembra un cucco, po- 
veraccio! ' • 

Il hotaro la pigliava allegramente. Narrava che a 
Palermo avevano fatto il pasticcio; avevano ammaz- 
zato il principe di Aci e s'erano impadroniti di Ca- 



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— 145 — 

stellammare : — Chi comanda adesso è un prete, certo 
Asoenso I 

— : Ah? — rispose il canonico che si sentiva in cau- 
sa.... — ah? 

— Silenzio per ora!... Andiamo adagio! Sapete co- 
m'è?... a chi deve prima attaccare il campanello al 
gatto! E ogni galantuomo noh vorrebbe mettere il 
piede in trappola. Ma se siamo in tanti.... C'è anche 
il barone Zacco stasera. 

— Che aspettiamo ad entrare, signori miei? — in- 
terruppe don Gesualdo ^. quella notizia, coraggioso 
come im leone. 

Quando tornarono ad uscire, dopo iin gran J)ezzo, 
erano tutti più morti che vivi. Bomma sforzavasi di 
fare il gradasso; Tavuso non diceva una parola; e il 
noìaro stava soprapensieri anche lui. Zacco corse ad 
attaccarsi al braccio di don Gesualdo, quasi fossero 
divenuti fratelli davvero. — Sentite, cugino, ho da 
parlarvi. — E seguitarono ad andare a braccetto in 
silenzio. 

— Ssst!... un fischio!... verso i Cappiuccini!... — Il 
barone mise mano aUa pistola: tutti con un gran 
batticuore. Si udirono abbaiare dei cani. — Fermo!... 
esclamò il canonico sottovoce, ;afferrando il braccio 
armato del barone che mirava al buio, — è fra Gi- 
rolamo, che non vuol esser visto da queste parti! —^ 
Appena si udì richiudere l'uscio, nel vano del' quale 
era balenata una sottana bianca, il farmacista bor- 
bottò col fiato ai denti: — L'abbiamo scappata bella, 
parola d'onore! — Il barone invece strinse forte il 
braccio di don Gesualdo senza dir nulla. Poi lasciò an- 
dare ciascuno per la sua strada, Bomma in su, verso 
la Piazza Grande, il canonico a pie della scalinata 
che saliva a San Sebastiano. — Da questa parte, don 
Gesualdo.... venite con me. — E gli fece fare il giro 
lungo pei Cappuccini, risalendo poi verso Santa Ma- 
ria di Gesù per certe stradicciuole buie che non si 
sapeva dove mettere i piedi. A un tratto si fermò 
guardando faccia a faccia il suo amico novello con 
certi occhi che luccicavano al buio. 

— Don Gesualdo, avete sentito quante belle chiac- 
chiere? Adesso siamo tutti fratelli. Nuoteremo nel 

Verga. Mastrodon Gesualdo. 10 



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— 146 — 

latte e nel miele, d'ora in pòi.... Voi che ci cre- 
dete, ^hl 

L'altro non disse né si né no, prudente, aspettando 
il seguito. 

— Io no.... Io non mi fido di tutti questi fratelli 
che non mi ha partorito mia madre. 

— Allora perchè siete venuto, vossignoria? 

— Per non farci venire voi, caspita! Io non fo 
misteri. Giuochiamo a tagliarci Terba sotto i piedi fra 
di noi che abbiamo qualcosa da perdere, ed ecco il 
bel risultato I Far la minestra per i gatti, e arrischiare 
la roba e la testa!... Io bado ai miei interessi, com.e 
voi.... Non ho i fumi che hanno tanti altri.... Parenti ! 
parentissimi ! quanto a me volontieri.... Allora met- 
tiamoci d'accordo piuttosto fra di noi.... 

— Ebbene ? che volete fare ? 

— Ah ? che voglio fare ?... La pigliate su quel verso ? 
Mi fate lo gnorri?... Allora sia per non detto.... Cia- 
scuno il suo interesse! FratelH! Carbonari! Faremo 
la rivoluzione! metteremo il mondo a soqquadro an- 
cTie!... Io non ho paura!... — Nel calore della di- 
sputa il "barone si era addossato all'uscio di un cor- 
tile. Un cane si mise a latrare furiosamente. Zacco 
spaventato se la diede a gambe colla pistola in pu- 
gno, e don Gesualdo dietro di lui, ansante. Prima di 
giungere in piazza di Sainta Maria di Gesù, uno che an- 
dava correndo lo fermò Imettendogli la mano sul petto. 

— Signor don Gesualdo!... dove andate?... c'è la 
giustizia a casa vostra! 

Quello che temeva il canonico! quello che temeva 
Bianca! EgH correva al buio, senza saper dove, con 
una gran confusione iin testa, e il cuore che voleva 
uscirgU dal petto. Poi, udendo colui che gli arran- 
cava dietro, con un certo rumore quasi picchiasse 
in terra col "bastone, gh disse: — E tu chi sei? 

— Nardo, il manovale, quello che ci lasciò la gamba 
sul ponte. Non mi riconoscete piià, vossignoria? Don- 
na Bianca mi ha mandato a svegliare di notte. 

E narrava com'era arrivata la Compagnia d'Arme, 
all'improvviso, a quattr'ore di notte. Il Capitano ed 
altri Compagni d'Arme erano in casa di don Gesual- 
do. Lassù, verso il Castello, vedevasi luccicare dei 



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- 147 - 

lumi; c*era pure ima lanterna apipesa dinanzi alla 
porta dello stallatico, al Poggio, e dei soldati che stri- 
gliavano. Più in là, nelle vicinanze della Piazza Grande, 
si udivano di tanto in tanto delle voci : un mormorio 
confuso, dei passi che risuonavano nella notte, dei 
cani che abbaiavano per tutto il paese. 

Don Gesualdo si fermò a riflettere: — Dove an- 
diamo, vossignoria? — chiese Nardo. — Ci ho pen- 
sato. Non far rumore. Ah! Madonna Santissima del. 
Pericolo I Va a chiamare Nanni TOrbo. Lo conosci? 
il marito di Diodata? 

Cominciava ad albeggiare. Ma nelle viottole fuori 
mano che avevano preso non s'incontrava ancora anima 
viva. La casuccia di Diodata era nascosta fra un muc- 
chio di casupole nerastre e macchie di fichi d'India, 
dove il fango durava anche Testate. C'era un pergolato 
sul ballatoio, e un lume che trapelava dalle imposte 
logore. 

— Bussa tu, se mai.... — disse don Gesualdo. 
Diodata al vedersi comparire dinanzi il suo antico 

padrone ansante e trafelato si mise a tremare come 
una foglia. 

— Che volete da me a quest'ora?... Per l'amor di 
Diol lasciatemi in pace, don Gesualdo I... Se toma 
mio marito!... È uscito or ora, per cogliere quattro 
fichi d'India!... qui accanto. 

— Bestiai — disse lui. — Ho altro pel capo! Ci 
ho la giustizia alle calcagna!... 

— Che c'è? — chiese Diodata spaventata. 

Egli colla mano le fece segno di star zitta. In quel 
momento tornò correndo compare Nardo; la gamba 
di legno si udiva da lontano sull'acciottolato. 

— Eccolo!... eccolo che viene!... 

Entrò Nanni l'Orbo, torvo, colla canna da cogliere 
i fichi d'India in spalla, e gli occhi biechi che fulmi- 
navano di qua e di là. Invano Diodata, colle braccia 
in croce, giurava e spergiurava. 

— Padron mio 1 — esclamò Nanni, — a che giuoco 
giuochiamo? Questa non è la maniera!... 

— Bestia! — gridò infine don Gesualdo, scappan- 
dogli la pazienza. — Ho la forca dinanzi agli occhi, 
e tu vieni a parlarmi di gelosia! 



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— 148 — 

Allò strepitò accorsero i vicini. — Lo vedete? — 
ripigliò Nanni infuriato. . — Che figura fo dinanzi a 
loro, padron mio? In coscienza, quel pò* che avete 
dato a costei per maritarla è una miseria, in con- 
fronto della figura che mi fate farei 

— Taci! Farai correre gli sbirri con quel chiasso 1 
Che vuoi? Ti darò quello che vuoil... 

— Voglio Tonor mio, don Gesualdo I L'onor mio 
che non si compra a denari! 

Cominciarono ad abbaiare anche i cani del vici- 
nato. — Vuoi la chiusa del Carmine?... un pezzo che 
ti fa golal 

Infine compare Nardo riuscì a metterli d*accordo 
sulla chiusa del Carmine. — Corpo di Giuda ! La ix)ba 
serve per queste occasioni:... carceri, malattie e per- 
secuzioni.... Voi Tavete fatta, don Gesualdo, e serve 
per salvare la vostra pelle.... 

Don Gesualdo con una faccia da funerale brontolò : 

— Parla! Sbraita! Hai ragione! Adesso hai ragio- 
ne tu! 

— Considerate dunque il vostro prossimo, vossigno- 
ria! La moglie da mantenere.... I figli che nasceran- 
no.... Se mi tornano a casa anche gli altri.... quelli 
che son venuti prima, bisogna mantenerli come fos- 
sero miei.... perchè sono il marito di Diodata.... La 
gente dirà magari che li ho messi al mondo iol... 

— Basta! basta! Se t'ho detto di sì per la chiusa! 

— Parola di galantuomo? Davanti a questi testi- 
moni? Quand'è così.... giacché mi dite che siete ve- 
nuto soltanto per salvare la pelle, potete rimanere 
tutto 1,1 tempo che vi piace. Sono im buon diavolac- 
cio, lo sapete!... 

S'era fatto tardi. Compare Nanni, comp-letamente 
rabbonito, propose anche di andare a vedere quel che 
accadeva fuori: 

— Voi fate liberamente come se foste in casa vo- 
stra, don Gesualdo.... Compare Nardo verrà con me. 
Al ritomo, per segnale, busserò tre colpi all'uscio. 
Ma se no, non aprite neanche al diavolo. 

Era un terrore pel paese: porte e finestre ancora 
chiuse. Compagni d'Arme per le vie, rumore di scia- 
bole e di speroni. Le signorine Margarone, in fron- 



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— H9 — 

zoli e colla testa irta di ciambelle come un fuoco d'ar- 
tificio, correvano ogni momento al balcone. Don Fi- 
lippo, tronfio e pettoruto, se ne stava adesso seduto 
nel Caffè dei Nobili, insieme al Capitano Giustiziere 
e rAwocato Fiscale, facendo tremare chi passava colla 
sola guardatura. Nella stalla di don Gesualdo dei tra- 
banti governavano i caval'i, e il Comandante fumava 
al balcone, in pantofole, come in casa sua. 

Nanni TOrbo tornò ridendo a crepapelle. Prima di 
entrare però bussò al modo che aveva detto, tossì, si 
soffiò il naso, pure si trattenne im po' a discorrere ad 
alta voce con una vicina che si pettinava sul balla- 
toio. Don Gesualdo stava mangiando una insalata di 
cipolle, onde prevenire qualche malattia causata dallo 
spavento. — Prositi prosit, don Gesualdo! A casa vo- 
stra ci ho trovato dei forestieri, tale e quale come voi 
qui da me. Il barone Zacco corre ancorai... L'hanno 
visto prima dell'alba (più in là di Passaneto, figura- 
tevi ! a casa del diavolo !... dietro una siepe, piiù morto 
che vivol... Sua {moglie fa come ima pazza.... Sono 
stato anche a cercare del notaro Neri, sie s'ha a scri- 
vere due parole della chiusa del Carmine che date 
a "mia moglie pei servizi prestati.... Non che non mi 
fidi.... sapete bene.... per la vita e per la morte. Nes- 
suno l'ha pili visto, il notaro 1 Dicono ch'è nascosto 
nel monastero di San Sebastiano.... vestito da donna.... 
sissignore 1... Gli sbirri cercano da per tutto 1 Ma qui 
non avete da temere, vossignoria!... Udite? udite? 

Sembrava che si divertisse a fare agghiacciare il 
sangue nelle vene al prossimo suo, quel briccone! 
Udivasi infatti un Vocìo di comari, un correre di 
scarponi grossi, strilli di ragazzi. Diòdata s'arrampi- 
cò sino all'abbaino del granaio per vedere. Poi Nanni 
venne a dire: 

— È il 'viatico. Dio liberi!... Va in su verso san- 
t'Agata. Ho visto il canonico Lupi che portava il 
Signore.... cogli occhi a terrai... ima faccia da santo, 
com'è vero Iddio! 

— Stasera, ap*pena è sturo, ini farai trovare una 
cavalcatura laggiù alla Masera, e mi darai qualche 
cosa da travestirmi; — disse don Gesualdo, che sem- 
brava piiì smorto alla luce dell'abbaino. 



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— i5o — 

— Perchè? Non vi piace più lo stare in casa mia? 
Diodata vi avrebbe fatto qualche mancanza? 

— No, no.... Mi pare mill'anni d'esser lontano.... 

— Qui però non avete da temere.... GU sbirri non 
vengono a cercarvi qui ! A casa vostra piuttosto ! Guar- 
datevi !... 

Infatti Bianca la sera innanzi s'era visto capitare 
a tre ore di notte il Capitano d'Arme, iin bell'uomo 
colla barba a collana e i baffi alla militare, che recava 
il biglietto d'aUoggio. Bianca, già inquieta per suo 
marito, non sapendo che fare, aveva mandato a chia- 
mare lo zio Limoli, il quale giunse sbadigliando e 
di cattivo umore. Invano il Capitan d'Arme, accarez- 
zandosi i baffi che aveva lasciato crescere da poco, le 
diceva colla voce grossa: 

— Non temete!... Caknatevi, bella signora!... Noi 
militari siaimo galanti col bel sesso!... 

' — Poi, — aggiunge il marchese, — questi qua sono 
militari per modo di dire; come io ho fatto il voto 
di castità perchè sono cavaliere di Malta. 

Il Capitano si accigliò, ma l'altro, senza accor- 
gersene, continuò, battendogli familiarmente sulla 
spalla : 

— Vi conosco, don Bastiano!... Eravate piccolo così, 
colle brache aperte, quando si faceva delle scappa- 
telle insieme a vostro padre.... Allora il voto mi dava 
noia come vi dà noia adesso quella stadera che por- 
tate appesa al fianco.... Bei tempi!... Bell'uomo vo- 
stro padre ! Il cuore e la borsa sempre aperti !... Don 
Marcantonio Stangafame!... dei Stangafame di Ra- 
gusa!... una delle prime famiglie della Contea! Pec- 
cato che siate in tanti! L'avete indovinata a farvi 
nominare Capitan d'Arme!... Quattrocent'onze all'an- 
no, per rispondere dei furti campestri.... È una bella 
somma.... Vi rimane jn tasca tale e quale.... poiché 
il territorio è tranquillo!... Una bagattella soltanto pei 
dodici soldati che vi tocca mantenere.... due tari al 
giorno per .ciascimo, eh?... 

— Basta, corpo di.... bacco!... — gridò il Capitan 
d'Arme battendo in terra la sciabola. — Sembrami 
che vogliate burlarvi di me, corpo di.... bacco! 

— Ehi, ehi! Adagio, signor capitano! Sono il mar- 



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— i5i — 

chese Limoli, e ho ancora degli amici a Napoli per 
farvi scapitanare e tagliare i baffi novelli, sapete I 

Capitò in quel momento il ragazzetto del sagre- 
stano che veniva a fare un'imbasciata di gran pre- 
mura, balbettando, imbrogliandosi, tornando sempre 
a ripetere la .stessa cosa, rosso dalla suggezione. Il 
marchese, che cominciava a farsi un po' sordo, ten- 
deva Torecchio, gli faceva dei versacd, lo intimidiva 
maggiormente strillarido: — Eh? che diavolo vuoi? 

Ma Bianca mise un grido straziante, un grido che 
fece rimanere lo zio a bocca aperta, e scappò per la 
casa cercando il manto, cercando qualcosa da but- 
tarsi in capo, per uscire di casa, per correre subito. 



III. 



Da gran tempo, ogni giorno, alla stessa ora, donna 
Giuseppina Alòsi che stava al "balcone facendo la calza 
per aspettare la passata di Peperito, don Filippo Mar- 
garone mentre rivoltava la conserva di pomidoro po- 
sta ad asciugare sul terrazzo, l'arciprete Bugno nel-<« 
l'appendere al fresco la gabbia <iel canerino, fin coloro 
che stavano a sbadigliare nella farmacia di Bomma, 
se volgevano gli occhi in su, verso il Castello, al di 
sopra de* tetti, solevano vedere don Diego e don Fer- 
dinando Trao, uno dopo l'altro, che facevano capo- 
lino a una finestra, guardinghi, volgevano poi un'oc- 
chiata a destra, un'altra a sinistra, guardavano in aria, 
e ritiravano il capo come la lumaca. Dopo qualche 
minuto infine aprivasi il balcone grande, stridendo, 
tentennando, a spinte e a riprese, e compariva don 
Diego, curvo, macilento, col berretto di cotone cal- 
cato sino alle orecchie, tossendo, sputando, tenendosi 
all'inferriata con una mano; e dietro di lui don Fer- 
dinando che portava l'annaffiatoio, giallo, allampanato, 
im vero fantasma. Don Diego annaffiava, nettava, ri- 
mondava i fiori di Bianca; si chinava a raccattare i 
seccumi e le foglie vizze; rimescolava la terra con 



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— l52 — 

un coccio; passava in rivista i bocciuoli nuovi, e li 
covava cogli occhi. Don Ferdinando lo seguiva passo 
passo, attentissimo; accostava anche lui il viso scialbo 
a ciascuna pianta, aguzzando il muso, aggrottando le 
sopracciglia. Poscia appoggiavano i gomiti alla rin- 
ghiera, e rimanevano come due galline appollaiate sul 
medesimo bastone, voltando il capo ora di qua e ora 
di là, a seconda che giungeva la mula di massaro 
Fortunato Burgio carica di grano, o saliva dal Ro- 
sctrio la ragazza che vendeva ova, oppure la mog'lie 
del sagrestano attraversava la piazzetta per andare a 
suonare Tavemaria. Don Ferdinando stava intento a 
contare quante persone si vedevano passare attraver- 
so quel pezzetto di strada che intrawedevasi laggiii, 
fra i tetti delle case che scendevano a frotte per la 
china del poggio; don Diego dal canto suo seguiva 
cogli occhi gli ultimi raggi di sole che salivano len- 
tamente verso le alture del Paradiso e di Monte Lauro, 
e rallegravasi al vederlo scintillare improvvisamente 
sulle finestre delle casipole che si perdevano già fra 
i campi, simili a macchile biancastre. Allora sorrideva 
e appuntava il dito scarno e tremante, spingendo col 
gomito il fratello, il quale accennava di sì col capo e 
sorrideva lui pure come un fanciullo. Poi raccontava 
quello che aveva visto lui: — Oggi ventisette!... ne 
sono passati ventisette.... L'arciprete Bugno era in- 
sieme col cugino Limoli!... 

Per un po' di giorni, verso i primi d'agOsto, era 
venuto soltanto don Ferdinando ad annaffiare i fiori, 
strascinandosi a stento, coi capelli grigi svolazzanti, 
sbrodolandosi tutto a ogni passo. Allorché ricomparve 
anche don Diego, parve di vedere Lazzaro risuscitato: 
tutto naso, colle orecchie nere, seppellito vivo in una 
vecchia palandrana, tossendo ranima a ogni passo: 
una tosse fioca iche non si udiva quasi più, e scuo- 
teva dalla testa ai piedi lui e il fratello che gli dava 
il braccio, come andasse facendo la riverenza à ogni 
vaso di fiori. E fu l'ultima volta. D'allora in poi s'e- 
rano visti raramente insieme le teste canute dei due 
frateUi, dietro i vetri rattoppati colla carta, cercando 
il sole, don Diego sputando e guardando in terra ogni 
momento. Il giorno in cui avvenne quel parapiglia 



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— i53 — 

nel Palazzo di Città, cHe le voci si udivano sin nella 
piazzetta di Sant'Agata, apparve per un istante alla 
finestra la cima di uh berretto bianco tremolante. 
Ma allorquando la processione di San Giuseppe si 
fermò dinanzi al portone dei Trao, per l'omaggio 
tradizionale alla famiglia, le finestre rimasero chiuse, 
malgrado il vocìo della folla. Don Ferdinando scese 
per comprare l'immagine del santo, gonfio d'asma, 
cogli occhi arsi di sonno, piegato in due, le mani 
nerastre tremanti così che non trovavano quasi nel 
taschino i due baiocchi per l'immagine. Il procura- 
tore di San Giuseppe, che dirìgeva la processione, 
gli disse: 

— Vedrete quant'è miracolosa quell'immagine ! Tan- 
ta salute e provvidenza a tutti, in casa vostra! 

E gli affidò anche il bastone d'argento del santo, 
da metterlo al capezzale del malato: im tocca e sana. 
Eppure non giovò neanche quello. ^ 

Compare Cosimo e Pelagatti, partendo per la cam- 
pagna due ore prima dell'alba, o tornando a notte 
fatta, vedevano sempre il lume alla finestra di don 
Diego. E il cane nero dei Motta ugiolava per la pi: azza, 
come un lamento. Poi^ versò nona, bussava al por- 
tone il ragazzo di don Luca, portando im bicchiere 
di latte. Di tanto in tanto veniva don Giuseppe Ba- 
rabba, con un piatto coperto dal tovagliuolo, o il ser- 
vitore del Fiscale che recava im fiasco di vino. A 
poco a poco diradarono anche quelle visite. L'ulti- 
ma volta il dottor Tavuso se n'era andato scrollando 
le spalle. I ragazzi del vicinato giuocavano tutto il 
giorno dietro quel portone che non si apriva più. 
Una sera, tardi, i vicini che stavano cenando, udi- 
rono la voce chioccia di don Ferdinando chiamare 
il sagrestano, lì dirimpetto: una voce da far cascare 
il pan di bocca. E subito dopo un gran colpo al por- 
tone sconquassato, e dei passi che si allontanarono 
frettolosi. 

Fu giusto quella notte che arrivava la Compagnia 
d'Arme. Una bara.onda i>er tutto il paese. Al rumore 
insolito anche don Diego aprì un istante gli occhi. 
Burgio che era sul ballatoio di casa sua, coU'orec- 
chio teso verso la Piazza Grande, dove udivasi quel 



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— i54 — 

parapiglia, vedendo gente nel balcone dei Trao, do- 
mandò inquieto: 

— Che c'è ?... Cosa succede ? 

— Don Diego!... — rispose il sagrestano; e fece 
il segno della croce, quasi massaro Fortunato avesse 
f>otuto vederlo ài buio. — Solo come im canel... me 
lo lasciano sulle spalle!... Ho mandato Grazia pel 
dottore.... a quest'ora!... 

— Sentite, laggiù, verso la piazza?... sentite?... Che 
giornata spunterà domattina. Dio liberi!... 

— Basta avere la coscienza netta, massaro Fortu- 
nato. Sono stato sempre un povero diavolo!... Bacio 
la mano di chi (mi dà pane.... 

— Il dottore!... quello sì!... deve aviere la trema- 
rella addosso a quest'ora!... 'E anche il canonico Lupi, 
dicono!... Buona sera!... I muri hanno orecchi al buio! 

Infatti il dottor Tavuso, ch'era il capo di tutti i 
giacobini del paese, e stava nascosto nella legnaia, 
trentiando come una foglia, vide giunta l'ultima sua 
ora all'udir bussare all'uscio con tanta furia. 

— Li sbirri!... la Compagnia d'Arme!... 

Quando gli dissero che era la moglie del sagre- 
stano, invece, la quale veniva a cercarlo per don Die- 
go moribondo, montò in furia come una bestia. 

— È ancora vivo ?... Mandatelo al diavolo !... Ven- 
gono a spaventarmi!... a quest'ora!... di questi tempi!... 
Un padre di fanùgUal... Andate a chiamare i suoi 
parenti piuttosto.... o il viatico, ch'è megho!... 

La zia Sganci non volle heppiure aprire. Barabba 
rispose dietro il portone, chiuso con tanto di cate- 
naccio : 

— Buona donna, questi non son tempi di correre 
di notte per le strade. Domattina, se Dio vuole, chi 
campa si rivede. 

Per fortuna, Grazia non aveva di che temere; e suo 
marito l'avrebbe mandata senza sospetto in mezzo a 
un reggimento di soldati. L'andare attorno così tardi, 
in quella tal notte, era proprio uno sgomento. Lo 
stesso baronello Rubiera, che era uscito di buon'ora 
dalla casa dei Margarone, s'era fatto accompagnare 
col lampione. 

— Nini! Nini! — strillò dal balcone donna Fifì 



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— i55 — 

con la vocina sottile, quasi il suo fidanzato corresse 
a buttarsi in un precipizio. 

— Non temere no ! — rispose lui con la voce 

grossa. 

All'udir gente nella piazzetta, dal portone dei Trao, 
che rimbombò come una cannonata, uscì correndo 
don Luca : 

— Signor barone!... sta per morire vostro cugino 
don Diego I... solo come un cane!... Non c*è nessuno 
in casal... 

Rimpetto al palazzo nero e triste dei Trao sp-len- 
deva il balcone lucente dei Margarone, e in quella 
luce disegna vasi l'ombra di donna Fifì, rammentan- 
dogli un'altra ombra che soleva aspettarlo altra volta 
alla finestra del palazzo smantellato. Don Nini se né 
andò frettoloso, a capo chino, portandosi seco negli 
occhi i ricordi di quella finestra chiusa é senza lume. 

— Bella porcheria!... Me lo lasciano sulle spalle!... 
a me solo! — brontolò don Luca tornando nella ca- 
mera del moribondo. 

Don Ferdinando stava seduto a pie del letto, senza 
dir nulla, simile a una mimimia. Di tanto in tanto 
andava a "guardare in viso suo fratello; g'uardava poi 
don Luca, stralunato, e tornava a chinare il capo sul 
petto. Alla sfuriata del sagrestano però si rizzò all'im- 
provviso quasi gli avessero dato uno scossone, e do- 
mandò piano, con la voce assonnata di uno che parli 
in sogno: 

— Dorme? , 

— Sì, dorme!... Andate a dormire voi pure, se vo- 
lete!... 

Ma l'altro non si mosse. Il malato da prima voleva 
sapere ogni momento che ora fosse; poi, verso mez- 
zanotte, non domandò più nulla. Stava cheto, col naso 
contro il muro, e la coperta sino alle orecchie. Gra- 
zia, di ritorno, aveva accostato l'uscio, messo il lume 
accanto, sul tavolino, ed era andata a dare un'occhiata 
a casa sua. Il marito si accomodò alla meglio su due 
sedie. Don Ferdinando, di tratto in tratto, si alzava 
di nuovo, in punta di piedi, si chinava sul letto, si- 
mile a un uccello di malaugurio, e tornava a doman- 
dare piano, all'orecchio di don Luca: 



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— i56 — 

— Che fa? dorme? 

— Sì! sii... Andate a dormire voi pure!... andate! 

E l'accompagnò lui stesso in camera sua, per libe- 
rarsi almeno da quella noia. Don Ferdinanda sogna- 
va che il cane nero dei vicini Motta gli sì era ac- 
covacciato sul petto, e non voleva andarsene, per quan- 
to egli cercasse di svincolarsi e di gridare. La coda 
del cane, lunga, lunga che non finiva più, gli si era 
attorcigliata al collo e alle braccia, al pari di un 
serpente, e lo stringeva, - soffocandolo, gli strozzava 
la voce in gola, quando udì im'altra voce che lo fece 
balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore. 

— Alzatevi, don Ferdinando ! Questa non è ora di 
dormire!... 

Don Diego pareva che russasse forte, si udiva dal- 
Taltra stanza; supino, cogli occhi aperti e spenti, le 
narici filigginose : un viso che non si riconosceva più. 
Come don Ferdinando lo chiamò prima pian piano, e 
tornò a chiamarlo e a scuoterlo inutilmente, gli si riz- 
zarono quei pochi capelli in capo, e si rivolse al sa- 
grestano, smarrito, supphchevole : 

— Che fa ora?... che fa?... 

— Che fa?... Lo vedete che fa!... Grazia! Grazia! 

— No!... Fermatevi!... Non aprite adesso!... 

Era giorno chiaro. Donna Bellonia in sottana stava 
a spiare dalla terrazza verso la Piazza Grande per 
incarico del marito, spaventata dal tramestìo che s'era 
udito tutta notte nel paese; e Burgio strigliava la 
mula legata al portone dei Trao. Alle grida di don 
Luca, levò il capo verso il balcone, e domandò "cosa 
c'era con un cenno del capo. 11 sagrestano rispose 
anche lui con un gesto della mano, facendo segno di 
uno che se ne va. 

— Chi? — domandò la Margarone che se ne ac- 
corse. — Chi ? don Diego o don Ferdinando ? 

— Sissignora, don Diego! Lo lasciano sulle spalle 
à me solo!... Corro dal dottore.... almeno per la ri- 
cetta del viatico, che diavolo I... Signori miei ! deve 
andarsene così un cristiano, senza inedico né spe- 
ziale ?... 

Speranza cominciò dallo sgridare stuo marito che 
aveva legata la mula alla casa del moribondo: — 



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-Ì157- 

Porta disgrazia! Ci vorrebbe quest'altra I... — Poi si 
diedero a strologare i numeri del lotto insieme a donna 
Bellonia, ch'era corsa a prendere il libro di Ruti- 
lio Benincasa. Donna Giovannina s'affacciò asciugan- 
dosi il viso; ma non si vide altro che il sagresta- 
no, il quale correva a chiamare Tavusoj^ lì a due passi 
una porticina verde, colla fime del campanello le- 
gata alta perchè non andassero a seccarlo di notte. 
Picchia e ripicchia, infine la serva di Tavuso gli sof- 
fiò attraverso il buco della serratura: 

— O chetatevi che il dottore non esce di casa, se 
casca il mondo! È più malato degh altri, lui! 

Bomma, giallo al par del zafferano, stava pestando 
cremor di tartaro in fondo alla farmacia, solo come 
un appestato. Don Luca entrò a precipizio, col fiato 
ai denti: 

— Signor don Arcangelo!... don Diego Trao è in 
punto di morte. Il dottore non vuol venire.... Cosa fo? 

— Cosa fate?... La cassa da morto fategli, acci- 
denti a voi 1 M'avete spaventato ! Non è questa la ma- 
niera.... oggi che ogni galantuomo sta coiranima sulle 
labbra!... Andate a chiamargli il prete piuttosto.... lì, 
al Collegio, c'è il canonico Lupi che s'arrabatta a 
dir messe e mattutino fin dall'alba, per farsi vedere 
in chiesa!... Cade sempre in piedi colui! Se ne ride 
degli sbirri!... Io fo lo speziale! Pesto cremor di tar- 
taro, giacché non posso pestar altro.... non posso! 

Ma vedendo passare Ciolla ammanettato come un 
ladro, si morse la lingua, e chinò il capo sul mor- 
taio. — Signori miei! — sbraitava Ciolla, — guar- 
date un po'!... un galantuomo che se ne sta in piazza 
pei fatti suoi!... — I Compagni d'Arme, senza dargli 
retta, lo cacciavano innanzi a spintoni; 'don Liccio 
Papa di scorta colla sciabola sguainata, gridando: 
— Largo! largo alla giustizia!... — Il Capitano Giu- 
stiziere, dall'alto del marciapiede del Caffè dei Nobili, 
sentenziò : 

— Bisogna dare un esempio! Ci pigliavano a calci 
dove sapete, im altro po'!... manica di birbanti!... 
Un paese come il nostro, che prima era un convento 
di frati!... Al castello! al castello! Don Liccio, ec- 
covi le chiavi!... 



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-* i58 - 

Grazie a Dio si tornava a respirare. I ben pensanti 
sul tardi cominciarono a farsi vedere di nuovo per 
le strade; l'arciprete dinanzi al caffè; Peperito su e 
giù pel Rosario; Canali a braccetto con don Filippo 
verso la casa della ceraiuola; don (Giuseppe Barabba 
portando a spasso un'altra volta il cagnolino di donna 
Marianna Sganci; la signora Capitana poi in gala, 
quasi fosse la sua festa, adesso che ci erano tanti 
militari, colla borsa ricamata al braccio, il cappellino 
carico di piume, scutrettolando, ridendo, cinguettando, 
rimorchiandosi dietro don Bastiano Stangafalne, il te- 
nente, tutti i colleghi di suo marito, il quale se ne 
stava a guardare da vero babbeo, colla canna d'In- 
dia dietro la schiena, mentre i suoi colleghi passeg- 
giavano con sua moghe, spaccandosi come compassi, 
ridendo a voce alta, guardando fieramente le donne 
che osavano mostrarsi alle finestre, facendo risuonare 
da per tutto il nmiore delle sciabole e il tintinnìo 
degli speroni, quasi ci avessero le campanelle alle 
calcagna. Le ragazze Margarone, stipate sul terrazzo, 
si rodevano d'invidia. — Specie il tenente ci aveva 
dei baffoni come code di cavallo, e due file di bot- 
toni lungo il ventre che luccicavano da lontano. 

Talché in quell'aria di festa suonò più malinconico 
il campanello del viatico. Correvano anche delle voci 
sinistre: — Una battaglia c'è stata!... dei condan- 
n^ati a morte!... — Uno di quelli che portavano il lan- 
ternone dietro il baldacchino disse che il viatico an- 
dava dai Trao. — Un'altra grande famiglia che si 
estingue! — osservò gravemente l'Avvocato Fiscale 
scoprendosi il capo. La signora Capitana, saltellando 
sulla punta delle scarpette per mostrare le calze di 
seta, stava rimbeccando don Bastiano con un sorriso 
da far dannare l'anima: 

— Lo so! lo so! giuramenti da marinaio!... 

Il Capitan d'Arme ammiccò a donna Bianca la quale 
passava in quel momento, con im'aria che voleva 
dire: -7- Anche costei!... che colpa ci ho? — scap- 
pellandosi con soverchio ossequio. Ma quella pove- 
retta non gli rispose. Andava quasi correndo, trafe- 
lata, col manto giù per le spalle, il viso ansioso e 
pallido. Donna Fifì Margarone si tirò indietro dal 



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— i59 — 

balcone con lina smorfia, appiena la vide sboccare 
nella piazzetta della salita di Sant'Agata. 

— Ah!... finalmente I... la buona sorella!... quanta 
degnazione !... 

— Bianca! Bianca! — gridava lo zio Limoli che 
non poteva tenerle dietro. 

Dinanzi al portone, spalancato a due battenti, si 
affollavano i ragazzi di Burgio e di don Luca. La mo- 
glie del sag'restano ne usciva in quel momento, ar- 
ruffata, gialla, senza ventre, e si mise a distribuire scap- 
pellotti a diritta e a manca: 

— Via via di qua!... Che aspettate? la festa? — 
Troscia entrò in chiesa frettolosa. Delle comari sta- 
vano alle finestre, curiose. In cima alla scala don Giu- 
seppe Barabba s^polverava delle bandiere nere, bucate 
e rose dai topi, collo stemma dei Trao: una macchia 
rossa tutta intignata. Era corsa subito la zia Macrì 
colla figliuola, e il barone Mèndola che stava lì vi- 
cino; un va (e vieni per la casa, im odor d'incenso 
e di moccolaia, una confusione. In fondo, attraverso 
lìh uscio socchiuso, scorgevasi Testremità di un let- 
tuccio basso, e un formicolìo di ceri accesi, funebri^ 
nel giorno chiaro. Bianca non vide altro, in mezzo 
a tutti quei parenti che le si affollavano intorno, sbar- 
randole il passo: — No!... lasciatemi entrare! 

Apparve un mom,ento la faccia stralunata di don 
Ferdinando, come un fantasma; poi Tuscio si chiuse. 
Delle braccia amiche la sorreggevano, affettuosamen- 
te, e la zia Macrì ripeteva: — Aspetta!... aspetta!... 

Tornò la moglie del sagrestano, ansante, portando 
dei candelieri sotto il grembiule. Suo marito, che si 
affacciò di nuovo gl'uscio, venne a dire: 

— C'è il viatico l'estrema unzione Ma non 

sente.... 

— Voglio vederlo!... Lasciatemi andare! 

— Bianca!... in questo momento!... Bianca!... 

— Vuoi ammazzarlo?... Una commozione!... Se ti 
sente!... Non far così, via. Bianca!... Un bicchier d'ac- 
qua!... presto!... 

Donna Agrippina corse in cucina. S'aprì l'ustio im'al- 
tra volta su di un luccichio di processione. Il prete, 
il baldacchino, i lanternoni del viatico passarono come 



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— i6o — 

una visione. Il marchese, inchinandosi sino a terra, 
borbottò : 

— Domine, salva ine.... 

— Amen! — rispose jl sagrestano. — Ho fatto 
quel che ho pK)tuto.... solo come un cane!... due volte 
dal medico!... di notte!... Anche dal farmacista!... dice 
che il conto è lungo.... e non ci ha Terba di Laz- 
zaro risuscitato, poi!... 

— Perchè?... perchè non mi lasciate entrare?... Che 
ho fatto?... — Essa tremava così che i denti face- 
vano tintinnare il bicchiere, quasi fuori di sé, fissan- 
do addosso alla gente gli occhi spaventati. 

— Lasciatemi! lasciatemi entrare! 

Lo zio marchese si affrettò a cavare il fazzoletto, 
per asciugarle tutta l'acqua che si era versata ad- 
dosso. Il barone Mèndola e la zia Macrì stavano di- 
scorrendo nel vano del f inestrone: — Una malattia 
lunga!... Tutti così quei Trap!... non c'è che fare!... 

— Guarda! — esclamò il barone che stava da un 
po' attento. — Hanno aperto un finestrino sul mio 
tetto.... laggiù!... quel ladro di Canali!... Fortuna che 
me ne sia accorto! Lo citerò in giudizio!... una ci- 
tazione nera come la pece!... 

— Don Luca! don Luca! — si udì gridare. L'uscio 
si spalancò a un tratto, e comparve don Ferdinando, 
agitando le braccia in aria. Don Luca corse a pre- 
cipizio. Successe un momento di confusione : delle 
strida, delle voci concitate, un correre all'impazzata, 
donna Agrippina che cercava l'aceto dei sette 
ladri, gli adtri che stentavano a trattenere Bianca, 
la quale faceva come ima pazza, con la schiuma alla 
bocca, gli occhi che mandavano lampi, e non si ri- 
conoscevano più. 

— Perchè?... perchè non volete? Lasciatemi! lascia- 
temi!... lasciatemi entrare!... 

— Sì! sì! — disse lo zio marchese. — È giusto 
che lo veda!... Lasciatela entrare. 

Ella scorse un corpo limgo e stecchito nel lettuccio 
basso, uii mento aguzzo, ispido di barba grigiastra, 
rivolto in su, e due occhi glauchi, spalancati. 

— Diego!... Diego!... fratello mio!. 4. 

— Non fate a quel modo, donna Bianca! — disse 



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— i6j — 

piano don Luca. — Se ci sente ancora, il poveretto, 
figuratevi che spavento!... 

Essa si arrestò tutta tremante, atterrita, colle mani 
nei capelli, guardandosi intomo trasoglnata. A un trat- 
to fissò gli occhi asciutti ed arsi su don Ferdinando 
che annaspava stralunato, quasi volesse allontanarla 
dal letto. 

^ Nulla!... nulla m'avete fatto sapere!... Non son 
piti nulla.... un'estranea!... Fuori, dalla casa e dal cuo- 
re!... fuori!... da per tutto! 

— Zitta!... — balbettò don Ferdinando mettendo 
il dito tremante sulla bocca. — Poi!... poi!... Adesso 
taci!... Tanta gente, vedi!... 

— Bianca! Bianca!... — supplicavano gli altri ab- 
bracciandola, spingendola, tirandola per le vesti. 

— Portatela via!... — gridò la zia Macrì dall'uscio. 

— Nello stato in cui è, la poveretta.... succederà qual- 
che altra tragedia!... 

Frattanto giimse donna Sarina Cirmena, scalma- 
nata, in un bagno di sudore. 

— L'ho saputo or ora! — balbettò lasciandosi ca- 
dere sul seg'giolone di cuoio in knezzo ai parenti riuniti 
nella gran sala. — Che volete? con quel parapiglia 
che c'è stato nel paese! Se non era pel viatico che 
vidi venire da queste parti.... 

Il marchese indicò l'uscio dell'altra stanza con un 
cenno del capo. La zia Cirmena, accasciata sul seg- 
giolone, col fazzoletto ,agli occhi, piagtiucolò: 

— Io non ci reggo a queste scene!... Sono tutta 
sottosopra!... — E siccome (continuava a interrogare 
cogli occhi or questo e or quello, donna Agrippina 
rispose sottovoce, compunta, facendo il segno della 
croce: i * ^ 

— Or ora!... cinque minuti fa! 

Don Giuseppe venne recando in fasdo le bandiere: 

— Ecco!... Il falegname è avvertito. 

Il barone Mèndola s'alzò per andare a sentire cosa 
volesse.... 

— Va bene, va bene, — disse Mèndola. — Or ora 
si pensa a tutto. Don Luca? ehi? don Luca? 

Appena il sagrestano affacciò il capo all'uscio, si 
udirono delle strida che laceravano il cuore. 

Verga. Mastr<HÌon Gesualdo, 11 



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— 102 — 

— Povera Bianca!... sentite? 

^ Fa come una pazza! — confentnò don Luca. — 
Si strappa i capelli!... 

Il barone Mèndola; lo interrogò dinamzi a tutti quanti : 

— Avete pensato a ogni cosa, eh, don Luca? 

— Sissignore. Il catafalco, le bandiere, tante messe 
quanti preti ci sono. Ma chi paga ? 

— Andate! andate! — interruppe vivamente la Cir- 
mena, spingendo per le spalle il sagrestano verso la 
camera del morto, dove cresceva il trambusto. 

— Mi dispiace! — osservò la- zia Macrì alzandosi 
per vedere dov'era arrivato il sole. — Mi dispiace 
che si fa tardi, e a casa mia non c*è nessuno per 
preparare im boccone. 

Uscì don Luca dalla camera del morto, turbat-c 
in viso. 

— È un affar serio.... Bisognerà portarla via per 
amore o per forza!... Vi dico ch'è un affar serio! 

— E permesso ? Si può ? 

Era il vocione del cacciatore che accompagnava la 
baronessa Mèndola, col cappiello piumato, le calze 
imbottite di noci. La vecchia, senza bisogno di udii 
altro, diritta e steccliita come un fuso, andò a pren- 
dere il suo i>osto fra i plarenti che al suo apparire 
s'erano taciuti, seduti intomo sui seggioloni antichi, 
col viso lungo e le mani sul ventre. La baronessa 
guardava intomo, gridando a voce alta : 

— E la Rubiera? e la cugina Sganci? Ora che 
si fa? Bisogna avvertire il parentado per le esequie.... 

— Eccola lì! -^ disse donna Sarina all'orecchio 
della Macrì. — Cascasteie il taondo.... non manca mai !... 
Avete visto il subbuglio che c'è per le strade? 

La cugina rispose con un sorriso pallido, facendo 
segno • che la vecchia non aveva paura di nulla per- 
chè era sorda. 

— Il fatto è.... — cominciò il barone. 

Ma in quel momento portavano Bianca svenuta, 
le braccia penzoloni, donna Agrippina e il Sagrestano 
rossi, ansanti, e col fiato ai denti. — Quasi fosse 
morta! — sbuffò il sagrestano. — Gli pesano le os- 
sa!... — La zia Macrì consigliò: — Lì, lì, nella sua 
camera !... 



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— 163 — 

— Il fatto è.... — riprese il barone Mèndola sot- 
tovoce, tirando in disparte il cugino Limoli e donna 
Sarina Cirmena, — il fatto è che bisogna concertarsi 
pel funerale. Adesso vedrete che spuntano fuori i pa- 
renti del cognato Motta.... Faremo un bel vedere!... 
al fianco di Burgio e di mastro Nimzio Motta!... Ma 
il marito non si può lasciarlo fuori.... È una disgra- 
zia, non dico di no.... ma bisogna sorbirsi mastro- 
don Gesualdo, eh?... 

— Sicuro! sicuro! — rispose la zia Cirmena. 
Essa voleva fare qualche altra obiezione. Ma il 

marchese Limoli disse il fatto . suo : 

— Lasciate correre, cugina cara!... Tanto!... il morto 
è morto, e non parla più. 

— Allora!... — ribattè la Cirmena diventando ros- 
sa, — è una bella porcheria che mastro-don Gesualdo 
non si sia fatto neppnr vedere! 

Mèndola uscì sul pianerottolo per dire a Barabba 
di correre a casa Sganci. 

— Ci vogliono denari, — disse piano tornando in- 
dietro. — Avete sentito il sagrestano? Le spese chi 
le fa? 

La zia Macrì finse di non udire, discorrendo sot- 
tovoce colla Cirmena: 

— Povera Bianca!... in quello stato! Quanti mesi 
sono? lo sapete?... 

-;- Sette.... devono esser sette.... Insomma un àffar 
serio!... 

Il marchese Limòh, che discuteva insieme a Mèn- 
dola e a Barabba sui preparativi del funerale, con- 
chiuse: 

— Io inviterei TArciconfratemita dei Bianchi, trat- 
tandosi di ima persona di riguardo.... 

— Sicuro.... Bisogna far le cose con decoro.,., senza 
risparmio I... 

Ma ciascuno vogava al largo quando si parlava d'an- 
ticipare un baiocco. Nella camera del morto durava 
intanto il contrasto fra la moglie del sagrestano, che 
voleva farne uscire don Ferdinando, e lui che si osti- 
nava e rimanere : come un guaiolare di cagtiuolo, e la 
voce aspra della zia Grazia, la quale strillava: 

— Madonna sajita I nom capite proprio nulla ?... Siete 



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— 104 — 

un ragazzo tale e quale ! Il mio ragazzo avrebbe più 
giudizio di voi, guardate! 

E tutt*a un tratto, in mezzo al crocchio dei parenti 
che discorrevano sottovoce, si vide capitare don Fer- 
dinando trascicando le gambe, coi capelU arruffati, 
la camicia aperta, il viso di un cadavere anch'esso, 
recando uno scartafaccio che andava mostrando a tutti 
quanti ; 

— Eccovi il privilegio!... Il diploma del Re Mar- 
tino.... Bisogna metterlo nell'iscrizione mortuaria.... Bi- 
sogna far sapere che noi abbiamo diritto di esser 
seppelliti nelle tombe reah.... una cuim regibusit 
Ci avete pensato alle bandiere coUo stemma? Ci avete 
pensato al 'funerale ? 

— Sì, sì, non dubitate.... 

Come ciascuno evitava di impegnarsi direttamente, 
voltandogli le spalle, don Ferdinando andava dall'uno 
all'altro biascicando, colle lagrime agli occhi: 

— Una cum regibus !... Il mio povero fra- 
tello!... Una cum re gibus!... 

— Va bene, va bene, — gli rispose il marchese 
Limoli. — Non ci pensate. 

Il barone Mèndola, che era stato a confabulare con 
della gente, fuori sul pianerottolo, rientrò gesticolando : 

— Signori miei ! . . . se sapeste ! . . . Casco dalle nu- 
vole!... 

— Zitto! — gli Jfece seglio il miarchesie, — zitto! 
Che cos'è adesso?... 

Nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto; 
delle voci affannose e supplichevoli ; un tramenìo come 
di gente in lotta; grida deliranti di dolore e di col- 
lera; poscia un lurlo che fece trasalire tutti quanti. 
L'uscio fu sibatacchiato con impeto, e ne uscì all'im- 
provviso il marchese, stravolto. Un momento dopo 
si affacciò la zia Macrì gridando: 

— Un medico! Presto! presto! 

Giungevano allora altri parenti in processone, com- 
punti, coi guanti neri. In mezzo al rumore delle seg- 
giole smosse, la zia Macrì tornò a gridare: 

— Presto ! un medico I presto ! . 



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— 165 — 



IV. 



«Se agg'lomerate cerimonie tema non forman delle 
mie verghe non ne traligna Tossequio: Sì che sor- 
genti men fallaci e più stabili le sole preci ne re- 
puto. Il favor di un vostro sguardo è quel che anelo, 
e lo ambisco mercè delle inelenzose mie riga. 

«L'ore 7 del 17. 

« Barone Antonino Rubiera. » 



— Sicuro! — aggiunse mastro Titta che sitava sul- 
l'uscio del palchetto, mentre donna Fifì compitava 
la letterina. — Me J*ha data lui stesiso, il baronello, 
per consegnarla di nascosto alla prima donna. Ma, 
per carità! Son padre di famigliai... Non mi fate 
perdere il |pane. 

Donna Fifì, gialla dalla bile, non rispose neplpure. 
Di nascosto, dietro il parapetto, sipiegazzava la let- 
tera con mano febbrile. Ioidi la passò alla mamiixa 
che balbettava. 

— Ma sentiamo.... Cosa (dice?... 

— Me ne vo, — riprese il barbiere umilmente. — 
Torno sul palcoscenico perchè adesso lei ammazza il 
primo amoroso, e devo pettinarla coi capelli giù 
per le spalle.... Mi raccomando, donna Fifì!... Non 
mi tradite!... 

— Ma che dice? — ripetè la mamuna. 

Nicolino cacciò il capo fra di loro, e si buscò una 
pedata. Agli strilU accorse don Filippo, che stava 
passeggiando nel corridoio, perchè il palco era pieno 
zeppo. 

— Che c'è?... Al solito! Facciamo 'ribellare tutto 
il teatro.... soltanto inoi!... 

Canali cacciò anche lui il capo dentro il palchetto. 

— State attenti! Ora c*è la scena in cui s'ammaz- 
zano!.... 



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— i66 — 

— Magari! — borbottò fra i denti Fifì. 

— Eh? Che cosa? 

— Nulla. Fifì ha mal di capo, — risjK)se don Fi- 
lippo. Quindi piano alla moglie: — Si può sapere 
che cosa c'è ? 

— Si soffocai — aggiunse Canali. — Mi fate un 
pò* di posto?... Guardate lassù!... quanta gente! Quasi 
quasi mi metto in maniche di camicia. 

C'era una sleppe di teste. Dei contadini ritti in piedi 
sulle panche della piccionaia, che si tenevano alle 
travi del soffitto per guardar giù in platea; dei ra- 
gazzi che si spenzolavano quasi ' fuori della ring'hiera, 
come stessero a rimondar degli ulivi; una folla tale 
che la signora Capitana, nel p'alco dirimpetto, mi- 
nacciava (fi svenirsi ogni mom.ento, colla boccetta d'ac- 
qua d'odore sotto il naso. 

— Perchè non si fa slacciare dal Capitan d'Arme? 
— disse Canali che aveva di tali uscite. 

Il barone Mèndola, il quale stava facendo visita a 
donna Giuseppina Alòsi nel palco accanto, si voltò 
colla sua risata sciocca che si udiva per tutta la sala. 
Donna Giovannina si fece rossa. Mita sgranò tanto 
d'occhi, e la mamma spinse Canali fuori dell'uscio. 
Poi disse a Fifì: 

— Bada! La Capitana ti guarda col cannocchiale!... 

— No ! Non guarda me ! — rispose lei facendo una 
spallata. 

— Ne volete sentire una nuova? — seguitò il ba- 
rone ostinandosi a cacciare jl capo nel vano dell'u- 
scio. — C'è un casa del diavolo, dalla Capitana!... Fa 
sorvegliare la locanda dov'è alloggiata la prima don- 
na!... Suo marito stesso, poveretto!... Pare che ne 
abbia scoperto delle belle!... Il Capitan d'Arme, sec- 
cato, fu costretto ^ rimbeccargH: — Perchè non ba- 
date a quel che succede in casa vostra, caro collega ? 

— Ehm ! ehm ! — tossì don Filippo gravemente. 
Dalla platea intimarono pure silenzio, giacché s'al- 
zava il sipario. Donna Bellonia allora cavò fuori gli 
occhiali per leggere il biglietto, dietro le spalle di Fifì. 

— Ma che dice ? Io non ci capisco niente !... 

— Ah, non capite ?... Non me ne ha scritta mai 
una così bella !... l'infame! il traditore!... 



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i 



— 167 — 

Il fatto è che Ciolla, il quale si piccava di lettera- 
tura, ci s*era 'Stillata la quintessenza del cervello, chiu- 
si tutti e due a quattr'occhi col baronello nella retro- 
bottega di Giacinto. Don Filippo tornò a domandare: 

— Ma che c*è? Si può sapere? 

— Ssst ! 1 1 — zittirono dalla platea. 

Si sarebbe udita volare una mosca. La prima don- 
na, tutta bianca fuorché i capelli, sciolti giù per le 
spalle, come Taveva pettinata tnxastro Titta, faceva 
accapix)nar la pelle ,a quanti stavano a sentirla. Al- 
cuni, dall'ansia, s'erano anche alzati in piedi, mal- 
grado le proteste di quelli ch'erano seduti dietro e 
non vedevano niente. Lo stesso Caai^li, comjmpsso,, 
si soffiava il naso come ima tromba. 

— Guardate! guardate!... adesso!... 

— «Io!... io stessa!... con questa destra cKe tu im- 
palmasti, giurandomi etema fé!...» 

L'amoroso, un mingherlino che lei si sarebbe inesso 
in tasca, indietreggiava a passi misurati, con una mano 
sul giustacuore di velluto, e l'altra, in atto di orrore, 
fra i capelli arricciati. 

— Non ci reggo, no ! — borbottò Canali. E scapipò 
via, giusto nel momento che risuonarono gli applausi. 

— Che comica, eh ? Che talento ? — esclamò don 
Filipipo smanacciando lui J)ure. — Peste!... maledu- 
cato ! . . .* 

NicoHno impaurito sgam^bettava e cacciavasi verso 
l'uscio a testa in giù, strillando che voleva andar- 
sene. Un terremoto giù in platea. Tutti in piedi, vo- 
ciando e strepitando. La prima dònna ringraziava di 
qua e di là; dimenando i fianchi, saettando il collo 
a destra e a sinistra al pari di una testuggine, mari- 
dando baci e sorrisi a tutti quanti sulla punta deUe 
dita, colle labbra cucite dal rossetto, il seno che le 
scappava 'fuori tremolante ^d ogni inchino. 

— Sangue di!... corpo di!... — esclamò Canali che 
era tornato ad applaudire. — Son maritato!... wson 
padre di famigha!... Ma farei uno sproposito!... 

— Papà mio! papà mio! — proruppe allora donna 
Fifì, scoppiando a piangere addosso al genitore. — 
Se mi volete bene, papà mio, fatemi bastonare a do- 
vere quella sgualdrina!... 



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— i68 — 

— Eh?... — balbettò don Filippo rimasto a bocca 
aj>erta e con le mani in aria. — Che ti piglia adesso ? 

Donna Bellonia, Mita, Giovanmna, tutte insieme si 
alzarono per calmare Fifì, circondandola, spingendola 
in fondo, verso l'uscio, per nasconderla. Nei palchi 
dirimpetto, giù in platea, vi fu un ondeggiare di te- 
ste, delle risate, dei curiosi che appuntavano il can- 
nocchiale verso il palchetto dei Margarone. Don Fi- 
lippo, onde far cessare lo scandalo, si mise in prima 
fila, insieme a Nicolino, appoggiandosi al parapetto, 
salutando le signore col sorriso a fior di labbra, men- 
tre borbottava sottovoce: 

— Stupida!... Tuo fratello, così piccolo, ha più giu- 
dizio di te, guarda!... 

Anche nel palco accanto si udiva im tramenìo. La 
signora Alòsi tutta affaccendata, con la boccettina 
d'acqua d'odore in {mano, e il barone Mèndola vol- 
tando la schiena al teatro, scuotendo per le braccia 
im ragazzetto bianco al par della camicia, abbando- 
nato sulla seggiola. 

— GH è venuto niale al piccolo La Guma.... — 
disse il barone Mèndola dal palco di donna Giusep- 
pina. — Capisce come uno grande!... Una seccatura I 

— Come la mia Fifì.... or ora!... Benedetti ragazzi! 
Pigliano tutto sul serio!... 

Il fanciullo, pallido, con grandi occhi intelligenti e 
timidi, guardava ancora la scena a sipario calato. Don- 
na Giuseppina, dopo che il nipotino si fu riavuto 
alquanto, offrì per cortesia la sua boccetta d'odore ai 
Margarone. Don Fihppo seguitò a brontolare sotto- 
voce: 

— Tale e quale come il ragazzo La Gurna che 
ha sett'anni !... Vergogna!... non mi ci pescate più, 
parola d'onore! 

Ma tacque vedendo entrare Mèndola che veniva a 
far visita, vestito in gala, colla giamberga verde bot- 
tiglia, i calzoni fior di pomo, soltanto il corvattone 
nero pel lutto del cugino Trao. Andava così facendo 
visite da un palco all'altro, per non pagare il posto. 

— Non vi scomodate.... un posticino.... in un can- 
tuccio.... Voi, Canali, potete andare da donna Giu- 
seppina, qui accanto, che non c'è nessuno!... No, no. 



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— i6g — 

in vierità, nessuno!... Sarino, il suo figliuoletto, quello 
alto quanto il ventaglio, sapete la canzone?... e Cor- 
radino La Guma, il ragazzo della zia Trao.... Donna 
Giuseppina lo conduce dove va per servirle di para- 
vento.... quando aspetta certe visite.... capite? L'hanno 
mandato apposta da Siracusa per romperci le tasche I... 

— Poscia, appena Canali sie ne fu andato: — Ora 
arriva anche Peperitol... Non mi piace giuocare a 
tressetti I... — E ammiccò chiudendo im occhio. Nes- 
suno gli rispose. Allora, vedendo quei musi lunghi, 
ripigliò, cambiando tono: 

— Che produzione, eh? La donna specialmente!... 
M'ha fatto piangere come im bambino!... 

— Anche qui! anche qui! — rispose don Filiplpo, 
fingendo di volgerla in burletta. 

— Ah, donna Fifi?... Allegramente, che adesso, al 
terz'atto, fanno pace fra di loro. Lui è ferito soltanto. 
Lo salva una ragazza che l'ama di nascosto, e vice- 
versa poi si scopre esser sua sorella di latte.... Una 
produzione che fu repiHcata due sere di seguito a 
Caltagirone.... Ohi! ohi!... cos'è adesso? 

Il Capitan d'Arme, dal Jialco dirimpetto, credendlo 
di non esser visto, dietro le spalle della Capitana, 
faceva segno verso di loro col fazzoletto bianco, fin- 
gendo di soffiarsi il naso. 'Mèndola nel voltarsi sor- 
prese pure donna Giovannima col fazzoletto al viso. 
Ella abbassò subito gli occhi e si fece rossa com.e 
un peperone. 

— Ah! ah!... Sicuro! Una bella compagnia! For- 
tuna che sia capitata da queste piarti ! La prima donna 
specialmente!... Sta lì, di faccia a casa mia, nella lo- 
canda di Nanni Ninnarò. Bisogna vedere ogni sera, 
dopo la recita!... — E terminò la frase all'orecchio 
di don Filippo, il quale rispose: — Ehm!... ehm!... 

— Ti dò uno sgrugno, — tninacciò intanto la mam- 
ma sottovoce, mangiandosi cogh occhi Giovannina. 

— Ti fo venire adesso il raffreddore!... 

— Sicuro! — riprese il barone ad alta voce per- 
chè non capissero le ragazze. — Padrone del campo 
veramente è il padre nobile, quello che avete visto 
col barbone bianco. Finta che litigano ogni sera sul 
palco scenico.... Ma poi, a casa, bisogna vedere!... 



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— 170 — 

Non vi dico altro! Ho fatto un buco apposta nel- 
rimpannata del granaio che gtiarda apipunto in ca- 
mera sua. Però ci sono gli avventizi, i devoti spic- 
cioli, capite? quelli che vanno a portare la loro of- 
ferta.... Il figlio del no taro Neri ha saccheggiato la 
dispjensa, nel teunpo che suo padre era fuggiasco.... sal- 
sicciotti, reste di fichi secchi^ pezze intere di cacio.... 
Portava ogni giorno qualcosa in tasca.... OhiI ohi!... 
La signora Capitana si disponeva ad andarsene pri- 
ma del tempo. In piedi, sid davanti del palchetto, 
aveva tolto con mal garbo il guardaspalle al Capi- 
tan d'Arme, è l'aveva dato al tenente,, il quale glielo 
accomodava sugli omeri nudi in barba al suo sui>e- 
riore, adagio adagio, facendo il comodo suo, senza 
curarsi di tutti quegli occhi che avevano addosso. 
Don Bastiano Stangafame dall'altro lato, còl venta- 
glio in mano, e il marito, pacifico, che guardava e 
taceva. Mèndola diede una gomitata a Margaroné, è 
tutti e due si misero a guardare in aria, gtattandòsi 
il mento. Canali osservò dal palco accanto: 

— Un po' pier uno, non fa male a nessuno !... 

— Badate a voi piuttosto!... badate!... 

— Sì, sì, l'ho visto venire.... Adesso scappo, prima 
che giung'a il cavaliere.... 

S'imbattè col Peperito giusto sull'uscio del corri- 
doio. 

— Oh, cavaliere!... Beato chi vi vede! S'era in- 
quieti da queste parti.... parola d'onore!... 

— Perchè? — balbettò Peperito facendosi rosSo. 

— Così.... Una produzione come quésta che fa cor- 
rere tutto il paese.... Si diceva.... come va che il ca- 
valiere ?... 

Peperito esitò alquanto, cercando la ristposta, non 
sapendo se dovesse mettersi in collera, e poi gli sbattè 
l'uscio sul muso. 

— Ora fanno il quadro degli innocenti! — sog- 
giunse Canali ridendo. — Vado in platea per vederlo 
di laggiù. 

— Allegramente, donna Fifì ! — disse poi Mèn- 
dola. — Non vi sono né morti riè feriti!... Se non 
arriviamo a farvi ridere in nessun modo, vuol dire.... 

In quella si udì nel corridoio un fruscio di seta, e 



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- 171 - 

un rumore di sciabole e di speroni. Donna Giovan- 
nina si fece di brace in volto, sentendosi addosso gli 
occhi della majnuna. La Signora Capitana spinse l'u- 
scio del palchetto, e mise dentro la sua testolina ric- 
cioluta e sorridente. 

— No, no, non vi scomodate. Son passata un tìio- 
mento a salutarvi. Un'indecenza questa produzione.... 
Io me ne vo per non sentir altro.... E il vestito della 
donna!... lave te visto, ^el cliinarsi ?... 

— Ehi ehi... — rispose don Fihptpo accennando 
alle sue ragazze. 

— Precisamente! Una mamma non potrà condurre 
in teatro le figliuole. 

— È giusto! — os-servò allora don Filipipo. — Do- 
vrebbe interessarsene l'autorità.... 

Il tenente, ohe le cortesie della signora Capitala 
avevano messo in vena, aggiunse: 

— Io sono l'autorità. Ora corro sul palcoscenico 
per vedere s'è quel che dico io.... Voglio toccare con 
mano come san Tommaso! 

Ma nessuno rise. Solo la Capitana, dandogli un 
colpetto sul braccio, si chinò sorridendo all'orecchio 
di ,donna Bellonia i>er comfidarle ciò che affermava 
il tenente: ■ — Io dico di no, invece. Guardate donna 
Giovannina.... È grassa quasi quanto la prima donna, 
eppure non si vede.... Un po'... sì.... da vicino.... forse 
pel busto che stringe troppo.... 

— Graziosisisimol... — borbottò il Capitan d'Arme 
dal corridoio. — Elegantissimo!... 

Zacco, che giungeva allora, al vedere gli imiformi 
stava per tornare indietro, tanta la paura che gli 
era rimasta da quell'affare della Carboneria. Ma poi 
si fece animo, per non destar sospetti, e andò a strin- 
gere la mano a tutti quanti, sorridendo, giallo come 
un tmorto. 

— Vengo dalla cugina Trao. È ancora in casa del 
fratello, poverina! Non si può muovere!... Ha voluto 
partorire proprio a casa soia!... Io non ne sapevo nulla, 
giacché sono stato in campagna per badare ai miei 
interessi. 

— Ma che aspettano a battezzare cotesta bambi- 
na! — chiese Margarone. — L'arciprete Bugno fa un 



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— 172 — 

casa del diavolo per quell'anima innocente cHe corre 
rischio d'andare al limbo. 
Allora prese la parola il Capitano Giustiziere. 

— Aspettano il rescritto di Sua Maestà, Dio guar- 
di.... Un'idea del imarchese limoli, per far passare 
il nome dei Trao ai collaterali, ora che sta per estin- 
guersi la linea mascoHna.... Le carte furono nelle mie 
mani.... 

— Sì, ima gran famiglia.... una gran casa, — ag- 
giunse la signora Capitana. — Ci andai per far vi- 
sita a donna Bianca. Ho visto anche la bambina.... un 
bel visetto. 

— Benissimo! — conchiuse Zacco. — Così mastro- 
don Gesualdo ci ha guadagnato che neppur la sua 
figliuola è roba sua. 

La barzelletta fece ridere. Canali che tornava colle 
tasche piene di bruciate, volle che gliela ripetessero. 

— Buona sera! buona sera! Non voglio stare a 
sentire altro! — esclamò la Capitana tutta sorriden- 
te, tappandosi le orecchie con le manine inguantate. 
— No.... me ne vo.... davvero!... 

Erano tutti nel corridoio: donna Fifì masticando un 
sorriso fra i denti gialli; Nicolino dietro a Canali il 
quale distribuiva delle bruciate; anche donna Giu- 
seppina Alòsi aveva aperto l'uscio del suo palco, per 
non dar campo alle male lingue. Solo donna Gio- 
vannina era rimasta al suo posto, inchiodata dal viso 
arcigno della mamma. Don Nini, che veniva di nasco^ 
sto per non destar i sospetti della fidanzata, vestito 
di nero, con un mazzolino di rose in mano, rimase 
un po' interdetto trovando tanta gente nel corridoio. 
Donna Fifì gli rivolse un'occhiataccia, e tirò sgarba- 
tamente per un braccio il fratellino che gli si arram- 
picava addosso onde frugargli nelle tasche. Il Ca- 
pitano d'Arme accarezzò il ragazzo, e disse guardan- 
do nel palco dei Margarone con certi occhi arditi: 

— Che bel fanciullo!... tanto simpatico!... Una bella 
famiglia!... 

Donna Fifì gli rispose con un sorriso civettuolo, 
proprio sotto gli occhi del fidanzato. La Capitana rise 
agro anche lei; guardò donna Giovannina che aveva 
gU occhi lucenti, le siccome Peperito stava accarez- 



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-173- 

zando Corradino La Guma per far la corte a donna 
Giuseppina, dicendo che aveva un'aria distinta, tutta 
Taria dei Trao, la Capitana aggiunse, colla vocina 
melata: 

— È sorprendente l'aria di famiglia che c'è fra di 
loro. Avete visto come somiglia a don Nini la bam- 
bina di donna Bianca? 

— Che diavolo! — le borbottò all'orecchio Canali. 
— Che storie andate pescando!... 

Successero alcuni istanti di silenzio imbarazzante. 
Zacco se ne andò canìerellando. Canali annunziò che 
stava per cominciare l'ultimo atto. Ci fu uno scam- 
bio di baci e di sorrisi pungenti fra le signore; e 
donna Fifì si lasciò andare anche a stringere la mano 
che il Capitano le stendeva alla moda forestiera, con 
im molle abbandono. 

— Via, entrate un molmento, — disse dònna Bei- 
Ionia al baronello. — Vi metterete in fondo al palco, 
insieme a Fifì, giacché siete in lutto. Nessuno vi ve- 
drà. Levati di lì, Giovannina. 

— Sempre così! — borbottò costei ch'era furiosa 
contro la sorella. — Mi tocca sempre cedere il po- 
sto, a me!... 

— Mamima.... lascialo andare.... s'è in lutto!... La 
commedia potrà vederla dal palcoscenico!... — sog- 
ghignò Fifì. 

— Io?... 

Ma essa gli volse le spalle. Mèndola s'era ficcato 
nel palco prima di tutti *gU altri, per vedere la scena 
che aveva detto lui, e faceva la spiegazione a ogni 
parola. — State attenti!... Ora si scopre che la so- 
rella di latte è figlia di un altro.... 

— Son cose che succedono! — osservò Canali dal- 
l'uscio. 

— Zitto! zitto! cattiva lingua! 

Tutti gli occhi, anche quelli delle ragazze, si ri- 
volsero al baroneUo, il ^ quale finse di non capire. — 
Se vi seccate!... — borbottò donna Fifì, — giacché 
state lì come un grullo.... volete andarvene ?... 

— Io?... 

— Ecco!... — interruppie Mèndola trionfante. — 
Ecco!... capite? , , " 



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— 174 — 

— Son maritato !... — tornò a dire Canali. — Son 
padre di famiglia.... Ma farei volontieri uno spiropo- 
sito per la prima donna!... Anche il nome ha bello!... 
Aglae.... 

— Agli.... porri!... che nome!... — sog'ghigtiò il ba- 
rone Mèndola. — Io non saprei come fare .... a tu 
per tu!... 

Don Fihppio tagliò corto. 

— È un'artistona.... una prima donma di cartello.... 
Allora si capisce.... 

— Sicuro, — si lasciò scappare mcautamente don 
Nini per dire qualche cosa. 

— Ahi... Piace anche a voi?... 

— Certamente.... cioè.... voglio dire.... 

— Dite, dite pure!... Già lo sapjpiamol... 

Mèndola fiutò la burrasca e si alzò per svignar- 
sela: — Il resto lo so. Buona sera. Con permesso, 
don Filippo. Sentite, Canali.... 

Per disgrazia la prima donna che doveva tenere 
gU occhi rivolti al cielo nel declam,are: «S'è scritto 
lassù.... dal Fato.... » si trovò a guardare nel palco dei 
Margarone. Donna Fifì allora non seppe più fre- 
narsi: ; 

— Già, lo sap^wamol Le agglomerate cerimonie!... 
le melenzose riga!... 

— Io?... le melenzose?... 

Ma lei scattò inferocita, quasi volesse piantargli i 
denti in volto: ^ 

— Ci vuole ima faccia tosta!... Sissignore! la let- 
tera con le melenzose!... eccola qua!... — e gliela 
fregò sotto il naso, scoppiando a piangere di rabbia. 
Don Nini da prima rimase sbalordito. Indi scattò su 
come ima furia, cercando il cappello. Sull'uscio s'im- 
battè in don Filippo, che accorreva al rumore. 

— Siete uno stupido!... un imbecille!... La bella 
educazione che avete saputo dare a vostra figlia!... 
Grazie a Dio, non ci metterò più i piedi a casa vostra ! 

1E parti infuriato sbatacchiando l'uscio. Don Filippo 
che era rimasto ,a bocca aperta, appena il baronello 
se ne fu andato, si cacciò nel palchetto, sbraitando con- 
tro la moglie alla sua volta : 

— Siete una stupida!... Non a,vete saptito educare 



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-175- 

le figliuole 1... Vedete cosa mi tocca sentinni direi... 
Non dovevate portarmelo in casa quel facchino !... 

La rottura fece chiasso. Dopo cinque minuti non 
si parlava d'altro in tutto il teatro. Poco mancò che 
la produzione non terminasse a fischi. Il capocomico 
se la prese colla prima domia, che lo guastava con 
le prime famiglie del paese. Ma lei giurava e sper- 
giurava di non conoscerlo neanche di vista, quel ba- 
rone, e gliene importava tassai di lui. L'udirono ma- 
stro Cosimo il falegname e quanti erano sul palco- 
scenico. Don Nini furibondo andò subito il giorno 
dopo a cercare Ciolla, il quale se ne stava pei fatti 
suoi, dopo quelle ventiquattr'ore passate in Castello 
sottochiave. 

— Bella figura m*avete fatto fare colle vostre me- 
lenzosel... La sa a metmoria tutto il paese la vostra 
lettiera!... 

— Ebbene? cosa vuol dire? Segno ch'è piaciuta, 
se la sanno tutti a memaoria! 

— È piaciuta un corno! Lei dice che gliene im- 
porta assai di me! f 

— Oh! ohi... È impossibile!... La lettera avrebbe 
sfondato un muro! Vuol dire che la colpa è vostra, 
don Nini.... Non parlo del vostro fisico.... Bisognava 
accompagnarla con qualche regaluccio, caro barone! 
La pólvere spinge la palla! Credevate di far colpo 
per la vostra bella faccia?... con due baiocchi di carta 
rasata ?... Giacché a me non imi avete dato nulla, veh !... 

Invano gli amici e i parenti tentarono d'intromet- 
tersi onde rappattumare i fidanzati. La taiamma ripe- 
teva: — Che vuoi farci?... Gli uomini!... Anche tuo 
padre!... — Don Filippo la pigliava su un altro tono: 
— Sciocchezze.... scappatelle di gioventù!... Fu l'occa- 
sione.... la novità.... Le prime donne non vengono mica 
ogni anno.... Sei Una Margarone alla fin fine! Lui non 
cambia certo una Margarone con una comica!... Poi, 
se p>erdono io che sono offeso maggiormente!... 

Ma donna Fifì non si placava. Diceva che non 
voleva saperne pivi di colui, uno sciocco, un avarac- 
cio, il barone Melenzose!... Se mai, non le sarebbe 
mancato im pretendente cento volte meglio di lui.... 
Andava scorbacchiandolo con tutti, aìmiche e parenti. 



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— 176 — 

Don Nini dalla rabbia avrebbe fatto non so che cosa. 
Giurava che voleva spuntarla ad ogni costo, ed avere 
la prima donna, non fosse altro per dispetto. 

— Ah! gliela farò vedere a quella stregai La pol- 
vere spinge la palla !...i 

^ fnandò a regalare salsicciotti, caciocavallo, un 
bottiglione di vino. Empirono la tavola della locanda. 
Non si parlava d'altro in tutto il piaese. Il barone 
Mèndola narrava che ogni sera si vedevano le Noz- 
ze di C a n a dal suo buco. Regali sopra regaU, tanto 
che la baronessa dovette nascondere la chiave della 
dispensa. Mastro Titta venne a dire infine a don Nini : 

— Non resiste più, vossignoria! Ha perso la testa, 
la prima donna. Ogni sera, mentre sto a pettinarla, 
non mi parla d'altro ., 

— Se mi fa avere la soddisfazione che dico iol... 
Sotto gli occhi medesimi di donna Fifì voglio avere 
la soddisfazione! Voglio farla morir tisica! 

Fu una delusione il primo incontro. La signora 
Àglae faceva una parte di povera cieca, e aveva il 
viso dipinto al paxì di una maschera. Nondimeno lo 
accolse come una regina, nel bugigattolo dove c'era 
un gran puzzo di moccolaia, e lo presentò a un omac- 
cione, il quale stava frugando dentro il cassone, in 
maniche di camicia, e non si voltò neppure: 

— Il barone Rubiera, distinto cultore.... Il signor 
Fallante, celebre artista. 

Poi volse un'occhiata alla schiena del celebre ar- 
tista che continuava a rovistare brontolando, un'altra 
più lunga a don Nini, e soggiimse a mezza voce: 

— Lo conoscevo di già!... Lo vedo ogni sera.... in 
platea I... 

Egli invece stava per scusarsi che in teatro non era 
venuto a causa del lutto; naa in quella si voltò il 
signor Fallante colle mani sporche di polvere, il viso 
impiastricciato anche lui, e ima vescica in testa dalla 
quale pendevano dei capelh sudici. 

— Non c'è, — disse con un vocione che sembrava 
venire di sotterra. — Te l'avevo detto"!... accidenti! 
— E se ne andò brontolando. 

Ella guardò intomo in aria di mistero, colle pu- 
pille stralunate in mezzo alle occhiaie nere; andò a 



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♦ - 177 - 

chiudere Tuscio in punta di piedi, e poscia -si tolto 
verso il giovane, con una mano sul petto, un sor- 
riso pallido all'angolo della bocca. 

— È strano come jtni batte il cuore!... No... non 
è nulla.... sedete. 

Don Nini cercò una sedia colla testa in fiamme,, 
il cuore che gli batteva davvero. Infine si appollaiò 
sul baule, cercando qualche frase appropriata, che fa- 
cesse effetto, mentre lei bruciava un pezzettino di 
sughero alla fiamma del limie a oliò che fumava. 

Sopraggiunse un'altra visita, Mommimo Neri, il quale 
trovando lì Rubiera diventò subito di cattivo umore, 
e non aprì bocca, appoggiato allo stipite, succhiando 
il pomo del bastoncino. La isignora Ag'lae teneva sola 
la conversazione: im bel paese.... un pubblico colto e 
intelhgente.... bella gioventù anche.... 

— Buona sera, — disse Mommino. 

— Ve ne andate di già?... 

— Sì.... Non potrete muovervi qui dentro.... Siamo 
in troppi.... 

Don Nini lo accompagnò con un sogg'higno, con- 
tinuando a suonare la gran cassa sul baule (toUe cal- 
cagna. Ella se ne avvide e alzò le spalle, con un sor- 
riso affascinante, sospirando quasi si fosse levato un 
peso dallo stomaco. 

11 baronello gongolante incominciò. — Se sono d'in- 
comodo anch'io.... — E cercò il cappello che aveva 
in mano. 

— Oh no!... voi, no! — rispose lei con premura, 
chinando il capo. 

— Si può? — chiese la vocetta fessa del tirascene 
dietro l'uscio. 

— No! no! — ripetè la signora Aglae con tal vi- 
vacità quasi fosse stata sorpresa in faUo. 

— Si va in scena! — aggiunse il vocione del si- 
gnor Fallante. — Spicciati! 

Allora essa, levando verso don Nini il viso rasse- 
gnato, con un sorriso triste: 

— Lo vedete!... Non ho un minuto di libertà!... 
Sono schiava dell'arte!... 

Don Nini colse la palla al balzo : L'arte.... una bella 

Verga. Mastro-don Gesualdo, 12 



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— 178 — 

còsa!... Era il suo regno.... il suo altare!... Tutti l'am- 
miravano !... dei cuori che faceva battere I... 

— Ah! sì!... Le ho data tutta me stessa.... Me le 
son data tutta!... ' 

E aprì le braccia, voltandosi verso di lui, con tale 
abbandono, come offrendosi all'arte, lì su due piedi, 
che don Nini balzò giù dal cassone. 

— Badate! — esclamò lei a bassa voce, rapida- 
mente. — Badate !... 

Aveva le omani tremanti, che stese istintivamente 
verso di lui, quasi a farsene schermo. Poi si fregò 
gii occhi, reprimendo un sospiro, e balbettò come sve- 
gliandosi : 

— Scusate.... Un mionienito.... Devo vestirmi.... 

E un sorriso mializioso le balenò negli occhi. 

Quel seccatore di Momimàno Neri era ancor lì, ap- 
poggiato a una quinta, che discorreva col signor Fal- 
lante, già vestito da re, colla zimarra di pMelliccia e 
la corona di carta in testa. Stavolta toccò a don Nini 
di farsi scuro in viso. Ella, come lo sapesse, soc- 
chiuse di nuovo ruscio, sporgendo il braccio e l'o- 
mero nudi: 

— Barone, se asi>ettate alla fine dell'atto.... quei 
versi che desiderate legigiere li ho lì, in fondo al 
baule. 

No ! nessima donna gli aveva data una gioia simile, 
vma vampata così calda al cuore e alla testa: né la 
prima volta che Bianca gli s'era abbandonata fra le 
braccia, trepidante; né quando una Margarone aveva 
chinato il capo superbo, mostrandosi insieme a lui, in 
mezzo al mormorio che suscitavano nella folla. Fu un 
vero accesso di pazzia. Buccinavasi persino che onde 
farle dei regali si fosse fatto prestare dei denari da 
questo e da quello. La baronessa, disperata, fece av- 
vertire gli inquilini di non anticipare im baiocco al 
suo figliuolo, se no l'avevano a far con lei. — Ah!... 
ah I... vedranno ! Mio figlio non ha nulla. Io non pago 
di oerto!... 

C'erano state scene violenti fra madre e figlio. Lui 
ostinato peggio d'un miulo, tanto più che la signora 
Aglae non gli aveva lasciato neppur salire la scala 
della locanda. Infine gli aveva detto il perchè, una 



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— 179 — 

sera, al buio, lì sulla soglia, mentre Fallante era sa- 
lito avanti ad accendere il lume: 

— È geloso!... Son sua!... sono stata sua!... 

Ed aveva confessato tutto, a capo chino, con la 
bella voce sonora soffocata dairemozione. Egli, un 
gran signore diseredato dal genitore a causa di quella 
passione sventurata, l'aveva amata a lungo, pazzamen- 
te, disperatamente: uno di quegli aanori che si leg- 
gono nei romanzi; si era dato all'arte per seguirla; 
aveva sofferto in silenzio; aveva implorato, aveva pian- 
to.... Infine una sera.... comie ,allora.... ancora tutta 
fremente e palpitante delle emozioni che dà Tarte.... 
la pietà.... il sacrificio.... non isapeva ella stessa co- 
me.... mentre il cuore volava lontano.... sognaado altri 
orizzonti.... ,altrp ideale.... Ma dopo, mai più!... mai 
più!... S'era ripresa!... vergognosa.... pentita.... impla- 
cabile.... Egli che l'amava sempre, come prima.... più 
di prima.... alla follia.... era geloso: geloso di tutto 
e di tutti, dell'aria, del sogno, del pensiero.... di lui 
pure, don Nini!... 

— Ohe! — si udì il vodone di su la scala. — Li 
vuoi fritti o al pomodoro? 

Sul viso di lei, dolcemente velato dalla semi-oscu- 
rità, errò un sorriso angelico. 

— Vedete?... Sempre così!... Semipre la stessa de- 
vozione!.:. 

Ciolla che era il confidente di don Nini gli dis- 
se poi: 

— Come siete sciocco! Quello lì è un.... peritolac- 
cia! Si pappano insieme la roba che mandate voi e 
il figlio di Neri. 

Infatti aveva incontrato spesso Momjniino sul pal- 
coscenico, ed anche dinanzi all'uscio della locanda, 
su e giù come una sentinella. Mommino adesso era 
tutto gentilezze e sorrisi per lui. Quando gli parve 
proprio di farci una figura sciocca, montò in collera. 

— Ah!... tu lo vuoi? — gli diss'eUa infine con 
accento febbrile.... — Ebbene.... ebbene.... Se non c'è 
altro mezzo di provarti quanto io t'amo.... Giacché 
bisogna perdermi ad ogni costo.... stasera.... dopo la 
mezzanotte !... 



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— i8o — 

Un odore di stalla, in quella scaletta buia, cogli 
scalini unti e rotti da tutti gli scarponi ferrati del 
contado. Lassù in cima, un fil di luce, e una figura 
bianca, che gli si offrì intera, bruscamente, con le 
chiome sparse. 

— Tu 'mi vuoi.... baiadera.... odalisca?... 
C'erano dei piatti sudici sulla tavola, un manto 

di damasco rabescato sul letto, dei garofani e un 
lume da notte acceso sul canterano, dinanzi a un qua- 
drettino della Vergine, e un profumo d'incenso che 
svolgevasi da un vasetto di pomata il quale fimiava 
per terra. AU 'uscio che metteva nell'altra stanza era 
inchiodato un bellissimo sc'allo turco, macchiato d'o- 
lio; e dietro lo sciallo turco udivasi il signor Fallante 
che russava sulla sua gelosia. 

Essa, spalancando qviegli occhi neri che illumina- 
vano la stanza, mise un dito suUe labbra, e fece se- 
gno a Rubiera d'accostarsi. 

« Insomma Tha stregato I » scriveva il canonico Lupi 
a mastro-don Gesualdo proponendogli di fare un gros- 
so mùtuo al baronello Rubiera. «Don Nini è pieno 
di debiti sino al collo, e non sa più dove battere 
il capo.... La baronessa giura che sinché campa lei 
non paga im baiocco. Ma non ha altri eredi, e im 
giorno o l'altro deve lasciargli tutto il sub. Come 
vedete, un buon affare, se avete coraggio....» 

«Quanto?» rispose mastro-don Gesualdo. «Quanto 
gli occorre al baronello Rubiera? S'è ima cosa che 
si può fare, son qua io.» 

Più tardi, come si seppe in paese della gròssa som- 
ma che don Gesualdo aveva anticipata al barone Ru- 
biera, tutti gli davano del matto, e dicevano che ci 
avrebbe persi i denari. Egli rispondeva con quel sor- 
riso tutto suo : 

— State tranquilli. Non li perdo i denari. Il ba- 
rone è un galantuomo. .. e il tempo è più galantuomo 
di lui. 

Dice bene il proverbio che la donna è causa di 
tutti i maHl Conimediante poil 



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— i8i — 



Don Nini aveva sperato di tenene siegreto il riego- 
zio. Ma sua madre da un po' di tempo non si dava 
pace, vedendolo così mutatx>, dispettoso, sopra pen- 
sieri, col viso acceso e la barba rasa ogni mattina. 
La notte non chiiideva occhio almanaccando dove il 
suo ragazzo potesse trovare i denari per tutti quei 
fazzoletti di seta e quelle boccettine d'acqua 'd'odore. 
Gli aveva messi alle calcagna Rosaria ed Alessi. In- 
terrogava il fattore e la gente di campagna. Teneva 
sotto il guanciale le chiavi del magazzino e della di- 
spensa. Come le parlasse il cuore, poveretta I II cu- 
gino Limoli era arrivato a indicarle la signora Aglae 
che scutrettolava tutta in fronzoli. — La vedete? è 
quella lì. Che ve ne semibi^, eh, di vostra nuora? 
Siete contenta? — Proprio, come le avesse lasciata 
la jettatura don Diego Trao, morendo 1 

Nei piccoli paesi c'è della gente che farebbe delle 
miglia per venire a portarvi la cattiva nuova. Una 
mattina la baronessa stava seduta all'ombra deUa stoia 
sul balcone, imbastendo alcimi sacchi di canovaccio 
che Rosaria pvoi Ije cuciva alla meglio, accoccolata 
sullo scalino, aguzzando gli occhi e le labbra per- 
chè l'ago non le sfug'gisse dalle manacce ruvide, vol- 
tandosi di tanto in tanto a guardare giù nella stradic- 
ciuola deserta. 

— E tre! — si lasciò scap^re Rosaria vedendo 
Ciolla che ripassava con quella faccia da usciere, 
sbirciando la casa della .baronessa da cima a fondo, 
fermandosi ogni due passi, tornando à voltarsi quasi 
ad aspettare che lo chiamassero. La Rubiera che se- 
guiva da nui pezzetto quel va e vieni, di sotto gli 
occhiali, si chinò infine a fissare il Ciolla in certo 
modo che diceva chiaro: Che fate e che volete? 

— Benedicite. — Cominciò ad attaccar discorso lui. 
E si fermio su dxi,e piedi, appoggiajidosi al muro di 



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— l82 — 

rimpetto, col cappello sull'occipite e in mano il bastone 
che sembrava la canna deiragrimensore, aspettando. 
La baronessa per rispondere al saluto gli domandò, 
facendo un sorrisetto agrodolce: 

— Che fate lì? Mi stimate la casa? Volete com- 
prarla ? 

— Io no!... Io no, signora miai... 

— Io no! Tornò a dire più forte, vedendo che lei 
s'era rimessa a cucire. Allora la Rubiera si chinò 
di nuovo verso la stradicciuola, cog'li occhiali lucenti, 
ed entrambi rimasero a guardarsi un momento così, 
come due basilischi. 

— Se volete dirmi qualche cosa, ialite pure. 

— NuUa, nulla, — rispose Ciolla; e intanto s'av- 
viava verso il portone. Rosaria tirò la funicella e si 
mise a borbottare: 

— Che vuole adesso quel cristiano? A momenti è 
ora d'accendere il luooo. 

Ma intanto si udiva lo schiamazzo degli animali 
nel cortile e i passi di CioUa che salivano adagio ada- 
gio. Egli entrò col cappello in testa, ossequioso, ri- 
petendo: D.eo gratias! Deo gratiasl lodando 
l'ordine che regnava da per tutto in quella casa. 

— Non ne nascono più delle padrone di casa come 
voi, signora baronessa! Ecco! ecco! siete sempre H, 
a sciuparsi la vista sili lavoro. Ne hanno fatta della 
rolDa quelle mani!... Non ne hanno scialacquata, no! 

La baronessa che aspettava coll'orecchio teso co- 
minciò ad essere inquieta. Intanto Rosaria aveva sba- 
razzato una seggiola 'del canovaccio che vi era am- 
mucchiato sopra, e stava ad ascoltare, grattandosi il 
capo. 

— Va a vedere se la gallina ha fatto l'uovo, — 
disse la padrona. E tornò a discorrere col Ciolla, più 
affabile del consueto, per cavargli di bocca qu-^l che 
aveva da dire. Ma Ciolla non si apriva ancora. Par- 
lava del tempo, dell'annata, del fermento che aveva 
lasciato in paese la Compagnia d'Anme, dei guai che 
erano . toccati a lui. — I cenci vanno all'aria, signora 
mia, e chi ha fatto il daimo invece se la passa liscia. 
Benedetta voi che ve ne state in casa, a badare ai 
vostri interessi. Fate bene! Avete ragione! Tutto ciò 



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— i83 — 

che si vede qui è opera vostra. Non lo dico per lo- 
darvi 1 Benedette le vostre plani 1 Vostro marito, buo- 
n'^anima!... via, non parliamo dei* morti.... le mani le 
aveva bucate.... come tutti i Rubiera.... I fondi coperti 
di ipoteche.... e la casa.... Infine cos'era il palazzotto 
dei Rubiera?... Quelle cinque stanze lì?... 

La baronessa fingeva d'abboccare alle lodi, dandogli 
le informazioni che voleva, accompagnandolo di stanza 
in stanza, spiegandogli dove erano stati aperti gli usci 
che mettevano in comimicazione il nuovo col vecchio. 

Ciolla seguitava a guardare intomo cogli occhi da 
usciere, accennando del capo, disegnando colla canna 
d'India: — Per l'appunto 1 quelle cinque stanze lì. 
Tutto il resto è roba vostra. Nessuno può metterci 
le imghie nella roba vostra finché campate.... Dio ve 
la faccia godere cent'anni I ima casa come questa.... 
una vera reggia! vasta quanto lin conveatol Sarebbe 
un peccato mortale, se riuscissero a smembraryela i 
vostri nemici.... che ne abbiamo tutti, nemici!... 

Essa che si sentiva impallidire;, finse di mettersi a 
ridere: una risata da fargH montar la mosca al naso, 
a quell'altro; 

— Cosa? Ho detto una minchioneria? Nemici ne 
abbiamo tutti. Mastro-don Gesualdo, esempigrazia!... 
Quello non vorrei trovarmelo mischiato nei miei in- 
teressi.... 

Fingeva anche lui di gtiardarsi intomo sospettoso, 
quasi vedesse da per tutto le majii lunghe di mastro- 
don Gesualdo. 

— Quello, se si è m'esso in testa di ficcarvisi in 
casa.... a poco a poco.... da qui a cent'anni.... come fa 
il riccio.... 

La baronessa era tornata std balcone a prendere 
aria, senza dargli retta, per cavargli di bocca il ri- 
manente. Egli nicchiò ancora un poco, disponendosi 
ad andarsene, cavandosi il cappello per darvi ima li- 
sciatiria, cercando la canna d'India che aveva in mano, 
scusandosi n-élle chiacchiere colle quali le aveva em- 
pito la testa sino a quell'ora. 

— Che avete da fare, eh? Dovete vestirvi per an- 
dare al battesimo della figHuola di don Gesualdo? 
Sarà un battesijno coi fiocchi.... in casa Trac!... Vfi^- 



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— 184 — 

dete dove va a ficcarsi il diavolo, che la bambina di 
mastro-don Gesualdo va? proprio a nascere in casa 
Traol... Ci saranno tutti i parenti.... una pace gene- 
rale.... Siete parente anche voi.... 

La baronessa continuava a ridere, e CioUa le te- 
neva dietro, tutti e due guardandosi in viso, cog'li 
occhi soli rimasti serii. 

— No? Non ci andate? Avete ragione! Guarda- 
tevi di quell'uomo 1 Non vi dico altro! Vostro figlio 
è una bestia!... Non vi dico altro!... 

— Mio figUo ha la sua roba ed io ho la mia.... Se 
ha fatto delle sciocchezze mio figlio pagherà, se può 
pagare.... Io no pierò ! Pagherà lui, col fatto suo, con 
quelle cinque stanze che avete visto.... Non ha altro, 
per disgrazia.... Ma io la mia roba Ime la tengo per 
me.... Sono contenta* che mio figlio si diverta.... È gio- 
vahe.... Bisogna che si diverta..., Ma io non pago, no ! 

— Quello che dicono tutti. Mastro-don Gesualdo 
crede d'essere furbo. Ma stavolta, se 'mai, ha trovato 
uno più furbo di lui. Sarebbe bella che gli mante- 
nesse l'amante ja don Nini!... Gli parrebbe di fare le 
sue follìe di gioventù anche lui!... 

La baronessa, dal gran ridere, andava tenendosi 
ai mobiU per non cadere. — Ah, ah!... questa è bel- 
la!... Questa l'avete detta giusta, don Roberto!... — 
CioUa le andava dietro fingendo di ridere anche lui, 
spiandola di sottecchi, indispettito che se la prendesse 
cosi allegramente. Ma Rosaria, mentre veniva a pi- 
gliar la tela, vide la sua padrona così pallida che 
stava per chiamare aiuto. 

— Bestia! Cosa fai? Perchè rimani lì impalata? 
Accompagna don Roberto piuttosto! — Così Ciolla 
si persuase ad andarsene finalmente, sfogandosi a 
brontolare colla serva: 

— Com'è allegra la tua padrona! Ho piacere, sì! 
L'allegria fa buon sangue e fa vivere lungamente. 
Meglio! meglio! 

Rosaria, tornando di sopra, vide la padrona in imo 
stato spaventevole, frugando nei cassetti e negli ar- 
madi, coEe mani che non trovavano nulla, gli occhi 
che non ci vedevano, la schiuma alla bocca, vesten- 
dosi in tutta fretta per andare al battesimo del cu- 



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— i85 — 

gino Motta. — Sì, ci andrò.... Sentiremo cos'è.... È 
meglio sapere la verità. — La gente che la vedeva 
passare per le strade, trafelata e col cappellino di 
traverso, non sapeva che (pensare. Nella piazzetta di 
Sant'Agata c'era una gran curiosità, come giimge- 
vano gli invitati al battesimo in casa Trao, e don 
Luca il sagrestano che andava e veniva, coi cande- 
lieri e gli arnesi ^cri sotto il braccio. Speranza ogni 
momento si affacciava sul ballatoio, scuotendo le sot- 
tane, piantandosi i pugni sui fianchi, e si metteva à 
sbraitare contro quella bambina che le rubava l'ere- 
dità del fratello: 

— Sarà un battesimo strepitoso! C'è la casa pie- 
na.... tutta la nobiltà.... Noi soh, noi Non ci andre- 
mo.... per non fare arrossire i parenti nobili.... Non 
ci abbiamo che vedere, noi!... Nesstuno ci ha invitati 
al battesimo di imia nipote.... Si vede che non è san- 
gue nostro.... 

Anche il vecchio Motta s'era rifiutato, la mattina, 
allorché Gesualdo era andato a pregarlo di mettere 
l'acquasanta alla nipotina. Seduto a tavola — stava 
mangiando un boccone — g"U disse di no, levando 
in su il fiasco che aveva ^la bocca. Poi, asciugan- 
dosi le labbra col dorso diella mano, gli piantò addosso 
un'occhiataccia. 

— Vacci tu al battesimio diella tua figliuola. È af- 
far tuo! Io non son nato per stare fra i signoroni.... 
Voialtri venite a cercarmi soltanto quando avete bi- 
sogno di {m'e.... per chiudere la bocca alla gente.... No, 
no.... quando c'è da guadagnare qualcosa non vieni 
a cercarmi, tul... Lo sai? L'appalto della strada.... 
la gabella.... 

Mastro Nunzio voleva snocciolare la litania dei rim- 
proveri, intanto che ci si trovava. Ma Gesualdo, il 
quale aveva già la casa piena di gente, e sapeva che 
non gli avrebbe mai fatto chinare il capo se aveva 
detto di no, se ne andò colle spalle e il cuore grossi. 
Non era ^Ùegro neppur lui, poveraccio, sebbene do- 
vesse far la bocca ridente ai mirallegro e ai salame- 
lecchi. Però infine con Nanni l'Orbo, più sfacciato, 
che gli rompeva le tasche chiedendogli i confetti a 
pie diella scala, si sfogò: i 



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— i86 — 

— Sii... Va a vederci... Va a vedere come s'è storta 
fin la trave del tetto, ora ch'è nata una bambina 
in questa casal 

Barabba § il cacciatore della baronessa Mèndola 
avevano dato una mano a scopare, a sipolverare, a 
rimettere in gambe l'altare sconquassato, chiuso da 
tant'anni neirarmadio a muro della sala grande che 
serviva di cappella. La sala stessa era ancora parata 
a lutto, qual'era rimasta dopo la morte di don Diego, 
coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero 
torno tomo per i parenti venuti al funerale, com'era 
l'uso nelle famiglie antiche. Don Ferdinando, raso di 
fresco, con im vestito nero del cugino Zacco che gli 
si arrampicava alla sichiena, aridava ficcando il naso 
da per tutto, col viso lungo, le braccia ciondoloni 
dalle mani-che troppo corte, inquieto, sospettoso, do- 
mandando a ciascimo : 

— Che c'è ? Cosa volete fare ? 

— Ecco vostro cognato, — gli disse la zìa "Sganci 
entrando nella sala insieme a don Gesualdo Motta. 
— Ora dovete abbracciarvi fra di voi, e non tenere 
in corpo il malumore, con quella creaturina che c'è 
di imezzo. 

— Vi saluto, vi saluto, — borbottò don Ferdinan-' 
do; )e gh voltò le spalle. 

Ma gU altri parenti che avevano più g'iudizio, fa- 
cevano buon viso a don Gesualdo: Mèndola, i cugini 
Zacco, tutti quanti. Già i tempi erano multati; il paese 
intero era stato sottosopra ventiquattr'ore, e non si 
sapeva quel che poteva capitare un giorno o l'altro. 
Oramai, per amore o per forza, mastro-don Gesualdo 
s'era ficcato nel parentado, e bisognava fare i conti 
con lui. Tutti perciò volevano vedere la bambina — 
un fiore, una rosa di maggio. — La zia Rubiera ab- 
bracciava Bianca, come ima mamma che abbia ritro- 
vata la sua creatura, asciugandosi gli occhi col faz- 
zoletto diventato una spugna. 

— No! Non ho peli sullo stomaco!... Non mi pa- 
reva vero, dopo d'averti allevata come una figliuola!... 
Sono una bestia.... Son rimasta ima contadina.... tale 
e quale mia madre, buon'anima.... col cuore in mano.... 

Bianca tutta adornata sotto il baldacchino ^el let- 



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— i87 — 

tenie, pallida che sembrava di cera, sbalordita da tutta 
quella ressa, non sapeva che rispondere, guardava 
la gente, stralunata, cercava di abbozzare qualche sor- 
riso, balbettando. Suo marito invece faceva la sua 
parte in mezzo a tutti quegli amici e parenti e mi- 
rallegro, col viso aperto e giulivo, le spalle grosse 
e bonarie, Torecchio teso a raccogliere i discorsi che 
si tenevano intomo a lui e dietro le sue spalle. La 
zia Cirmena, infatuata, rispondeva a coloro che au- 
guravano la nascita di xm bel maschiotto, più tardi, 
che già le femìmine sono come la gramigna, e vi 
scopano poi la casa del bello e del buono per andare 
a maritarsi...; 

— Eh.... i figliuoli bisogna pigliarseli come Dio li 
manda, maschi o femmine.... Se si potesse andare a 
sceglierli al mercato.... A don Gesualdo non gli man- 
cherebbero i denari per comprare il maschio. 

— Non noe ne parlate I — interruppe alla fine la 
zia Rubiera. — Non sapete quel che costino i ma- 
schi !... Quanti dispiaceri 1... Lo so io I 

E continuò a sfogarsi all'orecchio di Bianca, ac- 
cesa, sbirciando di sottecchi don Gesualdo per vedere 
quel che ne dicesse. Don Gesualdo non diceva nulla. 
Bianca invece, cogU occhi chini, si faceva di mille 
colori. 

— Non lo riconosco più, noi... iiemmeno io che 
l'ho fatto!,.. Ti rammenti, che figliuol d'oro?... docile, 
amoroso, ubbidiente.... Adesso si rivolterebbe anche 
a sua madre, per quella donnaccia forestiera.... una 
comimediante, la conosci? Dicono che ha i denti e i 
capelli finti.... Deve avergli fatta qualche malìa! Com- 
n^ediante e forestiera, capisci!... lui non ci vede più 
dagli occhi.... Spende l'osso del collo.... La gente cat- 
tiva.... i birboni anche l'aiutano.... Ma io non pago, 
noi... Oh, qiiesto poi, no! 

— Zia 1 — balbettò Bianca con tutto il sajhgue al viso. 

— Che vuoi fard ? È la mia croce ! Se sapevo tanto 
piuttosto.... 

Don Gesualdo badava- a chiacchierare col cugino 
Zacco, tutti e due col cuore in mano, amiconi. La ba- 
ronessa allora spiattellò la domajida che le bolliva 
dientro: 



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— i88 - 

— È vero che tuo marito gli presta dei denari.... 
sottomano?... L'hai visto vienire qui, da lui?... Di', 
che ne sai? 

— Certo, certo, — rispose in quel punto Hon Ge- 
sualdo. — I figliuoH bisogna p'gliarseli come vengono. 
— Zacco a conferma imostrò le sue ragazze, schie- 
rate in fila comie tante canne d'organo, niodeste e 
prospeife. — Ecco! io ho cinque fighuole, e voglio 
bene a tutte egualmente 1 

— Sicuro I — rispose Limoli. — È pier questo che 
non volete maritarle. 

Donna Lavinia, la maggiore, volse indietro un'oc- 
chiata brutta. — Ah, siete qui? — disse il barone. — 
Siete sempre presente come il kfiavolo nelle Utanie, voi 1 

Il marchese, che doveva essere il padrino, si era 
messa la croce di Malta. Don Luca venne a dire che 
il canonico era pronto, e le signore passarono in sala, 
con un gran fruscio di seta, dietro donna Marianna la 
quale portava la bambina. Dall'uscio aperto vedevasi 
xm brulichìo di fiammelle. Don Ferdinando, in fondo 
al corridoio, fece capolino, curioso. Bianca dalla te- 
nerezza piangeva cheta cheta. Suo marito ch'era ri- 
masto ginocchioni, come gU aveva detto la Macrì, 
col naso contro il muro, si alzò per calmarla. 

— Zitta.... Non ti far scorgerei... Dinanzi a coloro 
bisogna far buon viso.... 

Tutt'a un tratto scoppiò giù in piazza un crepitio 
indiavolato di mortaletti. Don Ferdinando fuggì via 
spaventato. Gli altri che assistevano al battesimo cor- 
sero al balcone coi ceri in mano. Persino il Canonico 
in cotta e stola. Era Santo, il fratello di don Ge- 
sualdo, il qtiale festeggiava a quel modo il battesimo 
della nipotina, scamiciato, carponi per terra, coUa mic- 
cia accesa. Don Gesiialdo aprì la finestra per dirgli un 
sacco di male parole: 

— Bestiai... Ne fai sempre delle tuel... Bestia!... 
Gli amici lo calmarono: — Poveraccio.... lasciatelo 

fare. È un modo d'esprimere la sua allegria.... 

La zia Sganci trionfante gli mise sulle braccia la 
figliuola: — Eccovi Isabella Trao! 

— Motta e Trao! Isabella Motta e Trao! — "cor- 
resse il marchese, Zacco soggiunse ch'era im inne- 



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— 189 — 

sto. Le due famiglie che diventavano mia sbla. Però 
don Gesualdo tenendo la bambina sulle braccia rima- 
neva alquanto imbronci to. Intanto don Luca, aiutato da 
Barabba e dal cacciatore, serviva le granite e i dolci. 
La zia Cirmiena iche aveva portato seco apposta il 
nipotino La Gurna, gli riempiva le tasche e il fazzo- 
letto. Le Zacco invece, poiché la maggiore, contegnosa, 
non aveva preso nulla, dissero tutte di no, una dopo 
l'altra, mangiandosi il vassoio cogli occhi. Dpn Luca 
incoraggiava a prendere dicendo: 

— È roba fresca. Sono stato io stesso ad ordinarla 
a Santa Maria e al Collegio. Non s'è guardato a spesa. 

— Diavolo 1 — disse Zacco, che cercava l'occasione 
di mostrarsi amabile. — Diavolo I Vorrei vedere anche 
questa I... — Gli altri facevano coro. — Ecco che risor- 
geva casa Trao. Voleri di Dio. Quella bambina stessa 
che aveva voluto nascere nella casa materna. Il cano- 
nico Lupi ai:rivò anche a congratularsi col marchese 
Limoli il quale ,aveva pensato al imezzo di non la- 
sciare estinguere il casato alla morte di don Ferdi- 
nando. 

— Sicuro, sicuro, — borbottò don Gesualdo. — 
Era già inteso.... V'avevo detto di sì allora.... Quando 
ho detto una parola.... 

E andò a deporre la figliuola fra le braccia della 
moglie che le zie si rubavano a vicenda. La baro- 
nessa Mèndola voleva sapere cosa dicessero. Zacco, 
premuroso, venne a chiedere dei confetti per don Fer- 
dinando a cui nessuno aveva pensato. 

— Sicuro, sicuro. È il padrone di casa. 

— Vedete? — osservò la zia Rubiera. — A que- 
st'ora c'è già pel mondo chi deve portarvi via la fi- 
gliuola e la roba. 

Scoppiarono delle risate. Donna Agrippina torsie la 
bocca e chinò a terra gh occhioni che decevano tante 
cose, quasi avesse udito im'indecenza. Don Gesual- 
do rideva anche lui, faceva buon viso a tutti. Alla fine 
arrischiò anche una barzelletta: 

— E quando si marita vi lascia anche il nome dèi 
Trao.... La dote, no, non ve la lasciai... 

La Rubiera che stimò il momento propizio, e non 
voleva perdere l'occasione, lo tirò a quattr'occhi vi- 



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— 190 — 

cino al letto, mentre si judivano in fomdo al corri- 
doio Mèndola e don Ferdinando i quali litigavano ad 
alta voce, e tutti corsero a vedere. 

— Sentite, don Gesualdo ; io non ho peli sulla lin- 
gua. Volevo parlarvi di quello scapestrato di mio fi- 
glio. Aiutami tu, Bianca. 

— Io, zia?... 

— Scusatemi, io so parlare col cuore in mano.... 
tale e quale come m'ha fatta mia madre.... Ora che 
siete padre anche voi, don Gesualdo, capirete quel che 
devo averci in cuore.... che spina.... che tormento T... 

Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli 
occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le ave- 
vano insegnato i genitori i>ei negozi sipinosi. Don Ge- 
sualdo stava a sentire tranquillamente. Bianca, imba- 
razzata da quell'esordio, colla figliuoletta in grembo, 
sembrava una statua di cera. 

— Saprete le chiacchiere che corrono, di Nini con 
quella comica? Bene. Di ciò non mi darei pensiero. 
Non è la prima e Tultima. Suo piadre, buon'anima, 
era fatto anch'esso così. Ma sinora gli ho impedito 
di commettere qualche sciocchezza. Adesso però ci 
sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni.... Senti, 
Bianca, io, la mia figliuola, non l'avrei data da bat- 
tezzare a quel canonico lì!... 

Bianca, sbigottita, muoveva le labbra slmorte senza 
arrivare a trovar jmrole. Don Gesualdo invece aveva 
fatto la bocca a riso, come la baronessa scappò in 
quell'osservazione. Essa udendo che tornava gente, 
gU domandò infine apertamente: 

— Ditemi la verità. V'ha fatto chiedere del denaro 
in prestito, eh ?... Gliene avete dato ? 

Don Gesualdo rideva più forte. Poi Vedendo che 
la baronessa diveniva rossa come im peperone, ri- 
spose: 

— Scusate.... scusate.... Se mai'.... Perchè non lo 
domandate a lui?... Questa è bella 1... Io non sono il 
concessore di vostro figlio.... 

Mèndola irruppe nella camera narrando fra le ri- 
sate la scena che aveva avuta con quell'orso di don 
Ferdinando il quale non voleva venire la far la pace 
col cognato. La Rubiera, sepiza dir altro, asciugavasi 



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— 191 — 

le labbra col Tazzolett?o ancora aplpiccicioso <U dol- 
ciume, mentre i parenti toglievano commiato. Nell'an- 
darsene ciascuno aveva una parola d'elogio sul modo 
in cui erano andate le cose. Donna Marianna diceva 
alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire 
anche lei, per non dar nell'occhio, per far tacere 
le male lingue.... L'altra rispose con un'occhiataccia 
che donna Agrippina colse al volo : 

— M'è giovata assai! Serpi sonol Non vi dico al- 
tro. Ci Siam, messa la vipera nella manica 1... Ve- 
drete poi.... 

Don Gesualdo, rimasto solo coUa moglie, tracannò 
di un fiato un. gran bicchiere di acqua fresca, senza 
dir nulla. Bianca, disfatta in viso, quasi fosse per 
sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi 
occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno 
la bambina. 

— Te', vuoi bere? — disse lui. — Devi aver sete 
anche tu. 

Ella accennò di sì. Ma il bicchiere le tremava talr- 
mente nelle paani che si versò tutta l'acqua addosso. 

— Non importa, non importa, — .aggiunse il ma- 
rito, i— Adesso nessuno ci vede. 

E si mise ad asciugare il lenzuolo col fazzoletto. 
Poi tolse in braccio la bambina che vagiva, ballot- 
tandola per farla chetare, portandola in giro per la 
camera. ' ^ 

— Hai visto, eh, che gente? che parenti affezio- 
nati? Ma tuo marito non se lo mettono in tasca, no. 

Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per 
vedere uscire gH invitati. Alla finestra dei Margarone 
laggiù in fondo, al di sopra dei tetti, c'era pure del- 
l'altra gente che faceva capolino og'ni momento. La 
Rubiera cominciò a salutare da lontano, col ventaglio, 
col fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limoli, 
talmente accesa che sembrava volessero accapigliarsi. 

— Razze di serpi, sonol Cime di birbanti I Se lo 
mangiano in im boccone quello scomunicato di mio 
fighol... Ma prima l'ha da fare con mei Sentite, ac- 
compagnatemi un motmento dai Margarone.... È un 
pezzo che non ci vediamo.... Infine non è un motivo 
per romiperla con dei vecchi aaiùci.... ima ragazzata.... 



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— 192 — 

Voi siete un uomo aimimodo.... e alle volte.... una pa- 
rola a. proposito.... 

Venne ad aprire donna Giovaflinina con tanto di 
nuuso. Si vedeva in fondo Tuscio del salotto buono 
spalancato; tolte le fodere ai mobili. Un'aria di ceri- 
monia insomma. 

— Che c*è? — chiese il marchese entrando. — 
Cosa accade? 

— Io non so nulla I — esclamò donna Giovannina 
la quale sembrava sul punto di scoppiare a piangere. 
— Ci sarà gente di là, credo; m»a io non ne so nulla. 

— Povera bambinai povera bambinai — Il mar- 
chese indugiava in anticamera, accarezzando la ira- 
gazza. Le aveva preso con due dita il ganascino da 
canonico, ammiccando con malizia, guardandosi in- 
torno per dirle sottovoce: 

— Che vuoi farci? Pazienza I Chi primo nasce pri- 
mo pasce. Ci sarà donna Fifì, ooHa mamma, a rice- 
vere le visite, eh? Don Bastiano, eh? il Capitan 
d'Armie?... 

Don Bastiano iafatti era lì, nei isalotto, vestito in 
borghese, con abiti nuovi fian^nmantì che gli riluce- 
vano addosso, raso di fresco, seduto sul canapè ac- 
canto alla mamma Margarone, come uno sposo, fa- 
cendo scivolare di tanto in tanto un'occhiata languida 
e sentimentale verso la ragazza, lisciandosi i baffoni 
novelli che non volevano piegarsi. Donna Fifì, al ve- 
dere giungere la Rubiera, si ringalluzzì, superbiosa, 
tubando sottomano col forestiero per farle dispetto. 

— Oh, oh, — disse il marchese, salutando don Ba- 
stiano ch'era rimasto un po' grullo. — Siete ancora 
qui? Benel benel 

Ed incominciò a discorrere col capitano, intanto che 
le signore chiacchieravano tutte in una volta, doman- 
dandogli perchè la Compagina d'Arme fosse partita 
senza di lui, se aveva intenzione di fermarsi un pez- 
zetto, se era contento del paese e voleva lasciare le 
spalline. Don Bastiano si teneva sulle generali, lodando 
il paesaggio, il clima, gli abitanti, sottolineando le 
parole con certi sguardi esporessivi rivolti a donna Fifì, 
la quale fingeva di guardare fuori dal balcone cogli 
occhi pieni di poesia, e chinava il capo arrossendo 



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— 193 — 

a ciascuno di quei complimienti, quasi fossero a lei 
dedicati. Il marchese doanandò a un tratto che n*era 
di don Filippo, e gli risposero che era uscito per 
condurre a spasso NicoHno. 

— Ah, benie! bene! 

La Rubiera si morsicava le 'labbra aspettando che 
il cugino Limoli avviasse, il discorso sul tema che 
sapeva. Ma intanto osiservava di sottecchi le arie lan- 
guide di donna Fifì, la quale sembrava struggersi 
sotto le occhiate incendiarie di don Bastiano Stan- 
gafame, e non poteva star ferma sulla s-eggiola, col 
seno piatto ansante come im mamtice, e i piedini ir- 
requieti che dicevano tante cose affacciandosi ogni 
momento dal lembo del vestito. La conversazione lan- 
guiva. Si parlò del battesimo e della gente che c'era 
stata. Ma ciascuno pensava intanto ai fatti suoi, chiac- 
chierando del pili e del meno, cercando le parole, 
col sorriso distratto in bocca. Solo il marchese sem- 
brava che pigliasse un g^rande interesse ai discorsi 
del capitando, quasi non fosse fatto suo. Poi, sbir- 
ciando il viso rosso di donna Giovanttiina che stava 
a spiare dall'uscio socchiuso, la chiamò a voce alta. 

— Avanti, avanti, bella figliuola. Vogliamo vedere 
quella bella faccia. Siamo qui noi soli, in famiglia.... 

La mamma e la sorella Imaggiore fulminarono due 
occhiataccie addosso alla ragazza, la quale rimaneva 
sull'uscio, nascondendo le mani di serva sotto il grem- 
biule, vergognosa di esser stata scoperta a quel modo, 
vestita di casa. Limoli, senza accorgersi di nulla, do- 
mandava sottovoce a donna Bellonia : 

— Quando la maritiamo quella bella figliuola? Pri- 
ma tocca alla maggiore, è naturale. Ma ix)i ricorda- 
tevi che ci son qua io per fare il sensale.... gratis 
et amo re,, ben inteso.... Siamo amici vecchi!... 

Donna Bellonia andava facendogli li occhiacc', seb- 
bene il marchese fingesse di non badarci. Poi gli disse 
sottovoce : 

-^ Cosa dite!... che idee dà (metterle in testai... 
Ancora è troppo giovane.... quasi iquasi ha ancora 
il vestito corto.... 

— Vedo! vedol — rispose il marchese sbirciando 
le calze bianche di donna Giovannina. Dòìma Fifl, 

Verga. Mastro-don Gesualdo. 13 



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— 194 — 

avieva condotto il capitano ad ammirare i suoi fiori 
sul balcone. Colse un bel garofano, l'odorò a lungo 
socchiudendo gli occhi, e glielo porse. — Vedo, vedo, 
— ripetè il vecchietto. 

La Rubiera allora volle accomiatarsi, masticando 
im sorriso, coi fiori gialli che le fremevano sul cap- 
pellino. Intanto che Je signore barattavano baci ed 
abbracci, il marchese si rivolse al capitano. 

— Mi congratulo!... Mi congratulo tanto.... davve- 
ro.... don Bastiano. 

— Perchè?... Di che cosa?... — Il capitano sorpreso 
e imbarazzato cercava una botta di risposta. Ma 1,'altro 
gli aveva già voltato le spalle, salutava le signore 
con una parola gentile p<er ciascuna; accarezzava pa- 
ternamente donna Giovajnnina che teneva ancora il 
broncio. 

— Che c*è? che c*è? Cosa vuol dire? Le ragazze 
devono stare allegre. Hai inteso tua madre? Dice 
che hai tempo di crescere. Su, dunque! allegra! 

La Rubiera sentivasi scojypiare sotto la mantiglia; 
dopo che si fu voltata indietro a salutare colla mano 
dalla strada tutti i Margarone schierati sul terrazzino 
prese a borbottare: 

— Avete capito, eh? ' 

— Diamine! Non ci voleva molto. Anche per la 
Giovannina bisogna mettersi il cuore in pace.... 

— Ma sì, ma sì! Con tanto piacere me lo metto 
il cuore in pace.... Un^ civetta!... Avete visto il giuo- 
chetto del garofano? Saremmo stati freschi mio figlio 
ed io.... Quasi quasi se lo meritava! Scomunicato! 
Nemico di sua madre stessa!... 

Lì a due passi si imbatterono in Canali, che an- 
dava dai Margarone, e aveva visto da lontano i ba- 
ciamani fra la strada e il terrazzo. Canali fece un certo 
viso, e fermò la baronessa per salutarla, menando il 
discorso per le lunghe, sgranandole in faccia due 
occhi curiosi. 

— Siete stato da donna Bellonia, eh? Avete fatto 
bene. Un'amicizia antica come la vostra!... Peccato 
che don Nini.... 

La baronessa cercava di scavar terreno anch'essa, 
in aria disinvolta, facendosi vento e menando il can 



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— 195 — 

per Taia. — Infine.... delle sciocchezze.... sciocchezze 
di gioventù.... 

— No, no, perdonate I — ribattè Canali. — Vorrei 
veder voi stesisa!... Un padre deve aprire gli occhi 
per sapere a chi dà la sua creatura.... Non dico per 
vostro figlio.... Un buon giovane.... un cuor d'ora... 
Il male è che s*è lasciato abbindolare.... circondato da 
falsi amici.... Di bricconi ce ne Sion sempre.... Gli 
hanno carpito qualche firma.... 

La baronessa lo piantò lì senz'altro. — Sentite? 
Vedete? — andava brontolando col cugino Limoli. 
Poscia piantò anche lui che non poteva più tenerle 
dietro. — Vi saluto^ vi Saluto. — E corse dal no- 
tare Neri, pallida e trafelata, per vedere.... per sen- 
tire.... Il notare non sapeva nima.... nulla di positivo 
almeno. 

— Sapete, don Gesualdo è volpe fina.... Son cose 
queste che si faimo sottomano, se mai.... Avranno 
fatto il contratto da qualche notaio foirestiere.... Il 
notaro Sghembri di Militello, dcono.... Ma via.... Non 
c*è motivo poi di paettersi in quello stato per una 
cosa simile.... Avete una faccia che non mi p'aoe. 

Rosaria ch'era a ripulire il . pollaio quando la sua 
padrona era tornata a casa, udì a un tratto dal cor- 
tile un urlo spaventoso, come stessero sgozzando un 
animale grosso di sopra, una obsa che le fece per- 
dere le ciabatte correndo a precipizio. La baronessa 
era ancora lì, dove aveva cominciato a spogliarsi, ap- 
poggiata al cassettone, piegata in due quasi avesse la 
colica, gemendo e lamentandosi, mentre le uslciva bava 
dalla bocca, e gli occhi le schizzavano fuori: ' 

— Assassino! Figlio snaturato 1... No! non me la 
faccio mangiare la mia robal... Piuttosto la lascio ai 
poveri.... ai conventi.... Vogho far testamento!... Vo- 
glio far donazione I... Chiamlatcnu il notare... subito I... 

Don Nini stava bisticciandosi colla sua Aglae, in 
queUa stanzaccia di locanda che per lui era diventata 
un inferno dal momento in cui s'era imesso sulle spalle 
il debito e mastro-don Gesualdo. Il letto in disordine, 
i vestiti studici, i capelli spettinati, le carezze stesse 
di lei, i manicaretti cucinati dall'amico Pallante, gli 
si erano mutati in veleno, dacché gli costavano cari. 



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— 196 — 

Al veder giungere Alessi che veniva a chiamarlo, par- 
lando di- notaro e di donazionie, si fece 'pallido a un 
tratto. Invano la prima donna gli si avvinghiò al 
collo, discinta, senza badare al Fallante che accorreva 
dalla cucina né ad Alessi il quale spalancava gli oc- 
chi e si fregava le mani. 

— Nini! Nini mio!... Non mi abbandonare in que- 
sto stato 1... 

— Malannaggia! Lasciatemi andare.... tutti quanti 
siete!... Vi pare che si scherzi!... Quella donna è ca- 
pace di tutto! 

Don Nini, ripreso interamente dall'amor della roba, 
non si lasciò commuovere neppoire dalla scena dello 
svenimento. Piantò lì dov'era la povera Aglae lunga 
distesa sul pavimento come all'ultimo atto di una 
tragedia, e Fallante che le tirava giù il vestito sulle 
calze, per correre a casa senza capipello. Colà ci fu 
una scena terribile fra madre e figlio. Lui da prima 
cercava di 'fnegasre; poi [miontò su tutte le furie, si 
lagnò di essere tenuto come uno schiavo, peg'gio di 
un ragazzo, senza due tari da spendere; e la baro- 
nessa minacciava di andare lei in persona dal notaro, 
per disporre della sua roba, così com'era, in sottana, 
a quell'ora stessa, se non volevano mandarlo a chia- 
mare. Don Nini allora scese a dar tanto di chia- 
vistello al portone, e si mise la chiave in tasca, mi- 
nacciando di rompere le ossa al garzone, se fiatava. 

— Ah ! questa è la ricompensa ! — borbottò Alessi. 
— Un'altra volta ci vo davvero dal notaio. 

Finalmente, per amore o per forza, riescirono a met- 
tere in letto la baronessa, la quale si dibatteva e 
strillava che volevano farla morire di colpo per scia- 
lacquare la sua roba: — Mastro don Gesualdo!... sì!... 
Lui se lo mangia il fatto [mio! — Il figliuolo colle 
buone e colle cattive tentava di calmarla : — Non 
vedete clie state poco bene? Volete ammalarvi, }>er 
farmi dar l'anima al diavolo ? — ~Poi tutta la notte 
non chiuse occhio, alzandosi ogni molmento per cor- 
rere ad origliare se sua madre strillava ancora, spa- 
ventato dall'idea che udissero i vicini e gli venissero 
in casa colla giustizia e il notaro, maledicendo in cuor 
suo la prima donna e chi gliela aveva messa fra i 



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— 197 — 

piedi, turbato, se si appisolava un momiento, da tanti 
brutti sogni: mastro-don Gesualdo, il debito, della 
gente che gli si accalcava ,addosso e gli empiva la 
casa, una gran folla. 

Rosaria venne a bussargli all'uscio di buon mattino : 

— Don Nini! signor barone! venite a vedere.... La 
padrona ha perso la parola !... Io ho paura, se vedeste.... 

La baronessa stava lunga distesa siul letto, simile 
a un bue colpito dal macellaio, con tutto il sangue al 
viso e la lingua ciondoloni. La bile, i dispiaceri,, tutti 
quegli umori cattivi che doveva averci accupnilati sullo 
stomaco, le gorgogliavano dentro, le uscivano dalla 
bocca e dal naso, le colavano sul guanciale. E come 
volesse aiutarsi, ancora in quello stato, còme cer-,. 
casse di annaspare colle mani gonfie e grevi, come 
cercasse di chiamare aiuto, coi suoni inarticolati che 
s'impastavano nella bava vischiosa. 

— Mamntial mamma imia! 

Don Nini atterrito, ancora gonfio dal sonno, andava 
strillando per le stanze, dandosi dei pugni sulla testa, 
correndo al balcone e disperandosi mentre i vicini bus- 
savano e tempestavano che il portone era chiuso a 
chiave.. Da lì a un po', medico, barbiere, parenti, cu- 
riosi, la casa si riempì di gente. Proptrio il sogno di 
quella notte. Don Nini narrava a tutti la stessa cosa, 
asciugandosi gli occhi e soffiandosi il naso gonfio qua- 
si suonasse la tromba. Appiena vide giungere anche 
il notaro Neri non si mosse più dal capezzale della 
mamma, domandando al miedico ogni momento :, 

— Che ve ne sembra, dottore? Riacquisterà la pa- 
rol^, ? ^ 

— Col tempo, col tempo, — rispose infine il me- 
dico seccato. — Diamine, credete che sia stato come 
fare uno starnuto? 

Don Nini non si riconosceva più da un giorno al- 
l'altro; coUa barba lunga, i capelU arruffati, fisso al 
. capezzale della madre, oppure arrabattandosi nelle fac- 
cende di casa. Non usiciva luna fava dalla dispensa 
senza passare per le sue Inani. Tant'è vero che i guai 
insegnano a metter giudizio. Sua madre stessa glielo 
avrebbe detto, se aves'se potuto parlare. Si vedeva 
dal modo in cui gli gtuardava le mani, col sangue 



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— 198 — 

agli occhi, ogni volta che v^iiva a prendere le chiavi 
appese allo stipite dell'uscio. E anche lui, adesso che 
la roba passava per le sue mani, comprendeva final- 
mente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; 
se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pa- 
zienza, colle cure amorevoli, standole sempre intorno, 
sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle 
visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava 
di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agili estranei. Sen- 
tiva una gran tenerezza al pensare che la povera pa- 
ralitica non poteva muoversi né parlare per togliergli 
la roba siccome aveva minacciato. 

— No, no, non lo farà! Som cose che si dicono in 
un momento di collera.... Vorrei vederla!... Sono in- 
fine il sangue suo.... Morirebbe d'accidenti lei per la 
prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e 
a quello.... , " ' \ 



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PARTE TERZA. 
I. 



L'Isabellina, prima ancora di compire i cinque anni, 
fu messa nel Collegio di Maria. Don Gesualdo ades- 
so che aveva delle pietre al sole, e marciava da pari 
a pari coi mieglio del paese, così voleva che mar- 
ciasse la sua figliuola: imparare le belle maniere, 
leggere e scrivere, ricamane, il latino dell'uffizio an- 
che, e ogni cosa come la f ig'lia di im barone ; tanto più 
che, grazie a Dio, la dote non le sarebbe mancata, 
perchè Bianca non prometteva di dargli altri eredi. 
Essa dopo il parto non s'era piìi rifatta in salute; 
anzi dei>eriva sempre più di giorno in giorno, rosa 
dal baco che s'era mangiati tutti i Trao, e figliuoli era 
certo che non ne faceva più. Un vero gastigo di 
Dio. Un affare sbagliato, isiebibene il galantuomo avesse 
la prudenza di non lagmarsene neppture col canonico 
Lupi che glielo aveva proposto. Quando uno ha fattd 
la minchioneria, è meglio starsi zitto e non parlarne 
più, per non darla vinta lai nemici. — Nulla, nulla 
gli aveva fruttato quel ma^imonio; né la dote, né 
il figlio maschio, né l'aiuto del parentado, e neppiure 
ciò che gli dava prima Diodata, un momento di sva- 
go, un'ora di buonumore, come il bicchiere di vino 
a un pover'uomio che ha lavorato tutto il giorno, lai 
Neppoir quello I — Una moglie che vi squagliava fra 
le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel 
viso, con quegli occhi, con quel fare spavantató, come 
se volessero farla cascare in peccato mortale, ogni 
volta, e il prete non ci avesse messo su tanto di 



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— 2(X> — 

croce, prima> quand'olia aveva detto di sì... Bianca 
non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che 
si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'olivo. 
Ella, poveretta^ chinava il viso, arrivava ad offrirlo 
anzi, tutto rossOj i>er ubbidire al comandamento di 
Dio, come fosse pagata per farlo.... 

Ma egli non si lasciava illudere, no. Era villano, 
ma aveva il naso fino di villano pure! E aveva il 
suo orgoglio anche lui. L'org'ogho di quello che aveva 
saputo guadagnarsi, colle sue mani, tutto opera sua, 
quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi - 
le spalle, e quei bocconi buoni che doveva mangiare 
in punta di forchetta, sotto gli occhi della Trao.... 

Almeno in casa sua voleva comandar le feste. E 
se Domeneddio l'aveva gastigato giusto nei figliuoli 
che voleva mettere al mondo secondo la sua legge, 
dandogh una bambina invece dell'erede legittimo che 
aspettava, Isabella almeno doveva possedere tutto ciò 
che mancava a lui, essere signora di nome e di fatto. 
Bianca, quasi indovinasse d'aver poco da vivere, non 
avrebbe voluto separarsi dalla sua fighuoletta. Ma 
il padrone era lui, don Gesualdo. Egli era buono, 
amorevole, a modo suo; non le faceva mancare nulla, 
medici, speziali, tale e quale come se gli avesse por- 
tato una grossa dote. — Bianca non aveva parole 
per ringraziare Iddio quando paragonava la casa in 
cui il Signore l'aveva fatta entrare con quella in cui 
era nata. Lì suo fratello stesso desiderava di giorno il 
pane e di notte le coperte.... Sarebbe morto di stenti 
se i suoi parenti non l'avessero aiutato con bella ma- 
niera, senza farglielo capire. Soltanto da lei don Fer- 
dinando non voleva accettare checchessia, mentre don 
Gesualdo non gli avrebbe fatto mancar nulla, col cuore 
largo quanto un mare, quell'uomo! Gli stessi parenti 
di lei glielo dicevano : — Tu non hai parole per rin- 
graziare Dio e tuo marito. Lascia fare a lui ch'è il 
padrone, e cerca il meglio deUa tua figliuola. 

Poi considerava ch'era il Signore che la ^liniva, 
che non voleva quella povera innocente nella casa di 
suo marito, e la notte inzuppava di lagrime il guan- 
ciale. Pregava Iddio di darle forza, e fì consolava alla 
meglio pensando che soffriva in penitenza dei suoi 



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— 20I — 

peccati. Don Gesualdo, che aveva tante altre cose per 
la testa, tanti interessi grossi sulle spalle, ed era abi- 
tuato a vederla sempre così, con quel viso, non ci 
badava neppure. Qualche volta che la vedeva alzarsi 
più smorta, più disfatta del solito, le diceva per farle 
animo : 

— Vedrai che quando avrai messo in collegio la tua 
bambina sarai contenta tu pure. È come strapiparsi 
un dente. Tu non puoi badare alla tua fighuola, colla 
poca salute che hai. E bisogna che quando sarà gran- 
de ella sappia tutto ciò che sanno tante altre che sono 
meno ricche di lei. I figliuoli bisogna avvezzarli al 
giogo da piccoH, ciascuno secondo il suo stato.... Lo 
so io!... E non ho avuto chi mi aiutasse, io! Quella 
piecina è nata vestita. 

Nondimeno, alFultimo {momento vi furono lagrime 
e piagnistei, quando accoonpagtiarono ITsabelUna ài 
parlatorio del monastero. Bianca s*era confessata e 
comunicata. Ascoltò la messa ginocchioni, sentendosi 
mancare, sentendosi strappare un'altra volta dalle vi- 
scere la sua creatura che le si aggrappava al collo 
e non voleva, lasciarla. 

Don Gesualdo non guardò a spesa per far stare 
contenta Isabellina in collegio : dolci, libri colle figure, 
immagini di santi, noci col bambino Gesù di cera 
dentro, un presepio del Bongiovanni che pigliava un'in- 
tera tavola: tutto ciò che avevano le figlie dei pri- 
mi signori, la sua figliuola l'aveva; e i meglio boc- 
coni, le primizie che offriva il paese, le cirìegie e le 
albicocche venute apposta da lontano. Le altre ra- 
gazzette guardavano con tanto d'occhi, e soffocavano 
dei sospiri grossi così. La m.inore delle Zacco, e le 
Mèndola di seconda mano, le quaU dovevano conten- 
tarsi delle cipolle e delle oUve nere che passava il 
convento a merenda, si rifacevano parlando delle ric- 
chezze che possedevano a casa e nei loro poderi. Quelle 
che non avevano aè casa né poderi, tiravano in ballo 
il parentado nobile, il Capitano Giustiziere ch'era fra- 
tello deUa mamma, la zia baronessa che aveva il cac- 
- ciatore colle penne, i cugini del babbo che posse- 
devano cinque feudi l'uno attaccato all'altro, nello 
stato di Caltagirone. Ogni festa, ogni Capo d'anno. 



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— 202 — 

come la piccola Isabella riceveva altri regali più co- 
stosi, un crocifisso d'argento, un rosario coi g'ioriapa- 
tri d*oro, un libro da messa rilegato in tartaruga per 
imparare a leggere, nascevano altre guerricciuole, al- 
tri disi>ettucci, deUe alleanze fatte e disfatte a seconda 
di un dolce e di un'immagine data o rifiutata. Si ve- 
devano degli occhietti già lucenti d'alterigia e di ge- 
losia, dei visetti accesi, dei piagnistei, che andavano 
poi a sfogarsi nell'orecchio delle mamime, in parlatorio. 
Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succe- 
deva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva 
fatto nascere nei grandi e nel paese. Non si sapeva 
più chi poteva spendere e chi no. Una gara fra i pa- 
renti a buttare il danaro in frascherie, e una confu- 
sione generale fra chi era stato sempre in prima fila, 
e chi veniva dopo. Quelli che non potevano, proprio, 
o si seccavano a spendere l'osso del coUo pel iDUon 
piacere di mastro-don Gesualdo, .si lasciavano scap- 
pare contro di lui certe allusioni e certi motteggi che 
fermentavano nelle piccole teste delle educande. Alla 
guerra intestina pigliavano parte anche le monache, 
secondo le relazioni, le simpatie^ il partito che so- 
steneva oppure voleva rovesciare la superiora. Ci si 
accaloravano fin la portinaia, fin le converse che si 
sentivano umiUate di dover servire senz'altro guada- 
gno anche la figliuola di {mastro-don Gesualdo, uno 
venuto su dal nulla, come loro, arricchito di ieri. Le 
nimicizie di fuori, le discordie, le lotte d'interessi e 
di vanità, passavano la clausura, occupavano le ore 
d'ozio, si sfogavano fin là dentro in pettegolezzi, i»» 
rappresaglie, in parole grosse. — Sai come si chiama 
tuo padre? mastro-don Gesualdo. — Sai cosa succede 
a casa tua? che hanno dovuto vendere una coppia 
di buoi per seminare le terre. — Tua ^ià Speranza 
fila stoppa per conto di chi la paga, è i suoi figliuoli 
vanno scalzi. — A casa tua c'è stato l'usciere per fare 
il pignoramento. — La piccola Alimena arrivò a na- 
scondersi nella scala del campanile, una domenica, 
per vedere se era vero che il pa'dre d'Isabella por- 
tasse la berretta. 

Egli trovava la sua fig'liuoletta ancora rossa, col petto 
gonfio di singhiozzi, volgendo il capo timorosa di 



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— 2o3 — 

veder luccicare dietro ogni grata gli occhietti ma- 
liziosi delle altre piccine, guardandogli le mani per 
vedere se davvero erano sporche di calcina, ti- 
randosi indietro istintivaanente quandcT nel baciarla 
la pungeva colla barba ispida. Tale e quale sua madre. 

— Così il i>esco non s'innesta all'ulivo. — Tante 
pimture di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva 
attossicato sempre ogni cosa giorno ^r giorno; la 
stessa guerra implacabile ch'era stato obbligato a com- 
battere sempre contro tutto e contro tutti; e lo fe- 
riva sin lì, nell'amore della sua creatiura. Stava zitto, 
non lagtnavasi, perchè non era un minchione e non 
voleva far ridere i nemici; ma intamto gli tornavano 
in mente le parole di suo padre, gh stessi rancori^ 
le stesse gelosie. Poi rifletteva che ciascuno al mon- 
do cerca il suo interesse, e va per la sua via. Così 
aveva fatto lui con suo padre, così faceva sua figlia. 
Così dev'essere. Si metteva il cuore in pace, ma gli 
restava sempre ima spina in cuore. Tutto ciò che 
aveva fatto e faceva per la sua fighuola l'allontanava 
appunto da lui: i denari che aveva speso per farla 
educare come una signora, le compagne in mezzo 
alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze 
e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della 
ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritan- 
dosi a una Trao — bel guadagno che ci aveva fattoi 

— La piccina diceva sempre: — Io son figlia della 
Trao. Io mi chiamo Isabella Trao. 

La guerra si riaccese più viva fra le ragazze quando 
sì maritò don Nini Rubiera: — S'è vero che siete 
parenti, perchè tuo zio non ti ha mandato i confetti? 
Vuol dire che voialtri non vi vogliono per parenti. 

— L'ISabellina, che rispondeva già come una grande, 
ribattè : 

— Mio padre mje h compera lui i confetti. Ci siamo 
guastati coi Rubiera perchè ci devono tanti denari. 

— La figlia della ceraiuola, ch'era del suo partito, ag- 
giunse tante altre storie: — Il baroneUo era imo 
spiantato. La Margarone - non aveva più voluto saper- 
ne. Sposava donna Giuseptpina Alòsi, più vecchia di 
lui, perchè non aveva trovato altro, per amore dei 
denari: tutto ciò che narravasi nella bottega di sua 




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— 204 — 

madre, in ogni caffè, in ogni spezieria, di porta in 
porta. 

Nel paese non si parlava d*altro che del matrimo- 
nio di don Nini Rubiera. — Un matrimonio di con- 
venienza! — diceva la signora Capitana che parlava 
sempre in punta di forchetta. Cogli anni, la Capitana 
aveva preso anche i vizii del paese; occupavasi dei 
fatti altrui ora che non aveva da nasconderne dei 
propri. Allorché incontrava il cavalier Peperito gli 
faceva un certo visetto malizioso che la ringiovaniva 
di vent'anni, dei sorrisi che volevano indovinare molte 
cose, scrollando il capo, offrendosi graziosamente ad 
ascoltare le confidenze e gli sfoghi gelosi, minaccian- 
do il cayjaliere col ventagMo, come a dirgli ch'era stato 
un gran discolaccio lui, e se si lasciava adesso portar 
via ramante era segno che ci dovevano essere state le 
sue buone ragioni.... prima o poi.... 

— No! — ribatteva Peperito fuori della grazia di 
Dio. — Né prima né poi! Questo potete andare aMir- 
glielo a donna Giuseppina! Se non ho potuto coman- 
dare da padrone non voglio servire nemmeno da co- 
modino, capite?... fare il gallo di razza.... capite? Su 
di ciò donna Giuseppina potrà mettersi il cuore in 
pace! 

Adesso sciorinava in piazza tutte le porcherie del- 
l'Alòsi, che se vi mandava a regalare per miracolo 
un 'paniere d*uva voleva restituito il paniere; e ven- 
deva sottomano le calze che faceva, delle calze da 
serva grosse un dito, — essa gliele aveva fatte anche 
vedere sulla forma per stuzzicarlo.... pìer strappargli 
ciò che faceva comodo a lei.... Ma lui, no!.... 

Insomma, andava raccontandone di cotte e di crude. 
Corsero anche deUe sante legnate al Ciffè dei Nobili. 
Ciolla gli stava alle calcagna per raccogliere i pette- 
golezzi e portarli in giro aUa sua volta. Un giorno 
poi fu una vera festa per lui, quando si vide arrivare 
in paese la signora Aglae che veniva insieme al signor 
Pallante a fare uno scandalo contro il barone Rubiera, 
a riscuotere ciò che le spettava, se il seduttore non 
voleva vedersela comparire dinanzi ali* altare. Essa 
giungeva apposta da Modica, sputando fiele, inceret- 
tata, dipinta, cafica di piume di gallo e di pezzi di 



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— 2o5 — 

vetro, tirandosi dietro la piova irniocente della birbo- 
nata di don Nimì, una bambinella ch*era un amore. 
Così la gente diceva che don Nini era sempre stato 
un donnaiuolo, e se sposava TAlòsi, che avrebbe po- 
tuto essergli madre, ci doveva essere interessi gravi. 
Chi spiegava la cosa in un modo e chi in un altro. 
Il baronello, quelli che s'affrettarono a fargli i miral- 
legro onde tirargli di bocca la verità vera, se li levò 
dai piedi in poche parole. La Sganci che aveva com- 
binato il negozio stava zitta colle amiche le quali anda- 
vano apposta a farle visita. Don Gesualdo ne sapeva 
forse più degli ^Itri, ma stringevasi nelle spalle e 
se la cavava con simili risposte : 

— Che volete? Ciascuno fa il suo interesse. Vuol 
dire che il barone Rubiera ci ha trovato il suo van- 
taggio a sposare la signora Alòsi. 

La verità era che don Nini aveva dovuto pigliarsi 
r Alòsi j>er salvare quel po' di casa che don Gesualdo 
^leva espropriargli. È vero che adesso era diventato 
giudizioso, tutto dedito agli affari ; ma sua madre, 
sepolta viva nel seggiolone, non lo lasciava padrone 
di un baiocco ; si faceva dar conto di tutto ; voleva che 
ogni cosa passasse sotto i suoi occhi; senza poter par- 
l^ie, senza potersi muovere, si faceva ubbidire dalla 
sua gente meg'lio di prima. E attaccata alla sua roba 
come un'ostrica, ostinandosi a vivere per non pagare. 
Il debito intanto ingrossava d'anno in anno : una cosa 
che il povero don Nini ci perdeva delle nottate intere, 
senza poter chiudere occhio, alle volte: e alla sca- 
denza, capitale e usura, rappresentavano una bella som- 
ma. Il canonico Lupi che andò in nome del baro- 
nello a chiedere dilazione al pagamento, trovò don 
Gesualdo peggio di un miuro: — A che giuoco gio- 
chiamo, canonico niio? Sono più di ìiove anni che 
non vedo né frutti né capatale. Ora mi serve il mio 
denaro, e vogHo esser pagato. 

Don Nini pel bisogno scese anche all'umiliazione 
d'andare a pregare la cugina Bianca, dopo tanto tem- 
po. La prese appunto da lontano. — Tanto tempo 
che non s'erano visti 1 Lui non aveva faccia di com- 
parirle dinanzi, in parola d'onore I Non cercava di 
scolparsi. Era stato un ragazzaccio. Ora aveva aperto 



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— 206 — 

gli occhi, troppo tardi, quando non c'era più rimèdio, 
quando si trovava sulle spalle il peso dei suoi errori. 
Ma proprio non poteva pagare in quel momento. — 
Son galantuomo. Ho di che pagare infine. Tuo ma- 
rito sarà pagato sino all'ultimo baiocco. Ma in questo 
momento proprio non posso! Tu sai com'è fatta tua 
zia! che testa dura! Ne abbiamo avuti dei dispiaceri 
per quella testa dura! Ma infine non può campare 
eternamente, poveretta, com'è ridotta.... 

Bianca era rimasta senza fiato al primo vederlo, 
senza parole, facendosi ora pallida é ora rossa. Non 
sapeva che dire, balbettava, sudava freddo, aveva ima 
convulsione jneUe mani che cercava di dissimulare, 
stirando macchinalmente le due cocche del grembiule. 
À un tratto ebbe imo sbocco di sangue. 

— Cos'è ? cos'è ? Qualcosa alle gengive ? Ti sei mor- 
sicata la lingua? 

— No, — rispose lei. — Mi viene di tanto in tanto. 
L'aveva anche don Diego, ti rammenti? Non è nulla. 

— Bene, bene. Intanto fanuni questo piacere; par- 
lane a tuo maritò. In questo pioimenito proprio non 
posso.... Ma son galantuomo, mi pare!... Mia madre, 
da qui a cent'anni, non ha a chi lasciare tutto il suo. 

bianca cercava di scusarsi. — Suo marito era il 
padrone. Faceva tutto di testa propria, lui. Non vo- 
leva che gli mettessero il naso nelle sue cose. — 
Allora j>erchè sei sua moglie? — ribattè il cugino. — 
BeUa ragione! Uno che non era degno di alzarti gli 
occhi in viso!... Deve ringraziare Iddio e l'ostinazione 
di mia madre se gH è toccata questa fortuna!... Dun- 
que farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa 
dilazione ? 

— E tu còsa gli hai 4'etto? — domandò don Ge- 
sualdo trovando la moglie ancora agitata dopo quella 
visita. 

— Nulla.... Non so.... Mi son sentita male.... 

— Bene. Hai fatto bene. Sta tranquiUa che agli af- 
fari ci penso io. Serpi nella manica sono i parenti.... 
Hai visto? Cercano di te, solo quando ne hanno bi- 
sogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei 
morta o viva. Lascia fare a me che la risposta gliela 
mando coll'usciere, a tuo cugino.... 



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— 207 — 

Cosi era venuto quel matrimonio, che il barone 
Rubiera prima aveva messo sottosopra cielo e terra 
per trovare i denari da pagare don Gesualdo; e in- 
fine donna Giuseppina Alòsi, la quale aveva delle 
belle terre al sole^ aveva dato l'ipoteca. Don Ge- 
sualdo, ottenuta la sua brava isicrizione sulle terre, 
non parlò più di aver bisogno del denaro. 

— Col tempo.... — confidò alla moglie. — Lasciali 
tranquilli. Loro non pagano né frutti né capitali, e 
col tempo quelle terre serviranno per la dote d'Isa- 
bella. Che te ne pare? Non è da ridere? Lo zio Ru- 
biera che pensa a mettere insieme la dote 'della tua 
fighuola!... 

Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da 
§olo a solo con sua moglie, quando era contento della 
sua giornata, prima di coricare, mettendosi il ber- 
retto da notte, in maniche di camicia. A quattr'oc- 
chi con lei mostravasi proprio quel che era, bonac- 
cione^ colla risata larga che naostrava i denti grossi 
e bianchi, . passandosi anche la lingua sulle labbra, 
quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da 
uomo ghiotto della ro"ba. 

'Isabella fatta più grandicella passò dal Collegio di 
Maria al primo educatorio di Palermo. Un altro strap^ 
pò per la povera maqnma che temeva di non doverla 
più rivedere. Il marito, onde confortarla, in quello 
stato, le disse: — Vedi, noi ci ammazziamo per fare 
il suo meglio, ciascimo come può, ed èssa im giorno 
non penserà neppure a noi. Così va il mondo. Anzi 
devi metterti in testa che tua figUa non puoi averla 
sempre vicina. Quando si |marita anderà via dal paese. 
Qui non ce n'è uno che possa sposarla, colla dote 
che le darò. Se ho fatto tanto per lei, voglio almeno 
sapere a chi lo dò il sangue mio. Adesso che ti parlo 
è già nato chi deve godersi il frutto delle mie fati- 
che, senza dirmi neppure grazie.... 

Aveva il cuore grosso anche lui, poveraccio, e se 
sfogavasi a quattr'occhi colla moglie alle volte, per 
discorrere, non si rifiutava però a fare ciò ch*era de- 
bito suo. Andava a trovare la sua ragazza a Palermo, 
quando *po'teva, (quando i suoi affari lo permettevano, 



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— 2o8 — 

anche una volta airanno. Isabella s*era fatta una bella 
fanciulla, un po^ gracile ancora, pallidina, ma con una 
grazia naturale in tutta la personcina gentile, la car- 
nagione delicata e il profilo aquilino dei Trao; un 
fiore di un'altra pianta, in poche parole; roba fine 
di signori che suo padre stesso quando andava a 
trovarla provava una certa suggezione dinanzi alla 
ragazza la quale aveva preso Tarla delle compagne in 
mezzo a cui era stata educata, tutte deUe prime fa- 
miglie, ciascuna che portava nell'educandato l'alteri- 
gia baronale da ogni angolo della Sicilia. Al parla- 
torio lo chiamavano il signor Trao. Quando volle 
saperne il perchè. Isabella si fece rossa. La stessa sto- 
ria del Collegio di Maria anche lì. E la sua fig'liuola 
aveva dovuto soffrire le stesse uimiliazioni à motivo 
del parentado. Per fortuna la signorina di Leyra, che 
Isabella s'era affezionata coi regalucci, aveva preso 
a difenderla a spada tratta. Essa conosceva di nome 
la famiglia dei Trao, una delle primq lagg"iù, ove 
il duca suo fratello possedeva dei feudi. La duchessina 
aveva il nolme e il parlare alto, sebbene stesse in 
collegio senza pagare, talché le compagne lasciarono 
passare il Trao. Ma don Gesualdo dovette lasciarlo 
passare anche lui, e farsi chiamare così, per ^more 
della figliuola, quando andava a trovarla. — Vedrai 
come si è fatta bella la tua figliuola! — tornava poi 
a dire alla moglie che era sempre malatìccia. 

Essa la rivide finalmente all'uscire del collegio, nel 
1837, quando in Palenmo cominciavano già a correre 
le prime voci di colèra, e don Gesualdo era corso 
subito a prenderla. Fu come un urto al petto per la 
povera madre, dopo tanto tempo, quando udì fermarsi 
la lettiga dinanzi al portone. — Figlia mia! figlia 
mia! — colle braccia stese, le gambe malferme, pre- 
cipitandosi per la scala. Isabella saliva correndo, colle 
braccia aperte anche lei. — Mamma! mamma! — E 
poi avvinghiate l'una al collo dell'altra, la madre sbal- 
lottando ancora a destra e a sinistra la sua creatura 
come quand'era piccina. 

Indi vennero le visite ai parenti. Bianca era tornata 
in forze, per portare in trionfo la sua figliuola, in casa 
Sganci, in casa Limoli, da per tutto dove era stata 



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— 2o9 — , 

bambinetta, prima d'entrare in collegio, ora già fatta 
grande, col cappellino di paglia, le belle treccie bionde 

— un fiore. Tutti si affacciavano per vederla pas- 
sare. La zia Sganci, divenuta sorda e cieca^ le tastò il 
vi^o .per riconoscerla : — Una Trao ! Non c'è che dire. 

— Lo zio marchese ne lodò gli 'occhi, deg'li occhi blu 
che erano due stelle. «Degli occhi che vedevano il 
peccato», disse il marchese^, il quale aveva sempre 
pronta la barzelletta. Allorché la condussero dallo zio 
don Ferdinando, Isabella che soleva spes&o rammen- 
tare coUe còanpagne la casa materna, negli sfoghi in- 
genui d'ambizione, provò um senso di sorpresa, di 
tristezza, di delusione al rivederla. Entrava chi voleva 
dal portone sconquassato. La corte era angusta, ingom- 
bra di sassi e di macerie. Si arrivava per un sentieruolo 
fra le ortiche allo scalone sdentato, barcollante, soffo- 
cato anch'esso dalle erbacce. In cima l'uscio cadente 
era appena chiuso da un saliscendi arrugginito; e 
subito nell'entrare colpiva una zaffata d'aria umida e 
greve, un tanfo di muffa e di cajitina che saliva dal 
pavimento istoriato col blasone, seminato di cocci e 
dj^ rottami, pioveva dalla vòlta scalcinata, veniva densa 
dal corridoio nero al pari di un sotterraneo, dalle 
sale buie che s'intravedevano in lunga fila, abbando- 
nate e nude, per le strisce di luce che trapelavano 
dalle finestre sgangherate. In fondo era la cameretta 
dello zio, sordida, affumicata, col soffitto sconnesso e 
cadente, e l'ombra di don 'Ferdinando che andava e 
veniva silenzioso, simile a un fantasma. 

— Chi è?... Grazia.... lentra.... 

Don Ferdinando apparve sulla soglia, in maniche di 
camicia, giallo ed allampanato, guardando stupefatto 
attraverso gli occhiali la sorella e la nipote. Sul let- 
tuccio disfatto c'era ancora la vecchia palandrana di 
don Diego che stava rattoppando. L'avvolse in fretta, 
insieme a un fagotto d'altri cenci, e la cacciò nel cas- 
settone. 

— Ah!... sei tu^ Bianca?... che vuoi?... 

Indi accorgendosi che teneva ancora l'agio in mano, 
se lo mise in tasca, vergognoso, sempre con quel 
gesto che sembrava meccanico. 

Vbroa. Afastro^on Gesualdo. 14 



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— 2IO — 

— Ecco vostra nipote.... — balbettò la sorella con 
un tre!mito nella voce. — Isabella.... vi rammeìnta- 
te?... È stata in collegio a Palermo. 

Egli fissò sulla rag^azza quegli "occhi azzurri e stra- 
lunati che fuggivano di qua é di là, e mormorò: 

— Ah!... Isabella?... mia nipote?... 

Guardava inquieto i>er la stanza, e di tanto in tanto, 
cctoe vedeva un oggetto dimenticato sul ìavolino o 
sulla seggiola zoppa, del réfe sudicio, un fazzoletto 
di cotone posto ad asciugare al sole, correva subito 
a nasconderli. Poi si tnise a sedere sulla sponda del 
lettuccio, fissando Tuscio. Mentre Bianca parlava, col 
cuore stretto, egli seguitava a volgere intomo gli oc- 
chi sospettosi, pensando a tutt'altro. A un "tratto andò 
a chiudere a chiave il cassetto della scrivania. 

— Ahi... mia nipote, dici?... 

Fissò di nuovo sulla giovinetta lo stesso sguardo 
esitante, e chinò gli occM a terra. 

— SomigUa a te.... tale e quale.... quand'eri qui.... 

Sembrava che cercasse le parole, cogli òcchi er- 
ranti, evitando quelli della sorella e della nipote, con 
un tremito leggiero nelle mani, il viso smorto e istu- 
pidito. Un istante, mentre Bianca gli parlava all'orec- 
chio, supfxHchevole, quasi Je spuntassero le lagrime, 
egli di curvo che era si raddrizzò così che parve altis- 
simo, con un'ombra negh occhi chiari, im rimasuglio 
del sangue dei Trao che gli colorava il viso scialbo. 

— No.... no.... Non voglio nulla.... Non ho bisogno 
di nulla.... Vattene ora, vattene.... Vedi.... ho tanto 
da fare.... 

Una cosa che stringeva il cuore. Una rovina ed 
un'angustia che ^umiliavano le memorie ambiziose, le 
fantasie romantiche nate nelle confidenze immaginarie 
colle amiche del collegio, le illusioni di cui era piena 
la bizzarra testolina della fanciulla, tornata in paese 
coU'idea di rappresentarvi la prima parte. Il lusso 
meschino della zia Sganci, la sua casa medesima fred- 
da e malinconica, il palazzo cadente dei Trao che 
aveva spesso rammentato laggiù con infantile orgo- 
glio, tutto adesso impicciolivasi, diventava riero, po- 
vero, triste. Lì, dirimpetto, era Ja terrazza dei Mar- 
garone, che tante volte aveva rammentato vasta, inon- 



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— 211 — 

data di sole, tutta fiorita, piena di ragazze allegte 
che la sbalordivano allora, bambina, collo sfoggio 
dei loro abiti vistosi. Com'era stretta e squallida in- 
vece, con quell'alto muro lebbroso che l'aduggiava I 
e come era divenuta vecchia donna Giovannina, che 
rivedeva seduta in mezzo ai va^i di fiori polverosi, 
facendo la calza, vestita di nero, enorme I In fondo al 
vicoletto rannicchiavasi la casuccia del nonno Motta. 
Allorché il babbo ve la condusse trovarono la zia 
Speranza che filava, canuta, colle grinze arcigne. C'e- 
rano dei mattoni smossi dove inciajmpavasi, un ra- 
gazzaccio scamiciato il quale levò il capo da un ba- 
sto che stava accomodando, senza salutarli. Mastro 
Nunzio gemeva in letto coi reumatismi, sotto una 
coperta sudicia: 

— Ah, sei venuto a vedermi ? Credevi che fossi mor- 
to? No, no, non son morto. È questa la tua ragaz- 
za? Me l'hai portata qui per farmela vedere?... È 
una signorina, non c'è che direi Gli hai messo anche 
un bel nomel Tua madre i>erò si chiamava Rosaria I 
Lo sai? Scusatemi, nipote mia, se vi ricevo in questo 
tugurio.... Ci son nato, che volete.... Spero di morir- 
ci.... Non ho voluto cambiarlo col palazzo dove pre- 
tendeva chiudermi vostro padre.... Io sono avvezzo ad 
uscir subito in istrada appena alzato.... No, no, è 
megho pensarci prima. Ciascuno com'è nato. — Spe- 
ranza grugliiva delle altre parole che non si udivano 
bene. Il ragazzaccio li accompagnò cogli occhi sino 
all'uscio, quando se ne addarono. 

Intanto incalzavano le voci di colèra. A Catania 
c'era stata una sommossa. Giunse da Lentini don 
Bastiano Stangafame insieme a donna Fifì la quale 
pareva avesse già il male addosso, verde, impresciut- 
tita, narrando cose che dovevano averle fatto incanu- 
tire i capelU in ventlquattr'ore. A Siracusa una gio- 
vinetta bella come la Madonna, la quale ballava sui 
cavalli ammaestrati in teatro, e andava spargendo il 
colèra con quel pretesto, era stata uccisa a furor di 
popolo. La gente insospettita stava a vedere, facendo le 
provviste per svignarsela dal paese ,al primo allarme 
e spiando ogni viso nuovo che passasse. 

In quel tempo erano capitati due mereiai che por- 



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— 212 — 

tavano nastri e fazzoletti di seta. Andavano di casa 
in casa a vendere la roba, e guardavano dentro gli 
usci e nei cortili. Le Margarone che spendevano al- 
legramente j>er azziniarsi, quasi fossero ancora di pri- 
mo j>elo, fecero molte compere; anzi non trovandosi 
denari spiccioli, quei galantuoimini dissero che sareb- 
bero ripassati a prenderli il giorno dopo. 

Invece spuntò il giorno del Giudizio Universale. 
Ciolla era andato a ricorrere dal giudice che gli ave- 
vano avvelenate le galline: le pK)rtava a prova in ma- 
no, ancóra calde. Tornò in casa don Nicolino scalma- 
nato, ordinando alle sorelle di sprangare usci e fine- 
stre e non aprire ad ajnima viva. Il dottor Tavuso fece 
chiudere anche lo sportello della cisterna. I galan- 
tuomini, ranilmjentaindosi il bel isoggetto ch'era il Ciollai, 
quello ch'era stato in Castello ooUe manette, sedici 
anni prima, si armaromo sano ai denti, e si misero 
a j>erlustrare il ipaese, se mai gli tornava il ghiri- 
bizzo di voler pescare nel torbido. La parola d'ordine 
era, sparargli addosso senza misericordia al primo 
allarme. I due mereiai non si videro più. Prima di 
sera cominciarono a sfilare le vetture cariche che scap- 
pavano dal paese. Dopo Tavemaria non andava anima 
viva per le strade. Giunse tardi una lettiga, che por- 
tava don Corrado La Gurna, vestito di nero, col faz- 
zoletto agli occhi. I cani abbaiarono tutta la notte. 

Il panico poi non ebbe limiti allorché si vide scap- 
pare la baronessa Rubiera, paralitica, su di una sedia 
a bracciuoli, poiché nella portantina non entrava nep- 
pure, tanto era enorme, portata a fatica da quattr'uo- 
mini, colla testa pendente da un la^to, il faccione livido, 
la lingua pavonazza che usciva a metà dalle labbra 
bavose, gli occhi soltanto vivi e inquieti, le mani 
da morta agitate da un tremito continuo. E dietro, 
il baronello invecchiato di vent'anni, curvo, grigio, 
carico di figliuoli, coUa moglie incinta ancora, e gli altri 
figli del primo letto. Empivano la strada dove pas- 
savano: uno sgomento. La povera gente che era co- 
stretta a rimanere in paese stava a guardare atter- 
rita. Nelle chiese avevano esposito; il Sacramento. Tac- 
quero allora vecchi rancori, e si videro fattori resti- 
tuire il mal tolto ai loro padroni. Don Gesualdo aprì 



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— 2l3 — 

le braccia e i magazzini ai poveri e ai piatenti; tutte 
le sue case di campagna ,al.la Canziria e alla Salo- 
nia. A Mangalavite, dove aveva pure dei casamenti 
vastissiwii, parlò di riunire tutta la famiglia, 

— Ora corro da mio padre per cercare d'indurlo a 
venire con noi. Tu intanto va da tuo fratello, — disse 
a Bianca. — Fagli capire che adesso son tempi da 
mettere una pietra sul passato, gli avessi fatto anche 
un tradimento.... Abbiamo il colèra sulle spalle.... Il 
sangue non è acqua . infine I Non possiamo lasciare 
quel povero vecchio solo in jmezzo al colèra.... Mi 
pare che la gente avrebbe mpj:ivo di sparlare dei fatti 
nostri, leh?... 

— Voi avete il cuore buono! — balbettò la moglie 
sentendosi intenerire. — Voi avete il cuore buono! 

Ma don Ferdinando non si lasciò persuadere. Era 
occupatissimo ad incollare delle strisele di carta a 
tutte le fessure delle 'imposte, con im pentolino ap- 
j>eso al collo, arrampdcato su di ima scala a pinoli. 

— Non posso lasciar la casa, — rispose. — Ho 
tanto da farei... Vedi quanti buchi?... Se viene il co- 
lèra.... Bisogna tapparli tutti.... 

Inutilmente la sorella. tornava a pregare e scongiu- 
rare. — Non imi lasciate questo rimorso, don Fer- 
dinando!... Come volete che chiuda occhio la notte, 
sapendovi solo in casa?... 

— Ahi ahi... — rispose lui con un sorriso ebete. 
— La notte non me lo soffiano il colèra!... Chiuderò 
tutte le fessure.... guardai 

E tornava a ribattere: — Non posso lasciar la casa 
sola..,. Ho da custodire le carte di famiglia.... 

La moglie del sagrestano, che vide uscire donna 
Bianca desolata dal portone, le corse dietro pian- 
gendo: 

— Non ci vedremo più !... Tutti se ne vanno.... Non 
avremo per chi sonare piessa e imattutino! 

Anche mastro Nunzio s*era rifiutato ad andare col 
fighuolo. ' 

— Io mangio colle mani, figliuol m'o- Arrossiresti 
di tuo padre a tavola.... Sono imo zotico.... Non sono 
da mettermi insieme ai s'gnoril... No, no! è meglio 
pensarci porima! Meglio crepar di colèra che di bile!.., 



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— 214 — 

Poi, sai? io sono avvezzo ad essere padrone in casa 
mia.... Sono un villano.... Non so starci sotto le scarpe 
della moglie, noi 

Speranza mostrò Burgio allettato anche lui dalla 
malaria. 

— Noi non usiamo abbandonare i nostri nel pe- 
ricolo!... Mio marito non può muoversi, e noi non 
ci muoviamo!... Ecco come slam noi!... Lo sapete 
quello che ci vuole a mantenere una famiglia intera, 
col marito confinato in letto!... 

— Ma non t'ho sempre detto che sarai la padrona!... 
Tutto quello che vuoi!... — esclamò infine Gesualdo. 

— No!... Non vi ho chiesto relemosinal... Non ac- 
cetteremo nulla, se non fosse pel bisogno.... grazie 
a Dio!... Poiché ci fate la carità, andremo alla Can- 
ziria.... Non temete! Così la gente non potrà dire 
che avete abbandonato vostro padre in mezzo al "co- 
lèra!... Voi pensate a mandarci le provviste.... Non 
passiamo pascerci d'erba come le bestie!... Sentite.... 
Se avete pure qualche vestito smesso di vostra figlia, 
di quelli proprio che non possgno più servirle.... Già 
lei è una signora, ma saranno sempre buoni per noi 
poveretti !l.., 

I Margarone partirono subito per Pietraperzia ; tutti 
ancora in lutto per don Filippo, morto dai crepa- 
cuori che gH dava il genero don Bastiano Stanga- 
fame, ogni volta che bastonava Fifì se non mandava 
denari. Annebbiavano una strada. Il barone Mèndola 
che faceva la corte alla zia Sganci, se la condusse 
a Passaneto, e ci prese le febbri^ povera vecchia. Zac- 
co e il notaio Sganci partirono per DonfeYrante. Era 
uno squallore pel paese. A ventitré ore non si ve- 
deva altri limgo la via di San Sebastiano che il mar- 
chese LimòH, per la sua sohta passeggiatina del dopo- 
pranzo. E gli fecero sapere anzi che destava dei sospetti 
con quelle gite, e volevano fargli la festa al primo 
caso di colèra. 

— Eh? — disse lui. — La festa? Ci avete a pensar 
voialtri, che vi tocca pagar le spese. Io fo quello che 
ho fatto sempre, se no crepo egualmente. 

E alla nipote che lo scongiurava di andar con lei 
a Mangalavite: 



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— 2l5 — 

— Hai paura di non trovarmi Jpiù?... No, no, non 
teimtere ; il colèra non sa iche far seme di me. 

Mientre Bianca e la figliuola stavano per niontara 
in lettiga, giunse la zia Cirmtìna, disperata. 

— Avete visto? Tutti se ne vanmol I parenti liii 
voltano le spalle!... E m'è cascato addosso anche quel 
povero orfanello di Corrado La Guma.... Una tra- 
gedia a c^sa sua!.... Padre e madre in una nòtte.... 
fulminati dal colèra!... Nessuno iia, il mùo cuore, noi... 
Una povera donina senza aiuto e che non sa dove 
andare!... Se mi date la chiave delle due camerette 
che avete laggiù a Mangalavite, vicino alla vostra Ca- 
sina!... le camere del palmento.... Siete il solo parente 
a cui ricorrere, voi, don Gesualdo!... 

— Sì, sì, — rispose lui, — ma non lo dite agli 
altri.... 

' — Glielo dirò anzi ! . . . Voglio rinfacciarlo a tutti 
quanti, se campo! 



IL 



Quella che chiamavano la Casina, a Mangalavite, 
era un gran casamento annidato in fondo alla val- 
letta. Isabella dalla sua finestra vedeva il largo viale 
alpestre fiancheggiato d*ulivi, la folta macchia verde 
che segnava la grotta dove scorreva l'acqua, le balze 
in cui serpeggiava il fetentiero, e più in su Terta schiaz- 
zata di sommacchi, Budarturo brullo e sassoso nel 
cielo che sembrava di smalto. La sola pennellata gaia 
era una siepe di rose canine sempre in fiore all'in- 
gresso del viale, dimenticate per incuria. 

Pei dirupi, ogni grotta, le capannuccie nascoste nel 
folto di fichidindia, erano popolate di povera gente 
scappata dal paese j>er timore del colèra. Tutt'in- 
tomo udivasi cantare i gaUi e strillare dei bambini; 
vedevansi dei cenci sciorinati al sole, e delle sottUi 
colonne di fumo che salivano qua è là, attraverso 
gli alberi. Verso l'avemaiia tornavano gli armenti n^- 



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— 2l6 — 

gli olivi addossati al casamento, branchi interi di pu- 
ledri e di buoi che si raccoglievano nei cortili im- 
mensi. Tutta la notte poi era un calpestìo irrequieto^ 
un destarsi improvviso di muggiti e di belati, uno 
scrollare di campanacd, un sito di stalla e di salvatico 
che non faceva chiudere occhio ad Isabella. Di tanto 
in tanto correva una fucilata pazza per le tenebre, 
lontano; giungevano sin laggiù deUe grida selvagge 
d'allarme; dei contadini venivano a raccontare il gior- 
no dopo di aver sorpreso delle ombre che s'aggiravano 
furtive sui precipizi; la zia Cinmena giurava di aver 
visto dei razzi solitarii e luminosi verso Donferrante. 
E subito spedivano gente ad informarsi se c'erano stati 
casi di colèra. Il barone Zacco, ch'era da quelle parti, 
rispondeva invece che i fuochi si vedevano verso Man- 
galavite. 

Don Gesualdo, meno la "^ura dei razzi che si ve- 
devano la notte, e il sospetto di ogni viso nuovo che 
passasse pei sentieri arrampicati lassù sui greppi, ci 
stava come un papa, fra i suoi armenti, i suoi campi, 
i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto 
dalla ìmattina ^lla sera, sempre gridando e facendo 
vedere la sua faccia da padrone da per tutto. La 
sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente, 
sullo scalino della gradinata che saliva al viale, di- 
nanzi al cancello, in maniche di camicia, godendosi 
il fresco e la libertà della camj>agna, ascoltando i 
lamenti interminabili e i discorsi sconclusionati dei 
suoi mezzaiuoh. Alla moglie, che l'aria della campagna 
faceva star peggio, soleva dire per consolarla: — Qui 
almeno non hai paura d'acchiaplpare il colèra. Finché 
non si tratta di colèra il resto è nulla. — Lì egli 
era al sicuro dal colèra, cc«ne im re nel suo regno, 
guardato di notte e di giorno — a ogni contadino 
aveva prociurato il suo bravo schioplpo, dei vecchi 
fuciU a pietra nascosti sotto terra fin dal 12 o dal 
21 e teneva dei mastini capaci di divorare un uomo. 
Faceva del bene a tutti; tutti che si sarebbero fatti 
ammazzare per gìiardargli la pelle in quella circo- 
stanza. Grano, fave, una botte di .Vino guastatosi da 
poco. Ognuno che avesse bisogno correva da lui per 
domandargli in prestito quel che gli occorreva. I^ui 



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— 217 — 

colle (mani aperte come la Provvidenza. Aveva dato 
ricovero a mezzo paese, nei fienili, nelle stalle, nelle 
capanne dei guardiani, nelle grotte lassù a Budarturo. 
Un giorno era arrivato persino Nanni TOrbo con 
tutta la sua masnada, strizzando Tocchio, tirandolo 
in disparte per dirgli il fatto suo : 

— Don Gesualdo.... qui c*è anche roba vostra. Guar- 
date Nunzio e Gesualdo come vi somigliano! Quat- 
tro tumoli di pane al mese si mangiano, prosit a 
lorol Non potete chiudere loro la porta in faccia.... 
Ne avete fatta tanta della carità? E fate anche que- 
sta, che così vuol Dio. 

— Guarda cosa diavolo t*è venuto in mente 1... Qui 
c*è mia moglie ernia figlia adesso!... Almeno an- 
datevene nel paknento, e non vi fate vedere da que- 
ste parti.... 

Ma tutto quel bene e quella carità gli tornavano in 
veleno per Tostinazione dei parenti che non avevano 
voluto mettersi siotto le sue ah. Se ne sfogava spesso 
con Bianca la sera, quando chiudeva usci e finestre 
e si vedeva al sicuro: — Salviamo tanta gente dal 
colèra... Abbiamo tanta gente sotto le ali, e soltanto 
il sangue nostro è disperso di qua e di là.... Lo fanno 
apposta.... per farci stare in angiistie.... per lasciarci 
la spina dentro!... Non parlo di tuo fratello, pove- 
raccio.... quello non capisce.... Ma mio padre.... Non 
me la doveva lasciare questa spina, lui!... 

Non sapeva di queiraltro dispiacere che doveva 
procurargli la figliuola, il pover'uomo! Isabella ch'era 
venuta dal collegio con tante belle cose in testa, chd 
s'era immaginata di trovate a Mangalavite tante belle 
cose come alla Favorita di Palermo, sedili di marmo, 
statue, fiori da per tutto^ dei grandi alberi, dei viali 
tenuti come tante sale da ballo, aveva provata qui 
un'altra delusione. Aveva trqvato dei sentieri alpe- 
stri, dei sassi che facevano vacillare le sue scarpet- 
te, delle vigne polverose, delle stopipde riarse che l'ac- 
cecavano, delle rocce a picco sparse di sommacchi 
che sembravano della ruggine a quell'altezza, e dove 
il tramonto intristiva rapidamente la sera. Poi dei 
giorni sempre uguali, in quella teba.de; un sospetto 
continuo, una diffidenza d'ogni cosa, dell 'accana cjie 



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— 2l8 — 

bevevasi, della gente che passava, dei cani che ab- 
baiavano, delle lettere che giung'evajno — un muc- 
chio di paglia umida in permanenza dinanzi al can- 
cello per affumicare tutto ciò che veniva di fuori, 
— le rare lettere ricevute in cima a ima canna, at- 
traverso il fimio — e per solo svago, il chiacchierìo 
della zia Cirmeria, la quale arrivava ogni sera colla 
lanterna in m^no e il panierino della calza infilato 
al braccio. Suo nipote Taccompagnava raramente; pre- 
feriva rimanersene in casa, a far Torso e a pensare ai 
casi suoi o ai suoi morti, chissà.... La zia Cirmeha per 
scusarlo parlava del gran talento che aveva quel ra- 
gazzo, tutto il santo giorno chiuso nella sua stanzetta, 
col capo in mano, a riempire degli scartafacci, più 
grossi di un basto, di poesie che avrebbero fatto pian- 
gere i sassi. Don Gesualdo ci s'addormentava sopra 
a quéi discorsi. La mamma parlava poco anche lei, 
sempre senza fiato, sempre fra letto e lettuccio. La 
sola che dovesse dar retta alla zia era lei. Isabella, sof- 
focando di sbadigli, dopo quelle giornate vuote. Alle 
sue amiche di collegio, disseminate anch'esse di qua 
e di là, non sapeva proprio cosa scrivere. Marina di 
Leyra le mandava ogni settimana delle paginette stem- 
mate piene zepìpe di avventure, di confidenze interes- 
santi. La stuzzicava, la interrogava, chiedeva in ri- 
cambio le sue confidenze, sembrava a ogni lettera che 
le capitasse lì dinanzi, coi suoi occhioni superbi, colle 
belle labbra carnose, a dirle in un orecchio delle cose 
che le facevano avvampare il viso, che le facevano 
battere il cuore, quasi ci avesse nascosto il suo se- 
greto da confidarle anche lei. S'eraiTio regalato a vi- 
cenda un libriccino di memorie, colla promessa di 
scrivervi sopra tutti i loro pensieri più intimi, tutto, 
tutto, senza nascondere nulla! I begli occhi azzurri 
d'Isabella, gli occhi che diceva lo zio Limoli, senza 
volerlo, senza guardare neppure, sembrava che cer- 
cassero quei pensieri. In quella testolina che portava 
ancora le trecce sulle spalle, nasceva un brulichìo, 
quasi imo sciame di api vi recasse tutte le voci e 
tutti i profumi della campagna, di là dalle roccie, di 
là da Budarturo, di lontano. Sembrava 'che l'aria li- 
bera, lo stormire delle frondi, il sole caldo, le accen- 



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— 219 — 

dessero il sangue, penetrassero nelle sottili vene az- 
zurrognole, le fiorissero nei colori del viso, le gon- 
fiassero di sospiri il seno nascente sotto il pettino 
del grembiule. — Vedi quanto ti giova la campagna? 
— diceva il babbo. — Vedi come ti fai bella? 

Ma essa non era contenta. Sentiva im 'inquietezza, 
un'uggia, che la facevano rimanere colle mani inerti 
sul ricamo, che la facevano cercare certi posti per 
leggere i pochi libri, quei volumetti tenuti nascosti 
sotto la biancheria, in collegio. All'ombra dei noci, 
vicino alla sorgente, in fondo al viale che saliva dalla 
Casina, c'era almeno una gran pace, im gran silen- 
zio, s'udiva lo sgocciolare dell'acqua nella grotta, lo 
stormire delle frondi come un mare, lo squittire im- 
provviso di qualche nibbio che aptpariva come un 
punto nell'azzurro immenso. Tante piccole cose che 
l'attraevano a poco a poco, e la facevano guardare 
attenta per delle ore interne una fila di formiche che 
si seguivano, una lucertolina che affacciavasi timida 
a un crepaccio, una rosa canina che dondolava al di- 
sopra del tmuricciuolo, la luce e le ombre che si alter- 
navano e si confondevano sul terreno. La vinceva una 
specie di dormiveglia, ima serenità che le veniva da 
ogni cosa, e si impadroniva di lei, e l'attaccava lì, 
col libro suUe ginocchia, cogli occhi spalancati e fissi, 
la mente che correva lontano. Le cadeva addosso 
una malinconia dolce come ima carezza lieve, che le 
stringeva il cuore a volte, un desiderio vago di cose 
ignote. Di giorno in giorno era im senso nuovo che 
sorgeva in lei. Hai versi che leggeva, dai tramonti 
che la facevano sospirare, un'esaltazione vaga, un'eb- 
brezza sottile, un turbamento misterioso e pudibondo 
che provava il bisogno di nas'condei'e a tutti. Spesso 
la sera, scendeva adagio adagio 'dal lettuccio perchè 
la mamma non udisse, senza accendere la candela, 
e si metteva alla finestra, fantasticando, guardando 
il cielo che formicolava di stelle. La sua anima er- 
rava vagamente dietro i rumori della campagna, il 
pianto del chiù, l'uggiolare lontano, le forme confuse 
che viaggiavano nella notte, tutte quelle cose che 
le facevano ima paura deliziosa. Sentiva quasi pio- 
vere dalla lima sul siio viso, sulle sue mani una gran 



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— 220 — 

dolcezza, una gran prostraziome^ una gran voglia di 
piangere. Le sembrava confusamente di vedere nel 
gran chiarore bianco, oltre Budarturo, lontano, viag- 
giare immagini note, memorie care, fantasie che ave- 
vano intermittenze luminose come la luce di certe 
stelle: le sue amiche, Marina di Leyra, un altro viso 
sconosciuto che Marina le faceva sempre vedere nelle 
sue lettere, un viso che ondeggiava e mutava forma, 
ora biondo, pra bruno, alle volte colle occhiaie ap- 
passite e la piega malinconica che avevano le labbra 
del cugino La Guma. Penetrava in lei il senso delle 
cose, la tristezza della sorgente, che stillava a goc- 
cia a goccia attraverso le foghe del capelvenere, lo 
sgomento delle solitudini perdute lontano per la cam- 
pagna, la desolazione delle forre dove non poteva 
giungere il raggio della luna, la festa delle rocce 
che s'orlavano d'argento, lassù a Budarturo, disegtian- 
dosi nettamente nel gran chiarore, come castelli incan- 
tati. Lassù, lassù, nella luce d'argento, le pareva di 
sollevarsi in quei pensieri quasi ,avesse le ali, e le 
tornavano sulle labbra delle parole soavi, delle voci 
armoniose, dei versi che facevano piangere, come quel- 
li che fiorivano in cuore al cugino La Guma. Allora 
ripensava a" quel giovinetto che non si vedeva quasi 
mai, che stava chiuso nella sua stanzetta, a fanta- 
sticare, a sognare come lei. Laggiù, dietro quel mon- 
ticello, la stessa luna doveva scintillare sui vetri della 
sua finestra, la stessa dolcezza insinuarsi in lui. Che 
faceva ? che pensava ? Un brivido di freddo la sorpren- 
deva di tratto in tratto come gh alberi stormivano 
e le portavano tante voci da lontano. — Luna bianca, 
luna bella!... Che fai, luna? dove vai? che pensi an- 
che tu? — Si guardava le. mani esixi e delicate, can- 
dide anch' esse com^ la luna, con una gran tenerezza, 
con un vago senso di gratitudine e quasi di orgoglio. 
Poscia ricadeva stanca da quell'altezza, con la mente 
inerte, scossa dal russare del babbo che riempiva la 
casa. La mamma vicino a lui non osava neppure fare 
udire il suo respiro; come iiion osava quasi mostrare 
tutta la sua tenerezza alla fighuola dinanzi al ma- 
rito, timida, con quegli occhi tristi e quel sorriso pal- 
lido che voleva dire tante cose nelle più umili pa- 



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— 221 — 

role: — Figlia! figlia mia!... — Soltanto la stretta 
delle braccia esili, e l'espressione degli sigtiardi che 
correvano inquieti all'uscio dicevano il resto. Quasi 
dovesse nascondere le carezze che faceva alla sua 
creatura, le mani tremanti che le cercavano il viso, 
gli occhi turbati che l'osservavano attentamente. — 
Che hai? Sei pallida!... Non ti senti bene? 

La zia Cinmena che vedeva la ragazza così gracile, 
così pallidina, con quelle pesche sotto gli occhi, cer- 
cava di distrarla, le insegnava dei lavori nuovi, delle 
còmicette intessute di fili di paglia, delle arance e 
dei canarini di lana. Le contava delle storielle, le 
portava da leggere le poesie che scriveva suo nipote 
Corrado, di nascosto^ nel panierino della calza. — 
Son fresche fresche di ieri. Gliele ho prese dal ta- 
volino ora che è uscito a passeggiare. È ritroso^, quel 
benedetto figUuolo. Così timido! uno che ha biso- 
gno d'aiuto, col talento che ha, peccato! — E le sug- 
geriva anche dei rimedi per la salute delicata, lo 
sciroppo marziale, delle teste di chiodi in una botti- 
glia d'acqua. Si sbracciava ad aiutare in cucina, col 
vestito rimboccato alla cintola, a far cuocere un buon 
brodo di ossa per sua nipote Bianca, a preparare 
qualche intingolo per Isabella che non mangiava nulla. 
— Lasciate fare a me. So quel che ci vuole per 
lei. Voialtri Trao siete tanti pulcini colla luna. — 
Un braccio di mare quella zia Cirmena. Una donna 
che se le si faceva del bene, non ci si perdeva • in- 
teramente. 'Spesso costringeva Corrado a venire an- 
che lui la sera per tenere allegra la brigata. 

— Tu che sai fare t^ite cose, coi tuoi libri, colle 
tue chiacchiere, porterai im po' di svago. Santo Dio! 
se stai sempre rintanato coi tuoi libri, come vuoi far 
conoscere i tuoi meriti? — Poi, quando lui non era 
presente, cantava anche più chiaro: — Alla sua età!... 
Non è più un bambino.... Bisogna che s'aiuti.... Non 
può vivere sempre alle spalle dei parenti!... — E 
superbo come Lucifero per giimta, ricalcitrando e inal- 
berandosi se alcuno cercava di aiutarlo, di fargli fare 
buona figura, se la zia s'ingegnava lei di aprir gli 
occhi alla gente ,sul valore del suo nipote Corrado 
e gli rubava gli scartafacci, e andava *a sciorinarli 



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— 222 — 

lei stessa in mezzo al crocchio dei cugini Motta, com: 
pitando, accalorandosi come un sensale che fa va- 
lere la merce, mentre don Gesualdo andava appiso- 
landosi a ix>co a poco, e diceva di sì col capo, sba- 
digliando, e Bianca guardava Isabella la quale teneva 
i grand'occhi sbarrati nell'ombra, assorta, e le si mu- 
tava a ogni momento l'espressione del viso delicato, 
quasi delle ondate di sangue Ja illuminassero tratto 
tratto. Donna Sariina tutta intenta alla lettura non 
si accorgeva di nulla, badava ad accomodarsi gli oc- 
chiali di tanto in tanto, chinavasi verso il lum^e, op- 
pure se la pigliava col nipote che scriveva così sottile. 

— Ma che talento, ehi Come amministratore.... che 
so io.... per soprintendere ai lavori di campagna.... 
dirigere una fattoria, quel radazzo varrebbe tant'oro. 
Il cuore mi dice che se voi, don Gesualdo, trovaste 
di collocarlo in alcuno dei vostri negozi, fareste un 
affar d'oro 1... E.... ora che non ci sente.... per poco 
salario anche I II giovane ha g'ii occhi chiusi, come 
si dice.... ancora senza malizia.... e si contenterebbe 
di poco! Fareste anche un'opera di carità, fareste I 

Don Gesualdo non diceva né sì né no, prudente, 
da uomo avvezzo a muovere sette volte la lingua in 
bocca prima di lasciarsi scapipare una minchioneria. 
Ci pensava su, badava alle conseguenze, badava alla 
sua figliuola, anche russando, con im occhio aperto. 
Non voleva che la ragazza così giovane, cosi ine- 
sperta, senza sapere ancora cosa volesse dire esser po- 
vero o ricco, s'avesse a scaldale il iqapo per tutte quelle 
frascherie. Lui era ignorante, uno che non sapeva 
nulla, ma capiva che quelle beUe cose erano trappole 
per acchiappare i gonzi. Gh stessi arnesi di cui si 
servono coloro che sanno di lettere j>er legarvi le 
mani o tirarvi fuori dei cavilli in un negozio. Aveva vo- 
luto che la sua figliuola imparasse tutto ciò che inse- 
gnavano a scuola, perchè era ricca, e un giorno o 
l'altro avrebbe fatto un matrimonio vantaggioso. Ma 
appunto perch'era ricca tanta gente ci avrebbe fatti su 
dei disegni. Insomma a lui non piacevano quei discorsi 
della zia e il fare del nipote che le teneva il sacco 
con quell'aria ritrosa di chi si fa pregare per met- 
tersi a tavola, di chi vuol vender cara la sua mer- 



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— 223 — 

canzia. E le occhiate lunghe della cuginetta, i silenzi 
ostinati, quel mento inchiodato sul petto, quella 'sma- 
nia di cacciarsi coi suoi libri in certi posti solitari, 
per far la letterata anche lei, una ragazza che avrebbe 
dovuto pensare ^ ridere e a divertirsi piuttosto.... 

Finora erano ragazzate; sciocchezze da riderci so- 
pra, o pnenderli a scappellotti tutt'e due, la signorina 
che imettevasi alla finestra per veder volare le mo- 
sche, e il ragazzo che stava a strologare da lontano, 
di cui vedevasi il cappdlo di paglia al disopra del 
muricciuolo o della siepe, ronzando intomo alla Ca- 
sina, nascondendosi fra le piante. — Don Gesualdo 
aveva dei buoni òcchi. Non poteva indovinare tutte 
le stramberie che fermentavano in quelle teste matte, 

— i baci mandati all'aria, e il sole e le nuvole che 
pigliavano parte al duetto — a un miglio di distanza, 

— ma sapeva leggere nelle piedate fresche, nelle rose 
canine che trovava sfogliate sul sentiero, nell'aria in- 
genua d'Isabella che scendeva a cercare le forbici o 
il ditale quando per combinazione c'era in sala il cu- 
gino, neUa furberia di lui che fingeva di non guar- 
darla, come chi passa e ripassa in una fiera dinanzi 
alla giovenca che vuol comprare senza darle nep^pure 
un'occhiata. Vedeva anche nella faccia, ladra di Nanni 
l'Orbo, nel fare sospettoso di lui, nell'aria sciocca 
che pigliava, quando rizzavasi fra i sommacchi, met- 
tendosi la mano sugli occhi, per guardar laggiù, nel 
viale, o si cacciava carponi fra i fichi d'India, o ve- 
niva a portargU dei pezzi di carta che aveva trovato 
vicino alla fontana, dei calcinacci scrostati dal sedile, 
facendo il nesci: 

— Don Gesualdo, che c'è stato vossignoria, las- 
sù?... Alle volte.... per far quattro passi.... L'erba sulla 
spianata è tutta pesta, come ci si fosse sdraiato im 
asino. Ladri, no, eh?... Ho paura di quelli del colèra 
piuttosto. 

— No.... di giorno?... che diavolo!... bestia che sei!... 
Non temere, qui stiamo cogli occhi aperti. 

E ci stava davvero, con prudenza, per evitar gli 
scandali, aspettando che terminasse il colèra per sco- 
pare la casa, e finirla pulitamente con donna Sarina 
e tutti i suoi senza dar campo di parlare alle male 



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— J224 -^ 

lingue, rimbeccando la zia Cirmema che s'era messa 
a far la sapiente anche lei, a parlare col squinci e 
linci, tagliando corto a quelle ch'acchiere sconclusio- 
nate che vi tiravano gli sbadig*!! dalle calcagna. Un 
giorno, presenti tutti quanti, sputò fuori il fatto suo. 

— Ah.... le canzonette? Roba che non empie pan- 
cia, cari miei! — La zia Cirmena si risentì alfine: 

— Voi pigliate tutto a peso e a misura, don Ge- 
sualdo! Non sapete quel che vuol dire.... Vorrei ve- 
dervici!... — Egli allora, col suo fare canzonatorio, 
raccolse in mucchio libri e giornali ch'erano sul ta- 
volino e glieli ci^acciò in grembo, a donna Sarina, ri- 
dendo ad alta voce, spingendola per le spalle quasi 
volesse mandarla via come fa il sensale nel conchiu- 
dere il negozio, vociando così forte che sembrava in 
collera, fra le risate: 

— Bè.... pigliateli, se vi piacciono.... Potrete cam- 
parci su!... 

Tutti si guardarono negli occhi. Isabella ^si alzò 
senza dire una parola, ed uscì dalla stanza. — Ahi... 

— borbottò don Gesualdo. — Ah!... 

Ma visto che non era il momento, cacciò indietro 
la bile e voltò la cosa in scherzo : 

— Anche a lei.... le piacciono le canzonette. Come 
passateimpo.... colla chitarra.... adesso che siamo in 
villeggiatura.... non dico di |no. Ma per lei c'è chi ha 
lavorato, al sole e al vento, capite?... E se ha la 
testa dura dei Trao, anche i Motta non scherzano, 
quanto a ciò.... 

— Bene, — interrupipe la zia, — questo è un altro 
discorso. 

— Ah, vi sembra un altro discorso ? 

— Ecco! — saltò su donna Sarina, pigliandosela 
a un tratto col nipote. — Tuo zio parla pel tuo 
bene. Non lo trovi, un parente affezionato come lui, 
senti! 

— Certo, certo.... Voi siete una donna di giudizio, 
donna Sarina, e coghete le parole al volo. 

La Cirmena allora si mise a dimostrare che un ra- 
gazzo di talento poteva arrivare dove voleva, segre- 
tario, fattore, amministratore di una gran casa. Le 
protezioni già non gii mancavano. — Certo, certo. 



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— 225 — 

— continuava a ripetere d<5ìn Gesualdo. Ma non si 
impegnava più oltre. Si dava da fare a rimettere le 
seggiole a posto, a. chiudere le finestre, come a dire. 

— Adesso andate via. — Però siccome il giovane 
voltava le spalle senza rispondere, con la superbia 
che avevano tutti quei parenti spiiantati, donna Sarina 
non seppe più frenarsi, raccattando in furia i ferri 
da calza e gli occhiali, infilando il paniere al brac- 
cio senza salutar nessuno. ' 

— Guardate s'è questa la manierai Così si rin- 
graziano i parenti della premura? Io pae ne lavo le 
mani.... come Pilato.... Ciascuno a casa sua.... 

— Ecco la parola giusta, donna Sarina. Ciascuno 
a casa sua. Aspettate che vi accompagno.... Eh? eh? 
che c'è ? 

Da un pezzo, mentre discorreva, tendeva rorecchio 
all'abbaiare dei cani, al diavolìo che facevano oche 
e tacchini nella corte, a un correre a precipizio. Poi 
si udì lina voce sconosciuta in mezzo al chiacchierio 
della sua gente. Dal cancello s'affacciò il camparo, 
stralunato, facendogli dei seghi. 

— Vengo, veng'o, aspettate un momento. 

Tornò p:co dopo che sembrava un altro, stravolto, 
col cappello di paglia buttato all'indietro, asciugan- 
dosi il sudore. Donna Sarina voleva sapere a ogni 
costo cosa fosse avvenuto, fingendo d'aver paura. 

— Nulla.... Le stoppie lassù avran preso fuioco.... 
V'accompagno. È cosa da nulla. 

Nell'aia «erano tutti in subbuglio. Mastro Nardo, 
sotto la tettoia, insellava in fretta e in furia la mula 
baia di don Gesualdo. Dinanzi al rastrello del giar- 
dino Nanni l'Orbo e parecchi altri ascoltavano a bocca 
aperta un contadino di fuorivia che narrava gran cose, 
accalorato, gesticolando, mostrando il vestito ridotto 
in brandelli. 

— Nulla, nulla, — ry>etè don Gesualdo. — V'ac- 
compagno a casa vostra. Non c'è piremura. — Si ve- 
deva però ch'era turbato, balbettava, grossi goccio- 
loni gli colavano dalla fronte. Donna Sarina s'osti- 
nava ad aver paura, piantandosi su due piedi, fru- 
gando di qua e di là cog'li occhi curiosi, fissandoli 
in viso a lui per scovar quel che c'era sotto : — Un 

Vbroa. MastrO'don Gesualdo. 15 



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— 226 — 

caso di colèra, eh? Ce l'han portato sin qui? Qual- 
clie briccone? L'han colto sili fatto? — Infine don 
Gesualdo le mise le mani isuUe spalle, guardandola 
fissamente nel bianco degli occhi : — Donna Sarina, 
a che giuoco giochiamo? Lasciatemi badare ag'li affari 
di casa miai santo e santissimo! — E la mise bel 
belio sulla stia strada, di là dal ponticello. Tornando 
indietro se la prese con tutta quella gente che sem- 
brava ammutinata, comare Lia che aveva lasciato d'im- 
pastare il piane, sua figlia accorsa anche lei colle mani 
intrise di farina. — Che ic'è? che c'è? Voi, mastro 
Nardo, andate avanti coUa mula. Vi raggitingerò per 
via. Lì, da quella parte, pel sentiero. Non c'è bi- 
sogno di far sapere a tutto il vicinato se Vo o se 
rimango. E voialtri badate alle vostre faccende. E 
cucitevi la bocca, ehi!... senza suonar la tromba e 
andar narrando quel che mi succede^ di qua e di lai... 
Poi salì di sopra colle gambe rotte. Bianca appena 
lo vide con quella faccia si impaurì. Ma egli però non 
le disse nulla. Temeva che i sorci ballassero mentre 
non c'era il gatto. Meaitre la moglie l'aiutava a infi- 
larsi gli stivali^ ^dava facendole certe raccomanda- 
zioni: — 'Bada alla casa. Bada alla ragazza. Io vo e 
tomo. Il tempo d'arrivare alla Salonia per mio pa- 
dre che sta poco bene. GU occhi aperti finché non ci 
son io, intendi? — Bianca da ginocchioni com'era 
alzò il viso attonito. — Svegliati 1 Come diavolo sei 
diventata? Tale e quale tuo fratello don Ferdinando 
seil Tua figlia ha la testa sopra il cappello, te ne 
sei accorta? Abbiamo fatto un bel negozio a met- 
terle in capo tanti grilli I Chissà cosa s'immagina? E 
gli altri pure.... Donna Sarina e tutti gli altri I Serpi 
nella Imanlcal... Dunque, niente visite, finché tomo.... 
è gli occhi aperti sulla tua figliuola. Sai come sono 
le ragazze quando si mettono in testa qualcosa 1... 
Sei stata giovane anche tu.... Ma io non mi lascio 
menare pel naso come i tuoi fratelli, sail... No, no, . 
chetati! Non è per rimpiroverarti.... L'hai fatto per 
me, allora. Sei stata ima buona moglie, docile e ob- 
bediente, tutta per la casa.... Non me jne pento. Dico 
solo acciò ti serva d'ammaestramento, adesso. Le ra- 
gazze per miaritarsi non gtiardano a nulla.... Tu al- 



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— 227 — 

meno non facevi una pazzia.... Non te ne sei pen- 
tita neppur tu, è vero? Ma adesso è un altro par di 
maniche. Adesso si tratta di non lasciarsi rubare come 
Iti un bosco.... 

Bianca, ritta accanto all'uscio, col viso scialbo, spa- 
lancò gli occhi, dove era in fondo un terror vago, 
uno sbalordimento accorato, Tiintermittenza dolorosa 
della ragione annebbiata ch*era negli ocdhi di don 
Ferdinando. 

— Ah! Hai capito finalmente 1 Te ne sei accorta 
anche tu! E non mi dicevi nuHal... Tutte così voial- 
tre donne.... la temervi il sacco Tuna coll*altra 1... con- 
giurate contro chi s'arrovella pel vostro inolio 1 

— Noi... vi giuro!... Non so nulla!... Non ci ho 
colpa.... Ohe volete da me?... Vedete owne son ri- 
dotta!..: 

— Non lo sapevi ? Cosa fai dunque ? Così tieni d'oc- 
chio tua figUa.... ^ quiesta una madre di famiglia?... 
Tutto sulle [mie spalle! Ho le spalle grosse. Ho lo 
stomaco pieno di dispiaceri.... E sto benone io!... Ho 
la pelle dura. 

E se ne andò col dorso curvo, sotto il grati sole, 
ruminando tutti i suoi guai. Il jmesso ch'era venuto 
a chiamarlo dalla Salonia l'aspettava in cima al sen- 
tiero, insieme a inastro Nardo che tirava la mula 
zoppiicando. Colme lo vide da lontano si mise a gri- 
daie^ 

— Spicciatevi, vossignoria. Se arriviamo tardi, per 
disgrazia, la colpa è tutta mia. 

Cammin facendo raccontava cose da far drizzare 
i capelli in testa. A Marineo avevamo assassinato im 
viandante che andava ronzando attorno all'abbevera- 
toio, nell'ora calda, lacero, scalzo, bianco di polvere, 
acceso in volto, con l'occhio bieco, cercamdo di farla 
in barba ai cristiani che isitavano a guardia da lon- 
tano, sospettosi. A Callari s'era trovato un cadavere 
dietro una siepe, gonfio come um otre: l'aveva sco- 
perto il puzzo. La sera, dovunque, si vedevano dei 
fuochi d'artifizio, una pioggia di razzi, tale e quale 
la notte di San Lorenzo, Dio liberi! Una donna in- 
cinta, che s'era lasciata aiutare da umo sconosciuto», 
mentre portava un carico di legma al Trimmilito, era 



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— 228 — 

morta la stessa notte airimprovviso, senza neanche 
dire — Cristo aiutami — colla pancia piena di fichi 
d'India. 

— Vostro padre l'ha voluto lui stesso U colèra, sis- 
signore. Tutti gli dicevano: Non aprite se prima il 
sole non è alto 1 Ma sapete che testa dura 1 II colèra 
ce rha portato alla Salonia un viandante che an- 
dava intomo coUa bisaccia in spaUa. Di questi tem- 
pi, figuratevi ! C'è chi l'ha visto a sledere, stanco morto, 
sul muricduolo vicino alla fattoria. Poi tutta la notte 
rumori sul tetto e dietro gli usci.... E le Imacchie d'unto 
che si ^son trovate qua e là a giorno fattoi... Come 
della bava di lumaca.... Sissignore 1... Quella bestia 
dello sj>eziale continua a predicare di scopar le case, 
di pigliarsla coi maiali e colle galline, per tener lon- 
tano il colèra ! Adiessloi il vtelleno ce lo portano le bestie 
del Signore, che non hanno malizia! avete inteso, 
vossignoria?... Roba da accopparli tutti quanti sono, 
medici, preti e speziali, perchè loro ogni cristiano che 
mandano al mondo della verità si pigliano dodici tari 
dal rei E l'arciprete Bugno non ha avuto il corag- 
gio di predicarlo dall'altare: — Figliuoli miei, so che 
ce l'avete con me, a causa del colèra. Ma io sono 
innocente. Ve lo giuro su quest'ostia consacrata! — 
Io non so s'era innocente o no. So che ha acchiap- 
pato il colèra anche lui, perchè teneva in casa quelle 
bottiglie che mandano da Napoli per far morire i 
cristiani. Io non so niente. Il fatto è che i morti fioc- 
cano come le mosche: Donna Marianna Sganci, Pe- 
perito.... 



III. 



Allorché giunsero alla Salonia trovarono che tutti 
gh altri inquilini deUa fattoria caricavano muli ed 
asinelli per fuggirsene. Inutilmente Bomma, che era 
venuto dalla vigna, lì vicino, si sgolava a gridare: 

— Bestie! s'è una perniciosa!... se ha ima febbre 
da cavallo I Non si muore di colèra con la febbre ! 



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— 229 — 

— Non pie ne importa s'è una perniciosa! — bor- 
bottò infine Giacalone. — I medici già son pagati 
per questo!... 

Mastro Nunzio stava male davvero: la morte gli 
aveva pizzicato il naso e gli aveva lasiciato il segno 
delle dita sotto gli occhi, un'ombra di filiggine che 
gli tingeva le narici assottigliate, gii sprofondava gli 
occhi e la bocca sdentata in fondo a dei buchi neri, 
gU velava la faccia terrea e sporca di peli grìgi. Aprì 
quegh occhi a stento, udendo suo figlio Gesi^aldo che 
gh stava dinanzi al letto, e disse colla voce caver- 
nosa: 

— Ah! sei venuto a vedere la festa, finalmente? 
Santo, come un allocco, stava seduto sullo scalino 

dell'uscio^ senza dir nulla, coi lucciconi agli occhi. 
Burgio e sua mog'He si affrettavano a insaccare un 
po' di grano, per non morir di fame dove andavano, 
appena avrebbe chiusi gli occhi il vecchio. Nel cor- 
tile c'erano anche le mule cariche di roba. Don Ge- 
sualdo afferrò pel vestito Bomma, il quale stava per 
andarsene anche lui. 

— Che si può fare, don Arcangelo? Comandate! 
Tutto quello che si può fare, per mio padre.... tutto 
quello che ho!... Non guardate a spesa.... 

— Eh! avrete poco da speijdere.... Non c'è nulla dia 
fare.... Sono venuto tardi. La china non giova più!... 
una perniciosa coi fiocchi, caro voi! Ma però non 
muore di colèra, e non c'è motivo di spaventare tutto 
il vicinato come fanno costoro! 

Il vecchio stava ^ sentire, cogh occhi inquieti e 
sospettosi in fondo alle orbite nere. Guardava Ge- 
sualdo che si affannava intomo al farmacista. Spe- 
ranza la quale strillava e singhiozzava aiutando il ma- 
rito ne' preparativi della partenza. Santo che non sì 
muoveva, istupidito, i nipoti qua e là per la casa e 
nel cortile, e Bomma che gU voltava le spalle, scrol- 
lando il capo, facendo gesti d'impazienza. Speranza 
infine andò a consegnare le chiavi a suo fratello,* se- 
guitando ,a brontolare: 

— Ecco! Mi piace che siete venuto.... Così non di- 
rete che vogHaano fare man bassa, sulla roba, io e 
mio maritò, appena chiude gli occhi nostro padre.... 



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— 33o — 

— Non sono ancora morto, no! — si lamentò il 
vecchio dal suo cantuccio. Allora si alzò come una 
furia Taltro figliuolo, Santo, con la faccia sudicia di 
lagrime, vociando e pigliandosela con tutti quanti: 

— Il viatico che non glielo date, razza di porci?... 
Che lo fate morire peggio di un cane?... 

— Non sono ancora morto ! — piagnucolò di nuovo 
il moribondo. — Lasciatemi morire in pace, prima!... 

— Non è per la roba, no! — gli rispose il genero 
Burgio accostandosi al letto e chinandosi sul malato 
come parlasse a un bambino : — Anzi è per vostro 
amore che vogliamo farvi confessare e comunicare 
prima di chiudere gli occhi. 

' — Ah!... ahi... Non vi par Toral... Lasciatemi in 
pace.... lasciatetmi I... 

Giunse la sera e passò la notte a quel modo. Mastro 
Nunzio nelFombra stava zitto e immobile, come un 
pezzo di legno ; soltanto ogni volta che gli facevano 
mghiottire a forza la medicina, gemeva, sputava, e 
lamentavasi ch'era amara coirne il veleno^ ch'era morto, 
che non vedevano Torà di levarselo dinanzi. Infiae^ 
pejxhè non lo seccassero, voltò il naso contro il muro, 
e non si mosse più. — Poteva essere mezzanotte, 
selDbene nessuno s'arrischiasse ad aprire la finestra 
per guardare le stelle. — Speranza ogni tanto s'acco- 
stava al malato in punta di piedi, lo toccava, lo chia- 
mava adagio adagio; ma lui zitto. Poi tornava a di- 
scorrere sottovoce col marito che aspettava tranquil- 
lamente, accoccolato sullo scalino, dormicchiando. Ge- 
sualdo stava seduto dall'altra parte col mento fra le 
mani. In fondo allo stanzone si udiva il russare di 
Santo. I nipoti erano già partiti colla roba, insieme 
agli altri inquiUni, e un gatto abbandonato s'aggi- 
rava miagolando per la fattoria, come un'anima di 
Purgatorio: una cosa t:he tutti alzavano il capo tra- 
salendo, e si facevano la croce al vedere quegli oc- 
chi che luccicavano nel buio, fra le travi del tetto 
e i buchi del muro; e sulla parete sudicia vedovasi 
sempre l'ombra del berretto del vecchio, gigantesca, 
che non dava segno di vita. Poi, tre volte, si udì 
cantare la civetta. \ 

Quando Dio volle, a ^orno fatto^ dopo im pezzo 



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— 23l — 

che il giorno trapelava dalle fessure delle itn^ste 
e faceva impallidire il lume posato sulla botte, Bur- 
gio si decise ad aprire Tuscio. Era una giornata fo- 
sca, il cielo coperto, un jgran silenzio per la pianura 
slmorta e sassosa. Dei casolari nerastri qua e là, Te- 
stremità del paese sulla collina in fondo, sembravano 
sorgere lentamente dalla caligine, deserti e silenziosi. 
Non un uccello, non um ronzìo, non im alito di vento. 
Solo un fruscio fuggì spaventato fra le stopipie al- 
l'affacciarsi che fece Burgio, sbadigliando e stirandosi 
le braccia. 

— Massaro Fortunato 1... venite qua, venite ! — chia- 
mò in quel punto la moglie colla voce alterata. 

Gesualdo chino sul lettuccio del genitore, lo chia- 
mava, scuotendolo. La sorella, arruffata, discinta, che 
sembrava piìi gialla in quella luce scialba, prepara- 
vasi a strillare. Infine Burgio, dopo uji momento, az- 
zardò la sua opinione : — Signori miei, a me sem- 
bra morto di cent'anni. 

Scoppiò allora la tragedia. Speranza cominciò a 
urlare e a graffiarsi la faccia. Santo, svegliato di so- 
prassalto, si dava dei pugni in testa, fregandosi gli 
occhi, piangendo come un ragazzo. Il più tutbato di 
tutti però era don Gesualdo, sebbene non dicesse 
nulla, guardando il morto che gtiardava lui colla coda 
dell'occhio appannato. Poi gli baciò la mano, e gli 
coprì ' la faccia col lenzuolo. Speranza, inconsolabile, 
minacciava di correre al paese per buttarsi nella ci- 
sterna, di lasciarsi morir di fame: — Cosa ci fo più 
ài mondo adesso? Ho perso il mio sostegno I la co- 
lonna della casa! — Quel piagnisteo durò la giornata 
intera. Inutihnente il marito per consolarla le dice- 
va che don Gesualdo non li avrebbe abbandonati. 
Erano tutti figli suoi, orfanelli bisogtnosi. Santo col 
viso sudicio guardava or questo e or quello coinè 
aprivano bocca. — No! — "s'ostinava Speranza. — 
È itìiorto, ora, mio padre! Non c'è nessuno che pensi 
a noi! 

Gesualdo che l'aveva lasciata sfogare un pezzo ten- 
tennando il capo, cogli occhi gonfi, le disse infine: 

— Hai ragione !... Non ho fatto mai nulla per voial- 
tri!... Hai ragione di lagnarti della buona misura!.,. 



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— 232 — 

— No, — interruppie Burgio. — No! Parole che 
scappano nel brucio, cognato. 

Intanto bisognava pensare a sep|>ellire il tnorto, sen- 
za un cane che aiutasse, a pagarlo tant*oro! Un fa- 
legname, 11 al Camemi, mise insieme alla meglio quat- 
tro asserelle a mo* di bara, e mastro Nardo scavò la 
buca dietro la casa. Poi Santo e don Gesualdo dovet- 
tero fare il resto colle loro mani. Burgio però stava 
a vedere da lontano, timoroso del contagio, e sua 
mogUe piagnucolava che non le bastava l'animo di 
toccare il morto. Le faceva male al cuore, sì! Dopo, 
asciugatisi g'ii occhi, rifatto il letto, rassettata la casa, 
nel tempo che mastro Nardo preparava le cavalca- 
ture, e aspettavano seduti in crocchio, ella attaccò il 
discorso ^erio. 

— E ora, come restiamo intesi? 

Tutti quanti isi guarklarono in faccia a quell'esor- 
dio. Massaro Fortunato tormentava la. nappa della 
berretta, e Santo sgranò gli occhi. Don Gesualdo però 
non aveva capito l'antifona, col viso in aria, cerca- 
va il verbo. 

— Come restiamo intesi? Perchè? Di che cosa? 

— Per discomere dei nostri interessi, eh? Per di- 
viderci l'eredità che ha lasciato quella buon'anima, 
tanto paradiso! Siamo tre figliuoli.... Ciascuno la sua 
parte.... secondo vi dice la coscienza.... Voi siete il 
maggiore, voi fate le parti.... e ciascuno di noi piglia 
la sua.... Però se ci avete il testamento.... Non dico.... 
Allora tiratelo fuori, e si vedrà. 

Don Gesualdo, che era don Gesualdo, rimase a boc- 
ca aperta à quel discorso. Stupefatto, cercava le pa- 
role, balbettava: 

— L'eredità?... Il testajmento ?... La parte di che 
cosa?... 

Allora Speranza infuriò. — Come? Di questo si 
parlava. Non erano tutti figli dello stesso padre? E 
il capo della casa chi era stato? Sinora aveva avuto 
le mani in pasta don Gesualdo, vendere, comprare.... 
Ora, ciascuno doveva fané la sua parte. Tutto quel 
ben di Dio, queUe belle terre, la Canziria, la Salonia 
stessa dove avevano i piedi, erano forse piovuti dal 
gielo? — Bur^o, più calmo^ metteva buone parole j 



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— 233 -- 

diceva che non era quello il momento, col morto an- 
cora caldo. Tappava la bocca alla moglie ; cacciava in- 
dietro il cognato Santo, il quale aveva aperto tanto 
d'oVecchi e vociava: — No, no, lasciatela dire! — 
Infine volle che si abbracciassero, lì, nella stanza dove 
erano rimasti poveri orfanelli. Don Gesualdo era un 
galantuomo, un buon cuore. Non l'avrebbe fatta una 
porcheria. — Non scappate I Sentite qua I Non è vero ? 
Non siete un galantuomo? 

— No! no! Lasciateimi sentire quello che preten- 
dono. È Imeglio spiegarsi chiaro. 

Ma la sorella non gli dava più retta, seduta su di 
un sasso, fuori deU 'uscio, borbottando fra di sé. Mas- 
saro Fortunato toccò pure degh altri tasti: il gastigo 
di Dio che avevano sulle spalle, l'ora che si faceva 
tarda. Intanto mastro Nardo tirò fuori la mula dalla 
stalla. Rimasero ancora un pezzetto lì fuori a tenersi 
il broncio. Poi don Gesualdo propose di condirseli 
tutti a Mangakvite. Il cognato Burgio serrava l'uscio 
a chiave, e caricava sul basto i pochi panni, che aveva 
raccolti in un fagottino. Speranza non rispose subito 
all'invito del fratello, sciorinando lo sicialle per accin- 
gersi, alla partenza, gtiardando di qua e di là, cogli 
occhi torvi. Infine spiattellò quel che aveva sullo sto- 
maco: 

— A Mangalavite ?... No, grazie tante!... Cosa ci 
verrei a fare.... se dite che è roba vostra?... Sarebbe 
anche un disturbo per vostra moglie e la figliuola.... 
due signore avvezze a stare coi loro comodi.... Noi 
poveretti ci accomodiamo alla meglio.... Andremo alla 
Canziria. Andremo piuttosto alla fornace del gesso 
che ha lasciato mio padre, buon'anima.... Quella sì!,.. 
Colà almeno saremo a casa nostra. Non direte d'a- 
veria comperata coi vostri guadagni la fornace del 
gesso!... No, no, sto zitta, massaro Fortunato! Se ne 
parlerà poi, chi campa. Chi campa tutto l'anno vede 
ogni festa. Vi saluto, don Gesualdo. Sarà quel che 
vuol Dio. Beato quel poveretto che adesso è tran- 
quillo, sottoterra!... 

Brontolava ancora ch'era già in viaggio, sballottata 
dall'ambio della cavalcatura, colla schiena curva, e 
ij v^nto che le gonfiava lo scialle dietro, Don Qe- 



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sualdo anontò a cavallo lui pure, e se ne andò dal- 
l'altra parte, col cuore grosso dell'ingratitudine che 
raccoglieva sempre, voltandosi indietro, di tanto in 
tanto, a guardare la fattoria rimasta, chiusa e deserta, 
accanto alla buca ancora fresca, e la cavalcata dei 
suoi che si alfontanava in fila, uno dopo l'altro, di- 
già come punti neri nella campagna brulla che s'an- 
dava oscurando. Dopo un pezzetto, mastro Nardo che 
ci aveva pensato su, fece l'orazione del morto: 

— Poveretto I Ha lavorato tanto.... per tirare su i 
fighuoli.... per lasciarli ricchi.... Ora è sotto terra! Vi 
rammentate, vossignoria, quando è rovinato il polite, 
a Fiumegrande, e voleva annegarsi?... Ecco cos'è il 
mondo ! Oggi a te, domani a me. 

Il padrone gli rivolse un'occhiata brusca, e tagliò 
corto : 

— Zitto, bestia!... Anche tul... 

Potevano essere due ore di notte quando arriva- 
rono alla Fontana di don Cosimo, con. una bella sera 
stellata, il cielo tutto che sembrava iformicolare at- 
torno a Budarturo, sulla distesa dei piani e dei monti 
che s'accennava confusiamente. La mula, sentendo la 
stalla vicina, si mise a ragliare. Allora abbaiarono 
dei cani; laggiù in fondo comparvero dei lumi in 
mezzo all'ombra più fitta. degli alberi che circonda- 
vano la Casina, e s'udirono delle voci, im calpestìo 
precipitoso come di gente che corresisie; lung*o il sen- 
tiero che saliva dalla valle si udì un ìruscìo di foglie 
secche, dei sassi che precipitarono rimbalzando, quasi 
alcuno s'inerpicasse cautamente. Poi silenzio. A un 
tratto, dal buio, sul Hmite del boschetto, partì una 
voce : 

— Ehi, don Gesualdo? 

— Ehi, Nanni, che c'è? 

Compare Nanni non rispose, mettendosi a cammi- 
nare accanto alla mula. Dopo un momento masticò 
sottovoce, quasi a malincuore: 

— C'è che son qui per guardarvi le s'palle! 
Don Gesualdo non chiese altro. Scendevano per la 

viottola in fila. Nanni l'Orbo aggiunse soltanto, di lì 
a un po' : — Si fece la festa, eh ? — E comte il pa- 
drone continuava a tacere, concbius^: — L*ho capito 



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— 235 — 

alla cera che avete, vossignoria. Mondo di guai!... 
L*uno dopo l'altro I — Giunti alla fontana infine disse : 

' — Smontiamo qui, eh? Mastro Nardo se ne an- 
drà pel viale colle cavalcature, e noi da questa parte, 
per far più presto. 

Don Gesualdo capì subito, e non se lo fece dire due 
volte. Andavano in silenzio, lungo il muro, quasi ci 
vedessero al buio. A im certo punto l'Orbo accennò 
delle pietre sparse per terra, una specie di breccia 
fra le spine che coronavano il muro, e disse piano: 
— Vedete, vossignoria? — L'altro affermò col capo, 
e scavalcò il chiuso. Nanni l'Orbo coll'acciarino ac- 
cese un zolfanello e andarono seguejido le pedate, 
passò passo, sino aUa Casina. Sotto la finestra di donna 
Isabella l'Orbo, additò in silenzio l'eilDa ch'era tutta 
pesta, quasi ci si fossero davvero sdraiati degli asini. 

' — I cani poi come fossero aUoptpiatil — osservò 
compare Nanni con quel fare misterioso. — Se non 
ero io, che ho l'orecchio fino.... Dicevo a Diodata: 
Finché manca il paxirone bisogna stare coU'orecchio 
teso, per guardargli le stpalle..,. Allora ho mandato 
Nunzio sul ponticello, mentre io con Gesualdo arri- 
vavo dalla parte del palmento.... Sissignore, dov'è al- 
loggiata donna Sarina col nipote,... Se i cani sono 
stati zitti, dicevo fra di me.... 

— Va bene. Adesso taci. Di lassù potrebbero udirti. 
Il giorno dopo, ricevendo le visite di condoglianza, 

vestito di nero, colla barba lunga, appena donna Sa- 
rina ebbe fatto l'elogio del morto e del vivo, asciu- 
gandosi gli occhi, rimboccandosi le maniche per cor- 
rere in cucina ad aiutare in quello scompiglio, don 
Gesualdo la fermò nell'andito, senza tanti complimenti. 

— Sapete, donna Sarina?... il servizio che dovre- 
ste farmi sarebbe d'andarvene. Patti chiari e amici 
cari, non è vero? Ho bisogno di quelle due stanze.... 
pei imiei motivi. Sinora non vi ho detto nulla. Ma 
voi avrete ammirato la mia prudenza, eh? 

La Cirmena diventò verde. S'aggiustò il vestito, 
sorridendo, pigliandola con disinvoltura : — Bene, bene. 
Ho capito. Una volta che vi servono quelle due stan- 
zuocie.... Se avete i vostri motivi.... Anche subito, su 
due piedi..,, colèra p no!.,. La ^ente non ha da dire 



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— 236 — 

se me ne mandate via in mezzo al colèra!... Siete il 
padrone. Ciascuno sa i fatti di casa sua. Soltanto, se 
permettete, vado prima a salutare mia nipote. Non 
so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta 
zitta.... Le male lingue, sapete!... 

Bianca non arrivava a capacitarsi: — Come? an- 
darsene via? nel fitto del colèra? Perchè? Cos'era 
stato? — La zia Cirmena adduceva diversi pretesti 
strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; 
interessi gravi di casa; Corrado aveva ricevuto una 
lettera urgentissima. — Gli rincresce anche a lui, po- 
veretto. Gli è arrivata fra capo e collo. S'era tanto 
affezionato a questi luoghi.... Anche poco fa mi di- 
ceva: — Zia, oggi è l'ultima passeggiata che andrò 
a fare alla sorgente.... — Don Gesualdo, fuori dei gan- 
gheri, tagliò corto a quei discorsi sciocchi. 

— Scusate, donna Sarina. Mia moglie non éapiste 
piti niente. Diventano tutti così nella stia fa^miglia.... 
Doveva toccare a me!... 

Isabella invece s'era fatta pallida come un cadavere. 
Ma non si mosse, non disse nulla, una vera Trao, 
col viso fermo e impenetrabile. Ricambiava anche 'gli 
abbracci e i saluti affettuosi della zia, sforzandosi di 
sorridere, con una ruga sottile fra le ciglia. Poi, quan- 
do fu sola, a un tratto, con un gesto disperato, si 
strappò la gorgierina che la soffocava, con un'onda 
di sangue al volto, un abbarbaghamento improvviso 
dinanzi agli òcchi, una fitta, uno s^simo acuto che 
la fece vacillare, annaspando, fuori di sé. 

Voleva vederlo, l'ultima volta, a qualunque costo, 
quando tutti sarebbero stati a riposare, dopo mezzo- 
giorno, e che alla Casina non si muoveva anima viva. 
La Madonna l'avrebbe aiutata: — La Madonna!... la 
Madonna!... — Non diceva altro, con una confusione 
dolorosa nelle idee, la testa in fiamme^ il sole che le 
ardeva sul capo, gli occhi che le abbruciavano, una 
vampa nel cuore che la mordeva, che le sahva alla 
L, che l'accecava, che la faceva delirare: — Ve- 
d! a qualunque costo!... Domani non lo vedrò 
... pitil... piti!... — Non sentiva le spine; non sen- 
i sassi del sentiero fuori mano che aveva preso 
arrivare di nascosto sino 0^ lui. Ansante, premw- 



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— 237 — 

dosi il petto colle mani, trasalendo a ogni passo, spian- 
do il caìmfluino con rocchio ansioso. Un uccelletto 
spaventato fuggì con uno strido acuto. La sipianata era 
deserta, in un'ombra cupa. C'era un muricciuolo co- 
perto d'edera triste, una piccola vasca abbandonata 
nella quale imputridivano delle piiante acquatiche, e 
dei quadrati d'ortaggi polverosi al di là del muro, ta- 
gliati dai viali abbandonati che affogavano nel bosso 
irto di seccumi gialli. Da per tutto quel senso di abban- 
dono, di desol^ione, nella catasta di legna che mar- 
civa in un angolo, nelle foglie fradicie ammucchiate 
sotto i noci, nell'acqua della sorgente la quale sem- 
brava gemere stillando dai grappoli di capelvenere 
che tappezzavano la grotta, come tante lagrime. Sol- 
tanto fra le erbacce del sentiero pel quale lui doveva 
venire, dei fiori umili di cardo che luccicavano al 
sole, delle bacche verdi che si piegavano ondeggiando 
mollemente, e dicevano: Vieni! vieni! vieni! Attra- 
versò guardinga il viale che scendeva àUa cas!na, col 
cuore che balzava alla gola, le batteva nelle tempie, 
le toglieva il respiro. C'erano lì, fra le foglie secche, 
accanto al muricciuolo dove lui s'era messo a sedere 
tante volte, dei brani di carta abbruciacchiati, umi- 
dicci, che s'agitavano ancora quasi fossero cose vive; 
dei fiammiferi spenti, delle foglie d'edera strappate, 
dei virgulti fatti in pezzettini minuti dalle mani feb- 
brili di lui, nelle lunghe ore d'attesa, nel lavorìo mac- 
chinale deEe fantasticherie. S'udiva il martellare di 
una scure in lontananza; poi ima canzone malinconica 
che si perdeva lassù, nella viottola. Che agonìa lim- 
ga 1 II sole abbandonava lentamente il siemtiero ; moriva 
pallido suUa rupe brulla di cui le forre sembravano 
più tristi, di ella aspettava ancora, aspettava sempre. 
'-' Signor don Gesualdo.... Venite qua, se permet- 
tete.... Ho da parlarvi. — Nanni l'Orbo, continuando 
a chiaimarlo, dall'aia, affettava di non poter mettere 
il piede nel cortile, coll'aria misteriosa, finché il pa- 
drone andò a sentire quel che diavolo Volesse, dan- 
dogli una buona strapazzata, per cominciare: 

— T'ho detto tante volte di non lasciarti vediere 
da queste parti! Che diavolo!... Se lo fai apposta.... 

— Nossignore. Appunto, vi ho chiamato qui fuori. 



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— 238 — 

Dobbiamo parlare da solo a solo, per quel che ho 
da dirvi.... Qui nel giardino. Siamo aspettati. 
^ C'erano infatti Nimzio e Gesualdo di Diodata, ve- 
stiti da festa, colle mani in tasca, e un fazzolettino 
nero al collo. Compare Nanni lo fece notare al pa- 
drone. — Il sangue è sang^ue. Avete da ridirci? Tutti 
e due.... hanno voluto portare il lutto alla buon'anima 
di vostro padre.... pier rispetto, senza secondi fini.... 
Soltanto, vossignoria potete aiutarli senza mettere mano 
alla tasca.... Ecco, loro vorrebbero a mezzadria quel 
pezzo di terra ch*è sotto la fontana. Sono due bravi 
ragazzi, laboriosi. Vi somigliano, don Gesualdo.... Se 
date loro qualche agevolazione, pensate infine che 
non lo fate per degli estranei!... 

Don Gesualdo tentennava, insospettito da una parte 
d'essere preso così alla s'prowista, e cedendo nel tempo 
istesso, suo malgrado, a quella certa voce interna che 
gli andava ripicchiando dentro tutti gli argomenti mes- 
si fuori da compare Nanni per persuaderlo. — In- 
fine cosa domandavano ?... del lavoro.... Lui che poteva 
tanto I... Un affare di coscienza I... Avrebbe fatto un 
buon negozio anche.... — A un certo punto l'Orbo 
propose di omandane a chiamare Diodata perchè di- 
cesse la sua. Don Gesualdo allora, per levarsi quella 
noia, per sgravio di coscienza, come diceva quell'altro 
fissando i due ragazzoni, che seguivano passo passo 
colle mani in tasca, senza aprir bocca, si lasciò scap- 
pare: — Be'.... be', se si parla soltanto del pezzo di 
terra ch'è sotto la fontana.... Se non fate come il ric- 
cio che poi allarga le spine.... 

— Sissignore! Che vuol dire! — saltò su compare 
Nanni pigliandolo subito in piamola — Quello solo! 
Mezza sahna di terna in tutto. Possiamo andare a 
vedere. È qui vicino. Vi metteremo i segnali sotto i 
vostri occhi, giacché siete qui, perchè non temiate 
che vi si rubi.... Giusto!... ci abbiamo anche dei testi- 
moni, vedete La signorina, lassìi, sotto il gran 

noce 

Don Gesualdo guardò dove diceva l'Orbo, e si sbian- 
cò subito in viso. A im tratto, mutò cera e maniera, 
e congedò tutti bruscamente: 

— Va bene, ne parleremo.... C'è tempo. Non si 



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— 289 — 

piglia così la gente pel collo, santo e santissimo I Ho 
detto di sì; ora andatevene! 

I due giovani sg'attaiolarono mogi mogi a quella 
sfuriata, mentre Nanni si cacciava fra le macchie per 
godersi la scena da lontano. Don Gesualdo saliva 
già in fretta pel viale, come av^esse vent'anni, sottoso- 
pra. Isabella se lo vide compiarire dinanzi all'improv- 
viso con una faccia che quasi la fece tramortire dallo 
spavento. Egli non le disise nidla. Se la prese per 
mano, come una bambina, e se la portò a casa. Lei 
si lasciava condurre, come una morta, còl cuore morto, 
senza vedere, inciampando nei sassi. Solo di tanto 
in tanto si cacciava la mano nei capelli, quasi s:entisse 
lì un gran smarrimento, un gten dolore. 

Bianca al vederli arrivare a quel modo si mise a 
tremare come una foglia. Il marito le consegtiò la 
figliuola con un'occhiata terribile, tentennando il capo. 
Ma non dissie nulla. Si mise a passegig*iare per la stanza, 
asciugandosi tratto tnatto col fazzoletto il fiele che ci 
aveva in bocca. Poi aprì l'uscio di colpo e se ne 
andò. 

Girava da per tutto come un bue infuriato, sbat- 
tendo gli usci, pigliandosela con chi gli capitava. Udi- 
vasi ovunque la sua voce che faceva tremare la casa: 

— Nardo, dove sei stato sino ad óra? T'avevo det- 
to di portarmi quelle forbici alla vigna? — Non sono 
rientrati ,ancora i puledri? Me li farà storpiare quel- 
l'animale di Brasi I Gli darò ora il fatto suo, appena 
torna! — Di', Santoro? avete terminato di mietere 
i sommacchi lassù?... Cosa diavolo avete fatto dimque 
tutta la giornata?... Appena manca im momento il 
padrone!... Assassini! nemici salariati!... — Martino! 
il lume accendi. Martino, per mungere le pecore! 
Mi verserai per terra tutto il latte, così al buio, be- 
stia!... ! — Ancora non haono acceso il lume lassù! 
Che fanno? Recitano il rosario?... Concettai Concetta! 
Siamo ancora al buio! Cosa diavolo fate? Che casa, 
appena volto le spalle io !... Che succederà se io chiudo 
gU occhi?... 

Dopo un po' di tempo tornò a bussare all'uscio delle 
donne, e siccome non aprivano subito lo sfondò con 
un calcio. Bianca allora si rivoltò inferocita, simile 



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— 240 — 

a una chioccia che difende i pulcini, con un viso 
che nessuno le aveva mai visto; il viso stralunato 
dei Trao, in cui gli occhi luccicavano come quelli di 
una pazza sul pallore e la magrezza stpaventosa, co- 
prendo col suo il corpo della figliuola ch'era stesa 
bocconi sul letto, col viso nel guanciale, scossa da 
sussulti nervosi. 

— Ahi me la volete uccidere dunque? Non vi ba- 
sta? Non vi basta? Me la volete uccidere? 

Non si riconosceva piti, tanto che 'lo stesso don 
Gesualdo rimase sconcertato. Ora cercava di pigliarla 
colle buone, vinto da imo sconforto immenso, dal- 
l'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva alla 
gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece. 

— Avete ragione !... Io sono il tiranno I Ho il cuore 
e la pelle dura, io,! Sono il bue da lavoro.... Se m'am- 
mazzo ja lavorare è per voialtri, capite? A me baste- 
rebbe un pezzo di pane e formaggio.... Vuol dire che 
ho lavorato per buttane ogni cosa in bocca al lupo.... 
il mio sangue e la mia roba!... Avete ragione!... 

Bianca volle balbettare qualche parola. Allora egli 
si voltò infuriato contro di lei, con le mani in aria, 
la bocca spalancata. Ma non disse nulla. Guardò la 
fighuola che si era appoggiata tutta tremante alla 
sponda del lettuccio, col viso gonfio, le trecce allen- 
tate; allora lasciò cadere le braccia e si mise a pas- 
seggiare innanzi e indietro per la camera, picchiando 
le imani una sull'altra, soffiando e sbuffando, cogli 
occhi a terra, quasi cercas&e le parole, cercando le 
maniere che ci volevano per far capire la ragione a 
quelle teste dure.... 

' — Via via. Isabella!... È una sciocchezza, capisci!... 
È una sciocchezza guastarsi il sangtie.... Non voglio 

guastarmi il sangue Ho tanti altri guai! Ci ho 

il cuore grosso !... Vomei che tu vedessi un po' quanti 
guai ci ho in testa!... Ti metteresti a ridere, com^è 
vero Dio!... Vedresti che sciocchezza tutto il resto!... 
Ancora sei giovane.... Certe cose non le capisci... Il 
mondo, vedi, è una manica di ladri.... Tutti che fan- 
no : levati di lì e dammi il fatto tuo.... Ognimo cerca 
il suo guadagno.... Vedi, vedi.... te lo dico?... Se tu 
non avessi nulla, nessumo ti seccherebbe.... È un ne- 



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— 241 — 

gozio, .capisci?... Il modo d'assxurarsi il pane per 
tutta la vita. Uno che è povero, uomo o donna, sia 
detto sxrnza ofxendere nessuno, s'indust ia come può.... 
Gira l'occhio intorno; vede quello che farebbe al cao 
suo.... e allora irmette in opera tutti i mezzi por ar- 
rivarci, ciascuno come può.... Uno, pon'amo, ci mette 
il casato, e. un altro quello che sa fare di meglio.... 
le belle parole, le occhiate tenere.... Ma chi ha giu- 
dizio, dall'altra parte, deve badare ai suoi interessi.... 
Vedi colme son Sciocchi quelli che piangono e si di- 
sperano ?... 

Il discorso gli morì in bocca dinanzi al viso pal- 
lido e agli occhi stralunati coi quali lo guardava la 
figliola. Anche la moglie non sapeva dir altro: 

— Lasciatela stare!... Non vedete com'è?... 

— Come una sciocca è!... — gridò niastro-don Ge- 
sualdo uscendo finalmente fuori dai gangheri. — Come 
una che non sa e noln vuol sapere I... Ma io non 
sarò sciocco, no!... Io lo so quello che Vuol dire!... 

E se ne andò infuriato. 



IV. 



Cessata la paura del colèra, appena ritornato in 
paese, don Gesualdo s'era vista arrivare la citazione 
della sorella, autorizzata dal marito Burgio, che vo- 
leva la sua parte dell'er^tà paterna — di tutto ciò 
che egli possedeva — una bricconata; addolcendo che 
quei beni erano stati acquistati coi guadagni della 
società di cui era a capo mastro Nunz'o; e che adesso 
voleva appropriarsi tutto lui, Gesualdo, — lui che li 
aveva avuti tutti quanti sulle spalle, sno a quel gior- 
no! che aveva dovuto chinare il capo alle specula- 
zioni sbaghate del padre! ch'era stato la provvidenza 
del cognato Burgio nelle malannate! che pagava i 
debiti del fratello Santo all'osteria dì Pecu-Pecu! — 
anche Santo lo citava per avere la sua quota, viveva 
fatto parte della società anche lui, quel fannullone! 

Verga. Mastro-don Gesualdo, 16 



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— 242 — 

— Ora lo svillaneggiavano per mezzo d'usciere; g^li 
davano del ladro; volevano mettere i sigilli; seque- 
strargli la roba. Lo trascinavano fra le liti, gli avvo- 
cati, i procuratori — un sacco di sipese, tanti bocconi 
amari, tanta perdita di tempo, tanti altri affari che 
ne andavano di mezzo, i suoi nemici clie c'ingrassa- 
vano » — nei caffè e nelle spezierie no!n si parlava 
d'altro — tutti addosso a lui perch'era ricco, e piglian- 
do le difese dei sudi parenti che non avevano nulla! 
Il no taro Neri gli faceva anche l'avvocato contra- 
rio, gratis et amore, per le questioni vecchie e 
nuove che erano state fra di loro. Speranza l'aspettava 
sulle scale del pretorio per vojmitargli addosso deg'li 
ianproperii, aizzandogU contro i figliuoli g'randi e gros- 
si inutilmente, a' zzandogli contro Sajnito che non aveva 
faccia veramente di pigliarsela con don Gesualdo e 
cercava di sfuggirlo. — Siete tutti quanti dei cap- 
poni! tale e quale mio marito!... Io sola dovrei portare 
i calzoni qui! Non mi tengo se non lo mando in 
galera, quel ladro ! Venderò la camicia che ho in- 
dosso. Voglio il fatto mio, il sangue di mio padre.... 

— Fu peggio ancora la prima volta che il g'udice le 
diede causa persa: — Signori miei, gtiardate un pò'!... 
Tutto si compra coi denari al giorno d'og'gi!... Ma 
ricorrerò sino a Palermo, sino al re, se c'è giustizia 
a questo mondo!... — Il barone Zacco, siccome al- 
lora aveva in testa di combinare certo negozio con 
don Gesualdo, s'intromise a farla da paciere. Una 
dotmenica riunì in casa sua tutti i Motta, compreso 
il imarito di comare Speranza ch'era una bestia, e 
non sapeva dire le sue ragioni. Santo, costretto a 
trovarsi faccia a faccia con suo fratello don Gesual- 
do, cominciò dallo scusarsi: 

— Che vuoi?... Io non ci ho colpa. Mi condussero 
dall'avvocato.... Cosa dovevo fare?... Perchè l'abbia- 
mo chiesto il consiglio dell'avvocato?... Quello che 
mi dice l'avvocato io fo.... 

Don Gesualdo si niostrava arrendevole. Non che ci 
fosse obbligato, no! — la legge lui la conosceva. — 
Ma per buon cuore. Il bene che aveva potuto fare ai 
suoi parenti l'aveva sempire fatto, e voleva continuare 
a farlo. Lì un battibecco di prove e controptove che 



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— 243 — 

non finivano più. Speranza che vedeva sfumare la sua 
parte dell*eredità se si (parlava di buon cuore, se la 
pigliava col marito e coi figliuoli i quali non sapevano 
difendersi. Anche Santo stava zitto, come un ragazzo 
che ne ha fatta una grossa. Fortuna che c*era lei, a 
dire il fatto suo : 

— Che volete darci, la limosina? Qualche salma 
di gtano a comodo vostro, di tanto in tanto? qual- 
che salma di vino, quello che non potete vendere? 

— Cosa vuoi che ti dia, TAha o Donninga? Vuoi 
che tmi spogli io per empire il g'ozzo a voialtri che 
non avete fatto nulla? Ho figli. La roba non jxDsso 
toccarla.... 

— La roba tua?... sentite quest'altra! Allora vuol 
dire che nostro padre buon'anima non ha lasciato 
nulla? E il negozio del gesso che avevate in comune? 
E quando avete preso insieme l'appalto del ponte? 
Nulla è rimasto alla buon'anima ? I- guadagni sono 
stati di voi solo? per comprare delle belle tenute? 
quelle che volete appropriarvi perchè avete dei fi- 
gliuoU?... C'è im Dio lassù, sentite!... Ciò che volete 
togliere di bocca a questi innocenti, c'è già chi se lo 
nfiangia alla vostra oarba [ Andate a vedere, la sera, 
sotto le vostre finestre, che passeggio!... 

Finì in parapiglia. Il barone dovette inettersi a gti- 
dare e a fare il diavolo perchè non si accapigliasse- 
ro seduta stante, invece di rappacificarsi. Speranza 
se ne andò da una parte ancora sbraitando, e don 
Gesualdo dall'altra, colla bocca amara, tormentato an- 
che da quell'altra pulce che la sorella gli aveva messo 
nell'orecchio. Adesso, in mezzo a tanti guai è gtat- 
tacapi, gh toccava pure dover sorvegliare la figliuola 
e quell'assassino di Corrado La Gurna che la Cir- 
mena per dispetto gli metteva fra i piedi, lì in paese, 
a 'spese Bue. Doveva tenere gli occhi apierti su ciascuno 
che andava e veniva, suUe serve, sui fogli di carta 
che mancavano, sulla fighuola la quale aveva l'aria di 
chi ne cova una grossa,* pallida, allampanata.... Ci si 
struggeva l'anima, la disgraziata! E lui dovteva ro- 
dersi il fegato e mandar giù la bile, per non far di 
peggio. Una sera finalmente la soiptrese alla finestra, 
con un tempo da lupi. 



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- 244 — 

— Ah!... Continua la musica!... Che fai qui.... a 
quest'ora?... ^ prendere il fresco per Testate? T'in- 
segno io a contar le stelle! Non m'hai visto ancora 
uscir dai gangheri! Gllerinsegno io a passeg'giar di 
sera sotto k mie finestre, a certi cavalieri! Un fracco 
di legnate, se l'incontro ! M'hai v'.sto finora còlla bocca 
dolce; ima adesso ti fo vedere anche Tamaro! Ti 
faccio arar diritto, come t'ro Taratro io! 

Da quel giorno ci fu un casa del diavolo, mattina 
e sera. Don Gesualdo prese Isabella colle buone, colle 
cattive, per levarle dalla testa quella follìa; ma essa 
l'aveva sempre lì, nella ryga sempire fissa fra le ci- 
gha, nella faccia pallida, nelle labbra strette che non 
dicevano una parola, negli occhi grigi e ostinati dei 
Trao che dicevano invece — Sì, sì, a costo di mo- 
rirne ! — Non osava ribellarsi apertamente. Non si 
lagnava. Ci perdeva la giovinezza e la salute. Non 
mangiava più; ma non chinava il capo, testarda, una 
vera Trao, colla testa dura dei Motta per giunta. — 
Il ìx)ver'uo!mo era ridotto a farsi da sé Tesame di 
coscienza. — Dei genitori quella ragazza aveva preso 
i soli difetti. Ma l'amore alla roba, no! Il giudizio di 
capire chi le voleva bene e chi le voWva male, il 
giudizio di badare ai suoi interessi, no! Non era nep- 
pure docile e ubbidiente come sua madre. Gli aveva 
guastata anche Bianca! Anche costei, al vedere la 
sua creatura che diveniva j>elle e ossa, era diventata 
come una gatta che gU si vogliano rubare i figliuoli, 
col pelo irto, tale e quale — la schiena "incurvata 
dalla imalattia e gli occhi luccicanti di febbre. Gli 
sfoderava contro le unghie e la Ung^a. — Volete farla 
imorire di mal sottile, la mia creatura? Non vedete 
com'è ridotta? Non vedete che vi manca di giorno 
in giorno? — L'avrebbe aiutata, sottomano, anche 
a fare uno sproposito, anche a rompersi il óollo. Avreb- 
be tradito il marito per la sua creatura. Gli diceva: 
— Me ne vo a stare da mio fratello! Io e la mia 
figliuola! Che vi pare? — Cogli occhi di b^ace. Non 
l'aveva mai vista a quella maniera. Una volta, die- 
tro al medico il quale veniva per la ragazza, egli 
vide capitare una faccia che non gli piacque: una 
vecchia del vicinato che portava la medicina dd far- 



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— 245 — 

macista, come don Luca il sagrestano e sua moglie 
Grazia portavano in casa Trao le sue imb::sc'ate amo- 
rose. Era ridotto a passare in rivista le ricette del 
medico e la carta delle pillole che mandava Bomma. 
In un mese mutarono cinque donne di serviz'.o. Era 
un tanghero lui, ma non era un minchione come i 
fratelli Trao. Teneva ogni cosa sotto chiave; non 
lasciava passare un baiocco che potesse aiutare a 
fargli il tradimento. Era un cane alla catena anche 
lui, pover*uomo. Infine per togliersi da quell'inferno 
s'ì decise a mettere Isabella in convento, lì al Colle- 
gio di Maria, come quando era bambina, carcerata! 
Sua moglie ebbe un bel piangere e disperars'. Il pa- 
drone era lui! — Sentite, — gli disse Bianca coUe 
mani giunte, — io ho poco da penare. Ma lasciatemi 
la mìa. figliuola, fino a quando avrò chiuso gli occhi. 

— No! — rispose il marito. — Non ha neppure 
compassione di te quell'ingrata! Ci siamo ammazzati 
tutti per farne un'ingrata! Ha perso l'amore ai pa- 
renti.... lontana di casa sua! 

Il tradimento glielo fecero lì, al Collegio: dell'al- 
tra gente beneficata da lui, la sorella di Gerbido che 
faceva la portinaia, Giacalone che veniva a portare 
i regali della zia Cirmena e faceva passare i bigliet- 
tini dalla ruota, Bomma che teneva conversazione aper- 
ta nella spezieria per far comodo a don Corrado La 
Gurna, il quale mettevasi subito a telegrafare, appena 
la ragazza saliva apposta sul campanile. Lo facevano 
per pochi baiocchi, per piacere, per niente, per ini- 
micizia. Congiuravano tutti quanti contro di lui, per 
rubargli la figliuola e la roba, come se lui l'avesse 
rubata agli altri. Un bel giorno infine, mentre le mo- 
nache erano salite in coro, che c'erano le quarant'ore, 
la ragazza si fece aprir la porta dai suoi complici^ 
e spiccò il volo. 

Fu il due febbraio, giorno di Maria Vergine. C'era 
un gran concorso di devoti quell'anno alla festa, per- 
chè non pioveva dall'ottobre. Don Gesualdo e a andato 
in chiesa anche lui, a pregare Iddio che gli toglies- 
se quella croce d'addosso. Invece il Signore doveva 
aver voltati gli occhi dall'altra parte quella mattina. 
Appena tornò dalla santa Messa, quel giorno segna- 



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— 246 — 

lato, trovò la casa sossopra; sua iiK>g*lie cx)lle mani 
nei capelli, le serve che correvano di qua e di là. 
Infine gli narrarono l'accaduto. Fu come un colpo 
d'accidente. Dovettero mandare in fretta e In furia 
pel barbiere e cavargli sangue. La gtià Lia si buscò 
uno schiaffo tale da fracassarle i denti. Bianca più 
morta che viva scendeva le scale ruzzoloni, quasi per 
fuggirsene anche lei, dalla paura. Lui, paonazzo dalla 
collera, colla schiuma alla bocca, non ci vedeva dagli 
occhi. Non vedeva lo stato in cui era la poveretta. 
Voleva correre dal giudice, Idal sindaco, mettere sot- 
tosopra tutto il paese; far venire la Compagnia d'Ar- 
me da Caltagirone; farli arrestare tutti e due, fi- 
gliuola e complice; farlo impiccare nella pubblica piaz- 
za, quel birbante I farlo squartare dal boia I fargli la- 
sciare le ossa in fondo a un carcere 1 — Quell'assas- 
sino! quel briccone! In galera voglio farlo morire!... 
tutti e due !,... 

In Imezzo a quelle furie capitò la zia Cirmena, col 
libro da messa in manOj il sorriso placido, vestita 
di seta. 

— Chetatevi, don Gesualdo. Vostra figlia è in luogo 
sicuro. Pura come Maria Immacolata 1 Chetatevi! Non 
fate scandali, ch'è peggio! Vedete vostra moglie, che 
pare stia per rendere l'anima a Dio, poveretta! Lei 
è madre! Non possiamo sapere quello che ci ha nel 
cuore in questo momento! Sono venuta apposta per 
accolmodar la frittata. Io non ci ho il pelo nello sto- 
maco, come tanti altri. Non so tener rancore. Sapete 
che mi sono sbracciata sempre pei parenti. Mi avete 
messo sulla strada.... col colèra.... con un orfanello 
sulle spalle.... Ma non importa. Eccomi qua ad ac- 
comodare la faccenda. Ho il cuore buono, tanto peg- 
gio! imio danno! Ma non so che farci! Óra bisogtia 
pensare al riparo. Bisogna maritar quei due ragazzi, 
ora che il male è fatto. Non ci è più rimedio. Del 
resto sul giovane non avete che dire.... di buona fa- 
miglia. 

Don Gesualdo stavolta le perse il rispetto addirit- 
tura, con tanto di bocca aperta, quasi volesse man- 
giarsela: ) — Con quel pezzente?... Dargli la mia fi- 
gliuola?... Piuttosto la faccio morire tisica come sua 



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— 247 — 

madre!... In campagna 1 in un convento! Bel neg^ozio 
che mi portate!... da pari vostra!... Ci vuole una beila 
faccia tosta!... Mi fate ridere con t[uesta bella nobiltà.... 
So quanto vale!... tutti quanti siete!... 

Successe un parapiglia. Donna Sarina sfoderò an- 
che lei la sua lingua tagliente, rossa al pari di un 
gallo: — Parlate da quello che siete! Alrneno dove- 
vate tacere per riguardo a vostra moglie, villano! ma- 
stro-don Gesualdo! Siete la vergogna di tutto il pa- 
rentado !... 

— Ah! ah! la vergogna. Andate là che avete ra- 
gione a parlare di vergogna^ voi!... mezzana! Ci avete 
tenuto mano anche voi! Siete la complice di quel 
ladro!... Bel imestiere alla vostra età! Vi farò arre- 
stare insieme a lui, donna Sarina dei miei stivali! 
donna ....cosa, dovrebbero chiamarvi! 

Sopraggiunse lo zio Limoli, nonostante i suoi ac- 
ciacchi, pel decoro della famiglia, per cercare di met- 
ter ipace anche lui, colle buone e colle cattive. — 
Non fate scandaHI Non strillate tanto, ch'è peggio! I* 
panni sporchi si lavano in casa. Vediamo piuttosto 
d'accomodare questo pasticcio. Il pasticcio è fatto, caro 
mio, e bisogna digerirselo in santa pace. Bianca ! Bian- 
ca, non far così che ti rovini la salute.... Non giova 
a nulla.... 

Don Gesualdo partì subito a rompicollo per Cal- 
tagirone. Voleva l'ordine d'arresto, voleva la Com- 
pagnia d'Arme. Lo zio marchese dal canto suo prov- 
vide a quello che c'era di meglio da fare, con prudenza 
ed accorgimento. Prima di tutto andò a prendere su- 
bito la nipote, e l'accompagnò al monastero di Santa 
Teresa, raccomandandola a una soia parente. La gente 
di casa, un po' colle minacce, un po' col "denaro, fu- 
rono messi a tacere. Poco dopo giunse come un ful- 
mine da Caltagirone l'ordine d'arresto per Corrado 
La Gurna. Donna Sarina Cirmena, impaurita, tenne 
la lingua a casa anche lei. 

Intanto il marchese lavorava sottomano a cercare 
un marito per Isabella. Era figlia unica; don Ge- 
sualdo, per amore o per forza, avrebbe dovuto darle 
una bella dote; e coUe sue numerose relazioni era 
certo di procurarle un bel partito. Ne scrisse ai suoi 



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— 248 — 

amici; ne parlò alle persone che potevano aiutarlo 
in simili faccende, il canonico Lupi, il notaro Neri. 
Quest'ultimo gli scovò finalmente colui che faceva 
al caso : un gran sigtiore di cui il notaro ammini- 
strava i possessi, alquanto dissestato è vero nei suoi 
affari, ingarbugliato fra liti e debiti, ma di gran fa- 
miglia, che avrebbe dato un bel nome alla discen- 
denza di mastro-don Gesualdo. Quando sì venne lyoì 
a discorrere della dote con quest'ultimo fu im altro 
par di maniche. Lui non voleva lasciarsi mangiar 
vivo. Neanche un baiocco! Il suo denaro se l'era gua- 
dagnato col sudore della fronte, la vita intera. Non 
gli piaceva di lasciarsi aprir le vene per uno che do- 
veva venire da Palermo a bersi il sangue suo. 

— Di dove volete che venga dunque, dalla luna? 
Caro mio, queste son parole al vento. Sapete com'è? 
Vi porto un paragone a modo vostro, per farvi in- 
tendere ragione: La grandine che vi casca nella vi- 
gna.... Una disgrazia che vi capita nell'armento.... Bi- 
. sogna mandare alla fiera la giovenca che si è rotte le 
corna, e chiudere gli occhi sul prezzo. Bisogna chi- 
nare il capo, per a^more o per forza. Del resto non 
avete altri figliuoli.... Almeno sapete di farla una si- 
gnorona!... 

Il {marchese nel tempo istesso andava a far visita 
alla nipotina. La pigliava colle buone, col giudizio 
che ci vuole per toccare certi tasti: — Hai ragione! 
Piangi pure che hai ragione! Sfogati con me che ca- 
pisco queste cose.... Un brucio, una cosa che sembra 
di imorire ! Tuo padre non ne capisce nulla, pK)ve- 
retto. È stato sempre in mezzo ai suoi negozi, ai suoi 
villani.... un po' rozzo anche, se vogliamo.... Ma ha 
lavorato per te, per farti ricca. Tu, col nome di tua 
madre, e coi quattrini di lui, puoi rappresentare la 
prima parte anche in ima grande città, quando vor- 
rai.... Non qui, in questo buco...i Qui mi sembra di 
soffocare anche a me. Sono stato giovane; me li son 
goduti anch'io i begli anni.... Appunto ti dicevo.... Ca- 
pisco quello che devi averci adesso nel tuo cuori- 
cino. Quando si è giovani pare che al mondo non 
ci debba essere altro che quello.... Tuo padre ha preso 
la via storta.... JNIa se lui si ostina a non darti nulla. 



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— 249 — 

neanche quel giovane, poveretto, ne ha.... E allora.... 
se ti tocca scopar la casa.... se lui deve tirare il 
diavolo per la coda.... Sarà un affar serio, intendi? 
Vengono le quistioni, i pentimenti, i musi lunghi. I 
musi lunghi imbruttiscono te e lui, mia cara. Perchè 
poi? con qual costrutto? Se tuo padre ha detto di 
no, sarà di no, che non lo sposerai. Morirai qui, in 
questa specie d'ergastolo; ci consumerai i tuoi beg'li 
anni. Corrado rimarrà in esilio, ad arbitrio della po- 
Hzia, finché vorrà tuo padre; egli ha le braccia lun- 
ghe adesso.... Nemmeno a chi vuoi bene gioveresti, 
ze ti ostini. Tuo cugino ha bisogno d'aver la testa 
quieta, di lavorare in pace, per- guadagnarsi da vivere 
onestamente.... Invece potresti sposare un gran signore, 
e s'è vero che quel giovane ti vuol tanto bene do- 
vrebbe esser contento lui pel primo. Quello si chiama 
amore.... Un gran signore, capisci! Per óra non dime 
nulla colle tue compagne.... qui nel monastero, sai, 
creperebbero d'invidia.... Ma so che c'è per aria il 
progetto di farti sposare un gran signore. Saresti prin- 
cipessa o duchessa ! Altro che donna tal di tali I Car- 
rozze, cavalli, palco a teatro tutte le sere, gioielli e 
vestiti quanti ne vuoi.... Con quel bel visetto so io 
quante teste farai girare in una gran città! Quando 
SI entra in una sala di ballo, scollacciata, coperta 
di brillanti, tutti che domandano: — Chi è quella 
bella signora?... E si sente rispondere: la duchessa 
tale o la principessa tal'altia!... — Via, vieni a veder 
tua madre ch'è ancora amimalata, poveretta ! L'ha fi- 
nita quel colpo! Sai ch'è di poca salute!... Anche 
tuo padre t'aspetta a braccia aperte. È un buon uomo, 
poveraccio! Un cuor d'oro, uno che s'è ammazzato 
a lavorare per farti ricca!... Adesso toma a casa.... 
Poi si vedrà.... 

Quando finalmente lo zio marchese condusse dai 
genitori la pecorella smarrita, fu una scena da far piaiv 
gere i sassi. Isabella cadde ginocchioni dinanzi al letto 
della imamma^ che trovava così mutata, singhiozzando 
e domandandole perdono; mentre sua madre, pove- 
retta, passava da uno svenimento ali'altio, tanta era la 
consolazione. Poi arrivò don Gesualdo, e stette: o zitti 
tutti quanti. Egli infine prese la parola, un po' tur- 



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— 25o — 

bato anche lui, cogli occhi gonfi, che il sangue infine 
non è acqua, e il cuore non l'aveva di sasso. 

— Me rhai fatta grossa! Questa non me la meri- 
tavo. Ci siaimo tolto il pan di bocca, io e tua ma- 
dre, per farti ricca 1... Vedi com'è ridotta, poverac- 
cia?... Se chiude gli occhi è un cadavere addirittura!... 
Ma sei il sangue nostro, la nostra creatura, e ti ab- 
biamo perdonato. Ora non se ne parli più. 

Però Isabella ne parlava sempre collo zio marchese, 
colla zia Mèndola, colla zia Macrì, con tutti i parenti; 
da tutti cercava aiuto, fin dal suo confessore, come 
ima pazza, desolata, lavando dal pìdangere le pietre 
del confessionario. Tutti le dicevano: — Che possia- 
mo farci, se tuo padre non vuole? Lui è il padrone. 
Lui deve mettere fuori i denari della dote. Ix) fa pel 
tuo meglio; cerca il tuo vantag*gio. Tutte quante si 
maritano come vogUono i genitori! — Il confessore 
stesso tirava fuori la volontà di Dio. Anche la zia Cir- 
mena, quando aveva visto che non era bastata nem- 
meno la fuga a cavare i denaii della dote dalle mani 
di don Gesualdo, s'era stretta nelle spalle: 

— Che vuoi, mia cara? Io ho fatto il possibile. Ma 
senza denari non si canta Messa. Corrado non ha 
nulla; tu non hai nulla neppure, se tuo padre si ostina 
a dir di no.... Faieste un bel matrimon.o ! Vedi com'è 
andata a finire? Che quel povero giovane ci ha ri- 
messo anche la libertà, pel capriccio di tuo padre! 
Lascialo stare in pace almeno, perchè adesso, alle 
lettere che scrive ai parenti ogni gioirlo, tutte che 
piangono guai e vorrebbero denari, in conclusione, 
è un affare serio!... 

Il {marchese Limoli poi gliela cantava su un altro 
tono : 

— FigUuola piia, quando xmo non è ricco, non può 
darsi il gusto di innamorarsi come vuole. Voialtri 
siete giovani tutti e due, e avete g;li occhi chiusi. Non 
vedete altro che una cosa sola! Bisogna vedere an- 
che quello che verrà poi, la pentola da mettere al 
fuoco, le camice da rattoppare.... Sarà un bel diver- 
timento! Tu sei nata bene, per parte di madre, lo 
so anch'io. Ma vedi tua madre, cos'ha dovuto fare, 
e tuo zio dpn Ferdinando, e io stesso!... Siamo tutti 



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— 25l — 

nati dalla costola di Adaano, figliuola miai... Anche 
Corrado è della costola d'Adamo. Ma i baiocchi li 
tiene tuo padre! Se non vuol dàrvene, andrete a sco- 
pare le strade tutti e due, e dopo uji mese vi piglie- 
rete pei capelli. Im^ce puoi fare un gran matrimo- 
nio, sfoggiarla da gran signora, in una gtan città!... 
Dopo, quando avrai il cuoco in cucina, la carrozza 
che t'aspetta, e le tue buone rendite garantite nel- 
l'atto dotale, potrai darti il lusso di pensare alle al- 
tre cose.... 

Verso la Pasqua giunse in paese 11 duca di Leyra, 
col pretesto di dar sesto ai suoi affari da quelle parti, 
che ne avevano tanto di bisogno. Era im bell'uomo, 
magro, elegante, un po' calvo, gentilissimo. Si cavava 
il cappello anche per rispondere al saluto dei conta- 
dini. Aveva lo stesso sorriso e le medesime maniere 
cortesi per tutti i seccatori dai quali fu tosto asse- 
diato, fin dal primo giorno. Nel paese fu l'argomento 
di tutti i discorsi: Quel che aveva detto; quel che 
era venuto a fare; quanto tempo si sarebbe fermato 
lì; quanti anni aveva. Le signore asserivano che non 
dimostrava più di quarant'anni. Il giorno della pro- 
cessione del Cristo risuscitato ci fu il Caffè dei No- 
bih pieno zepipo di signore. Le Zacco con certi cap- 
pellini che facevano male agli occhi ; la signora Ca- 
pitana stecchita nel suo etemo lutto che la ringio- 
vaniva, e la faceva chiamare àncora la bella vedovella 
— da dieci anni, dacché era morto suo marito. — 
Le Margarone in gran gala, verdi, rosse, gialle, svo- 
lazzanti di piume, di nastri, di ricciolini diventati neri 
col tempo, grasse da scoppiare, color di mattone 
in viso. Tutte che cicalavano, e si davano un gran 
da fare per dar nell'occhio ai signori forestieri. Il 
duca s'era tirato dietro lo zio bali, onde sembrar 
più giovane — dicevano le male l'ngue: un vecchietto 
grasso e rubicondo che doveva lasciargli l'eredità, e 
intanto faceva la corte alle signore — come non sanno 
farla più al giorno d'oggi ! — osservò la Capitana. 

Sul più bello, mentre la statua dell'Evangelista cor- 
reva balzelloni da Gesù a Maria, e il popolo gridava: 
viva Dio resuscitato ! capitò la carrozza nuova di don 
Gesualdo Motta. Lui con la giamberga dai bottoni 



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— 252 — 

d'oro e il solitario al petto della camicia, la moglie 
in gala anche lei, poveretta, che la veste nuova le 
piangeva addosso, allampanata, ridotta uno scheletio, 
e la figliuola con un vestito nuovo, fatto venire ap- 
posta da Palermo. La folla si apriva per lasciarli 
passare, senza bisogno di spintoni. Dei "curiosi guar- 
davano a bocca aperta. Lo stesso duca domandò chi 
fossero: — Ah, una Trao! Si vede subito, quantun- 
que abbia Taria un po' sofferente, povera signora. 

— Il marchese Limoli ringraziava lui, con un cenno 
del capo, e lo presentò alla nipote. Il duca e il bali 
di Leyra fecero un gruppo a parte, sul marciapiede 
del Caffè dei Nobili, colla fam'glia di don Gesualdo 
e il imarchese Limoli. Tutt'intorno c'era un cerchio 
di sfaccendati. 

Il barone Zacco attaccò discorso col cocchiere per 
scavare cosa c'era sotto. Mèndola fingeva d'accarez- 
zare i cavalli. Canali ammiccava di qua e di là: — 
Guardate un po', signori mie-, che ruota è il mondo ! 

— Nessuno badava più alla processione. C'era un 
bisbiglio in tutto il Caffè. Don Nini Rubiera, da lon- 
tano, col tappeto in cima al bastone appoggiato alla 
spalla, si morsicava le labbra dal dispetto, pensando 
a quel che era toccato a lui invece, donna Giuseppina 
Alòsi in moglie, una mandra di fighuol', la lite per 
la ca^a che mastro don Gesualdo voleva acchiapparsi 
col pretesto del debito, dopo tanto tempo.... La moghe 
al vederlo così stralunato, cogli occhi fissi addosso a 
sua cugina., g^i piantò ima gomitata aguzza nelle costole. 

— Quando volete finirla?... È imo scandalo!... I vo- 
stri figliuoli stessi che vi osservano! Vergognai 

— Ma sei pazza? — risipose lui. — Diavolo! Ho 
altro pel capo adesso! — Non vedi che ha già i ca- 
pelli bianchi? ch'è una mummia?... Sei pazza? 

Egli pure era invecchiato, floscio, calvo, panciuto, 
acceso in viso, colle gote ed il naso ricamati di fila- 
menti sanguigni che lo minacciavano della stessa ma- 
lattia di sua madre. Ora si guardavano come due 
estranei, lui e Bianca, indifferenti, ciascuno coi suoi 
guai e i suoi interessi pel capo. Anche le male lin- 
gue, dopo tanto tempo, avevano dimenticato le chiac- 
chiere corse sui due cugini. Però invidiavano ma- 



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— 253 - 

stro-don Gesualdo il quale era arrivato a quel posto, 
e donna Bianca cjie aveva fatto quel gran matri- 
monione. La sua figliuola sarebbe arrivata chissà dove I 
Donna Agrippina Macrì e le cugine Zacco saettavano 
occhiate di fuoco sul cappellino elegante d'Isabella, e 
sui salamelecchi che le faceva il duca di Leyra, in- 
guantato, con un cravattone di raso che gli reggeva 
il bel eapo signorile, giocherellando con un bastaacino 
sottile -che aveVa il pomo d'oro. La signora Capitana 
fece osservare a don Mommino Neri, il quale erta, diven- 
tato un romj>icollo, dopo la storia della prima donna: 
— f: inutile 1 Basta guardarlo un momento, per sa- 
per con chi avete da fare. Dirà magari delle scioc- 
chezze adesso.... Ma è il modo in cui le dice!... Ogni 
parola come se ve la mettesse in un vassoio.... 

Il signor duca andò poi a presentare i suoi omag- 
gi in casa Motta. Don Gesualdo si fece trovare nel 
salotto buono. Avevano lavorato tutto il giorno a dar 
aria e spolverare, le serve, lui, mastro Nardo. 11 si- 
gnor duca colla parlantina sciolta, discorreva un pò* 
di tutto, di agricoltura col padrone di casa, di m-ode 
con le signore, di famiglie antiche col marchese Li- 
mòli. Egli aveva sulla punta delle dita tutto ralmariacco 
delle famighe nobili dell'isola. Arrivò anche a confi- 
dare che la sua era originaria del paese. Deside- 
rava fare il suo dovere con don Ferdinando Trao, 
e visitare il palazzo, che doveva essere interessantis- 
simo. Con la ragazza, di sfuggita, lasciò cadere il 
discorso sulle opere allora in voga; raccontò qualche 
fatterello della società; narrò aneddoti del tempo in 
cui era a Palermo la corte, la regina Carolina, gli 
inglesi: un mondo di ch'acchiere, come una lanterna 
magica nella quale passavano delle gran dame, del 
lusso e delle feste. Nell'andarsene baciò la mano a 
donna Bianca. Per le scale, dal pollaio, sull'uscio 
della legnaia, tutta la gente di casa s'affollava per ve- 
derlo passare. Dopo, la sera non si fece altro che 
parlare di lui, in cucina, fin le serve, e mastro Nardo, 
il quale sgranava gh occhi. 

Il bali di Leyra e il marchese Limoli poi avevano 
intavolato un altro di:cotso, così, a fior di labbra, te- 
nendosi sulle generali. Il giorno dopo intervenne an- 



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— 254 — 

che il duca, il quale confessò prima di tutto ch'era 
innamorato della ragazza, un vero fiorellino dei campi, 
una violetta nascosta; e dichiarò sorridendo, che 
quanto al resto.... d'affari voleva dire.... non se n*era 
occupato imai, per sua disgrazia!... non era il suo 
forte, e aveva pregato il notaro Neri di far lui.... 

Un vero usuraio, quel notaro, sottile, àvido, insa- 
ziabile. Don Gesualdo avrebbe preferito mille volte 
trattare il negozio faccia a faccia col genero, da ga- 
lantuomini. — No, no, caro suocero. Non è la mia 
partita. Non me ne intendo. Quello che farete voial- 
tri sarà ben fatto. Quanto a me, il tesoro che vi do- 
mando è vostra figlia. 

Però le trattative tiravano in lungo. Mastro don Ge- 
sualdo cercava difendere la sua roba, vederci chiaro 
in quella faccenda, toccar con mano che quanto ci 
metteva il signor genero nell'altro piatto della bilancia 
fosse tutto oro colato. Il duca aveva dei gran pos- 
sessi, è vero, mezza contea; ma dicevasi pure che 
ci fossero dei gran pasticci, delle liti, delle ipoteche. 
Del notaro Neri non poteva fidarsi. L'altro sensale, il 
marchese Limoli, non aveva saputo badare nemmeno 
ai suoi interessi. Voleva intromettercisi il canonico Lu- 
pi, protestando l'amicizia antica. Ma lui rispose : — Vi 
ringrazio! Grazie tante, canonico! Mi è bastato una 
volta sola! Non voglio abusare.... — Tutti miravano 
alla sua roba. Ci furono dei tira e molla, delle dif- 
ficoltà che sorgevano a ogni passo, delle vecchie carte 
in cui ci si smarriva. Intanto la figliuola, dall'altra 
parte, aveva sempre quell'altro in tesita. Scongiurava 
il babbo e la mamma che non volessero sacrificarla. 
Andava a piangere dai parenti, e a supplicare che 
l'aiutassero: — Non posso! non posso! — Ai piedi 
del confessore aprì il suo cuore, tutto! il peccato 
mortale in cui era!... — Quel servo di Dio non capiva 
nulla. Badava solo a raccomandarle di non cascarci 
più e le metteva il cuore in pace coU'assoluzione. La 
poveretta arrivò a scappare in casa dello zio Trao, 
onde buttarsi nelle sue braccia. 

— Zio, tenetemi qui! Salvatemi voi. Non ho altri 
al mondo ! Sono sangue vostro. Non mi mandate via ! 

Don Ferdinando era malato, coll'asma. Non poteva 



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-^ 255 - 

parlare, non capiva nulla, del resto. Faceva dei gesti 
vaghi colla mano scarna, e chiamava in aiuto Gra- 
zia, come un bambino, sbigottito da ogni Viso nuovo 
che vedesse. 

— Sì, tenetemi qui in luogo di Grazia. Vi servirò 
colle mie mani. "Non mi mandate via. Vogliono ma- 
ritarmi per forza!... in peccato mortale I... 

Il vecchio allora ebbe come un ricordo negli occhi 
appannati, nel viso smorto e rugoso. Tutti i peli grigi 
della barba ispida parvero trasalire. 

— Anche tua madre s*è maritata per forza.... Diego 
non voleva.... Vattene, ora.... se no viene tuo padre 
a condurti via di qua!... Vattene^ vattene.... 

Lo zio marchese, uomo di mondo, che ne sapeva 
più di tutti sulle chiacchiere raccolte a casaccio, prese 
a quattr'occhi don Gesualdo: 

— Insomma, volete capirla? Vostra figlia dovete 
maritarla subito. Datela a chi vi piace; ma non c'è 
tempo da perdere. Avete capito? 

— Eh ?... Come ?... — balbettò il povero padre sbian- 
candosi in viso. 

— Sicuro 1... Avete trovato un galantuomo che se 
la piglia.... in buona fede.... Ma non potete pretendere 
troppo infine da lui!... 

Talché don Gesualdo, stretto da tutte le parti, ti- 
rato pei capelli, sì lasciò aprir le vene, e mise il 
suo nome in lettere di scatola al contratto nuziale: 
Gesualdo Motta, sotto la firma del genero che pi- 
gliava due righe: Alvaro Filippo Maria Ferdinando 
Gargantas di Leyra. 

Da Palermo giunsero dei regali magnifici, dei gio- 
ielli e dei vestiti che asciugarono a poco a poco le 
lagrime della sposa, uno sfoggio di grandezze che 
la pigliava come una vertigine, che chiamava un pal- 
lido sorriso fin sulle labbra della mamma, e che lo 
zio marchese andava spampanando da per tutto. Solo 
don Gesualdo borbottava "di nascosto. Si aspettavano 
gran cose per quello sposahzio. La Capitana mandò 
un espresso a Catania dal primo sarto. Le Zacco stet- 
tero otto giorni in casa a cucire. Però alle nozze 
non fu invitato nessuno: gii sposi vestiti da viaggio, 
i genitori, i testimoni, quattro candele e nessun al- 



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— 256 — 

tro, nella meschina chiesetta di Sant'Agata, dove s'era 
maritata Bianca. Quanti ricordi per la povera madre, 
la quale pregava inginocchiata dinanzi a quell'altare, 
coi gomiti sulla seggiola e il viso fra le manil Fuori 
aspettava la lettiga che doveva portarsi via gli sposi. 
Fu una delusione e un malumore generale fra i pa- 
renti e in tutto il paese. Dei pettegolezzi e delle cri- 
tiche che non finivano più intorno a quel matrimo- 
nio fatto come di nascosto. Della gente era andata 
a far visita ai Margarone e in casa Alòsi, per vedere 
se la sposa era rossa o pallida. La Capitana aveva un 
bel fare, un bel cercare di non darsi Vinta, dicendo 
^ che quella era la moda di sposarsi adesso. Donna 
Agripf>ina rispose che a quel modo non le pareva 
nemmeno un sagramento, povera Isabella I... La Cir- 
mena masticava altre cose fra i denti : 

— Come sua madre!... Vedrete che sarà fortunata 
perchè è figlia di sua madre!... 

CioUa che vide passare dalla piazza la lettiga sì 
mise a gridare: 

— Gh sposi! Ecco la lettiga degli s'posi che par- 
tono! — Poi andò a confidare di porta in porta, al 
Caffè, nella spezieria di Bomma: 

— È partita anche una lettera psr don Corradino 
La Gurna.... Sicuro! Una lettera per fuori regno. Me 
l'ha fatta vedere il postino in segretezza. Non so che 
dicesse; Ina non mi pare scrittura deUa Cirmena. Avrei 
pagato qualche cosa per vedere che c'era scritto.... 

La lettera diceva tante belle cose, per mandare giti 
la pillola, lei e il cuginetto che si distpierava e pe- 
nava lontano. 

« Addio ! addio ! Se ti ricordi di me, se pensi an- 
cora a me, dovunque sarai, eccoti l'ultima parola d'Isa- 
bella che amasti tanto ! Ho resistito, ho lottato a 
lungo, ho sofferto.... Ho pianto tanto! ho pianto tan- 
to!... Addio! Partirò, andrò lontano da questi luo- 
ghi che mi parlano ancora di te!... Andrò lontano.... 
Nelle feste, in mezzo alle pompe della capitale, do- 
vunque sarò.... nessimo vedrà il pallore sotto la mia 
corona di duchessa.... Nessuno saprà quel che mi 
porto nel cuore.... sempre, sempre!... Ricordati! ri- 
cordati !... » 



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PARTE QUARTA. 



Erano appena trascorsi s^i mesi, quando soprav- 
vennero altri guai a don Gesualdo. Isabella minac- 
ciava di suicidarsi; il genero aveva preso a viaggia- 
re fuori regno, e faceva temere di voler intentare 
causa di separazione, per incompatibilità di carattere. 
Altre chiacchiere giunsero in segreto sino al povero 
padre, il quale corse a rotta (Ji collo alla villa di 
Carini, dov'era confinata la duchessa per motivi di 
salute. Ritornò poi invecchiato di dieci anni, piglian- 
dosela colla moglie che non capiva nulla, maledi- 
cendo in cuor suo la Cirmena e tutto il parentado 
che gli dava soltanto bocconi amari, costretto a cor- 
rer dietro al notaio p^r accomodare la faccenda e 
placare il signor genero a furia di denari. Fu un gran 
colpo piel poveretto. Tacque alla moglie il vero mo- 
tivo, per non affhggerla inutihnente ; tenne tutto per 
sé; ima non si dava pace; parevagli che la gente lo 
segnasse ,a dito; sentivasi montare il sangue al viso 
quando ci pensava, da solo, o anche se incontrava 
quell'infame della Cirmena. Lui era un villano; non 
c'era avvezzo a simili vergogne! Intanto la figlia du- 
chessa gli costava un occhio. Prima di tutto le terre 
della Canziria, d'Alia e Donninga che le aveva as- 
segnato in dote, e gli facevano piangere il cuore ogni 
qualvolta tornava a vederle, date in affitto a questo e a 
quello, divise a pezzi e bocconi dopo tanti stenti du- 
rati a metterle insieme, mal tenute, mal coltivate, lon- 

Verga. Mastro-4on Gesualdo. 17 



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— 258 — 

tane dall'occhio del padrone, qxiasi fossero di nessuno. 
Di tanto in tanto gli arrivavano pure airorecchio al- 
tre tmale nuove che non gii lasciavano requie, come 
tafani, come vespe pungenti; dicevasi in paese che 
il signor duca vi ^seminasse a due mani debiti fitti al 
pari della grandine, la medesima g'ramiglia che deva- 
stava i suoi possessi e si propagava ai beni della mo- 
glie peg'gio delle cavallette. Quella pioverà Canziria 
che era costata tante fatiche a don Gesualdo, tante 
privazioni, dove aveva sentito la prima volta il ri- 
mescolio di me'ttere nella terra i piedi di padrone I 
Donninga per cui si era tirato addosso Todio di tutto 
il paese I le buone terre dell'Alia che aveva covato dieci 
anni cogli occhi, sera e mattina, le buone terre al 
sole, senza un sasso, e s-ciolte così che le mani vi 
sprofondavano e le sentivano grasse e calde al pari 
della carne viva.... tutto, tutto se ne andava in quella 
cancrenai Come Isabella aveva potuto stringere la 
penna còlle sue mani, e firmare tanti debiti? Male- 
detto il giorno in cui le aveva fatto imparare a scri- 
vere I . Sembravagli di veder stendere l'ombra delle 
ipoteche sulle terre che gU erano costatie tanti sudori, 
come una brinata di marzo, peggio di un nebbione 
primaverile^ che brucia il grano in erba. Due o tre 
volte, in circostanze gravi, era stato costretto a la- 
sciarsi cavar dell'altro sangue. Tutti i suoi risparmi 
se ne andavano da, quella vena aperta, le sue fatiche, 
il sonno della notte, tutto. E pure Isabella non era 
felice. L'aveva vista in tale stato, ndla villa sontuosa 
di Carini! Indovinava ciò che doveva esserci sotto, 
quando essa scriveva delle lettere che gli mettevano 
addosso la febbre, l'avvelenavano coU'odore sottile di 
quei .foglietti stemmati, lui che aveva fatto il cuoio 
duro anche alla malaria. Il signor duca invece trattava 
simili negozi per mezzo del notare Neri — poiché 
non erano il suo forte. — E alla fine quando 
mastro-dòn Gesualdo s'impennò sul serio, sbuffando, 
recalcitrando, gli fece dire : , 

— Si vede che mio suocero, poveretto, non sa quel 
che ci vuole a mantenere la figliuola col decoro del 
nome che porta.... 

— Il decoro?... Io me ne lustro gli stivali del de- 



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— 259 — 

coro! Io mangio pane e cipiolle per mantenere il lu- 
stro della duchea! Diteglielo pure al signor genero! 
In pochi anni s'è mangiato un patrimonio! 

Fu un casa del diavolo.- Donna Bianca, la quale era 
assai malandata, e sputava sangue ogni mattina, fece 
una ricaduta che in quindici giorni la condusse in fin 
di vita. Nel paese ormai si sapeva ch'era tisica : tutti 
così quei Trao! una famiglia che si estingueva per 
esaurimento, diceva il medicò. Soltanto il marito, 
ch'era sempre fuori, in faccende, occupato dai suoi 
affari, con tanti pensieri e tanti guai per la testa, si 
lusingava di farla guarire appena avrebbe potuto con- 
dursela a Mangalavite, in quell'aria balsamica che 
avrebbe fatto risuscitare un morto. Essa sorrideva tri- 
stamente e non diceva nulla. 

Era ridotta uno scheletro, docile e ras'segnata al suo 
destino, senza ^spettare o desiderare più nulla. Sol- 
tanto avrebbe voluto rivedere la figliuola. Suo marito 
glielo aveva anche promesso. Ma siccome erano in 
dissapore col genero non ne aveva più parlato. Isa- 
bella prometteva sejmpre di venire, da un autunno al- 
l'altro, 5nia non si decideva mai, còme avesse giu- 
rato di non metterci più i piedi in quel paese male- 
detto, e se lo fosse tolto dal cuore interamente. A mi- 
sura che le mancavano le forze. Bianca sentiva dile- 
guare anche quella speranza, come la vita che le sfug- 
giva, e sfogavasi a ruminare dei progetti futuri, va- 
neggiando, accendendosi in viso delle ultime fiamme 
vitali, con gli occhi velati di lagrime che volevano 
sembrare di tenerezza ed erano di sconforto: — Farò 
questo I farò quell'altro! — Faceva come quegli uc- 
celletti in gabbia i quali provano il canto della pri- 
mavera che non vedranno. Il letto le maingiava le 
carni; la febbre la consumava a fuoco lento. Adesso, 
quand'era presa dalla tosse, si metteva ad ansare, sfi- 
nita, colla bocca aperta, gU occhi smaniosi in fondo 
alle occhiaie che sembravano fonde fonde, branci- 
cando colle povere braccia stecchite quasi volesse af- 
ferrarsi alla vita. 

— Bene! — sospirò Infine dòn Gesualdo che ve- 
deva la moglie in quello stato. — Farò anche que- 
sta!... Pagherò anche stavolta perchè il signor duca 



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. — 26o — 

ti faccia rivedere la figliuola I... Già son fatto per 
portare il carico.... 

Il unedico andava e veniva; provava tutti i rimedi, 
tutte le sciocchezze che leggeva nei suoi libracci; 
c'era un conto spaventoso aperto dal farmacista. — 
Almeno giovassero a qualche cosa! — brontolava don 
Gesualdo. — Io non guardo ai denari spesi per mia 
moglie; ma voglio spenderli perchè le giovino e le 
si veggano in faccia.... non già per provare i medi- 
camenti nuovi come all'ospedale 1... Ora che si sono 
messi in testa ch'io sia ricco, ciascuno se ne giova 
pei suoi fini.... 

La prima volta però che s'arrischiò a fare 'velata- 
mente qualche lagnanza allo stesso medico. Saleni, 
un altro dottorone ch'era peggio di Tavuso, buon'a- 
nima, gli piantò in faccia gii occhiacc', e rispose bur- 
bero : 

— Allora perchè mi chiaiir.ate? 

Dovette anche pregarlo e scongiurarlo di continua- 
re a fare il comodo suo, quantunque non giovasse a 
nulla. La vigilia dell'Immacolata parve proprio che 
la povera Bianca volesse rendere l'anima a Dio. Il 
marito ch'era andato ad aspettare il imedico sulla scala 
gli disse subito : 

— Non mi piace, dottore! Stasera mia moglie non 
mi piace! 

— Eh! ve ne accorgete soltanto adesso? A me è 
un pezzo che non mi piace. Credevo che l'aveste 
capita. 

— ^Ma che non c'è rimedio, vossignoria? Fate tutto 
ciò che potete. Non guardate a spesa.... I denari ser- 
vono in queste occasioni !... 

— Ah, adesso me lo dite? Adesso capite la ra- 
gione? Me ne congratulo tanto! 

Saleni ricominciò la commedia: il polso, la lingua, 
quattro chiacchiere seduto ai piedi del letto, col cap- 
pèllo in testa e il bastone fra le gambe. Poi scrisse 
la solita ricetta, le solite porcherie che non giovavano 
a nulla, e se ne andò lasciando nei guai marito e mo- 
glie. La casa era diventata una spelonca. Tutti che 
vogavano alla larga. Finanche le serve temevano del 
contagio. Zacco era il solo parente che si ramtnen- 



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— 201 — 

tasse di loro nella disgrazia, dacché avevano fatto so- 
cietà per Tappalto dello stradone, tornati amici con 
don Gesualdo. Egli veniva ogni giorno insieme a tutta 
la famiglia^ la baronessa impresciuttita e ubbidiente^ 
le figliuole che empivano la camera, stagionate, grasse 
e prosperose che sfidavano le cannonate. — Lui non 
aveva paura del contagio! Sciocchezze!... Poi, quando 
si tratta di parenti !... Quella sera aveva sentito dire 
in piazza che la cugina Bianca stava peggio ed era 
giunto più presto del solito. — Per distrarre un pò" 
don Gesualdo lo tirò nel vano del balcone, e comin- 
ciò a parlargli dei loro negozi. 

— Volete dire adesso? Il cugino Rubiera dirà al- 
l'asta per gli altri due tronchi di strada!... Sissigno- 
re! quella bestia!... Eh? eh? che ne dite?... Lui che 
non ha potuto pagarvi ancora -i denari della prima 
donna?... C'è l'inferno a causa vostra con la moglie 
che non vuol pagare del suo!... I figliuoli sì, glieli 
ha portati in dote!... ma i denari vuol tenerseli per 
sé! È predestinato quel povero don Nini!... E sapete 
chi comparisce all'asta, eh ? volete saperlo ?... Canali,, 
figuratevi!... Canali che fa l'appaltatore in società col 
barone Rubiera!... Ora s'è svegliata in tutti quanti 
la fame del guadagno!... Eh?... Non avevo ragione 
di dire?... Non ^jidete?... 

Ma l'amico non gli dava retta, inquieto, coH'orec- 
chio sempre teso dall'altra parte. Indi si alzò e andò^ 
a vedere se Bianca avesse bisogno di qualche cosa- 
Essa non aveva bisogno di nulla, guardando fisso con 
quegli occhi di creatura innocente, recandosi alla bocca 
di tanto in tanto il fazzoletto che ricacciava poi sotta 
il guanciale insieme alla mano scarna. Le cugine Zacco 
stavano sedute in giro dinanzi al letto, colle mani sul 
ventre. La mamma per rompere il silenzio balbcttò^ 
timidamente : 

— Sembra un jx)' più calma da che siant 

qui noi.... 

Le figliuole a quelle parole guardarono tutte in- 
sieme, e approvarono col capo. 

Il barone s'accostò al letto lui pure, dimostrando 
molto interesse per l 'ammalata : 

— Sì, sì, non c'è confronto!... l'occhio è più sveglio; 



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— 262 — 

anche la fisonomia è più animata.... Si capisce!... 
udendo discorrere intomo a lei.... Bisogna distrarla, 
tenerle un pò* di conversazione.... Per fortuna siete 
in buone mani. Il dottore sa il fatto suo. Poi, quando 
si hanno dei mezzi!... quando non pianca nulla! Ne 
conosco tanti altri invece.... ben nati.... di buona fa- 
miglia.... cui manca di giorno il pane e di notte la 
coperta I . . . vecchi e malati, senza pnedico né stpe- 

ziale 

Si chinò all'orecchio di don Gesualdo e spifferò il 
resto. Bianca l'udì o l'indovinò, con gli occhi lumi- 
nosi che fissavano in volto la gente, e cavò di sotto 
il guanciale la mano scarna e pallida che sembrava 
quella di ima bambina, per far segno al marito d'av- 
vicinarsi. Don Gesualdo s'era chinato su di lei e ac- 
cennava di sì col capo. Il barone vedendo che non 
era più il caso di misteri parlò chiaro: 

— Non verrà! Don Ferdinando è diventato proprio 
un ragazzo. Non capisce nulla, pioveretto !... Bisogna 
compatirlo. Diciamola qui, fra noi parenti.... Che ^li 
sarebbe mancato?... Un cognato con tanto di cuore, 
come questo qui!... 

L'inferma agitò di nuovo in aria quella mano che 
parlava da sola. 

— Eh? Che dice? Cosa vuole? -^ domandò il ba- 
rone. 

■ Donna Lavinia, la maggiore delle ragazze, s'era al- 
zata premurosa per servirla in quel che occorresse. 
Donna Manetta, l'altra sorella, tirò invece il papà 
per la falda. Bianca s'era chiusa in un silenzio che 
le affilò come un coltello il viso smunto, sì che il 
barone stesso se ne avvide e mutò discorso. 

— Domeneddio alle volte ci allunga i giorni per 
farci provare altri guai.... Parlo della baronessa Ru- 
biera, poveretta! Eh?... Vivere per vedersi disfare sotto 
i propri occhi la roba che s'è fatta!... senza poter 
dire una parola né muovere un dito.... eh?... eh? Suo 
figlio è una bestia. La nuora gli conta i bocconi che 
mangia!... Com'è vero Iddio! Non yede l'ora di le- 
varsela dai piedi!... E lei, non vuole andarsene! Vuol 
vivere apposta per vedere come farà suo figlio a 
togliersi dal collo il debito e don Gesualdo.... Eh? 



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— 263 — 

Ho parlato or ora con vostro marito dei gran pro- 
getti che ha don Nini pel capo.... 

Don Gesualdo stava zitto, sopra pensieri. Poi, sic- 
come il barone aspettava la risposta della cugina Bian- 
ca, col risolino fisso in bocca, brontolò: 

— No, non c'è tanto da ridere.... Dietro il para- 
vento dev'essere anche il canonico Lupi. 

Zacco rimase interdetto: — Quel briccone? quel- 
l'intrigante?... Come lo sapete?... Chi ve l'ha detto?... 

— Nessuno. È un'idea mia. Ma vedrete che non 
m'inganno. Del resto non me ne importa nulla! Ho 
altro pel capo adesso! 

Ma il barone non si dava pace: — Che? Non ve 
ne importa? Grazie tante! Sapete cosa dicono pure? 
Che vogliono levarci di mano le terre del comune!... 
Dicono che stavolta hanno trovato il modo e la ma- 
niera.... e che né voi né io potremo rimediarci, ca- 
pite ?... 

Don Gesualdo si strinse nelle spalle. Sembrava che 
davvero non gliene importasse nulla di nulla adesso. 
Il barone a poco a poco andò calmandosi, in mezzo 
al coro dei suoi che moiimoravano sottovoce contro 
il canonico. 

— Un intrigante!... un imbroglione!... Non si fa 
nulla in paese che non voglia ficcarci il naso lui!... 
— Donna Marietta, più prudente, tirò il babbo per 
la falda un'altra volta. 

— Scusate! scusate! — aggiunse lui. — Si chiac- 
chiera per dire qualche cosa.... p^r distrarre l'am- 
malata.... Non si sa di che parlare.... Sapete voi cosa 
vanno narrando pure i malintenzionati come Ciolla ?... 
che fra otto giorni si farà la rivoluzione.... per spa- 
ventare i galantuomini.... Vi rammentate, nel ventuno, 
eh? don Gesualdo? 

— Ah?... Che volete?... La rivoluzione adesso l'ho 
in casa!... 

— Capisco, capisco.... Ma infine, non mi pare.... 
La baronessa che parlava al bisogno, si rivolse a 

don Gesualdo, con quella faccia di malaugurio, chie- 
dendogli se alla duchessa avessero scritto di sua ma- 
dre ^ che era in quello stato.... Bianca aveva l'orec- 
chio fino degli amjmalati gravi. — No! no! Non c'è 



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— 264 — 

premura! — interruppe Zacco. Intanto donna Lavinia 
si era alzata per andare a prendere un bicchier d'ac- 
qua. Come si udì suonare il campanello dell'uscio vo- 
leva anche correre a vedere chi fosse. 

— Una spada a due mani! — esclamò sottovoce 
il barone, quasi facesse una confidenza, e sorridendo 
di compiacimento. — Una ragazza che in casa vale un 
tesoro.... Giudiziosa!... Per sua cugina Bianca |X)i si 
butterebbe nel fuoco!... — La mamma sorrideva lei 
pure discretamente. In quella sopraggiunse la serva 
ad annunziare che c*era il barone Rubiera ccm la 
moglie. 

— Lui? Ci vuole una bella faccia tosta!... — saltò 
su il barone cercando il cappello che teneva in te- 
sta. — Vedrete che viene a parlarvi di ciò che v'ho 
detto! Non ci avete un'altra uscita?... per non ve- 
derlo in faccia, quella bestia!... 

La sua famiglia toglieva commiato in fretta -e in 
furia al pari di lui, cercando gii scialli, rovesciando 
le seggiole, urtandosi fra di loro, quasi don Nini 
stesse per irrompere a mano armata nella camera. 
La povera inferma^ smarrita in quel parapiglia, si 
lasciò sfuggire con un filo di voce: 

— Per l'amor di Dio.... Non ne posso più! 

— No.... Non potete farne a meno, cugina mia!... 
Sono parenti anch'essi!... Vedrete che vengono ap- 
posta, onde approfittare dell'occasione.... Finta di farvi 
una visita.... Piuttosto ce ne andremo noi.... È giu- 
sto.... Chi prima arriva al mulino.... 

Ma i Rubiera non spuntavano ancora. Don Gesual- 
do andò nell'anticamera, dove seppe dalla serva che 
aspettavano nel salotto, come avevano sentito che c'e- 
rano i Zacco.... 

— Meglio! — osservò il barone. — Vuol dire che 
desidera parlarvi a quattr'occhi, don NinìL.. Allora 
noi non ci moviamo. Restiamo a far compagnia alla 
cugina, intanto che voi fa-te gli affari vostri.... Sen- 
tiremo poi cosa è venuto a dirvi quello sciocco ! 

La serva aveva portato un lumicino nel salotto, e 
in quella semioscurità don Nini sembrava addirittura 
enorme, infagottato nel cappotto, con la sciarpa di 
lana sino alle orecchie, ima zazzera sulla nuca che 



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— 265 — 

non tagliava sino a maggio. Donna Giuseppina in- 
vece s'era aggobbita, aveva il viso floscio e grinzoso 
nel capipuccio rotondo, i capelli di un grigio sudicio, 
mal pettinati, lisciati in fretta con le mani e fermati 
dal fazzoletto di seta che portava legato sotto il mento, 
le mani corrose e nere, delle mani di buona massaia 
con le quali gesticolava per difendere gli interessi 
del marito, agitandosi nel cappottino seminato di pil- 
lacchere, ,che la copriva tutta quanta, mostrando in 
tutta la piersona l'incuria e la trascuraggine della 
signora ricca che non ha bisogno di parere, della 
moglie che ha cessato di far figliuoli e non deve 
neppure piacere al marito. E sulla bocca sdentata te- 
neva fisso un sorriso di povera, il sorriso umile di 
chi viene a sollecitare un favore, mentre "don Nini 
cercava le parole, girando il cappellaccio fra le mani, 
con quella sciarpa sino al naso che gli dava uti aspet- 
to minaccioso. La moglie gli fece animo con un'oc- 
chiata, e cominciò lei: 

— Abbiamo sentito che la cugina sta male.... Siam 
corsi subito con Nini.... Infine siamo parenti.... dello 
stesso sangue.... Le questioni.... gl'interessi.... si sa, 
in tutte le famiglie.... Ma ogni cosa deve mettersi da 
banda in certe occasioni.... Anche Nini.... poveretto, 
non si dava pace.... Diceva sempre.... Infine vorrei 
sapere perchè.... 

Don Nini approvava coi gesti e con tutta la per- 
sona che aveva lasciato cadere sul canapè facendolo 
scricchiolare ; e subito intavolò il discorso per cui erano 
venuti — sua moglie volle assolutamente che il cu- 
gino sedesse in mezzo, fra due fuochi. — Abbiamo 
quell'affare del nuovo appialto, caro don Gesualdo. 
Perchè dobbiamo farci la guerra fra di no-, dico io? 
a vantaggio altrui?... giacché infine siamo parenti!... 

— Sicuro! — interruppe la moglie. — Siamo ve- 
nuti per questo.... Come sta la cugina? 

— Come Dio vuole!... Come ci avessi il gastig^o 
di Dio sulle spalle!... Non ho testa di pensare agh' 
affari adesso.... 

'— No, no, non voglio che ci pensiate.... Appunto 
dicevo.... dovreste rimetter vene a una persona di fi- 
ducia.... Salvo l'interesse, ben inteso.... 



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— 266 — 

Don Nini a un tratto si fece scuro in viso, cac- 
ciandosi airindìetro, appiintandogli in faccia gli occhi 
sospettosi : 

— Ditemi un po', vi fidate voi di Zacco? Eh? vi 
fidate ? • 

Don Gesualdo, malgrado il malumore che aveva 
in corpo, mosse la bocca a riso, come a dire che 
non si fidava di nessuno. 

— Bene! Se sapeste che roba è quell'uomo!... Ciò 
che diceva di voi, prima!... prima di essere pane e 
cacio con voi!... Che roba gli scaptpava di bocca!... 

Donna Giusepipina, con le gote gonfie, stringeva le 
labbra, quasi per non lasciarselo scappare neppoir lei. 

— Infine, lasciamo andare! Chiacchiera non ma- 
cina al mulino.... È parente anche lui!... Dumque tor- 
niamo a noi. Perchè ci facciamo la guerra? Perchè 
facciamo cajnpare giudici ed avvocati aUe nostre spal- 
le ? Cosa sono questi maluimori fra parenti ? Per quella 
miseria che vi devo? Sì, una miseria! Per vói è una 
presa di tabacco.... 

— Scusate, scusate, anche per voi.... 

Allora interloquì donna Giuseppina, contando mi- 
serie, una famiglia numerosa, sua suocera, la baro- 
nessa, finché viveva lei.... 

— Scusate.... Non c'entra.... È che i denari servono, 
sapete.... I miei denari li ho dati a vostro marito. 

Don Nini prese a scusarsi, dinanzi alla mogUe. Cer- 
to.... i denari se li era fatti prestare.... in un mo- 
mento che aveva persa la testa.... Quando si è gio- 
vani.... sarebbe meglio tagliarsela la testa, alle volte.... 
Voleva pagare.... col tempo.... sino all'ultimo baiocco, 
senza liti, senza altre spese.... apipena chiudeva gli 
occhi sua madre.... Ma era giusto inasprirgli contro 
la baronessa, santo Dio? Farle contiimettere qualche 
bestiahtà ?... 

— Ah? — disse don Gesualdo. — Ah? — E guar- 
dò donna 'Giuseppina come per chiedere perchè non 
pagasse lei. 

Don Nini imbarazzato guardava ora lui ed ora la 
moglie. Essa infine interloquì, troncandog'h la parola 
con un segno del fazzoletto che aveva tirato fuori 
dalla borsa. • 



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— 207 — 

— Non è questo soltanto.... L'affaire delle terre.... 
Non glie ne avete ancora parlato al cugino don Ge- 
sualdo ?... 

— Sì.... l'affare delle terre comunali.... 

— Lo so:, — rispose don Gesualdo. — L'affitto 
slcade in agosto. Chi vorrà dire all'asta, poi.... 

— No! noi... Né voi né io ce le mangeremo. 

— Legge nuova! — interruppe donna Giuseppina 
con un sorriso agro. — Le terre non si danno più 
in affitto ! Il comune le dà a censo.... ai più poveri.... 
Un bocconcino per ciascuno.... Saremo tutti possi- 
denti nel paese, da qui a un po'!... Non lo sapete? 

Don Gesualdo drizzò le orecchie, mettendo da parte 
un moimento i suoi guai. Indi abbozzò un sorriso svo- 
gliato. 

— Come è vero Dio ! — soggiunse il barone Ru- 
biera. — Ho visto il progetto, sì, al palazzo di città ! 
Dicono che il comune ci guadagna, e ciascuno avrà 
il suo pezzo di terra. 

Allora don Gesualdo cavò fuori la tabacchiera, fiu- 
tando im agguato. 

— Cioè? cioè? 

— Don Gesualdo! — chiamò la serva dall'uscio. 

— Un momento, vossignoria.... 

— Fate, fate piu-e il comodo vostro! — disse don- 
na Giuseppina. — Non abbiamo premura. Aspetteremo. 

— La padrona! Vuol parlare con vossignoria! 

— Eh ? Che vogliono ? Che dicono ? — L'assalirono 
subito i Zacco appena don Gesualdo entrò nella stanza 
dell'inferma. — Son io che ho mandato a chiamarvi, 

— disse il barone col sorriso furbo. 

Ma lui non rispose, chino sulla moglie, la quale 
s'aiutava cogli occhi e con quella povera mano pal- 
lida e scarna che diceva per lei : 

«Noi... Non vi mettete con colui.... se volete dar- 
mi retta una volta sola.... Non vi mettete insieme 
con mio cugino Rubiera, voi !... Guardate che vi parlo 
in punto di morte I... » 

Aveva la voce afonica, gli occhi che penetravano, 
così lucenti e fissi. Zacco che si era chinato anche 
lui sul letto per udire, esclamò trionfante: 

' — Benedetta! parla come una che vede al. di là! 



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-^ 268 — 

Non fareste nulla di buono con quell'uomo! Una be- 
stia! Una banderuola! Ciò che vi dice vostra moglie 
in un momento come questo è vangelo, don Gesualdo ! 
Ricordatevi bene! Io mi farei scrupolo a non darle 
retta, in parola d'onore!... 

I — E donna Giuseppina? Finta, maligna!... — ag- 
giunse la Zacco. — Ha abbreviato i giorni della suo- 
cera! Non vede l'ora di levarsela dagli occhi! 

— Andate, andate a sentire il resto. Qui ci siamo 
noi. Andateci pure, se no vi res<tano lì fino a domani ! 

Don Nini stava ancora seduto sul canapè, sbuf- 
fando dal caldo nella sciarpa di lana, col cappello in 
testa; e donna Giuseppina si era alzata per osservare 
al buio le galanterie disposte in bell'ordine sui mo- 
bili: il servizio da caffè, i fiori di carta sotto le cam- 
pane di cristallo, l'orologio che segnava sempore la 
stessa ora. Vedendo don Gesualdo di ritorno gli disse 
■ subito : 

— Vi ha fatto chiamare il barone Zacco ? Non c'era 
motivo.... Qui non si fanno misteri.... 

— Non si fanno misteri! — ripigliò il marito. — 
Si tratta di metterci d'accordo.... tutti i bene inten- 
zionati.... Se è bene intenzionato anche lui.... quel si- 
gnore!,..., 

— Ma^ — osservò don Gesualdo, — se la cosa è 
come dite, io non saprei che farci.... Cosa volete da pie ? 

Donna Giuseppma si era perfino trasformata in vol- 
to, appuntando in faccia a questo e a quello gli oc- 
chi come due spilli, masticando un sorriso con la 
bocca nera. Cacciò indietro del tutto il marito, e si 
prese tutto per sé il cugino Motta. 

— Sì, il rimeklio c'è!... c'è! — E stette un po' a 
guardarlo fisso per fare più colpo. Poscia, tenendo 
stretta la borsa fra le mani gli si accostò con una 
mossa dei fianchi, in confidenza: 

— Si tratta di far prendere le terre a gente no- 
stra.... sottomano.... — disse il barone. 

— No ! no !... Lasciate che gli spieg'hi io.... Le terre 
del comune devono darsi a censo, eh? a pezzi e a 
bocconi perchè ogni villano abbia la sua parte? Va 
bene! LasciamoH fare. Anzi, mettiamo avanti, sotto- 
mano, degli altri pretendenti.... dei maestri di bot- 



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— 269 — 

tega, della gente che non sa cosa farsene della terra 
e non ne caverà neppure ì dejiari del censo. Ci hanno 
tutti lo stesso diritto, non è vero? Allora, con un po' 
di giudizio, anticipando a questo e a quello una pic- 
cola somma.... Loro falliscono in capo all'anno, e noi 
ci pigliamo la terra in compenso del credito. Avete 
capito? Bisogna evitare per quanto si può che ci met- 
tano mano i villani. Quelli non se lo lasciano scap- 
pare Imai più il loro pezzetto di terra. Ci lasciano le 
ossa piuttosto! 

Don Gesualdo si alzò di botto, colle narici aperte, 
la faccia rianimata a un tratto, e si mise a passeg- 
giare per la stanza. Poi, tornando in faccia ai due 
che s'erano alzati pure, sorpresi: 

— Questa non viene da voi! — esclamò. — Que- 
sta è buona! Questa so di dove viene! 

— Ah! ah! capite? vedete?... — rispose il barone 
trionfante. — Prima di tutto bisogna tappare la bocca 
a Nanni l'Orbo.... Col giudizio.... con* un po' di de- 
naro.... senza far torto a nessuno, ben inteso!... La 
giustizia.... 

— Voi che ci avete mano.... Quello è un imbro- 
gUone, un arr uff apopolo.... capace di aizzarsi contro 
tutto il paese. Voi che ci avete mano dovreste chiu- 
dergli la bocca. 

Don Gesualdo tornò a sedersi, pentito d'essersi la- 
sciato trasportare dal primo movimento, grattandosi 
il capo. 

Ma il barone Zacco che stava di là coli 'orecchio 
teso, non seppe più frenarsi. 

— Scusate, scusate, signori miei! — disse entrando. 
— Se disturbo.... se avete da parlare in segreto.... 
Me ne vo.... — E si mise a sedere lui ptu-e, col caJp^ 
pello in testa. 

Tacquero tutti, ciascuno sbirciando sottecchi il com- 
pagno, don Nini col naso dentro la sciarpa, sua mo- 
glie colle labbra strette. Infine disse che le rincresce- 
va tanto della malattia di Bianca. — Proprio! c'è 
un lutto nel paese. Nini è un piezzo che mi predica: 
Giuseppina mia, dobbiamo andare a vedere come sta 
mia cugina.... Gl'interessi sono ima cosa, ma la pa- 
rentela poi è .un'altra.... 



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— 270 — 

— Dunque, — riprese don Gestialdo, — questa bella 
pensata di pigliarci sottomano le terre del comune 
chi l'ha fatta? 

Allora non fu più il caso di fingere. Donna Giu- 
seppina tornò a (hscorrere del fermento che c'era in 
paese, della rivoluzione che nainacciavano. Il barone 
Zacco si agitò, facendo segno col capK) a don Ge- 
sualdo. 

— Eh ? eh ? Cosa vi ho detto or ora ?... 

— Infine.... — conchiuse donna Giusep^wna, — è 
meglio parlarci chiaro e darci la mano tutti quelli 
che abbiamo da perdere.... 

E tornò su quella birbonata di sminuzzare le terre 
del comune fra i più poveri, in tante briciole, un 
pizzico per ciascuno, che non fa male a nessuno!... 
Essa rideva così che le ballava il ventre dalla bile. 

— Ah??? — esclamò il barone pavonazzo \n viso, 
e cogli occhi fuori dell'orbita. — Ah??? — 'E non 
disse altro. Don Gesualdo rideva anche lui. 

— Ah? voi ridete, ah? _ 

— Cosa volete che faccia? Non me ne importa 
nulla, vi dico! 

Donna Giuseppina rimase stupefatta: — Cornei... 
voi!... — Quindi io tirò in disparte, vicino al cante- 
rano dov'era l'orologio fermo, parlandogli piano, con 
le mani negli occhi. Don Gesualdo stava zitto,^ liscian- 
dosi il mento, con quel risolino calmo che faceva 
schiattare la gente. I due baroni da lontano tenevano 
gli occhi fissi su di lui, come due mastini. Infine egli 
scosse il capo. 

— No ! no ! Ditegli al canonico Lupi che denari non 
ne metto fuori più per simiU i>asticci. Le terre se le 
pigli chi vuole.... Io ho le mie.... 

Gli altri gli si rivoltarono contro tutti d'accordoy 
vociando, eccitandosi l'un l'altro. Zacoo, adesso che 
aveva capito di che si trattava, scabnanavasi più di 
tutti: ^- Una pensata seria! Da uomo con tanto di 
barba! Il migliore modo per evitare quella birbonata 
di dividere fra i nullatenenti i fondi del comune!... 
Capite?... Allora vuol dire che il mio non è più mio, 
e ciascuno vuole la sua parte!... — Don Gesualdo 
duro, scrollava il capo; badava a ripetere: — Noi 



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il 



— 271 — 

no I non mi ci pigliano ! — Tutt'a ii^ tratto il barone 
Zacco afferrò don Nini per la sciarpa e lo spinse 
verso il canapè quasi volesse mangiarselo^ sussurran- 
dogli nell'orecchio : 

— Volete sentirla? Volete che ve la canti? È se- 
gno che quello lì ha il suo fine per farci rimaner 
tutti quanti siamo con tanto di naso!... Lo conosco!... 

Le signore Zacco allo strepito s'erano affacciate 
sull'uscio dell'anticamera. Successe un istante d'im- 
barazzo fra i parenti. Zacco e don Nini si calmarono 
di botto, tornando cerimoniosi. 

— Scusate ! scusate ! La cugina Bianca crederà chis- 
sà cosa, al sentirci gridare.... per hulla pòi!... — Zacco 
sorrideva bonariajnente, con la faccia ancora info- 
cata. Don Nini s'avvolgeva di nuovo la sciarpa al 
collo. Sua moglie, col sorriso amabile lei pure, tolse 
commiato. 

— Tanti saluti a donna Bianca.... Non vogliamo 
disturbarla.... Speriamo che la Madonna abbia a fare 
il miracolo.... — Don Nini con la bocca coperta gru- 
gnì anche lui qualche parola che non piote udirsi. — 
Un momento. Vengo con voi, — esclamò Zacco. — 
E fingendo di cercare il cappèllo e la canna d'India 
s'accostò a don Gesualdo nel buio dell'anticamera. 

— Sentite.... Fate male, in parola d'onore! Quella 
è una proposta serial... Fate male a non intendervi 
col barone Rubiera!... 

— No, non voglio impicci!... Ho tanti altri fastidi 
pel capo!... Poi, mia moglie ha detto di no. Avete 
udito voi stésso. 

Il barone stava per montare in furia davvero! 

— Ahi... vostra moglie?... Le date retta quando vi 
accomoda! — Ma cambiò tono subito. — Del resto 
fate voi!... Fate voi, amico imio!... Aspettate, don Nini.. 
Veniamo subito. — Sua imoglie non la finiva più. 
Sembrava che non potesse staccarsi dal letto dell'am- 
malata, rincalzando la coperta, sprimacciandole il guan- 
ciale, mettendole sotto mano il bicchier d'acqua e le 
medicine, con ia faccia lunga, sospirando, biascicando 
avemarie. Voleva pure che restasse la sua ragazza 
ad assistere la notte, se mai. Donna Lavinia accon- 
sentiva di tutto cuore, dandosi da fare anche essa,. 



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— 272 — 

premurosa, impadronendosi già delie chiavi, vigilando 
su tutto, come una padrona. 

— Noi... — monmorò Bianca con la voce rauca. 
— No!... Non ho bisogno di nessuno!... Non voglio 
nessuno !... 

Li seguiva per la camera con l'occhio inquieto, so- 
si>ettoso, diffidente, con un certo tono di rancore nella 
voce cavernosa. Sforzandosi di mostrarsi più forte, 
sollevandosi a stento sui gomiti tremanti, cogli omeri 
appuntati che sembravano forare la camiciuola da 
notte. Poscia appena le Zacco se ne furono andate, 
ricadde sfinita, facendo segno al marito d'accostarsi. 

— Sentite!... jsentite!.,. Non le voglio più!... Non 
le fate venir più quelle donne.... Si son messe in testa 
di darvi pioglie.... come se fossi già morta. 

E col capo seguitava a far segno di sì, di sì, che 
non s'inganinava, col mento aguzzo nell'ombra della 
gola infossata, mentr'egli, chino su di lei, le parlava 
come a una bimba, sorridendo, con gli occhi gonfi 
però. 

— Vi portano in casa la Lavinia.... Non vedono 
l'ora che io chiuda gli occhi.... — Lui protestava 
di no, che non ghene importava nulla della Lavinia, 
che non voleva più rimaritarsi, che ne aveva visti 
abbastanza dei guai. E la poveretta stava ad ascoltarlo 
tutta contenta, cogli occhi lustri che penetravano fin 
dentro, per vedere se dicesse la verità. 

— Sentite.... ancora.... un'altra cosa.... 
Accennava sempre con la mano, poiché la voce le 

mancava, quella voce che sembrava venire da lontano, 
gli occhi che si velavano a quando a quando di un'om- 
bra. Aveva fatto lanche uno sforzo per sollevarsi, onde 
passargli un braccio lal collo, come non le restasse 
che lui per attaccarsi ^Jla vita, agitando il viso che 
si era affilato maggiormente, quasi volesse nascon- 
derglielo in petto, quasi volesse confessarsi con lui. 
Dopo un momento allentò le braccia, col volto rigido 
e chiuso, colla voce mutata: 

— Più tardi.... Vi dirò poi.... Ora non posso.... 



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— 273 — 



II. 



Adesso tutto andava a rotta di collo per don Ge- 
sualdo; la casa in disordine; la gente di campagna, 
lontano dagli occhi del padrone, faceva quel che vo- 
leva; le stesse serve scappavano ad una ad una, te- 
mendo il contagio della tisi; persino Mena, l'ultima 
che era rimasta pel bisogno, quando parlarono di 
farle lavare i panni dell'ammalata che la lavandaia 
rifiutava di portare al fiume, temendo di perdere le al- 
tre pratiche, dàsse chiaro il fatto sìk) : 

— I>on Gesualdo, scusate tanto, ma la mia pelle 

vale quanto la vostra che siete ricco Non vedete 

com'è ridotta vostra iniiQghe?... Mal sottile è. Dio h- 
beril Io ho paura, e vi saluto tanto. 

Dopo che s'erajQo ingrassati nella sua casa ! Ora tutti 
l'abbandonavano quasi K>vinasse, e tnon c'era neppure 
chi accendesse il lume. Sembrava quella notte alla 
Salonia, in cui aveva dovuto mettere colle sue mani 
il padre nel cataletto. Né denari né nulla giovava più. 
Allora don Gesualdo si scoraggiò davvero. Non sa- 
pendo dove dar di capo, pensò agli amici antichi, 
quelli che si ricordano n^ bisogno, e mandò a chia- 
mare Diodata per dare ima mano. Venne invece il 
mazrito di lei, sospettoset, guardandosi intimo, badando 
dove metteva i piedi, sputacchiando di qua e di là: 

— Quanto a me.... anche la mia pelle, se la volete, 
don Gesualdo!... Ma Diodata è madre di famiglia, lo 
sapete.... Se le capita qualche disgrazia. Dio ne liberi 
voi e me,... Se piglia la malattia di vostra moglie.... 
Siamo povera gente.... Voi siete tanto ricco; ma io 
non avrei neppure di che pagarle il medico e lo spe- 
ziale.... 

Insomma le solite litanie, la solita giaculatoria per 
cavargH dell'altro sangue. Finalmente, dopo un po' 
di tira e inolia^ s'accordarono sul compenso. Gli toccava 

Vbroa. Masiro^doM Gesttaldo, 18 



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— 274 — 

chiudere gli occhi e chinare il capo. Nanni l'Orbo, 
tutto contento del negozio che aveva fatto, conchiuse: 

'^-Quanto a noi siete padrone anche della nostra 
j>elle, don Gesualdo. Comandateci jpiure, di notte e di 
giorno. Vo a pigliare mia moglie e ve la porto. 

Ma Bianca soffriva adesso di un altro male. Non 
voleva vedersi Diodata per casa. Non pigliava nulla 
dalle sue mani. — Noi... tu, no!... Vattene vial Che 
sei venuta a fare, tu? — Irritavasi contro quegli af- 
famati che venivano a mangiare alle sue s:paUe. Come 
s'affezionasse anche alla roba, in quel punto; come 
si risvegliasse in lei un rancore antico, uina gelosia 
del marito che volevano rubarle^ quella cattiva gente 
venuta apposta a chiuderle gli occhi, a impadronirsi 
di tutto il suo. Era diventata tale e quale una bam- 
bina, sospettosa, irascibile, capricciosa. Si lagnava che 
mettessero qualche cosa nel brodo, che le cam- 
biassero le medicine. Ogni volta che si udiva il cam- 
panello dell'uscio c'era una scena. Diceva che man- 
davano via la gente per non fargliela vedere. 

— Ho sentito la voce di mio fratello don Ferdi- 
nando!... ,È arrivata una lettera di mia figlia, e non 
hanno voluto darmela!... — 11 pensiero della figlia 
era un altro tormento. Isabella stava anch'essa poco 
bene, lontano tanto, un viaggio che l'avrebbe rovi- 
nata per sempre, scriveva suo. marito. Del resto sa- 
pevano da un pezzo come Bianca si trascinasse fra 
letto e lettuccio, e non avrebbero mai creduto la ca- 
tastrofe così prossima. Intanto la povera madre non 
sapeva darsi pace, e se la pigliava con don Gesualdo 
e con tutti quanti le stavano vicino. Ci voleva lina 
pazienza da santi. Aveva un bel dire suo marito: 

— Guarda!... Cosa diavolo ti viene in mente ades- 
so I... Anche la gelosia ti viene in mente !... — Essa 
aveva certe occhiate nere che non le aveva mai visto. 
Con certo suono che non le aveva mai uditq nella 
voce rauca, essa gh diceva : 

— Mi avete tolto mia figlia.... anche adesso che 
sono in questo stato !... Ve lo lascio per scrupolo di 
coscienza!... — Oppure gli rinfacciava di averle mes- 
so fra i piedi quell'altra gente.... Oppure non rispon- 
deva affatto, col viso rivolto al muro, implacabile. 



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— 275 — 

Nanni l'Orbo s'era installato come un papa in casa 
di don Gesualdo. Mangiava e beveva. Veniva ogni 
giorno a empirsi la pancia. Diodata badava a quel 
che c'era da fare, e lui correva in piazza a spassar- 
sela, a confabulare cogli amici, a dir che ci voleva 
questo e si doveva far quell'altro, a difendere la causa 
della povera gente nella quistione di sipartirsi i feudi 
del comune, ciascuno il suo pezzetto, come voleva 
Dio, e quanti figliuoli ogtii galantuomo aveva sulle 
spaÙe, tante porzioni! Egli conosiceva anche per filo 
e per segno tutti i maneggi dei pezzi grossi che cer- 
cavano ^.ppropriarsi le terre. Una volta attaccò una 
gran discussione su quest'argomento con Cajnali, e 
andò a finire a pugni, adesso che non era pllù il tem- 
po delle prepotenze e ognuno diceva le sue ragioni. 

Il giorno dopo mastro Titta era andato da Canali 
a radergli la barba, allorché suonarono il campanello 
e Canali andò a vedere colla saponata al mento. Meo- 
tré affilava il rasoio, mastro Titta allungò il collo 
per semplice curiosità, e vide Canali il quale parlava 
nell'anticamera con Gerbido, una faccia tutti e due 
da far tendere l'orecchio a chiunque. Canali diceva 
a Gerbido: — Ma ti fidi poi? — E Gerbido rispose: 
— Oh!!! — Nient'altro. 

Canali tornò a farsi la barba, tranquillo come nulla 
fosse, e mastro Titta non ci pensò pdù. Soltanto la 
sera, non sapeva egli stesso il pierchè.... im presen- 
timento, vedendo Gerbido ap'postato alla cantonata 
della Maser a, colla carabina sotto!... GU tornarono 
in mente le parole di poco prima. 

— Chissà per chi è destinata quella pillola, Dio 
liberi!... — pensò fra di sé. 

Già i tempi erano sospetti, e la gente s'era affret- 
tata a casa prima che suonasse l'aveìmaria. Pii^ in là 
incontrando Nanni l'Orbo, che stava da quelle parti, 
il cuore gli disse che Gerbido aspettasse appunto lui. 

— Che fate a quest'ora fuori, compare Nanni? — 
gli disse ^mastro Titta. — Venitevene a casa piutto- 
sto, che faremo la strada insietme.... 

— No, mastro Titta, devo passare qui dal tabac- 
calo, e poi vo un momento a vedere Diodata, che 
è ad assistere la moglie di don Gesualdo. , 



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— 276 — 

— Fatemi questo piacere, compare 'Nanni! Venite 
a casa piuttosto ! Il tabacco ve lo darò io, e da vo- 
stra moglie ci andrete domani. Non son tempi d'an- 
dare per le strade a quest'ora!... Credete a mei... 

L'altro la voltava in burla ; diceva di non aver 
paura lui, che gli rubassero i denari che non aveva.... 
L'aspettava sua moglie con un piatto di maccheroni.... 
e tante altre cose.... Per un piatto di maccheroni. 
Dio Hberi, ci lasciò la pelle! 

Appena mastro Titta udì il rumore della schiop- 
pettata, due minuti dopo, disse fra sé: — Questa è 
compare Nanni che se l'è presa. 

Don Gesualdo quel giorno aveva avuto degli altri 
dispiaceri. Speranza mandava l'usciere giusto quando 
saj>eva di fargli dare l'anima al diavolo. Non gli la- 
sciavano requie da anni ed anni, e gli avevano fatto 
incanutire i capelli con quella lite. Anche Speranza 
ci si era ridotta simile a una strega ; ci s'era mangiata 
la chiusa e la vigna, stuzzicata da ciascuno che avesse 
avuto da dire con suo fratello. Andava vituperandolo 
da per tutto. L'aspettava apposta nella strada, per 
vomitargU addosso delle ingiurie. Gli aizzava con- 
tro i figliuoli, pMDichè il marito non voleva guastarsi 
il sangue — era buono soltanto per portarsi la pancia 
a spasso nel paese, lui — e lo stesso Santo, allor- 
ché aveva bisogno di denari, voltava casacca e si met- 
teva dalla parte di Gesualdo, a sputare contro di lei 
gli stessi improperi che aveva diretti al fratello: una 
banderuola che girava a seconda del vento. 

— È una vera bricconata, vedete, don Camillo! Mi 
tirano di queste sassate giusto mentre sono nei guai 
sino al collo. Ho seminato bene e raccolgo male da 
tutti quanti, vedete! 

Don Camillo si strinse nelle spalle. 

— Scusate, don Gesualdo. Io lo l'ufficio mio. Per- 
y che vi siete guastato col canonico Lupi?... Per l'ap- 
palto dello stradone!... per una cosa da nulla.... Quello 
è un servo di Dio che bisogna tenerselo amico.... 
Ora soffia nel fuoco coi vostri parenti.... Non voglio 
dir imale di nessuno; ma vi darà da fare, caro dòn 
Gesualdo! 

E don Gesualdo stava zitto ; curvava le spalle adesso 



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— -^11 — 

che ciascuno gli diceva la sua, e chi poteva gli ti- 
rava la sassata. Come sapevasi che sua moglie stava 
peggio, il marchese Limoli era venuto a visitare la 
nipote, e ci aveva condotto pure don Ferdinando, tutti 
e due a braccetto, sorreggendosi a vicenda. — La 
morte e l'ignorante, — osservavano quanti li incon- 
travano ,a quell'ora per le strade, col femiento che 
c'era nel paese ; e si faceva la croce vedendo an- 
cora al mondo don Ferdinando,, con quella palandrana 
che non teneva più insieme. I due vecchi s'erano mes- 
si a sedere dinanzi al letto, col mento sul bastone, m^en- 
tre don Gesualdo faceva la storia della malattia, e il 
cognato gli voltava la schiena^ senza dir nulla, ri- 
volto alla sorella, la- quale guardava or questo. ed ora 
quell'altro^ [poveretta, con quegli occhi che voleva- 
no far festa a tutti quanti, allorché s'udì un vocìo 
per la strada^, gente che correva strillando, quasi fosse 
scoppiata, la rivoluzione che s'aspettava. Tutt'a un tratto 
si udì a bussare al portone e una voce che gridava: 

— Comare Diodata, aprite! Correte subito! Andate 
a vedere^ che vostro marito si è presa una schiop- 
pettata!... lì^ nella farmacia!... 

Diodata corse così come si trovava, a testa sco- 
perta, urlando per le strade. In un momento la casa 
di don Gesualdo fu ìutta sottosopra. Venne anche il 
barone Zacco, sospettoso, inquieto, masticando le pa- 
role, guardandosi dinanzi e di dietro prima d'aprir 
bocca. 

— Avete visto ? È fatta ! Hanno ammazzato il ma- 
rito di Diodata! 

Don Gesualdo allora si lasciò scappare la pazienza. 

— Che ci 'poss'o fare io ? Mi mancava anche questa 1 . 
Che diavolo volete da me ? 

— Ah, (Cosa potete farci?... Scusate! Credevo che 
doveste ringraziarmi.... se vengo subito ad avvertir- 
vi.... pel bene che vi vog)io.... da amico.... da parente..,.. 

Intanto sopraggiungeva dell'altra gente. Zacco al- 
lora andava a vedere chi fosse, socchiudendo l'uscio 
dell'anticamera. Ogni momento si udiva sbattere il 
portone, tanti scossoni Jpier la povera amwialata. A 
un certo punto Zacco venne a dire, tutto stravolto: 

— A Palermo c'è un casa del diavolo.... La rivo- 



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— 278 — 

luzione.... Vogliono farla anche qui.... Quel briccone 
di Nanni l' Orbo doveva farsi ammazzare giusto 
adesso.!... 

Don Gesualdo continuava a stringersi nelle spalle, 
come uno che non gliene importa nulla oramai, tutto 
per la poveretta ch*era in fin di vita. Dopo un po' 
giunsero la [moglie e le figlie del barone Zacco, ve- 
stite di casa, cogli scialli giù pel dorso, le facce lun- 
ghe^ senza salutar nessuno. Si vedeva ch'era finita. 
La baronessa andava a parlare ogni momento sotto- 
voce col marito. Donna Lavinia s'impadronì delle chia- 
vi. A quella vista Don Gesualdo si sbiancò in viso. 
Non ebbe il coraggio neppure di chiedere s'era giun- 
ta l'ora. Soltanto, cogli occhi lustri interrogava tutti 
quanti, ^d uno ad imo. 

Ma gli rispondevano con delle mezze parole. Il ba- 
rone allungava il muso, sua moglie alzava gli occhi 
al cielo, colle mani giunte. Le ragazze, già prese dal 
sonno, stavano zitte, sedute nella stanza accanto a 
quella dov'era l'ammalata. Verso mezzanotte, come 
la poveretta s'aera chetata a poco a poco. Don Ge- 
sualdo voleva (mandarh a riposare. 

— No, — disse il barone, — non vi lasceremo 
solo questa jiotte. 

Allora don Gesualdo non fiatò più, giacché non 
c'era più speranza. Si (mise a passeggiare in lungo 
e in largo^ a capo chino, colle mani dietro la schiena. 
Di tanto in tanto si chinava sul letto della moglie. 
Poi tornava a passeggiare nella stanza vicina, bor- 
bottava fra di sé, scrollava il capo, si stringeva nelle 
spalle. Infine si rivolse a Zacco, colla voce piena di 
lagrime : 

— Io direi di mandare a chiamare i suoi parenti.... 
ieh? don Ferdinando.... Che ne dite voi? 

Zacco fece una smorfia. — I suoi parenti?... Ah, 
va bene.... Come volete.... Domani.... a giorno fatto..,. 

Ma; il [pover'juomo non seppe più frenarsi, le parole 
gli cuocevano dentro e sulle labbra. 

— Capite?... Neanche farle vedere la figliuola per 
l'ultinfia volta!... È un porco, quel signor ducal Tre 
mesi che scrive oggi verremo e domani verremo I 
Come 'se lavesse dovuto campar cent'anni quella po- 



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— 279 — 

verettal Dice bene il proverbio: Lontano dagli occhi 
e lontano dal cuore. Ci ha rubato la figlia e la dote, 
quell'assassino ! 

E continuò a sfogarsi così per un pezzo colla mo- 
glie di Zacco, che era mamma anche lei, e accennava 
di sì, sforzandosi di tenere aperti gH occhi che le si 
chiudevano da soli. Egli non sentiva né il sonno né 
nulla, tornava a brontolare: 

— Che notte ! che nottata eterna ! Com'è lunga que- 
sta notte;, DomeneddioI 

Appena spuntò il giorno aprì il balcone per chia- 
mare Nardo il (manovale, e mandarlo da tutti i pa- 
renti, che Bianca, poveretta, stava assai male, se 
volevano vederla. Per la strada c'era un viavai stra- 
ordinario, je laggiìi in piazza udivasi un gran sussur- 
ro. Mastro Nardo^ al ritomo, portò la notizia. ,. 

— Hanno fatto la rivoluzione. C'è la bandiera sul 
campanile. 

Don Gesualdo lo mandò al diavolo. Ghene impor- 
tava assai della rivoluzione adesso! L'aveva in casa 
la rivoluzione adesso! Ma Zacco procurava di cal- 
marlo. 

— Prudenza, prudenza! Questi son tempi che ci 
vuol prudenza, caro amico. 

Di lì a un po' si udì bussare di nuovo al portone. 
Don Gesualdo corse in persona ad aprire, credendo 
che fosse il medico o qualchedun altro di tutti coloro 
che aveva paandato a chiamare. Invece si trovò di 
faccia il canonico Lupi, vestito di corto, con un cap- 
pellaccio a cencio, e il baronello Rubiera che se ne 
stava in disparte. 

— Scusate, idon Gesu,aldo.... Non vogliamo distur- 
barvi.... Ma è un affare serio.... Sentite qua.... 

Lo tirò neHa stalla onde dirgli sottovoce il motivo 
per cui erano venuti. Don Nini da lontano, ancora 
imbroncito, lapplxjvava col capo. 

— S'ha da fare la dimostrazione, capite? Gridare 
che vogliamo Pio Nono e la libertà anche noi.... Se 
no ci pigliano la mano i villani. Dovete esserci an- 
che voi. Non diamo cattivo esempio, santo Dio! 

— Ah? La stessa canzone deUa Carboneria? — sal- 
tò su don Gesiualdo infu,riato. — Vi ringrj^io t^to. 



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— 28o — 

canonico! Non ne fo più di rivoluzioni I Bel guada- 
gno che ci abbiamo fatto a cominciare! Adesso ci 
hanno preso gusto, e ogni pò* ve ne piaatano un'al- 
tra per togliervi i denari di tasca. Oramai ho capito 
cos'è: Levati di lì, e damani il fatto tuo! 

— Vuol dire che difendete il Borbone? Parlate 
chiaro. 

— Io difendo la mia roba, caro voi!... Ho lavora- 
to.... col mio sudore.... Allora.... va bene.... Ma adesso 
non ho più motivo di fare il coimodo di coloro che 
non hanno e non posseggono.... 

— E allora ve la fanno a voi, capite ! Vi saccheg- 
giano la casa e tutto! 

Il canonico aggiunse che veniva nell'interesBe di 
coloro che avevano da perdere e dovevano darsi la 
mano, in quel frangente, pel bene di tutti.... Se no, 
non ci avrebbe Imesso i piedi in casa sua.... dopo: il tiro 
che gli aveva giocato per l'appalto dello stradone.... 

— Scusate! Giacché volete fare il sordo.... Sapete 

che avete tanti nemici! Invidiosi.... quel che volete 

Intanto jnon vi guardaaio di buon occhio..,. Dicono 
che siete peggio degli altri, ora che avete dei denari 
Questo è il tempo di spenderli, i denari, se volete 
salvar la pelle! 

A quel punto prese la parola anche don Nini: 

— Lo sapete che ci accusano di aver fatto uccidere 
Nanni l'Orbo.... per chiudergli la bocca.... Voi pel 
primo!... Mi dispiace che m'hanno visto venire con 
mia moglie, l'altra sera..,. 

— Già, — osservò il canonico, — siamo giusti. 
Chi poteva avere interesse che compare Nanni noia 
chiacchierasse tanto?... Una bocca d'inferno, signori 
miei! La storia di Diodata la sa tutto il paese. Ora 
vi scatenano contro anche i fighuoli.... vedrete, don 
Gesualdo ! 

— Va bene, — rispose don Gesualdo. — Vi sa- 
luto. Non posso lasciar mia moglie in quello stato 
pier ascoltar le vostre chiacchiere. — E volse 1<h?o 
le spalle. \ 

— Ah, — s€)ggiuiise il canonico addandogli dietro 
su per le scale. — Scusate, non ne saipevo nulla. 
Non credevo che fossimo già a quiesto punt)o„« 



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— 28l — 

Giacché lerano lì non potevano fare a meno di sa- 
lire un moimento a veder donna Bianca, lui e il ba- 
ronello. Don Nini si fermò all'uscio col cappello in 
mano, (senza dire una parola, e il canonico, che se 
ne intendeva^ dopo un jx)' fece cenno col capo a don 
Gesualdo, come a dirgli di sì, ch'era ora. 

— Io ime ne vo, — disse don Nini rimettendosi il 
cappello. — Scusatemi tanto, io non ci reggo. ' 

C'era già don Ferdinando Trao al capezzale, come 
una muffnimia, e la zia Macri, la quale asciugava il 
viso alla nipote con un fazzoletto di tela fine. Le 
Zacco erano pallide della nottata persa, e donna La- 
vinia non si reggeva più in piedi. Sopraggiunse il 
marchese Limòh insieme al confessore. Donna Agrip- 
pina allora li mise fuori tutti quanti. Don Gesualdo, 
dietro a quell'uscio chiuso^ si sentiva un gruppo 9lLa 
gola, quasi gli togliessero prima del teimpo la sua po- 
vera, pnoglie. ; 

— Ah!... — borbottò il marchese. — Che coim- 
media, povera Bianca 1 Noi restiamo qui per assistere 
ogni giorno aUa conumedia, eh, don Ferdinando!... An 
che la (morte s'è scordata che ci siamo al mondo noi !... 

Don Ferdinando stava a sentire, istupidito. Tratto 
tratto guardava timidamente di sottecchi il cognato 
che aveva gli occhi gonfi, la faccia gialla e ispida di 
peli, e faceva atto d'andarsene, impaurito. 

— No, — dissie il imarchese. — Non potete lasciare 
la sorella in questo piunto. Siete come un ba|mbino, 
caspita 1 

— Entrò in quel mentirei il barone Mèfndola, col fiato 
ai denti, cominciando dallo scusarsi a voce alta : 

— Mi dispiace.... Non ne sapevo nulla.... Non cre- 
devo.... — Poi, vedendosi intomo quei visi e quiel 
silenzio, abbassò la voce e andò a finire il discorso in 
un angolo, all'orecchio del barone Zacco. Costui tor- 
nava la "parlare della nottata che avevano persa: le 
sue ragazze senza chiudere occhio, Lavinia che non 
si reggeva in piedi. Don Gesualdo guardava è vero 
stralunato di qua e di là, ma si vedeva che non gli 
dava retta. In quella tornò ad uscire il prete, strasci- 
cando i piedi, con una commozione che gli faceva 
tremar le labbra cadenti, povei-o vecchio. 



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— 282 — 

— Una santa!... — disse al marito. — Una santa 
addirittura I 

Don Gesualdo affermò col capo, col cuore gonfio 
anche lui. Bianca ora stava supina, cogli* occhi sbar- 
rati, il viso come velato da un'ombra,. Donna Agrip- 
pina preparava l'altare sul comò, con la tovaglia da- 
mascata e i candelieri d'argento. A che gli giovava 
adesso avere i candeUeri d'argento ? Don Ferdinando 
andava toccando ogni cosa, proprio come un bam- 
bino curioso. Infine si piantò ritto dinanzi al letto, 
guardando la sorella che stava facendo i conti con 
Domeneddio in quel imomento, e si mise a piangere 
e a singhiozzare. Piangevano tutti quanti. In quell'i- 
stante fece capolino dall'uscio donna Sarina Cirmena, 
scalmanata, col manto alla rovescia, esitante, guar- 
dando intorno per vedere come l'avrebbero accolta, 
cominciando diggià a fregarsi gli occhi col fazzoletto 
ricamato. 

— Scusate! Perdonate! Io non ci ho il pelo nello 
stomaco.... Ho sentito che imia nipote.... Il cuore l'ho 
qui, di carne!... L'ho tenuta come una figliuola!:.. 
Bianca!... Bianca!... 

— No, zia! — disse donna Agripfpina. — S'aspetta 
il viatico. Non la disturbate adesso cpn piensieri mon- 
dani.... 

— È giusto, — disse donna Sarina. — Scusatemi, 
don Gesualdo. 

Dopo che si fu comunicata. Bianca parve im po' 
più calma. L'affanno era cessato, e arrivò a balbet- 
tare qualche parola. Ma aveva una voce che s'udiva 
appena. 

— Vedete? — disse donna Agripfpina. — Vedete, 
ora che ;si è messa in grazia di Dio!... Alle volte il 
Signore fa il [miracolo. — Le :misero sul petto la re- 
liquia della Madonna. Donna Agrippina si tolse il 
cingolo della tonaca per ficcarglielo sotto il guan- 
ciale. La zia Cirmena portava eseimpi di guarigioni 
miracolose : tutto sta ad avere fede nei santi e nelle 
reliquie benedette: il Signore può far quiesto ed al- 
tro. Lo stesso don Gesualdo allora sì mise a pian- 
gere come un bambino. 

— Anche lui! — borbottò donna Sarina, fingendo 



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— 283 — 

di «parlare ,all'orecchio della Macrì. — Anche lui, il 
cuore non l'ha cattivo in fondo. Non capisco però 
come Isabella non sia venuta.... duchessa o no I... Mam- 
me ne àbbiaimo una solai... Se bisognava fare tante 
storie per arrivare a questo bel risultato.... 

— È un porco!... un infame!... un assassino! — (Se- 
guitò a brontolare don Gesualdo, stralunato, colle lab- 
bra strette, gli occhi accesi che pareva un pazzo. , 

— Eh ? Che cosa ? — domandò la Cimiena. 

— Ssst! ssst! — interruppe donna Agrippina. 

Il barone Mèndola si chinò all'orecchio di Zacco 
per dirgli qualche cosa. L'altro scosse il testone ar- 
ruffato e gonfio due o tre volte. La baronessa api- 
prof ittò del buon inomento per indurre don Gesualdo • 
a pigliare un po' di ristoro dalle mani stesse di La- 
vinia. — Sì, un po' di brodo, due giorni che non 
apriva bocca il pover'uomo!... 

Come passarono nella stanza accanto, che dava sulla 
strada, sì udì da lontano un rmnore che pareva del 
mare in tem^pesta. Mèndola narrò allora quello che 
aveva visto nel Venire. ' 

— Sissignore! Hanno messo la bandiera sul cam- 
panile. Dicono chTè il segno di abolire tutti i dazi e 
la fondiaria. Perciò or ora faranno la dimostrazione. 
Il procaccia delle lettere ha portato la notizia che a 
Palermo J'hanno già fatta.... e anche in tutti i paesi 
lungo la strada. Sicché sarebbe ima porcheria a non 
farla anche qui da noi.... Infine cosa può costare? 
La banda, quattro palmi di mussolina.... Guardate! 
guardate!... 

DaUa via del Rosario sipuntava una "bandiera tri- 
colore in cima a una canna, e dietro una fiumana di 
gente che vociava e agitava braccia e capipelli in aria. 
Di tanto in tanto partiva anche una schioppettata. 
Il marchese, ch'era sordo, colme una talpa domandò: 

— Eh? Che c'è? 

Il finimondo c'era! Don Gesualdo rimase colla chic- 
chera in mano. S'udì in quel punto una forte scam- 
panellata all'uscio, e Zacco corse a vedere. Dopo un 
momento sporse il capo dall'uscio dell'anticamera, e 
chiamò a voce alta: 

— Marchese! Marchése Limoli! i \ 



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— 284 — 

Rimasero a discutere sottovoce neiraltra stanza. Pa- 
reva che il barone mettesse buone parole con im terzo 
che era arrivato allora, e il marchese andasse scal- 
dstndosi. - — Noi noi è ima porcheria! — In quella 
rientrò Zacco, solo, col viso acceso. 

— Sentite, don Gesualdo I... Un moiinento.... una pa- 
rolina.... 

La folla era giunta lì, sotto la casa; si vedeva la 
bandiera all'altezza del balcone, quasi volesse entra- 
re. Si udivano degli urli: viva, morte. 

— Un moimentol — esclaimò allora Zacco, metten- 
do da parte ogni riguardo. — Affacciatevi un mo- 
mento, don Gesualdo I Fatevi vedere^ sie no succede 
qualche diavolo!... 

C*era il .canonico Lupi, che portava ri ritratto di 
Pio Nono, il baro nello Rubiera, giallo come un morto, 
sventolando il fazzoletto;, tan^t 'altra gente, tutti gri- 
dando : 

— Viva!... abbasso!... imorte!... 

Don Gesualdo, accasciato sulla seggiola, colla chic- 
chera in jmano, seguitava a scrollare il capo, a strin- 
gersi nelle spalle, pallido come la camicia, ridotto 
un vero cencio. Il marchese assolutamente voleva sa- 
pere cosa cercasse quella gente, laggiù: — Eh? che 
cosa? 

— Vogliono la vostra roba! — esclamò infine il 
barone Zacco fuori dei gangheri. Il marchese si mise 
a ridere .dicendo: — Padroni! padronissimi! — In 
quel momento passò in furia donna Agrippiina Macrì, 
colla tonaca color pulce che le sbatteva dietro, e 
nella camera della moribonda si udì un gran tram-busto, 
seggiole rovesciate, donne che strillavano. Don Ge- 
sualdo s'alzò di botto, vacillando, coi capelli irti, posò 
la chicchera sul tavolino, e si mise a passeggiare in- 
nanzi e indietro, fuori di sé, picchiando le mani l'una 
sull'altra e ripetendo: 

— S'è fatta la festa!... s'è fatta! 



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,— 285 



III. 



Giunse poco dopo una lettera d'Isabella, la quale non 
sapeva nuUa ancora della catastrofe, e fece piang'ere 
gli stessi sassi. Il duca scrisse anche lui — un fo- 
glietto con una lista nera larg'a un dito, e il sigillo 
stemimato, pur esso nero, che stringeva il cuore — 
inconsolabile per la perdita della suocera. Diceva che 
aUa duchessa s'era dovuto nascondere la verità per 
consiglio degli stessi jnedici, visto che sarebbe stato 
un colpo di fulmine, malaticcia com'era anch'essa, 
giusto aUa vigilia di ntiettersi in viaggio per andare 
a vedere sua madre!... Terminava chiedendo per lei 
qualche ricordo della morta, una bazzecola, una ciocca 
di capelli, il libro da messa, l'anellino nuziale che 
soleva portare al dito.... 

Al notaro poi scrisse per chiedere se la defunta, 
buon'anima, avesse lasciati beni stradotali. — Si sep- 
pe poi da don Emtanuele Florio, l'impiegato della 
posta, il quale scovava i fatti di tutto il paese, giac- 
ché il notaro non rispose neppure, e solo con qual- 
che intimo, brontolone come s'era fatto coli 'età, an- 
dava dicendo: 

— Mi pare che il signor duca sia ridotto a cer- 
care la luna nel pozzo, mi pare ! 

La povera morta se n'era andata alla sepK)ltura in 
fretta, fra quattro ceri, nel subbuglio della gente am- 
mutinata che voleva questo, e voleva quell'altro, stan- 
do in piazza dalla mattina alla sera, a bociare colle 
mani in tasca e la bocca aperta, asipettando la manna 
che doveva piovere dal campanile imbandierato. Ciolla 
ch'era diventato un pezzo grosso alfine, con una pen- 
na nera nel cappello e im camiciotto di velluto che 
sembrava un bambino, a quell'età, passeggiava su e 
giù per la piazza, guardando di qua e di là come a 
dire alla gente: — Ehi! badate a voi adesso! Don 
Luca, portando la croce dinanzi alla bara, ammiccava 



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— 286 — 

gentilmente, per farsi strada fra la folla, e sorrideva 
ai conoscenti j come udiva lungo la via tutti quei 
gloria che recitava la gente alle spalle di mastro - don 
Gesualdo. 

— Un brigante! un assassino I uno che s*era ar- 
ricchito, mentre tanti altri erano rianasti poveri e pez- 
zenti peggio di prima I uno che aveva i magazzini 
pieni di roba, e mandava ancora l'usciere in giro per 
raccogliere il (debito degli altri. — A strillare più forte 
erano i debitori che s'erano mangiato il grano in erba 
prima della ^messe. Gli rinfacciavano pure di essere 
il più tenace a non voler che gli altri si pigliassero 
le terre del comune, ciascuno il saio pezzetto. Non 
si sapeva donde fosse partita l'accusa; ma ormai era 
cosa certa. Lo dicevano tutti: il canonico Lupi ar- 
mato sino ai denti, il barone Rubiera colla caccia- 
tora di fustagno, come un povero diavolo. Essi erano 
continuamente in mezzo ai capajnnelli, alla mano e bo- 
naccioni, col cuore sulle labbra: — Quel mastro-don 
Gesualdo sempre lo stesso! aveva fatto morire la mo- 
glie senza neppure chiamare im medico da Palermo! 
Una Trao I Una che Taveva messo nell'onore del mon- 
do ! A che l'era giovato essere tanto ricca ? — Il cano- 
nico si lasciava sfuggire dell'altro ancora, in confi- 
denza : Le stesse messe in suffragio dell'anima avevano 
lesinato alla poveretta! — Lo so di certo. Sono stato 
in sagrestia. Se non ha cuore neppure pel sangue 
suo!... Non mi fate parlare, phè domattina devo dir 
messa! — NobiH e plebei, passato il primo sbigotti- 
mento, erano diventati tutti una famiglia. Adesso i si- 
gnori erano infervorati a difendere la libertà; preti 
e frati col crocifisso sul petto, o la coccarda di Pio 
Nono, e lo schioppo ad armacollo. Don Nicolino Mar- 
garone s'era fatto capitano, cogh speroni e il berretto 
gallonato. Donna Agrippina Macrì preparava filacce e 
parlava d'andare al campo, appena cominciava la guer- 
ra. La signora Capitana raccoglieva per la compera 
dei fucih, vestita di tre colori, il casacchino rosso, la 
gonnella bianca, e un cappellino calabrese colle penne 
verdi ch'era un amore. Le altre dame ogni giorno 
portavano sassi alle barricate, fuori porta, coi Cane- 
strini ornati di nastri e la musica avanti. Sembrava 



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_ 287 — 

una festa, mattina e sera, con tutte quelle bandiere, 
quella folla per le strade, quelle grida di viva e di 
abbasso, ogni imomento, lo scampanìo, la banda che 
suonava, la luminaria più tardi. Le sole finestre che 
rimanessero chiuse erano quelle di don Gesualdo Mot- 
ta. Lui il solo che se ne stesse rintanato come im 
lupo, nemico del suo paese, adesso Che ci s'era in- 
grassato, lagnandosi continuamente che venivano a 
pelarlo ogni giorno, la commissione per i poveri, il 
prestito forzoso, Ja questua pei fucili I... Lui lo mette- 
vano in capo lista^ lo tassavano il doppio- degli altri. 
GH toccava difendersi e litigare. I signori del Comi- 
tato che tornavano stanchi di casa sua, dopo un'ora 
di tira e molla^ ne contavano delle belle. Dicevano 
che non capiva più niente, uno stupido, l'ombra di 
mastro-don Gesualdo, un cadavere addirittura, che sta- 
va ancora in piedi per difendere i suoi interessi, ma 
la mano di Dio arriva tosto o tardi! 

Intanto i villani e gli affamati che stavano in piazza 
dalla jnattina alla sera, a bocca aperta, aspettando la 
manna che non veniva, si scaldavano il capo a vi- 
cenda, discorrendo delle soperchierie patite, delle in- 
vernate di stenti, mentre c'era della gente che aveva 
i magazzini pieni di roba, dei campi e delle vigne I... 
Pazienza i signori, che c'erano nati.... Ma non si da- 
vano pace, pensando che don Gesualdo Motta era nato 
povero e nudo al par di loro. — Se lo rammenta- 
vano tutti, p<)viero bracciante. — Speranza, la stessa 
sua sorella, predicava lì, di faccia alla bandiera inal- 
berata sul Palazzo di Città, ch'era giunto alfine il 
momento di restituire il mal tolto, di farsi giustizia 
colle proprie mani. Aizzava contro allo zio i suoi fi- 
gliuoli che s'erano fatti grandi e grossi, e capaci di 
far valere le loro ragioni, se non fossero stati due 
capponi, conue il genitore, che s'era acquetato subito, 
quando il cognato aveva mandato un gruzzoletto, al- 
lorché Bianca stava male, dicendo che voleva fare 
la pace con tutti quanti, e dei guai ne aveva an- 
che troppi. Giacalone, a cui don Gesualdo aveva fatto 
pignorar Ja mula pel debito del raccolto, l'erede di 
Pirtuso, che Jitigava ancora con lui per certi denari 
che il sensale s'era portati all'altro mondo, tutti co- 



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— 288 — ^ 

loro che gli erano contro per un motivo o per l'al- 
tro, soffiavano ^iiesso nel fuoco, dicendone roba da 
chiodi, raccontando tutte le porcherie di mastro-don 
Gesualdo, stparlandone in ogni bettola e in ogtii croc- 
chio, stuzzicando anche gli indifferenti, con quella sto- 
ria delle terre comunali che dovevano spartirsi fra 
tutti quanti, delle quali ciascuno asipettava il suo pez- 
zetto, di giorno in giorno, e ancora non se ne par- 
lava^ e chi ne parlava lo facevano uccidere a tradi- 
mento, per tappargh la bocca.... Si sapeva da dove 
era partito il colpo! Mastro Titta aveva riconosciuto 
Gerbido, l'antico garzone di don Gesualdo, mentre 
fuggiva celandosi il viso nel fazzoletto. Così tornò a 
galla la storia di Nanni l'Orbo il quale S'era accol- 
lata la ganza di don Gesualdo coi figliuoli, dei poveri 
trovatelli che andavano a zappare nei campi del ge- 
nitore per guadagnarsi il pane, e gli baciavano le 
mani per giunta, come quella bestia di Diodata che 
a chi gli dava un calcio rispondeva grazie. 

Dai e dai erano arrivati a scatenargli contro anche 
loro, una sera che li avevano tirati in quelle chiac- 
chiere all'osteria^ e i due ragazzacci non possedeva- 
no ^eppure di che pagar da bere agli amici. Dofi 
Gesualdo si vide comparire a quell'ora Nunzio, il più 
ardito. — Il nome del nonno, sì glielo aveva dato; 
ma la roba no I — Per poco non s'accapigliarono, padre 
e figHo. Si fece un gran gridare, ima Ute che durò 
mezz'ora. Accorse anche Diodata, coi capelli per aria, 
vestita di nero. Nunzio, ubbriaco fradicio, pretendeva 
il fatto suo lì su due piedi, e gliene disse di tutte 
le specie, a lei e a lui. Lo zio Santo, che s'era ac- 
comodato col fratello, dopo la morte della cognata, 
aiutandolo ^ passar l'angustia, mangiando e bevendo 
alla sua barba, afferrò la stanga per metter pace. Il 
povero don Gesualdo andò a coricarsi più morto che 
vivo. 

In mezzo a tanti dispiaceri s'era ammalato davvero. 
GU avvelenavano il sangue tutti i discorsi che sen- 
tiva fare alla gente. Don Luca il sagrestano, il quale 
gli s'era ficcato in casa, quasi fosse già l'ora di por- 
targh l'oHo santo, pretendeva che don Gesualdo do- 
vesse aprire i magazzini aUa povera gente, se voleva 



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salvare raniina e il corpo. Lui ci aveva cinque figliuoli 
sulle spalle, cinque bocche da sfamare, e la moglie 
sei. Mastro Titta, quand'era venuto a cavargli san- 
gue, gli cantò il resto, colla lancetta in aria: 

— Vedete? Se non mettono giudizio, certimi, va a 
finir piale, stavolta! La gente non ne può piùl Sono 
quarant'anni che levo pelo e cavo sangue, e sono an- 
cora quello di prima, io I ^ 

Don Gesualdo, malato, giallo, colla bocca sempre 
amara, [aveva perso il sonno e l'appetito; gli erano 
venuti dei crapipi allo stomiaco che gli mettevano 
come tanti cani arrabbiati dentro. Il barone Zacco era il 
solo amico che gli fosse rimasto. E la gente diceva pure 
che doveva averci il suo interesse a fargli l'amico, 
qualche disegno in testa. Veniva a trovarlo sera e 
mattina^ gli conduceva la moglie e le figliuole, vestiti di 
nero tutti quanti, che annebbiavano una strada. Gli 
lasciava la sua ragazza per curarlo : — Lavinia ci 
ha la mano apposta j>er far decotti. — Lavinia è 
un diavolo, per tener d'occhio una casa, — Lasciate 
fare a Lavinia che sa dove mettere le mani. — Dal- 
l'altro canto poi faiceva il viso brusco se D iodata aveva 
la faccia di farsi vedere ancora lì, da don Gesualdo, 
con il fazzoletto nero in testa, carica di figliuoli, di 
già canuta e curva come una vecchia: — No, no, 
buona donna. Non abbiamo bisogno di voi I Badate ai 
fatti vostri piuttosto, che qui la cuccagna è finita. — 
Poscia in confidenza spifferava anche delle paternali 
all'amico. — Che diavolo ne fate di quella vecchia?... 
Non vi conviene di lasciarvela bazzicar fra i piedi 
colei, ora ch'è vedovai... Dopo che l'avete avuta in 
casa anche da zitella.... Il mondo, sapete bene, ha la 
lingua lunga! Poi, quell'altra storia.... la morte di suo 
marito.... È vero che se lo meritava!... Ma infine è 
meglio chiudere la bocca alla gente!... Del resto, non 
avete bisogno di nulla, ora che ci abbiam.o qui la 
mia ragazza. 

Lui «tesso si faceva in quattro a disporre e a or- 
dinare nella casa del cugino don Gesualdo, a ficcare 
il naso in tutti i suoi affari, a correre su e giù con 
le chiavi dei magazzini e della cantina. Gli consiglia- 
va pure di mettere a frutto il denaro contante, ^ 

VsROA. Mastro-don Gesualdo» 19 



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— 2gó — 

ne aveva in serbo, caso mai le faccende s*iinibro- 
gliassero Jpeg'gio. 

— Datelo a mutuo, col suo bravo atto dinanzi no- 
taio.... un pò* per uno, a tutti coloro che gridano più 
forte perchè non hanno nulla da perdere, e minac- 
ciano adesso di scassinarvi i magazzini è bruciarvi la 
casa. Taceranno, per adesso. Poi, se arrivano a pigliar- 
si le terre del comune, voi ci mettete subito una bella 
ipoteca. Le cose non possono andare sempre a que- 
sto modo. I teonpi torneranno a cambiare, e voi ci 
avrete imesso sopra le unghie a tempol 

Ma lui non voleva sentir parlare di denaro. Diceva 
che non ne aveva, che suo genero l'aveva rovinato, 
che preferiva, riceverli a schioppettate, quelli che ve- 
nivano a bruciargli la casa o a scassinargli i magaz- 
zini. Era diventato una bestia feroce, verde daUa bile, 
la malattia stessa gli dava alla testa. Minacciava : — 
Ah ! La mia roba ? Voglio vederli I Dopo quarant*anni 
che ci ho messo a farla.... un tari doipo l'altro !... Piut- 
tosto cavatemi fuori il fegato e tutto il resto in una 
volta, che U ho fradici dai dispiaceri.... A schioppet- 
tate! Voglio ammazzarne pirima una dozzina! A chi 
ti vuol toghere la roba levag'li la vita! 

Perciò aveva armato Santo e mastro Nardo., il vec- 
chio manovale, con sciabole e carabine. Teneva il 
portone isbarrato, due mastini feroci nel cortile. Di- 
cevasi che in casa sua ci fosse un arsenale; che la 
sera ricevesse Canah, il marchese Limoli, dell'altra 
gente ancora, per congiurare, e un bel inattino si sa- 
rebbero trovate le forche in piazza, e appesi tutti co- 
loro che avevano fatta la rivoluzione. I pochi amici 
perciò l'avevano abbandonato, onHe non esser idsti 
di cattivo occhio. E Zacco correva davvero un brutto 
rischio continuando ad andare da lui e a condurgli 
tutta la famiglia. — Peccato che con voi ci si ri- 
mette il ranno e il sapone ! — gli disse però più di 
una volta. Sua moglie infine, vedendo che non si ve- 
niva a una conclusione con quell'uomo, lasciò scop- 
piare la bomba, un giorno che don Gesualdo s'era 
apipisolato sul canapè, giallo come un morto, e la 
sua ragazza |gli faceva da infermiera, messa a Car- 
dia accanto alla finestra. 



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— 291 — 

— Scusatemi, cugino ! Sono imadre, e non posso più 
tacere, infine.... Tu^ Lavinia, vai di là, che ho da 
parlare col cugino don Gesualdo.... Ora che non c'è 
più la piia ragazza, apritemi il cuore, cugino mio.... 
e ditemi chiaro la vostra intenzione.... Quanto a me 
ci avrei tanto piacere.... ed anche il barone mio ma- 
rito.... Ma bisogna parlarci chiaro.... 

Il poveraccio spalancò gli occhi assonnati, ancora 
disfatto dalla colica: — Eh? Che dite? Che volete? 
Io non vi capisco. 

— Ahi Non mi capite? Allora che ci sta a far qui 
la mia Lavinia? Una zitella 1 Siete vedovo finalmente, 
e gli anni del giudizio li dovete anche avere, per 
pigliare una risoluzione, e sapere quel che volete fare I 
• — Niente. Io non voglio far niente. Voglio stare 
in pace, se mi ci lasciano stare.... 

— Ah? Così? Stateci pure a comodo vostro.... Ma 
intanto non è giusto.... capite bene!... Sono madre.... 

E stavolta, risoluta, ordinò alla figliuola di pirendere 
il manto e venirsene via. Lavinia obbedì, furibonda 
anche lei. Tutt'e due, uscendo da quella casa per 
Tultima volta, fecero tanto di croce sulla soglia. — 
Una galera, quella baracca 1 La povera cugina Bianca 
ci aveva lasciato le ossa col mal sottile I — Zacco 
la sera stessa andò a far visita al barone Rubiera, 
invece di annoiarsi con quel villano di mastro-don 
Gesualdo che passava la sera a lamentarsi, tenendosi 
la pancia, all'oscuro, per risparmiare il lume. 

— Mi volete, eh? cugino Rubiera.... donna Giusep- 
pina . . . . ' 

Don Nini era uscito per assistere a certo concilia- 
bolo in cui si, trattavano affari grossi. Intanto che 
aspettava, il baróne Zacco volle fare il suo dovere 
coUa baronessa madre, ch'era stato un pezzo senza 
vederla. La trovò nella sua camera, inchiodata nel 
seggiolone di faccia al letto matrimoniale, accanto 
al quale era ancora lo schioppo del marito, buon'a- 
nima, e il crocifisso che gli avevano messo sul petto 
in punto di morte, imbacuccata in un vecchio scialle, 
e colle mani inerti in grembo. Appena vide entrare il 
cugino Zacco si mise a^ piangere di tenerezza, lim- 
bambita : delle lagrime grosse e silenziose che si gon- 



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— 292 — 

fiavano a poco a poco negli occhi torbidi, e scen- 
devano lentamente giù per le guance floscie. — Bene, 
bene, mi congratulo, cugina Rubiera ! La testa è sana ! 
Conoscete ancora la gente! — Essa voleva narrargli 
anche i suoi guai, biasciando, sbuffando e imbroglian- 
dosi, con la lingua grossa e le labbra pavonazze, spu- 
manti di bava. Il barone, affettuoso, tendeva l'orecchio, 
si chinava ^ni di lei. — Eh? Che cosa? Sì, sì, capi- 
sco 1 Avete ragione, poveretta! — In quella soprag- 
giunse la nuora infuriata. — Non si capisce una ma- 
ledetta ! . — osservò Zacco. — Deve essere im pou'gatorio 
per voialtri parenti. — La parahtica fulminò im"'oc- 
chiata feroce, rizzando più che poteva il capo piegato 
sull'omero, tmentre donna Giuseppina la sgridava come 
una bimba, asciugandole il mento con un fazzoletto 
sudicio. — Che avete? che volete? stolida!... Vi ro- 
vinate la salute 5... ^È proprio una creaturina di latte. 
Dio lodato! Non bisogna credere a quello che dice! 
Ci vuole una pazienza da santi a durarla con lei!... 
— La suocera adesso spalancava gli occhi, guardan- 
dola atterrita, rannicchiando il capo nelle spalle, quasi 
aspettando di essere battuta: — Vedete? Santa pa- 
zienza 1 

— Ve l'ho detto, — conchiuse il barone. — Avete 
il purgatorio in terra, per andarvene diritto in pa- 
radiso. 

Indi giunse don Nini à prendere le chiavi della 
cantina. Trovando il cugino fece iim ,certo viso sciocco. 

— Ah.... cugino!... Che c'è di nuovo? Vostra mo- 
glie sta bene?... Qui, da me, lo vedete.... guai colla 
pala ! Che c'è, mamma ? i soliti capricci ? Permettetemi, 
cugino Zacco, devo scendere giù un momento.... 

Le chiavi stavano sempre lì, appese allo stipite del- 
l'uscio. La paralitica li accompagnava cogli occhi, 
senza poter pronunziare una parola; sforzandosi più 
che potesse di girare il capo a oglii passo che faceva 
U figliolo, con delle chiazze di sangue guasto che le 
ribolHvano a un tratto nel viso cadaverico. Zacco al- 
lora cominciò a snocciolare il rosario contro di ma- 
stro-don Gesiialdo. — Signore Iddio, me ne accuso 
e me ne pento! L'ho durata fin troppo con colui! Mi 
pareva iuna brutta cosa abbandonarlo nel bisogno.... 



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— 293 — 

in imezzo a tutti i suoi nemici.... Non fos'se altro per 
carità cristiana.... Ma via! è trop'po.... Neanche i suoi 
parenti possono tollerarlo, queiruomo! Figuratevi! 
neanche quello stolido di don Ferdinando!... Si con- 
tenta di non uscire piìi di casa pur di non essere 
costretto a jnettei^e il v-estito nuovo che g'ii ha mandato 
a regalare il cognato.... Sin che campa, avete inteso? 
Quello è un uomo di carattere ! Infine sono stanco, 
avete capito ? Non voglio rovinarmi per amore di ma- 
stro-don Gesualdo. Ho moglie e figliuoli. Dovrei por- 
tarmelo appeso al collo come un sasso per annegarmi ? 

— Ah!... ve l'avevo detto io! Vediamo, via, in co- 
scienza! Cosa era mastro don Gesualdo vent'anni fa?... 
Ora ci mette i piedi sul collo a noialtri! Vedete, si- 
gnori miei, un barone Zacco che gli lustra le scarpe 
e s'inimica coi parenti per lui! 

L'altro chinava il capo, contrito. Confessava che 
aveva errato, a fin di bene, per impedirgli di far 
dell'altro male, e cercare di cavarne quel poco di 
buono che si poteva. Una volta, in vita, si può sba- 
gliare.... 

— L'avete capita finalmente ? Avete visto chi aveva 
ragione di noi due? 

La (moglie gli chiuse la parola in bocca con una 
gomitata: — Lasciatelo parlare. È lui che deve dire 
ciò che vuole adesso da noi.... quel ch'è venuto a 
fare.... 

— Bene! — conchiuse Zacco con una risata bo- 
naria. — Son venuto a fare il Figliuol Prodigo, via! 
Siete contenti? 

Donna Giusep^DÌna era contenta a bocca stretta. Suo 
marito guardò prima lei, poi il cugino Zacco e non 
seppe che dire. 

— Bene, — riprese Zacco un'altra volta. — So 
che stasera quei ragazzi vogliono fare im po' di chias- 
so per le strade. Ci avete appunto in mano le cliiavi 
della cantina per tenerli allegri. Badate che non ho 
peli sulla lingua, se a qualcuno salta in mente di ve- 
nire a seccarmi sotto le mie finestre. Ci ho molta roba 
anch'io nello stomaco, e non voglio aver dei nemici 
a credenza, come ynastro-don Gesualdo!... 

Marito e moglie si guardarono negli occhi. 



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— 294 — 

— Sono padre di famiglia! — tornò a dire il ba- 
rone. — Devo difendere i miei interessi.... Scusate.... 
Se giochiamo a darci il gambetto fra di noi !... 

Donna Giuseppina prese la parola lei, scandoliz- 
^ata: 

— Ma che discorsi son;' questi?... Scusatemi piut- 
tosto se metto bocca nel vostri affari. Ma infine siamo 
parenti.... 

— Questo dico io. Siamo parenti ! Ed è meglio stare 
uniti fra di noi.... di questi tempi!... 

Don Nini gli stese la mano: — Che diavolo!... che 
sciocchezze!... — Quindi si sbottonò completamente, 
guardando ogni tanto sua moglie.... — Venite in tea- 
tro questa sera, per la cantata dell'inno. Fatevi ve- 
dere insieme a noialtri. Ci sarà anche il canonico. 
Dice che non fa peccato, perchè è l'inno del papa.... 
Discorreremo poi.... Bisogna (metter mano alla tasca, 
amico !mio. Bisogna spendere e regalare. Vedete io ? 

E agitava in jaria -le chiavi della cantina. La vec- 
chia, che non ^veva perduto una parola di tutto il 
discorso, sebbene nessuno badasse a lei, si mise a 
grugnire in ima collera ostinata di bambina, gon- 
fiando apposta le vene del collo per diventar pavo- 
nazza in viso. Ricominciò il baccano: nuora e figliuo- 
lo la sgridavano a un tempo; lei cercava di urlar 
più forte, agitando la testa furibonda. Accorse an- 
che Rosaria, col ventre enorme, le mani sudice nella 
criniera arruffata e grigiastra, minacciando la para- 
Htica lei pure: 

— Guardate un po'! È diventata cattiva come un 
asino rosso! Cosa gli manca, eh? Mangia come im 
lupo! 

Rosaria non la finiva più su quel tono. Il barone 
Zacco pensò bene di accomiatarsi in quel frangente. 

— Dunque, stasera, alla cantata. 



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— 295 — 



IV. 



C'era un teatrone, poiché s'entrava gratin. Lumi, 
cantate, ^piplausi che salivano alle stelle. La signora 
Aglae era venuta apposta da Modica, a spese del 
comune, per declamare l'inno di Pio Nono ed altre 
poesie d'occasione. Al vederla vestita alla greca, con 
tutta quella grazia di Dio addosso, prosit a lei, don 
Nini Rubiera, nella commozione generale^ si sentiva 
venire le lagrime agli occhi, e smanacciava piìi forte 
degli altri, borbottando fra di sé: 

— Corpo dil... È ancora un bel pezzo di donna!... 
Fortuna che non ci sia mia moglie qui!... 

Ma i rimasti fuori, che spingevano senza poter en- 
trare, partirono finalmente a strillare viva e morte per 
conto proprio; e quanti erano in teatro, al baccano, 
uscirono in piazza, lasciando la prima donna e il si- 
gnor Fallante a sbracciarsi da soli, colle bandiere in 
mano. In un piomento si riunì una gran folla, che 
andava ingrossando sempre al par di un fiujme. U di- 
vasi un gridìo immenso, degli urH che nel buio e 
nella confusione suonavano minacciosi. Don Nicolino 
Margarone, Zacco, Mommiho Neri, tutti i bene inten- 
zionati, si sgolavano la chianaare « fuori i luimi ! » per 
vederci chiaro, e che non nascessero dei guai. 

La folla durò ;un pezzo a vociare di qua e di là. 
Indi si rovesciò conie un torrente gìh per la via di 
San Giovanni. Dinanzi all'osteria di Pecu-Pecu c'era 
un panchettino con dei tegami di roba fritta che andò 
a catafascio — petronciani e pomidoro sotto i piedi. 
Santo Motta, che stava lì di casa e bottega, stril- 
lava còme un ossesso, vedendo andare a imale tutta 
quella roba. 

— Bestie! animali! Che non ne mangiate grazia 
di Dio? — Quasi pestavano anche lui, nella furia. 
Giacalone e i più fervorati proposero di sfondar l'u- 
scio della chiesa e portare il santo in processione^ 



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— 296 — 

per far più colpo. — Sì e no. — Bestemmie e sor- 
gozzoni, lì all'oscuro, sul sagrato. Mastro Cosimo in- 
tanto s'era arrampicato sul campanile e suonava a 
distesa. Le grida e lo scampanìo giungevano sino al- 
l'Alia, sino a Monte Lauro, come delle folate di ura- 
gano. Dei lumi si vedevano correre nel paese alto, 
— un finimondo. A un tratto, quasi fosse corsa una 
parola d'ordine, la folla s'avviò tumultuando verso 
il Fosso, dietro coloro che sembravano i caporioni. 
Mèndola, don Nicolino, lo stesso canonico Lupi che 
s'era cacciato nella baraonda a fin di bene, strilla- 
vano inutilmente: — Fenma! fenma! — Il barone 
Zacco, non avendo più le gambe di prima, faceva 
piovere delle legnate, a chi piglia piglia, per far in- 
tender ragione agli orbi. 

— Ehi? Che facciamo?... Adagio, signori miei!... 
Non cominciamo a far porcherie! In queste cose si 
sa dove si comincia e non si sa.... 

Come molti avevano m.esso orecchio al discorso di 
sfondar usci e far la festa a tutti i santi, la marma- 
glia ora pigiavasi dinanzi ai iliagazzini di mastro-don 
Gesualdo. Dicevasi ch'erano pieni sino al tetto. ■ — 
Uno ch'era nato povero come Giobbe, e adesso ave- 
va messo superbia, e"d era nemico giurato dei poveretti 
e dei liberali! — Coi sassi, coi randelli — due ò tre 
s'erano armati di un pietrone e davano sulla porta 
che parevano cannonate. Si udiva la vocetta stridula di 
Brasi Camauro il quale piagnucolava come un ragazzo : 

— Signori miei! Non c'è più religione! Non vo- 
gliono più saperne né di cristi ne di santi! Vogliono 
lasciarci crepare di fame tutti ! 

All' improvviso dal frastuono scapparono degli urli 
da far accapponar la pelle. Santo Motta malconcio e 
insanguinato, rotolandosi per terra, riesci a far fare 
un po' di largo dinanzi all'uscio del magazzino. Al- 
lora i galantuomini, vociando anche loro, spingendo, 
tempestando, cacciarono indietro i più riottosi. Il ca- 
nonico Lupi, aggrappato alla inferriata detìa finestra, 
tentava di farsi udire: 

— .... inaniera?... religione !)i.. la roba altrui!... il 
Santo Padre!... se cominciamo.... — Altre grida ri- 
spondevano dalla moltitudine: — .... eguali.... pove- 



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— 297 — 

ri.... tirare pei piedi 1... bue grasso !... — Giacalone^ 
onde aizzar la folla, spinse avanti i due bastardi di 
Diodata ch'erano nella calca, schiamazzando: — 
.... don Gesualdo!... se c'è giustizia!... abbandonati in 
mezzo a una strada!...' se ne lagna anche Domened- 
diol... andare a fare i conti con lui!... 

Dalla piazza di Santa Maria di Gesù, dalle prime 
case di San Sebastiano, i vicini, spaventati, videro 
passare una fiumana di gente, una baraonda, delle 
armi che luccicavano^ delle braccia che si agitavano 
in aria, delle facce accese e stravolte che apparivano 
confusamente al lume delle torce a vento. Usici e fi- 
nestre si chiudevano con fracasso. Si udivano da lon- 
tano striUi e pianti di donne^ voci che chiamavano: 
' — Maria Santissima! Santi cristiani!... 

Don Gesualdo era in letto malato, quando udì bus"- 
sare alla porticina del vicoletto che pareva volessero 
buttarla giìi. Poi il rombo della tempesta che soprav- 
veniva. La sera stessa un'anima caritatevole era cor- 
sa a prevenirlo: — Badate, don Gesualdo! Ce l'han- 
no con voi perchè siete borbonico. Chiudetevi in casa ! 
— Lui che aveva tanti altri guai, s'era stretto nelle 
spalle. Ma al vedere adesso che facevano sul serio, 
balzò dal letto così come si trovava, col fazzoletto 
in testa e il cataplasma sullo stomaco, infilandosi i 
calzoni a casaccio, méttendo da parte i suoi malanni, 
a quella voce che gli gridava: 

— Don Gesualdo!... presto!... scappate!... 

Una voce che non l'avrebbe dimenticata in mille 
anni! Arruffato, scamiciato, cogli occhi che luccica- 
vano, simili a quelli di un gatto inferocito, nella fàc- 
cia verde di bile, andava e veniva pier la stanza, cer- 
cando pistole e coltellacci, risoluto a vender cara la 
pelle almeno. Mastro Nardo e quei pochi di casa che 
gli erano rimasti affezionati pel bisogno, si raccoman- 
davano l'anima a Dio. Finalmente il barone Mèndola 
riesci a farsi aprire l'uscio del vicoletto. Don Gesual- 
do, (appostato alla finestra col fucile, stava per fare 
un subisso. 

— Eh! — gridò Mèndola entrando trafelato. — 
Tirate ad ammazzarmi, per giunta? Questa è la ri- 
compensa ? 



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-298- 

L'altro non voleva sentir ragione. Tremava tutto 
dalla collera. 

— Ah! così? A questo punto siamo arrivati, che 
un galantuomo non è sicuro nep|pure in casa? che 
la roba sua non è più sua? Eccomi! Cadrà Sansone 
con tutti i Filistei, però! Lo stesso lupo, quando lo 
mettono colle spalle al imuro!... — Zacco, e due o 
tre altri benintenzionati ch'erano sopravvenuti intan- 
to, sudavano a persuaderlo, vociando tutti insieme: 

— Che volete fare ? Contro uri paese intero ? Siete 
impazzito? Bruceranno ogni cosa! Cominciano di qua 
la Strage degli Innocenti! Ci farete ammazzare tutti 
quanti ! 

Lui s'ostinava, furibondo, coi capelli irti: 

— Quand'è così!... Giacché pretendono metterci le 
mani in tasca per forza!... Giacché mi pagano a que- 
sto modo!... Ho fatto del bene.... Ho dato da cam- 
pare a tutto il paese.... Ora gli fo mangiar la pol- 
vere, al primo che imi capita!... 

Proprio! Era risoluto di fare 'imo sterminio. Per 
fortuna irruptpe nella stanza il canonico Lupi, e gli 
si buttò addosso senza badare al fischio, spingendolo 
e sbatacchiandolo di qua e di là, finché arrivò a 
strappargli di mano lo schioppo. — Che diavolo ! Colle 
armi da fuoco non si scherza! — Aveva il fiato ai 
denti, il cranio rosso e pelato che gli fumava come 
quando era giovane, e balbettava colla voce rotta: 

— Santo diavolone !... Domeneddio, perdonatemi ! Mi 
fate jparlare còme un porco, don asino! Siamo qui 
per salvarvi la vita, e non ve lo meritate! Volete 
far metterle il paese intero a sacco e fuoco ? Non m'im- 
porta di voi, bestia che siete! Ma certe cose non 
bisogna lasciarle incominciare neppure per ischerzo, 
capite? Neppure a un nemico mortale! Se coloro che 
sinora si sfogano a gridare, pigliano gusto anche a 
metter mano nella roba altrui, siamo fritti! 

Il canonico era addirittura fuori della grazia di 
Dio. GH altri davano addosso ancor essi su quella 
bestia testarda di mastro-don Gesualdo che risicava 
di comprometterh tutti quanti; lo mettevano in mezzo; 
lo spingevano verso il muro; gli rinfacciavano Tin- 
gratitudine; lo stordivano. Il barone Zacco arrivò a 



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— 299 — 

passargli un braccio al collo, in confidenza, confes- 
sandogli airorecchio ch'era con lui, contro la cana- 
glia; ma pel ìmomento ci voleva prudenza, lasciar 
correre, chinare il capo. — Dite di sì.... tutto quello 
che vogliono, adesso.... Non c*è li il notaio per met- 
tere in carta le vostre promesse.... Un po' di ma- 
niera, un po' di denaro.... Meglio dolor di borsa che 
dolor di pancia.... 

Don Gesualdo, seduto su di una seggiola, asciu- 
gandosi il sudore colla manica della camicia, non di- 
ceva Ipiù AuUa, stralunato. Giù al portone intanto "il 
barone Rubiera, don Nicolino, il figlio di Neri, si 
sbracciavano la calmare i più riottosi. 

-^ Signori miei.... Avete ragione.... Si farà tutto 
quello che volete.... Abbiamo la bocca per mangiare 
tutti quanti.... Vivai viva!... Tutti fratelli!... Una mano 
lava l'altra.... Domani.... alla luce del sole. Chi ha 
bisogno venga qui da noi.... Ora è tardi, e siamo tutti 

d'un colore birbanti e galantuomini.... Ehi ! ehi, 

dico!... 

Don Nicolino dovette afferrare pel collo un tale 
che stava per cacciarsi dentro il portone socchiuso, 
approfittando della confusione e della ressa che fa- 
cevasi attorno a una donna la quale strillava e sup- 
J>licava : 

— Nunzio! Gesualdo! Figliuoli miei!... Che vi fanno 
fare ?... Nunzio.... Ah Madonna santa !.... 

Era Diodata, la quale aveva sentito dire che i suoi 
ragazzi erano nella baraonda, a 'gridare viva e morte 
contro don Gesualdo anche loro, ed era corsa colle 
mani nei capelli. — Madonna santa! che vi fanno 
fare!... — Zacco e mastro Nardo portarono giù in- 
tanto dei barili pieni, e aiutavano a metter pace me- 
scendo da bere a chi ne voleva, mentre il canonico 
di lassù predicava: 

— Domani 1 Tornate domani, chi ha bisogno.... Ades- 
so non c'è nessuno in casa.... Don Gesualdo è fuori, 
in campagna.... m^ col cuore è anch'esso qui, con 
noialtri.... per aiutarvi.... Sicuro.... Ciascuno ha da ave- 
re il suo pezzo di pane e il suo pezzo di terra.... Ci 
aggiusteremo.... Tornate domani.... 

— Domani, im corno! — brontolò di dentro don 



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— 3oo — 

Gesualdo. — Mi pare che vossignoria aggiustate ogni 
cosa a spese mie, canonico! 

— Volete star zitto I Volete farmi fare la figura di 
bugiardo?... Se ho detto che non ci siete, per sal- 
varvi la pelle.... 

Don Gesualdo tornò a ribellarsi: 

— Perchè? Che ho fatto? Io sono in casa nìia!... 

— Avete fatto che siete ricco come un maiale! — 
gli urlò infine all'orecchio il canonico che perse la 
pazienza. Gli altri allora l'assaltarono tutti insieme, 
colle buone, colle cattive, dicendogli che se i rivol- 
tosi lo trovavano lì, della casa non lasciavano pie- 
tra sotpra pietra; pigliavano ogni cosa; neanche gli 
occhi per piangere gli lasciavano. Finché lo indus- 
sero a scappare dalla parte del vicoletto. Mèndola 
corse a bussare all'uscio dello zio Limoli. 

Al baccano^ 11 marchese, ormai sordo come una 
talpa, s'era buttato un ferraiuolo sulle spalle, e stava 
a vedere dietro l'invetriata del balcone, in camicia, 
collo scaldino in mano e i piedi nudi nelle ciabatte, 
quando gli capitò quella nespola fra capo e collo. Ci 
volle del bello e del buono a fargli capire ciò che 
volevano da lui a quell'ora, mastro-don Gesualdo più 
morto che vivo, gU altri che gli urlavano nell'orec- 
chio, uno dopo l'altro: 

— Vogliono fargli la festa.... a vostro nipote don 
Gesualdo.... Bisogna nasconderlo.... 

Egli ammiccava, colle palpebre floscie e cascanti, a<^- 
cennando di si, mentre abbozzava un sorriso malizioso. 

— Ah?... la festa?... a don Gesualdo?... È giusto! 
È venuto il vostro tempo, caro imio.... Siete il cam^ 
pione della mercanzia!... 

Ma finalmente, al sentire che invece volevano ac- 
copparlo, mutò registro, fingendo d'essere inquieto, 
colla vocetta fessa: • 

— Che?... Lui pure? Cosa vogliono dunque?... Dove 
andiamo di questo passo? 

Mèndola gli spiegò che don Gesualdo era il pre- 
testo per dare addosso ai più denarosi; ma lì non 
sarebbero venuti a cercare dei denari. Il vecchio ac- 
cennava di no anche lui, guardando intomo, con quel 
sorrisetto agro sulla bocca sdentata, 



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— 3oi — 

Erano due stanzacce invecchiate con lui, nelle quali 
ogni sua abitudine aveva lasciato l'impronta: la mac- 
chia d'unto dietro la seggiola su cui appisolavasi dopo 
pranzo, i mattoni smossi in quel ÌDreve tratto fra l'u- 
scio e la finestra, la parete scalcinata accanto al letto 
dove soleva accendere il lume. E in quel sudiciume 
il marchese ci stava come un principe, sputando in 
faccia a tutti quanti le sue miserie. 

— Scusate, signori miei, se vi ricevo in questa to- 
paia.... Non è pel vostro merito, don Gesualdo.... La 
bella parentela che avete presa, eh?... 

Sul vecchio canapè addossato al muro, puntellan- 
dolo cogli stessi mattoni rotti; improvvisarono alla 
meglio un letto per don Gesualdo che non stava 
più in piedi, mentre il marchese continuava a bron- 
tolare : 

— Guardate cosa ci capital Ne ho viste tante! Ma 
questa qui non me l'aspettavo.... 

Pure gli offrì di dividere con lui la scodella di latte 
in cui aveva messo a inzuppare delle croste di pane. 

— Son tornato a balia, vedete. Non ho altro da 
offrirvi a cena. La carne non è più i>ei miei denti^ 
né per la mia borsa.... Voi sarete avvezzo a ben al- 
tro, amico mio.... Che volete farci? Il mondo gira 
per tutti, caro don Gesualdo!... 

— Ah! — rispose lui. -^ Non è questo, no, si- 
gnor marchese. È che lo stomaco non mi dice. L'ho 
pieno di veleno! Un cane arrabbiato ci ho. 

— Bene, — dissero gli altri. — Ring'raziate Iddio. 
Qui nessuno vi tocca. 

Fu un colpo tremendo per mastro-don Gesualdo, 
L'agitazione, la bile, il malanno che ci aveva in cor- 
po.... La notte passò come Dio volle. Ma il giorno 
dopo, all'avemaria, tornò Mèndola intabarrato, col cap- 
pello sugli occhi, guardandosi intorno prima d'infilar 
l'uscio. 

— Un'altra adesso! — esclamò entrando. — Vi 
hanno fatto la spia, "(ion Gesualdo ! E vogliono sta- 
narvi anche di qua per costringervi a mantenere ciò 
che ha promesso il canonico.... Ciolla in persona.... 
l'ho visto laggiù a far sentinella.... 

Il piarchese, ch*era tornato arzillo e gaio fra tutto 



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— 3o2 — 

quel parapiglia, aguzzando l'udito, ficcandosi in mezzo 
p*er acchiappar qualche parola, corse al balcone. 

— Sicuro I Eccolo lì col camiciottxD, come un bam- 
bino.... Vuol dire che si torna indietro tutti I... 

Don Gesualdo s*era alzato sbuffando, gridando ch'e- 
ra meglio finirla, che correva giù a darghela lui, la 
promessa, al Ciolla! E giacché lo cercavano, era lì, 
pronto a riceverUI... 

— Certo, certo, — ripeteva il marchese. — Se vi 
cercano vuol dire che hanno bisogno di voi. Di me 
non vengono a cercare sicuro! Vogliono farvi gri- 
dare viva e morte insieme a loro ? E voi andateci 1 Viva 
voi che avete da farh gridare! 

— No ! So io quello che vogUono l — ribattè don 
Gesualdo imbestialito. 

— Scusate, non si tratta soltanto di voi adesso, 
— osservò Mèndola. — È che dietro di voi ci siamo 
tutto il paese!... 

Sopraggiunse il canonico, grattandosi il capo, im- 
pensierito della piega che pigUava la faccenda. Du- 
rava la baldoria. Una bella cosa per certa gente! 
Quei bricconi s'erano legate al dito le parole di pace 
ch'egh si era lasciato sfuggire in quel frangente, e 
stavano in piazza tutto il giorno ad aspettare la manna 
dal cielo: — M'avete messo in un bell'imbroglio, voi, 
don Gesualdo! 

A quell'uscita del canonico successe un altro bat- 
tibecco fra loro due: — Io, eh?... Io! Son io che ho 
promesso mari e monti ? 

— Per chetarli, in nome di Dio! Parole che si 
dicono, si sa! Avrei voluto vedervi, dinanzi a quelle 
facce scomunicate. 

Il marchese si divertiva: — Senti senti! Guarda 
guarda ! 

— Insomma, — conchiuse Mèndola, — queste son 
chiacchiere, e bisogna pigliar tempo. Intanto voi le- 
vatevi di mezzo^ causa causarum! In fondo a 
una cisterna, in ujn buco, dove diavolo volete, ma 
non è la maniera di compromettere tanti padri di 
famiglia, per causa vostra! 

— In casa Trao! — suggerì il canonico. — Vo- 
stro cognato vi accoglierà a braccia aperte. Nessuno 



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- 3o3 - 

S3. che c*è ancora lui al mondo^ e non verranno a 
cercarvi sin lì. — Il marchese apiprovò anch'esso: 

— Benissimo. £ una bella pensata ! Cane e gatto chiu- 
si insieme.... — Don Gesualdo s'ostinava ad opporsi. 

— Allora, — esclamò il canonico, — Ìo me ne lavo 
le mani come Pilato. Anzi vado a chiamarvi CioUa 
e tutti quanti, se volete I... 

Don Gesualdo era ridotto in uno stato che di lui 
ne facevano quel che volevano. A due ore di notte, 
per certe stradicciuole fuori mano, andarono a sve- 
gliare Grazia che aveva la chiave del portone, e al 
buio, tentoni, arrivarono sino all'uscio di don Fer- 
dinando. 

— Chi è? — si udì belare di dentro una voce 
asmatica. — Grazia, chi è ? 

— Siamo noi, don Gesualdo, vostro cognato.... 
Nessuno rispose. Poi si udì frugare nel buio. E a 

un tratto don Ferdinando si chiuse dentro col paletto, 
e si mise ad ammonticchiale sedie e tavolini dietro 
l'uscio, continuando a strillare spaventato: 

— Grazia! Grazia! 

— Corpo del diavolo! — esclamò Mèndola. — Qui 
si fa peggio 1 Quella bestia farà correre tuitto il paesie ! 

Il canonico rideva sotto il naso, scuotendo il capo. 
Grazia intanto aveva acceso im mozzicone di can- 
dela, e li guardava in faccia ad uno ad uno, allib- 
bita, battendo le palpebre. 

— Che volete fare, signori miei? — az'zardò in- 
fine timidamente. Don Gesualdo, che non si reggeva 
più in piedi, pallido e disfatto, proruppe in tono di- 
sperato : 

— Io voglio tornarmene a casa miai... a qualun- 
que costo.... Sono risoluto!... 

— Nossignore! — interruppe il canonico. — Qui 
siete in casa vostra. C'è la quota di vostra moglie. 
Ah, caspita! Avete avuto pazienza sino adesso.... Ora 
basta!... Lì, nella camera di donna Bianca. 11 letto 
è ancora tal quale. 

Mèndola s'era messo di buon umore, mentre pre- 
paravano la stanza. Frugava da per tutto. Andava 
a cacciare il naso nell'andito oscuro, dietro l'usciolino. 
Trovava delle barzellette, ricordando le vecchie sto- 



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— 3o4 — 

rie. Quanti casi ! Quante vicende 1 — Chi ve lo avreb- 
be detto, eh, don Gesualdo? — Lo stesso canonico 
Lupi si lasciò sfuggire un sorrisetto. 

— Intanto che siete qui, potete fare le vostre me- 
ditazioni sulla vita e sulla morte, per passare il tam- 
po. Che comimedia, questo mondaccio IVanitas va- 
ni tatum! 

Don Gesualdo gli rivolse un'occhiata nera, ma non 
rispose. Ci aveva ancora dello stomaco i>er chiudervi 
dentro i suoi guai e le sue disgrazie, senza fame parte 
agU amici, j>er divertirli. Si buttò a giacere sul letto, 
e rimase solo al buio coi suoi malanni, soffocando 
i lamenti, mxandando giù le amarezze che ogni ri- 
cordo gli faceva salire alla gola. D'una cosa sola non 
si dava pace, che avrebbe potuto crepare lì dove era, 
senza che sua figlia ne sapesse nulla. Allora, nella 
febbre gli passavano dinanzi agli occhi torbidi Bian- 
ca, Diodata, mastro Nunzio, degli altri ancora, un 
altro sé stesso che affaticavasi e s*arrabattava al sole 
e al vento, tutti col viso arcigno, che gli sputavano 
in faccia: — Bestia! bestia! Che hai fatto? Ben ti 
stia! 

A giorno tornò Grazia per aiutare un po', sfinita, 
ansando se smuoveva una seggiola, fermandosi ogni 
momento per piantarsi dinanzi a lui colle mani sul 
ventre enorme, e ricominciare le lagnanze contro i 
parenti di don Ferdinando che le lasciavano quel po- 
veretto sulle spalle, lesinandogli il pane e il vino. 
— Sissignore, Thanno tutti dimenticato, lì nel suo 
cantuc^o, come im cane ;maJato!... Ma io il cuore 
non mi dice.... Siajno stati sempre vicini.... buoni ser- 
vi della famiglia.... una gran famiglia.... Il cuore non 
mi dice, no! 

Dietro di lei veniva una masnada di figliuoli che 
mettevano ogni cosa a soqquadro. Poi sopiraggiuinse 
Speranza strepitando che voleva vedere suo fratello, 
quasi egli stesse per rendere l'anima a Dio. 

— Lasciatemi entrare! £ sangue mio infine! Ora 
ch'è in questo stato mi rainmento solo di essere sua 
sorella. — Lei, il marito, i figliuoli. Mise a rumore 
tutto il vicinato. Don Gesualdo lasciò il letto sbuf- 
fando. Non lo avrebbero tenuto le catene. 



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— 3o5 — 

— Voglio tornare a casa mia! Che ci sto a fare 
qui? Tanto, lo sanno tutti!... 

A gran stento lo indussero ad aspettare la sera. 
E dof>o l'avemaria, quatti quatti, Burgio e tutti i pa- 
renti Taccompagnarono a casa. Speranza volle resta- 
re a guardia del fratello, giacché trovavasi tanto ma- 
lato, e per miracolo quella notte non gii avevano messo 
ogni cosa a sacco e ruba. 

— Non vuol dire se siamo in lite. Al bisogno si 
vede il cuore della gente. Gli interessi sono una cosa, 
e Tamore è un'altra. Abbiajmo Utigato, litigheremo sino 
al giorno del Giudizio, ma siamo figli dello stesso 
sangue! — Protestò che l'avrebbe tenuto meglio delle 
poipille dei propri occhi, lui e la sua roba. Gli schierò 
dinanzi ài letto marito e figliuoli che giravano in- 
tomo sguardi cupidi, ripetendo: 

— Questo è il sangue vostro! Questi non vi tra- 
discono! — Lui, combattuto, stanco, avvilito, non eb- 
be neanche la forza di ribellarsi. 

Così, a poco a poco, gli si misero tutti quanti alle 
costole. I nipoti scorrazzando per la casa e pei po- 
deri, spadroneggiando, cacciando le mani da per tutto. 
La sorella, colle chiavi alla cintola, frugando, rovi- 
stando, mandando il marito di qua e di là, pei rimedi, 
e a cogUer erbe medicinali. Come massaro Fortunato 
si lagnava di non aver più le gambe di ventanni 
per affacchinarsi a quel piodo, essa lo sgridava: 

— Che volete? Non lo fate per amore di vostro 
cognato? Carcere, malattie e necessità si conosce l'a- 
mistà. 

Lei non aveva suggezione di CioUa e di tutti gli 
altri della sua risma. Una volta che Vito Orlando 
pretese di venire a fare una bravazzata, colla pistola 
in tasca, per liquidare certi conti con don Gesualdo, 
essa lo inseguì giù per le scale, buttandogli dietro 
una catinella d'acqua sporca. Lo stesso canonico Lupi 
aveva dovuto mettersi la coda fra le gambe, e non 
era tornato a fare il generoso colla roba altrui, ora 
che Ciolla e i più facinorosi erano partiti a cercar 
fortuna in città, con bandiere e trombette. Il cano- 
nico, onde chetare gli altri, aveva preso il ripiego di 
sortire in processione, colla d'sciplina e la corona di 

Verga. Mastro-don Gesualdo, 20 



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— 3o6- 

spdne; e così gli altri si sfogavano in feste e qua- 
rant'ore, mentre lui andava predicando la fratellanza 
e l'amore del prossimo. 

— Però im baiocco non lo mette fuori! — sbrai- 
tava comare Speranza. — E questo va bene. Ma se 
toma a fare il camorrista, qui da noi, lo ricevo come 
va.... tal quale Vito Orlando I 

Intanto la casa di don Gesualdo era messa a sacco 
e ruba egualmente. Vino, olio, forlmaggio, pezze di 
tela anche, sparivano in im batter d'occhio. Dalla Can- 
ziria e da Mangalavite giimgevano fattori è mezzadri 
a reclamare contro i fighuoli di massaro Fortunato 
Burgio che comandavano a bacchetta, e saccheggia- 
vano i poden dello zio, quasi fosse già roba senza 
padrone. Lui, poveraccio, confinato in letto, si rodeva 
in silenzio; non osava ribellarsi al cognato e alla so- 
rella; pensava ai suoi guai. Ci aveva am cane, lì nella 
pancia, che gli mangiaiVa il fegato, il cane arrabbiato 
di San Vito martire, che lo martirizzava anche lui. 
Inutilmente Speranza, amorevole, cercava erbe e me- 
dicine, consultava Zanni e persone che avevano se- 
greti per tutti i mali. Ciascuno portava un rimedio 
nuovo, dei decotti, degli unguenti, fino la reliquia 
e l'immagine benedetta del santo, che don Luca volle 
provare colle sue mani. Non giovava nulla. L'infer- 
mo badava a ripetere: — Non è niente.... un po' di 
colica. Ho avuto dei dispiaceri. Domani mi alzerò.... 

Ma non ci credeva ipiù neppur lui, e non si alzava 
mai. Era ridotto quasi uno scheletro, pelle e oss^; 
soltanto U ventre era gonfio come un otre. Nel paese 
si sparse la voce che era spacciato; la mano di Dio 
che ^'agguantava e l'affogava nelle ricchezze. Il si- 
gnor genero scrisse da Palermo onde avere notizie 
precise. Parlava anche d'affari da regolare, e di sca- 
denze urgenti. Nella poscritta c'erano due righe scon- 
solate d'Isabella, la quale non si era ancora riavuta 
dal gran colpo che aveva ricevuto poco prima. Spe- 
ranza, che era presente mentre il fratello s'inteneriva 
suUa lettera, sputò fuori il veleno : 

— Ecco! Ora vi guastate il sangue, per giuntai 
Potreste andarvene all'altro mondo.... solo e abban- 
donato, come uno che non ha né possiede I... Chi vi 



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— 3o7 -^ 

siete trovato accanto nel bisogno, ditelo ? Vostra figlia 
vi manda soltanto belle parole.... Suo marito però 
va ^al sodo ! 

Don Gesualdo non nslpose. Ma di nascosto, rivolto 
verso il muro, si mise a piangere clieto cheto. Sem- 
brava diventato un bambino. Non si riconosceva piih. 
Allorché Diodata, sentendo ch'era tanto malato, volle 
andare a visitarlo e a chiedergli perdono per la man- 
canza che gU avevano fatto i suoi ragazzi, la notte 
della sommosisa, rimase di stucco al vederlo così di- 
sfatto, che puzzava di sepoltura, e gh occhi che a 
ogni faccia nuova diventavano lustri lustri. 

— Signor don Gesualdo.... son venuta a vedervi 
perchè mi hanno detto che siete in questo stato.... 
Dovete perdonare.... a quegli screanzati che vi hanno 
offeso.... Ragazzi senza giudizio.... Si son lasciati pren- 
dere in mezzo, senza sap«ere quello che facessero.... 
Dovete perdonare per amor mio, signor don Ge- 
sualdo !... 

E si vedeva che parlava sincera, la poveretta, con 
quel viso, mandando giù, per nasconderle, le lagtime 
che a ogni parola le tornavano agli occhi, cercando 
di pigliargli la mano per baciargliela. Egli faceva un 
gesto vago, e scuoteva il capò, come a dire che non 
gliene importava, oramai. In quella sopravvenne Spe- 
ranza, e fece una partaccia a quella sfacciata che ve- 
niva a tentarle il fratello in fin di vita, per cavar- 
gli qualcosa, per pelarlo sino all'ultimo. Una sanglii- 
suga. Ci s'era ingrassata alle spalle di luil Non le 
bastava? Ora calavano i corvi, all'odor del carname. 
Il malato chiudeva gh occhi per sfiìg'gire quel sup- 
plizio, e agitavasi nel letto come al soprag'giungere 
di un'altra colica. Talché Diodata se ne andò senza 
poterlo .salutare, a capo chino, stringendosi nella man- 
tellina. Speranza tornò al fratello, tutta amorevole e 
sorridente. 

— Per assistervi adesso ci avete qui noi.... Non vi 
lasceremo solo, non tem;ete.... Tutto ciò che avete bi- 
sogno.... Comandate. Che ne fareste adesso di quella 
strega? Vi mangerebbe anima e corpo. Neanche il 
viatico potreste ricevere, con quello sicandalo in casal 

Lei lo assisteva meglio di ima serva, e lo curava 



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Con araote, senza guardare a spesa ne a fatiche. Ve-, 
dendo che nulla giovava, arrivò a chiamare il figlio 
di Tavuso^ il quale tornava fresco fresco da Napoli, 
laureato in medicina, — im ragazzotto che non aveva 
ancora peli al mento e si faceva pagare coirne un 
principe. — Però don Gesualdo gli disse il fatto suo, 
al vedergli metter piano alla penna per scrivere le 
solite imposture : 

— Don Margheritino, io vi ho visto nascere! A 
me scrivete la ricetta? Per chi mi pigliate, amico 
caro! 

— Allora, — ribattè il dottorino infuriato, — al- 
lora fatevi curare dal maniscalco! Perchè mi avete 
fatto chiamare? — Prese il cappello, e se ne andò. 

Ma siccom.e il malato soffriva tutti i tormenti del- 
l'inferno, neUa lusinga che qualchedumo trovasse il 
rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i 
vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare 
il cajx) a codesto, chinare il capK) a medici e medi- 
camenti. Il figlio di Tavuso, Boimma, quanti barbas- 
sori c'erano in paese, tutti sfilarono dinajnzi al letto 
di don Gesualdo. Arrivavano, guardavano, tastavano, 
scambiavano fra di loro certe parolacce turche che 
facevano accapponar la pelle, e lasciavano detto cia- 
scuno la sua su di un pezzo di carta — degli sgorbi 
come sanguisughe. Don Gesualdo, sbigottito, non di- 
ceva nulla, cercava di cogliere le parole a volo; guar- 
dava sospettoso le mani che scrivevano. Soltanto, per 
non buttare via il denaro malamente, prima di spe- 
dire la ricetta, prese a parte don Margheritino, e gli 
fece osservare che aveva un armadio pieno di vasetti 
e bocCettine, comprati per la buon'anima di sua mo- 
glie. — Non ho guardato a spesa, signor dottore. 
Li ho ancora lì, tali e quali. Se vi pare che pos- 
sano giovare adesso.... 

Non gli davano retta neppur quando tornava a bal- 
bettare, spaventato da quelle facce serie: — Mi sento 
meglio. Domani mi alzo. Mandatemi in campagna che 
guarirò in ventiquattr'ore. — Gli dicevano di si, per 
contentarlo, come a un bambino. — DomaJni, doman 
Taltro. — Ma lo tenevano lì, per smungerlo, per suc- 
chiargli il sangue, mèdici, parenti e speziali. Lo vol- 



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— 3o9 — 

tavano, lo rivoltavano, gli picchiavano sul ventre coln 
due dita, gli facevano bere mille porcherie, lo unge- 
vano di certa roba che gli apriva dei vescicanti sullo 
stomaco. C'era di nuovo sul cassettone un arsenale 
di rimedi, come negli ultimi giorni di Bianca, buon'a- 
nima. Egli borbottava, tentennaindb il ca|)o. — Siamo 
già ai medicamenti che costano cari! Vuol dire che 
non c'è più rimedio. — Il denaro a Ifiuimi, im va 
e vieni, una baraonda per la casa, tavola imbandita 
da mattina a sera. Burgio che non c'era avvezzo, cor- 
reva a mostrare la hngua ai medici, come venivano 
pel cognato; Santo non usciva più |aem|meno per an- 
dare all'osteria; e i nipoti, quando tornavano dai po- 
deri, si pigliavano pei capelli: liti e questioni fra di 
loro che facevano a chi più arraffa, degli strepiti che 
arrivavano fin nella camera dell'infeumo, il quale 'ten- 
deva l'orecchio, smamoso di sapere quello che face- 
vano della sua roba, e anche lui si hiettéva a strillare 
dal letto : 

— Lasciatemi andare a Mangalavite. Ci ho tutti i 
miei interessi alla jnalora. Qui mi mangio il fegato. 
Lasciatemi andare, se no crepo I 

Ci ,aveva come una palla di piombo nello stomaco, 
che gli pesava^ voleva iiscir fuori, con im senso di 
pena continuo; di tratto in tratto, si contmeva, s'ar- 
roventava, e martellava, e gli balzava alla g'ola, e lo 
faceva tulare come un dannato, e gli faceva mordere 
tutto ciò che capitava. Egli rimaneva sfinito, ane- 
lante, col terrore vago di un altro accesso negli occhi 
stralunati. Tutto ciò che ingoiava per forza, per ag- 
grapparsi alla vita, i bocconi più rari, senza chiedere 
quel che costassero, gli si mutavano in yeleno ; tornava 
a rigettarli come roba scomunicata, più nera dell'in- 
chiostro, amara, maledetta da Dio. E intanto i dolori 
e Ja gonfiezza crescevano: una pancia che le gambe 
non la reggevano più. Bomma, picchiandovi sopra, 
ima volta disse : — Qui c'è roba. 

— Che volete dire, vossignoria? — balbettò don 
Gesualdo, balzando a sedere suj Ietto, coi sudori fred- 
di (addosso. 

Bomma lo guardò bene in faccia, accostò la seg- 
giola, si voltò di qua e di là per vedere s'erano goh. 



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— 3io — 

— Dan Gesualdo, siete un uomo.... Non siete più 
un ragazzo, eh? 

— Sissignore, — risjwse lui con voce ferma, cal- 
matosi a un tratto, col coraggio che aveva sempre 
avuto al bisogno. — Sissignore, parlate. 

— Bene, qui ci vuole un consultò. Non avete mica 
una spina di fico d'India nel ventre 1 È un affare se- 
rio, capite! Non è cosa per la barba di don Marghe- 
ritino o di qualcun altro.... sia detto senza offenderli, 
qui in confidenza. Chiamate i migliori medici fore- 
stieri, don Vincenzo Capra, il dottor Muscio di Cal- 
tagirone, chi volete.... Denari non ve ne mancano.... 

A quelle parole Don Gesualdo montò in furia: — 
I denari!... Vi stanno a tutti sugli occhi i denari che 
ho guadagtuito!... A che mi servono.... sìe non posso 
comiprare neanche la salute?... Tanti bocconi amari 
tm'hanno dato.... sempre!... 

Ma però volle stare a sentire la conclusione del 
discorso di Bomma. Alle volte non si sa mai.... Lo 
lasciò finire, stando zitto, tenendosi il mento, pen- 
sando ai casi suoi. Infine volle sapere: 

— Il consulto? Che mi fa il consueto? 

Bontoa ì>erse le staffe: — Che vi fa? Caspita! 
Quello che vi può fare.... Almeno non si dirà che vi 
lasciate jmorire senza aiuto. Io parlo nel vostro in- 
teresse. Non me ne viene nulla in tasca.... Io fo lo 
speziale.... Non è affar mio.... Non t^e ne intendo. Vi 
ho curato per amicizia.... — Come l'altro tentennava 
il capo, diffidente, col sorriso furbo sulle labbra smor- 
te, 3I farmacista mise da banda ogni riguardo. '— 
Morto siete, don minchione! A voi (fico! 

Allora don Gesualdo volse im'occhiata lenta e te- 
nace in giro, si soffiò il iiaso, e si lasciò andar giù 
sul letto supino. Di li a un "pò*, guardando il soffitto, 
aggiunse con ijn sospiro: 

— Va bene. Facciamo il consulto. 

La notte non chiuse occhio. Tormentato da un'an- 
sietà nuova, con dei brividi che lo assalivano di tratto 
in tratto, dei sudori freddi, deUe inquietudini che lo 
facevano rizzare all'improvviso sul letto coi capelH 
irti, guardando intomo nelle tenebre, vedendo sem- 
pre )k faccia minacciosa di Bomma, tastandosi, sof- 



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— 3ii — 

focando i dolori, cercando d'illudersi. Parevagli di sen- 
tirsi meglio infatti. Voleva curarsi, giacché era im 
affar serio. Voleva guarire. Ripeteva le parole stesse 
dello speziale: denari ne aveva; s'era logorata la vita 
apposta; non li aveva guadagnati per far la barba 
al signor genero; perchè se li godessero degli ingrati 
che lo lasciavano crepare lontano: Lontano dagli oc- 
chi, lontan dal cuore! Il mondo è fatto còsi, che cia- 
scuno tira l'acqua al suo mulino. Il hiulino suo, di lui, 
era di riacquistare la salute, coi suoi denari. C'erano 
al mondo dei buoni Imedici che l'avrebbero fatto gua- 
rire, pagandoh bene. Allora asciugavasi quel sudore 
d'agonia, e cercava di dormire. Voleva che i medici 
forestieri che aspettava il giorno dopo gh trovassero 
miglior cera; contava le ore; gli jpareva imill'anni che 
fossero lì dinanzi al suo letto. La stessa luce dell'alba 
gli faceva animo. Poi, allorché udì le caimpanelle della 
lettiga che portava il Muscio e don Vincenzo Capra 
si sentì slargare il cuore tanto fatto. Si tirò su svelto 
a sedere sul letto come imo chje si senta proprio megUo. 
Salutò quella brava gente con un bel sorriso che do- 
veva rassicurare anche loro, appena li vide entrare. 
Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orec- 
chi per don Margheritino che narrava la storia della 
malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni 
del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche 
occhiata distratta sull'ammalato che andavasi scom- 
ponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al 
torcer dei musi, alia lunga cicalata del Imediconzolo che 
sembrava recitasse l'orazione funebre. Dopo che colui 
ebbe terminato di ciarlare s'alzarono l'uno dopo l'al- 
tro , e tornarono a palpare e a inteiTogare il malato, 
scrollando il capo, con certo amaniccare sentenzioso, 
certe occhiate fra di loro che vi imozzavano il fiato ad- 
dirittura. Ce n^era uno specialmente, dei forestieri, che 
stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogtii momento 
uhml uhml senza aprir bocca. I parenti, la gente di 
casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano al- 
l'uscio, aspettando la sentenza, mentre i dottori con- 
fabulavano a bassa voce fra di loro in un canto. A un 
cenno dello speziale, Burgio e sua moglie andarono 
a sentire anch'essi, in punta di piedi. 



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— 3l2 * 

— Parlate, signori mieil — esclaimò allora il po- 
vef*uomo pallido come un morto. — Sono io il ma- 
lato, infine! Voglio sai>ere a che punto sonò. 

Il Muscio abbozzò un sorriso che lo fece più brutto 
E don Vincenzo Capra, in bel modo, cominciò a spie- 
gare la diagnosi della malattia : Pylori canee r, 
il pyrosis dei greci. Non s'avevano ancora indizii 
d'ulcerazione; l'adesione stessa del tumore agli org'ani 
essenziali non era certa; ma la degenerescenza dei 
tessuti accusavasi già per diversi sintomi patologici. 
Don Gesualdo, dopo avere ascoltato attentamente, ri- 
prese: 

— Tutto questo va benone. Però ditemi se potete 
guarirmi, vossignoria. Senza interesse . . pagandovi Se- 
condo il vostro merito.... 

Capra ammutolì da prima e si strinse nelle spalle. 

— Eh, eh.... guarire.... certo.... siamo qui per cercar 
di guarirvi.... — Il Muscio, più brutale, spifferò chiaro 
e tondo il solo rimedio che si potesse tentare: l'estir- 
pazione del tumore, un bel caso, im 'operazione chi- 
rurgica che avrebbe fatto onore a chiunque. Dimo- 
strava il modo e la maniera, accalorandosi nella pro- 
posta, accompagnando la parola coi gesti, fiutando 
già il sangue cogli occhi accesi nel faccione che gli 
s'imporporava tutto, quasi stesse per rimboccarsi le 
maniche e incominciare; tanto che il paziente spa- 
lancava gli occhi e la bocca, e tiravasi indietro per 
istinto; e le donne, atterrite, scapparono a gemere e 
a singhiozzare. 

— Madonna del Pericolo! — cominciò a strillare 
Speranza. — Voghono ammazzatimi il fratello.... squar- 
tarlo vivo come un maiale! 

— Chetatevi! — balbettò lui passandosi un lembo 
del lenzuolo sulla faccia che grondava goccioloni. Gli 
altri medici tacevano e approvavano più o meno la 
proposta del dottor Muscio per cortesia. Don Ge- 
sualdo, visto che nessuno fiatava, ripiigliò a dire: 

— Chetatevi I... Si tratta della mia pelle.... devo dir 
la mia anch'io.... Signori (miei.... sono un uomo.... Non 
sono un ragazzo.... Se dite ch'è necessaria.... questa 
operazione.... Se dite che è necessaria.... Sissignore..,, 
si farà.... Però, lasciatemi dir la pnia.... 



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— 3i3 — 

— ^È giusto. Parlate. 1 

— Ecco.... Una cosa sola.... Voghilo sapere prima 
se mi garantite la pelle.... Siamo galantuomini.... Mi 
fido di voi.... Non è un negozio da farsi a occhi chiusi. 
Voglio vederci chiaro nel mio affare.... 

— Che discorsi son questi! — interruppe il Muscio 
dimenandosi sulla seggiola. — Io jPo il chirurgio, ajmico 
mio. Io fo il (mio mestiere, e non m'impiccio a far 
scomimesse da ciarlatano ! Credete di trattare col Zan- 
ni, alla fiera? 

— Allora non ne facciamo nulla, — rispose don 
Gesualdo. E gli voltò le spalle. — Andate là, Bomma, 
che m'avete dato un bel consiglio I 

Speranza^ premurosa, vide giunta Torà 'di rivolgersi 
ai santi, e si diede le piani attorno a procurar reliquie 
e immagini benedette. Neri pensò che si doveva av- 
vertire subito la figliuola e il genero del pericolo che 
correva don Gesualdo. Lui non dava piìi retta. Diceva 
che di santi e di reliquie ne aveva un fascio, lì nel- 
Tarmadio di Bianca, insieme alle altre medicine. Non 
voleva veder nessuno. Giacché era condannato, voleva 
morire in pace, senza operazioni chirurgiche, lontano 
dai guai, nella sua campagna. S'attaccava aUa vita 
mani e piedi, disperato. Ne aveva passate delle altre; 
s'era aiutato sempre da sé, nei mali passi. Coraggio 
ne aveva, e aveva il cuoio duro anche. Mangiava e 
beveva; si ostinava a star meglio; si alzava dal letto 
due o tre ore al giorno; si trascinava per le stanze, 
da im mobile all'altro. Infine si fece portare a Man- 
gala vite, col fiato ai denti, mastro Nardo da un lato 
e Masi dall'altro che lo reggevano sul mulo — un 
viaggio che durò tre ore, e gli fece dire cento Volte: 
— Buttatemi nel fosso, fch'è megho. 

Ma laggiù, dinanzi alla sua roba, si persuase che 
era finita davvero, che ogni speranza per lui era per- 
duta, al vedere che di nulla gliene importava, oramai. 
La vigna metteva già le foglie, i seminati erano alti, 
gli ulivi in fiore, i sommacchi verdi, e su ogni cosa, 
stendevasi una nebbia, una tristezza, U3i velo nero. 
La stessa Casina, colle finestre chiuse, la terrazza dove 
Bianca e la figliuola solevano mettersi a lavorare, il 
viale deserto, fin la sua gente di campagna che temeva 



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— 3i4 — 

di seccarlo e se ne stava alla larga, lì nel cortile o 
sotto la tettoia, ogni cosa gli stringeva il cuore; ogni 
cosa gli diceva: Che fai? che vuoi? La sua stessa 
roba, lì, i piccioni che roteavano a stormi sul suo 
capo, le oche e i tacchini che schiamazzavano dinanzi 
a lui.... Si udivano delle voci e delle cantilene di 
villani che lavoravano. Per la viottola di Lioodia, in 
fondo, passava della gente a piedi e a cavallo. Il vaon- 
do andava ancora pel suo verso, mentre non c'era più 
speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela 
fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di 
muovere un passo sulla terra, senza voglia di man- 
dar giù un uovo. Allora, disperato di dover morire, 
si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gem- 
me e sementi. Avrebbe voluto distrugg'ere d*un colpo 
tutto quel ben ' di Dio che aveva accumulato a poco 
a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, 
disperata come lui. Mastro Nardo e il garzone do- 
vettero portarlo di nuovo in paese, più "morto che vivo. 
Di lì a qualche giorno arrivò il duca di Leyra, 
chiamato per espresso, e s'impadronì del suocero e 
della casa, dicendo che voleva condurselo a Palermo 
e farlo curare dai migliori medici. Il poveretto, ch'era 
ormai l'ombra di sé stesso, lasciava fare; riapriva 
anzi il cuore alla speranza; intenerivasi alle pre- 
mure del genero e della figliuola che l'aspettava a 
braccia aperte. Gli pareva che gli tornassero già le 
forze. Non vedeva l'ora d'andarsene, quasi dovesse la- 
sciare il suo male lì, in quella casa e in quei poderi che 
gli erano costati tanti sudori, e che gli pesavano in- 
vece adesso sulle spalle. Il genero intanto occupavasi 
col suo procuratore a mettere in stesto gli affari. Ap- 
pena don Gesualdo fu in istato di poter viaggiare, lo 
misero in lettiga e partirono per la città. Era una 
giornata piovosa. Le case note, dei visi di conoscenti 
che si voltavano appena, sfilavano attraverso gli spor- 
telli della lettiga. Speranza, e tutti i suoi, in collera 
dacché era venuto il duca à spadroneggiare, non si 
erano fatti più vedere. Ma Nardo aveva voluto accom- 
pagnare il padrone sino alle ultime case del paese. 
In via della Masera si udì gridare: — Fermate! fer- 
mate 1 — E apparve Diodata che voleva salutare don 



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— 3i5 — 

Gesualdo rultrma volta, lì, davanti il soiio uscio. Però, 
giunta , vicino a lui, non seppe trovare le parole, e 
rimaneva colle |mani allo sportello, accennando col 
capo. 

— Ah, Diodata.... Sei venuta a darmi il buon viag- 
gio?... ,— disse lui. — Essa fece segno di sì, di sì, 
cercando di sorridere, e gli occhi le si riempirono 
di lagrime. 

— Povera Diodata! Tu sola ti ramlmenti del tuo 
padrone.... 

Affacciò il capo allo sportello, cercando forse degli 
altri, ma siccom^e pioveva lo tirò indietro subito. 

— Guarda che fai!.., sotto la pioggia.... a capo sco- 
perto!... È il tuo vizio antico I Ti ramjmenti, eh, ti 
ramimenti ? 

— Sissignore, — rispose lei s^mplioe{miente, e con- 
tinuava ad accompagnare le parole coi cenni del capo. 
— Sissignore, fate buon viaggio, vossignoria, i 

Si staccò pian piano dalla lettiga, quasi a malin- 
cuore, e tornò a casa, fermandosi suU'uscio, umile e 
triste. Don Gesualdo s'accorse allora di mastro Nardo 
che l'aveva seguito sin lì, e mise paano alla tasca per 
regalargli qualche baiocco. 

— Scusate, mastro Nardo!.... non ne ho.... sarà per 
un'altra volta, se torniamo a vederci, eh?... se tor- 
niamo a vederci.... — E si buttò all'indietro, col cuore 
gonfio di tutte quelle Cose che si lasciava dietro le 
spalle, la viottola fangosa per cui era passato tante 
volte, il campanile perduto nella nebbia, i fichi d'In- 
dia rigati dalla piogigia che sfilavano di qua e di 
là della lettiga. 



-^Parve a don Gesualdo d'entrare in up. altro móndo, 
allorché fu in casa della figliuola. Era un palazzone 
così vasto che ci si smarriva dentro. Da per tutto 
cortinaggi e tappeti che non si sapeva dove mettere 
i piedi — sin dallo scalone di marmo — e il por- 



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— 3i6 — 

tiere, un pezzo grosso addirittura, con tanto di barba 
e di soprabitone, vi squadrava dalValto al basso, acci- 
gliato, se per disg'razia avevate una faccia che non lo 
persuadesse, e vi gridava dietro dal suo gabbione: 
— C*è lo stoino i>er pulirsi le scarpe ! — Un esercito 
di jnangiapane, staffieri e camerieri, che sbadigliava- 
no a bocca chiusa, camiminavano in punta di piedi, e 
vi servivano senza dire una parola o fare un passo 
di piih, con tanta degnazione da farveme passar la vo- 
glia. Ogni cosa regolata a suon di campanello, con 
un cerimoniale di jmessa cantata — per avere un 
bicchier d'acqua, o per entrare nella stanze della fi- 
gliuola. Lo stesso duca, all'ora di p ranzo, si votiva 

come se 'S ndasse à nozz^. 

il ♦povero don Gesuamo, nei primi giorni, s'era fatto 
animo per contentare la figliuola, e s'era messo in 
gala anche lui per venire a tavola, legato e impasto- 
iato, con un ronzìo nelle orecchie, le maini esitanti, 
l'occhio inquieto, le fauci strette da tutto quell'appa- 
rato, dal cameriere che gh contava i bocconi dietro le 
spalle, e di cui ogni momento vede vasi il guanto di 
cotone allungarsi a tradimento e togliervi la roba di- 
nanzi. L'intimidiva pure la cravatta bianca del genero, 
le credenze alte e scintillanti come altari, e la tova- 
glia finissima, che s'aveva sempre paura di lasciarvi 
cadere qualche cosa. Tanto che macchinava di pren- 
dere a quattr'occhi la figliuola, e dirle il fatto suo. 
Il 'duca, per fortuna, lo tolse d'impiccio, dicendo ad 
Isabella, dopo il caffè, col sigaro in bocca e il capo 
appoggiato alla spalliera del seggiolone: 

— Mia cara, d'oggi innanzi credo che sarebbe me- 
glio far servire papà nelle sue stanze. Avrà le sue 
ore, le sue abitudini.... Poi, col regime speciale che 
richiede il suo stato di salute.... 

— Certo, certo, — balbettò don Gesualdo. — Stavo 
per dirvelo.... Sarei più contento anch'io.... Non vo- 
glio essere d'incomodo.... 

— No. Non dico per questo. Voi ci fate a ogni 
modo piacere, caro piio. 

EgH si [mostrava proprio un buon figliuolo col suo- 
cero. Gli riempiva il bicchierino; lo incoraggiava a 
fumare un sigaro; lo assicurava infine che g'ii trovava 



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miglior cera, da che era arrivato a Palerino, e il cam- 
biamento d'aria e una buona cura Tavrebbero gua- 
rito del tutto. Poi gli toccò anche il tasto degli in- 
teressi. Mostravasi giudizioso; cercava il modo e la 
maniera d'avere il piacere di tenersi il suocero in 
casa lui pezzo, senza timore che gli affari di lui ne 
andassero a rotta di collo.... Una procura generale.... 
una specie d'alter ego.... Don Gesualdo si sentì 
morire il sorriso in bocca. Non c'era che fare. Il 
genero, nel viso, nelle parole, sin nel tono della voce, 
anche quando voleva fare l'amabile e pigliarvi bel 
bello, aveva qualcosa che vi respingeva indietro, e 
vi faiceva cascar le braccia, uno che avesse voluto 
buttargliele al collo, proprio come a un figlio, e dirgli : 

— Tèi per la buona parola, adesso 1 Pazienza 'il 
resto! Fai quello che vuoi! 

Talché don Gesualdo scendeva raramente dalla fi- 
gliuola. Ci si sentiva a disagio col signor genero; 
temeva sempre che ripigliasse l'antifona dell'alter 
ego. Gli mancava l'aria, lì fra tutti quei ninnoli. Gli 
toccava chiedere quasi licenza al servitore che faceva 
la guardia in anticamera per poter vedere la sua fi- 
gliuola, è scapparsene appena giungeva qualche vi- 
sita. L'avevano collocato in un quartierino al pian 
di sopra, poche stanze che chiamavano la foreste- 
ria, dove Isabella andava a vederlo ogni mattina, 
in veste da camera, spesso senza neppure mettersi a 
sedere, amorevole e premurosa, è vero*, ma in certo 
modo che al pover'uomo sembrava d'essere davvero 
un forestiero. Essa alcune voltQ era pallida così che 
pareva non avesse chiuso occhio neppur lei. Aveva 
una certa ruga fra le ciglia^ qualcosa negli occhi, 
che a lui, vecchio e pratico del mondo, non andavan 
punto a genio. Avrebbe voluto pigliarsi anche lei fra le 
braccia, stretta stretta, e chiederle piano in un orec- 
chio: — Cos'hai?... dimmelo!... Confidati a me che 
dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti!... 

Ma anch'essa ritirava le corna come fa la lumaca. 
Stava chiusa, parlava 'di rado anche della mamma, 
quasi il chiodo le fosse rimasto lì, fisso.... accusando 
lo stomaco peloso dei Trao, dhe vi chiudevano il 
rancore e la diffidenza, implacabili! , 



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— 3i8 - 

r» Perciò lui doveva licacciare indietro le parole buone 
e .anche le lagrime, che gli si gonfiavano grosse grosse 
dentro, e tenersi per sé i propri guai. Passava i giorni 
mahnconici dietro T invetriata, a veder strigliare i ca- 
valli e lavare le carrozze, nella corte vasta quanto una 
piazza. Degli stallieri, in manica di camicia e coi piedi 
nudi negli zoccoli, cantavano, vociavano, barattavano 
delle chiacchiere e degli strambotti coi domestici, 
i Iquah i>erdevano il tempo alle finestre, col grem- 
bialone sino al collo^ o in panciotto rosso, strascicando 
svogliatamente uno strofinaccio fra le mani ruvide^ 
con }e barzellette sguaiate^ dei musi beffardi di ma- 
scalzoni ben rasi e ben pettinati che sembravano to- 
gliersi allora una maschera. I cocchieri fK)i, degli al- 
tri pezzi grossi, stavano a guardare, col sigaro in 
bocca e le mani nelle tasche delle giacchette attillate, 
discorrendo di tanto in tanto col guardaportone che 
veniva dal suo casotto a fare ima fumatina, accennan- 
do con dei segni e dei versacci alle cameriere che 
si Vedevano passare dietro le invetriate dei balco- 
ni, oppure facevano capolino provocanti, sfacciate, a 
buttar giù delle parolacce e delle risate di male fem- 
mine con certi visi da Madonna. Don Gesualdo pen- 
sava intanto quanti bei denari dovevano scorrere per 
quelle tmani ; tutta quella gente che mangiava e be- 
veva [alle spalle di sua figlia^ sulla dote che egli le 
aveva dato, su TÀlia e su Donninga, le belle terre 
che aveva covato cogli occhi tanto tempo, sera e 
mattina, e misurato col desiderio, e sognato la notte, 
e acquistato palmo a palmo, giorno per giorno, to- 
g'iiendosi il pane di bocca : le povere terre nude che bi- 
sognava arare e seminare;- i mulini, le case, i magaz- 
zini iChe aveva fabbricato con tanti stenti, con 'tanti 
sacrifici, ,un sasso dopo l'altro. La Canziria, Mangala- 
vite, la casa, Itutto, tutto sarebbe 'passato per quelle 
mani. Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la 
sua morte, ahimè, povera roba! Chi sapeva quel che 
era costata? Il signor duca, lui, quando usciva di casa, 
a testa alta, col sigaro in bocca e il pomo del baston- 
cino nella tasca del pastrano, ferma vasi appéna a dare 
un'occhiata ai suoi cavalli, ossequiato come il Santis- 
simo Sagraimento, le finestre si chiudevano in fretta. 



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— 3i9 — 

ciasctmo correva al suo posto, tutti a capo scoperto, 
il guardaportone col berretto gallonato in mano, ritto 
dinanzi alla sua vetrina, gli stallieri immobili accanto 
alla groppa delle loro bestie, colla striglia appoggiata 
all'anca, il cocchiere maggiore, un signorone, piegato 
in due a passare la rivista e prendere gli ordini: una 
comimedia che durava cinque minuti. Dopo, appena 
lui voltava le spalle, ricominciava il chiasso e la ba- 
raonda, dalle finestre, dalle arcate del poi^ico che 
metteva alle scuderie, dalla cucina che fujmava e fiam- 
meggiava ^sotto il tetto, piena di sguatteri vestiti di 
bianco, quasi il palazzo fosse abbandonato in mano 
a im'orda famelica, pagata apposta per scialarsela 
sino ^1 tocco della campana che annunziava qualche 
visita — un'altra solennità anche quella. — La du- 
chessa certi giorni si metteva in pompa magna ad 
aspettare le visite come un'anima di purgatorio. Arri- 
vava di tanto in tanto ima carrozza fiammante; pas- ^ 
sava come im lam^po dinanzi al portinaio, che aveva ap- 
pena, il tempo di cacciare la pipa nella falda del sopra- 
bito e di appendersi alla campana ; delle dame e degli 
staffieri in gala sigiiisciavano frettolosi sotto l'alto ve- 
stibolo, e dopo dieci minuti tornavano ad uscire per 
correre ,altrove a rompicollo; proprio della gente che 
sembrava presa a giornata per questo. Lui invece pas- 
sava il tempo a contare le tegole dirimpetto, a cai- «^ 
colare, con l'amore e là sollecitudine del suo antico 
mestiere, qiiel che erano costate le finestre scolpite, 
i pilastri massicci, gh scalini di rnarmo, quei mobili 
sontuosi, queUe stoffe, quella gente, quei òavalli che 
mangiavano, è inghiottivano il denaro come la terra 
inghiottiva la semente, come beveva l'acqua, senza 
renderlo però, senza dar frutto, sempre pdìi affamati, 
sempre più divoranti, stimile a quel male che gli con- , 
sumava le viscere. Quante cose si sarebbero potute 
fare (con quel denaro! Quanti buoni colpi di zap- 
'pa, quanto sudore di villani si sarebbero pagati 1 Delle 
fattorie, dei villaggi interi da fabbricare.... delle terre 
da iseminare, a perdita di vista.... E im esercito di 
mietitori ^ giugno, del grano da raccoghere a mon- 
tagne, del denaro a fiumi da intascare!... Allora gli 
si |gonLfia,va; il cuore al vedere i passeri che schiamaz- 



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— 320 — 

zàvano su quelle tegole, il sole che moriva sul cor* 
nkione ^enza scendere mai giù sino alle finestre. Pen- 
sava ^Jle strade polverose, ai bei campi dorati e ver- 
di, ,al cinguettìo lungo le siepi, alle belle mattinate 
che facevano fumare i solchi!... Oramai!... oramai!... 

Adesso era chiuso fra quattro mura, col brusìo in- 
cessante .della città negli orecchi, lo scampanìo di 
tante chiese che gh martellava sul capo, consumato 
lentamente dalla febbre, roso dai dolori che gli fa- 
cevano mòrdere il guanciale, a volte, per non seccare 
il domestico che sbadigliava nella stanza accanto. Nei 
primi igiorni, il cambiamento, l'aria nuova, forse an- 
che qualche medicina indovinata, per sbaglio, avevano 
fatto il miracolo, gli avevano fatto credere di potersi 
guarire. Dopo era ricaduto peggio di prima. Neppure 
i jmigliori medici di Palermo avevano saputo trovar 
rirniedio a quella malattia scomimicata ! tal quale come 
i medici ignoranti del suo paese, e costavano di più, 
per giunta! Venivano l'uno dopo l'altro, dei dotto- 
roni jche tenevano carrozza, e si facevano pagare an- 
che il servitore che lasciavano in anticamera. L'osser- 
vavano, lo tastavano, lo interrogavano quasi avessero 
da fare con un ragazzo o un contadino. Lo mostra- 
vano ^gli a)pprendisti come il 'zanni fa vedere alla 
fiera il gallo con le coma, oppure la pecora con 
due code, facendo la spiegazione con parole miste- 
riose. .Rispondevano appena, à fior di labbra, se il 
povero diavolo si faceva lecito di voler sapere che 
malattia covava in corpo, quasi egli non avesse che 
vederci, colla sua pelle! Gli avevano fatto comperare 
anch'essi un'intera farmacia: dei iimedi che si conta- 
vano ,a gocce, come l'oro, degli unguenti che si spal- 
mavano con un pennello e aprivano delle piaghe vive, 
dei veleni che davano delle coliche più forti e met- 
tevano come del raime nella bocca, dei bagni e dei 
sudoriferi che lo lasciavano sfinito, senza forza di 
muovere il capo, vedendo già l'olmbra della morte 
da per tutto. 

— Signori piiei, a che giuoco giuochiamo? — vo- 
leva dire. — Allora, se è semjpre la stessa musica, 
me ne torno al jrìio paese.... 

Almeno Jaggiù lo rispettavano pei suoi denari, e 



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— 321 — 

lo lasciavano sfogare, se pretendeva di sapere come 
li spendeva per la sua salute. Mentre qui gli pareva 
d'essere all'ospedale, curato per carità. Doveva stare 
in suggezione anche del genero che veniva ad ac- 
compagnare i pezzi gròssi chiamati a consulto. Par- 
lavano sottovoce fra di loro, voltandogli le spalle, 
senza curarsi di lui che aspettava a bocca aperta una 
parola di vita o di morte. Oppure gli facevano l'ele- 
mosina Idi una risposta che non diceva niente, di 
un sorrisetto che significava addirittura — Arrive- 
derci in Paradiso, buon uomo! — C'erano persino 
di quelli che gli voltavano le spalle, come si tenes- 
sero offesi. Egli indovinava che doveva essere qual- 
che icosa di grave, ,al viso stesso che facevano i me- 
dici, aJle alzate di spalle scoraggianti, alle lunghe 
fermate col genero, e al borbottìo che durava un pezzo 
fra di loro in anticamera. Infine non si tenne più. 
Un giorno che quei signori tornavano a ripetere la 
stessa pantomima, iie afferrò uno per la falda, prima 
d'andarsene. 

— Signor jdottore, parlate con mei Sono io il ma- 
lato, infine I Non sono un ragazzo. Voglio sapere di 
che si tratta, giacché si giuoca sulla mia pelle I 

Colui invece incominciò a fare una scenata col duca, 
quasi gli si fosse mancato di rispetto in casa sua. 
Ci volle del bello e del buono per calmarlo, e perchè 
non piantasse lì tmalato e malattia ima volta per sem- 
pre. Don Gesualdo udì che g^li dicevano sottovoce: 
^- Compatitelo.... Non conosce gli usi.... È un uomo 
primitivo.... jnello stato di natura.... — Sicché il po- 
veraccio dovette mandar giù tutto, e rivolgersi alla 
figUuola, (per sapere qualche cosa. 

— Che hanno detto i medici? Dimmi la verità?... 
È una malattia grave, di*?... 

E tome le vide gonfiare negli occhi le lagrime, mal- 
grado che tentasse di cacciarle indietro, infur iò. Non 
voleva jiiorire. Si sentiva un^energia disperata d'al- 
^zarsi -mandarsene via da quella casa .maledetta. 

— Non jdico per te.... Hai fatto di tutto.... Non mi 
manca nulla.... Ma io non ci sono avvezzo, vedi.... Mi 
par di soffocare qui dentro.... 

Neppur Jei non ci Stava ben« in quella casa. Il 

Vkrga. Mastro-don Gesualdo. 21 



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— 32S — 

cuore glielo diceva, al povero padre. Sembrava che 
fossero in perfetto accordo, marito e moglie; discor- 
revano cortesemente fra di loro, dinanzi ai domestici; 
il 4uca passava quasi sempre ima mezz'oretta nel sa- 
lottino della moglie dopo pranzo; andava a darle il 
buon giorno ogni mattina, prima della colazione; per 
i Morti, à Natale, per la festa di Santa Rosalia, e 
nella ricorrenza del suo onomastico o delFanniversa- 
rio del loro matrimonio, le regalava dei gioielli, ch'es- 
sa aveva fatto ammirare al babbo, in prova del bene 
che le voleva il marito. 

— Ah, ah.... capisco.... dev'essere costata una bella 
somma!... Però non sei contenta.... si vede benissimo 
che non sei contenta.... 

Leggeva in fondo agli occhi di lei un altro segreto, 
un'altra .ansietà mortale, che non la lasciava neppure 
quand'era vicino a lui, che le dava dei sussulti, al- 
lorché udiva un passo all'improvviso, o suonava ad 
ora insolita la campana che aimunziava il duca; e 
dei pallori mortali, certi sguardi rapidi in cui gli pa- 
reva di scorgere un rimprovero. Alcune volte l'aveva 
vista giungere correndo, pallida, tremante come una 
foglia, balbettando delle scuse. Una notte, tardi, men- 
tre era in letto coi suoi guai, aveva udito un'agita- 
zione Jnsolita nel piano di sotto, degli usci che sbat- 
tevano, la voce della cameriera che strillava, quasi 
chiamasse ^aiuto, una voce che lo fece rizzare spa- 
ventato ^ul letto. Ma su^ figha il giorno dopo non 
gli volle dir nulla; sembrava anzi Che le sue doman- 
de l'infastidissero. Misuravano fino le parole e i so- 
spiri in quella casa, ciascuno chiudendosi in corpo i 
propri guai, il duca col soriiso freddo. Isabella con 
la buona grazia che le aveva fatto insegnare in col- 
legio. Le tende e i tappeti soffocavano ogni cosa. 
Però, quando se li vedeva dinanzi a lui, marito e 
mogHe, così tranquilli, che nessuno avrebbe sospettato 
quel che covava sotto, si sentiva freddo nella schiena. 

Del resto, che poteva farci? Ne aveva abbastanza 
dei suoi guai. Il peggio di tutti stava lui che aveva 
la morte sul collo. Quand'egU avrebbe chiuso gli oc- 
chi tutti gii altri si sarebbero data pace, come egli 
stesso s'era data pace dopo la morte di suo padre 



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— 323 — 

e di sua moglie. Ciascuno tira Tacqua al suo mu- 
lino. Ne aveva data tanta delUacqua per far macinare 
gli altri! Speranza, Diodata, tutti gli altri.... un vero 
fiume. Anche lì, in quel palazzo di cuccagna, era tutto 
opera sua; e intanto non trovava riposo fra i len- 
zuoli dì tela fine, ,sui guanciali di piume; soffocava 
fra i cortinaggi e le belle stoffe di ^eta che gli to- 
glievano il sole. I denari che sip'endeva per far andare 
la baracca, i rumori della corte, il cameriere che gli 
tenevano dietro Tuscio a contargli i sospiri, insino al 
cuoco che gli preparava certe brode insipide che ncn 
riusciva a mandar giù, ogni cosa l'attossicava; non 
digeriva più neanche i bocconi prelibati, erano tanti 
chiodi nelle sue carni. 

— Mi lasciano morir di fame, capisci! — 'lagna- 
vasi ,coUa figliuola, alle volte, cogli occhi accesi dalla 
disperazione. — Non è per risparmiare.... Sarà della 
roba buona.... Ma il mio stomaco non c*è avvezzo.... 
Rimandatemi a casa mia. Voglio chiuder gli occhi 
dove ^on nato! 

L'idea della morte ora non lo lasciava più; si tra- 
diva nelle domande insidiose, nelle occhiate piene di 
sospetto, anche nella preoccupazione affannosa di dis- 
simularla in vari modi. Adesso non aveva più sug- 
gezione jii nessuno, e afferrava chi gli capitava per 
domandare: ' ^ 

— Voglio sapere la verità, sigtiori cari.... Per re- 
golare Je mie cose.... i miei interessi.... — E se .cer- 
cavano di rassicurarlo, dicendogli che non c^era nulla 
di grave.... di serio.... pel momento.... egli tornava ad 
insistere, ^d appuntare gli occhi, furbo, per scavai' 
terreno: — È che ho tanto da fare laggiù, al mio 
paese, signori miei.... capite !... Non posso mica daitni 
bel tempo, io!... Bisogna che pensi a tutto, se no 
9*è la rovina!... 

Poi spiegava di dove gli èra venuto quel male: — 
Sono istati i dispiaceri!... i bocconi amari!... ile ho' 
avuti tanti ! Vedete, me n*è rimasto il lievito qui den- 
tro !... — Era tornato diffidente. Temeva che noin ve- 
dessero l'ora di levarselo di tòmo, per risparmiar la 
spesa .e impadronirsi del fatto suo. Cercava di ras- 
sicurar tutti quanti, col sorriso affabile: 



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— 324 — » 

— Non guardate a spesa.... Posso pagare.... Mio 
genero Jio sa.... Tutto ciò che occorre.... Non saranno 
denari persi.... Se campo, ne guadagno ancora tanti 
dei denari.... — Cogli occhi lucenti, cercava d'ingra- 
ziarsi la sua figliuola stessa. Sapeva che la roba, ahimè, 
mette l'inferno anche fra padri e figli. La pigliava in 
parola, balbettava, accarezzandola come quand'era 
bambina, spiandola di sottecchi intanto, col cuore alla 
gola : 

— Qui («cosa mi manca? Ho tutto per guarire.... 
Tutto quello che ci vorrà spenderemo, non è vero? 

'Ma il imale lo vinceva e gli toglieva ogni illusione. 
In quei momenti di scoraggiajmen.1|o il tx)ver''uo|mo pen- 
sava a voce alta: 

.r- A che mi serve ?... a che giova tutto ciò ?... Nep- 
pure à'tua madre è giovato! 

Un giorno venne a fargli visita l'amministratore del 
dùca, officioso, tutto gentilezze come il suo padro- 
ne quando apparecchia vasi a dare la botta. S'infor- 
mò della salute; gli fece le condog'lianze per la ma- 
lattia che tirava in lungo. Capiva bene, lui, un uomo 
d'affari come don Gesualdo.... che dissesto.... quanti 
danni.... le conseguenze.... um'azienda così vasta.... sen- 
za nessuno che potesse occuparsene s\A serio....- In- 
fine offrì d'incaricarsene luì.... per l'interesse che por- 
tava ^la casa.... alla signora duchessa.... Del signor 
duca era buon servo da tanti anni.... Sicché pren- 
deva a cuore anche gli interessi di don Gesualdo. 
Proponeva d'alleggerirlo d'ogni carico.... f nchè si sa- 
rebbe guarito.... se credeva.... investendo per procura.... 

A gnisura che colui sputava fuori il Veleno, don 
Gesualdo andava scomponendosi in viso. Non fiatava, 
stava ,ad ascoltarlo, cogli occhi bene aperti, e intanto 
ruminava come trarsi d'impiccio. A un tratto si mise 
a urlare e ad agitarsi quasi fosse colto di nuovo dalla 
colica, quasi fosse giunta l'ultima sua ora, e non udis- 
se e non potesse più parlare. Balbettò solo, stmaìiiando : 

— Chiamatemi piia figlia ! Voglio veder mia figlia ! 

Ma appena accorse lei, spaventata, egli non aggiun- 
se altro. Si chiuse in sé stesso a pensare come uscire 
dal jmalo passo, 'torvo, 'diffidente, voltandosi in là per 
non lasciarsi scappare qualche occhiata che lo tra- 



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— 325 — 

disse. Soltanto ne piantò una lumga lunga addosso 
a quel galantuomo che se ne aridava rimiminchionito. 
Infine, a poco a poco, finse di . calmarsi. Bisognava 
giuocar d'astuzia per uscire da quelle g^rinfe. Comin- 
ciò a far segno di sì e di sì (col capo, fissando gli occhi 
amorevoli in volto alla figliuola allibbita, col sorriso 
paterno, il fare bonario: 

' — SI.... vogUo darvi in mano tutto il fatto mio.... 
per ^leggerirmi il carico.... Mi farete piacere anzi.... 
nello istato in cui sono..,. Voglio spogliarmi di tutto.... 
Già ho poco da vivere.... Rimandatemi a casa mia 
per fare la procura.... la donazione.... tutto ciò che 
vorrete.... Lì conosco il notaro.... so dove metter le 
mani.... (Ma prima rimandateiniì a casa mia.... Tutto 
quello che vorrete poil... 

— Ah, ,babbò, babbo! — esclamò Isabella colle 
lagrime agli occhi. 

Ma egli sentivasi morire d^ giorno in giorno. Non 
poteva più muoversi. Sembravagli che gli mancassero 
le forze d'alzarsi dal letto e andarsene via perchè gli 
toglievano il denaro, il sangtie delle vene, p«r tenerlo 
sottomano prigioniero. Sbuffava, smaniava, urlava di 
dolore e di collera. E poi ricadeva sfinito, minaccioso, 
colla schiuma alla bocca, sospettando di tutto, spiando 
prima le mani del cameriere se beveva un bicchiere 
d'acqua, guardando ciascuno negili occhi per scoprire 
la Verità^ per leggervi la sua sentenza, costretto a 
ricorrere agli aitifizii per sapere qualcosa di quel che 
gli premeva. 

— Chiamatemi quell'uomo dell'altra volta.... Porta* 
temi le carte da firmare.... È giusto, ci ho pensato 
su. Bisogna incaricare qualcvuio dei miei interessi^ 
finché guarisco.... 

Ma adesso coloro non avevano fretta; gli promet- 
tevano ^sempre, dall'oggi al domani. Lx) stesso duca 
si 'strinse nelle spalle : come a dire che non serviva 
piti. JJn terrore più grande^ più vicino, della morte ^ 

10 colse a quell'indifferenza. Insisteva, voleva disporre ; 
della sua roba, come per attaccarsi alla vita, per far 
atto d'energia e di volontà. Voleva far testamento,, 
per dimostrare a sé stesso ch'era tuttora il padrone. , 

11 duca finalmente, |3er chetarlo, gli disse che non 



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— 326 — 

occorreva jyoichè non c'erano altri eredi.... Isabella 
era figlia unica.... 

— Ah?... — rispose lui. — Non occorre.... è fi- 
glia unica?... 

E tornò a ricoricarsi, lugubre. Avrebbe voluto ri- 
spondergli che ce n'erano ancora, degli eredi nati 
prima di lei, sangue suo stesso. Gli nascevano dei ri- 
morsi, colla bile. Faceva dei brutti sogni, delle brutte 
facce paUide e irose gli apparivano la notte ; delle voci, 
degli scossoni lo facevano svegliare di soprassalto, in 
un mare di sudore, col cuore che martellava forte. 
Tanti pensieri gli venivano adesso, tanti ricordi, tante 
persone gli sfilavano dinanzi : Bianca, Diodata, degli 
altri ancora: quelli non l'avrebbero lasciato morire 
senza aiuto ! Volle un altro consulto, i migliori medici. 
Ci dovevano essere dei medici pel suo Imale, a saperli 
trovare, |a pagarli bene. Il denaro l'aveva guadagna- 
to apposta, lui I Al suo paese gli avevano fatto credere 
che rassegnandosi a lasciarsi aprire il ventre.... Eb- 
bene, sì, sì! 

Aspettava il consulto, il giorno fissato, sin dalla 
mattina, ^aso e pettinato, seduto nel letto, colla fac- 
cia color di terra, ma ferimo e risoluto. Ora voleva 
vederci chiaro nei fatti suoi. — Parlate liberamente, 
signori miei. Tutto ciò che si deve fare si farà! 

Gli batteva un po' il cuore. Sentiva tui formicolìo 
come di spasimo anticipato tra i capelli. Ma era pron- 
to ja tutto; quasi scoprivasi il ventre, perchè si ser- 
vissero J)ure. Se un albero ha la cancrena addosso, 
cos'è infine? Si taglia il ramo! Adesso invece i me- 
dici non volevano neppure operarlo. Avevano degli 
scrupoli, dei ima e dei se. Si guardavano fra di loro 
e biasciavano mezze parole. Uno temeva la respon- 
sabilità; un altro osservò che jion era più il caso.... 
oramai.... Il più vecchio, una faccia di malaugtirio 
che vi faceva morire prima del tempo, com'è vero 
Dio, s'era messo già a confortare la famiglia, dicendo 
che sarebbe stato inutile anche prima, con un male 
di quella sorta.... 

— Ah.... — rispose don Gesualdo, fattosi rauco a 
un tratto. — Ah.... Ho inteso.... 

E si lasciò scivolare pian piano giù disteso nel 



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— 327 — 

letto, trafelato. Non aggiunse altro, per allora. Stette 
zitto a lasciarli finire di discorrere. Soltanto voleva 
sapere 3*era venuto il momento di pensare ai casi 
suoi. Non c*era più. da scherzare adesso 1 Aveva tanti 
interessi gravi da lasciare sistemati.... — Taci! tacii 
— J)orbottò rivolto alla figliuola che gli piangeva 
allato. iColla faccia cadaverica, cogli occhi simili à 
due chiodi in fondo alle orbite livide, aspettava la 
risposta che gli dovevano, infine. Non c'era da scher- 
zare I 

— No, no..,.. C*è tempo. Simili malattie durano anni 
e anni.... Però.... certo.... premunirsi.... sistemare gli 
affari a tempo.... non sarebbe imale.... 

— Ho inteso, — ripetè don Gesualdo col naso fra 
le coperte. — Vi ringrazio, signori miei. 

Un {nuvolo gli calò sulla faccia e vi rimase. Una 
specie di rancore, qualcosa che gli fateva tremare le 
mani e la voce, e trapelava dagli occhi socchiusi. Fece 
segno al 'genero di fermarsi ; lo chìapiò d nanzi al letto, 
a quattr'occhi, da solo a solo. 

— Finalmente.... questo notaro.... verrà, sì o no? 
Devo far testamento.... Ho degli scrupoli di coscien- 
za.... Sissignore!... Sono il padrone, sì o no?... Ah.... 
ah.... stai ad ascoltare anche tu?... 

Isabella andò a buttarsi ginocchioni ai piedi del letto, 
col viso fra le materasse, singhiozzando e disperan- 
dosi. Il genero lo chetava dall'altra parte. — Ma sì, 
ma sì, quando vorrete, come vorrete. Non c'è bisogno 
di far delle scene.... Ecco in che stato avete messo 
la Vostra fighuolal... 

— Va benel — seguitò a borbottare lui. — Va 
bene! Ho capito! 

E volse le spalle, tal quale suo padre, buon'anima. 
Appena fu solo cominciò a (muggire come im bue, col 
naso al muro. Ma poi, se veniva gente, stava zitto. 
Covava dentro di sé il male e l'ajmarezza. Lasciava 
passare i giorni. Pensava ad allimgarseli piuttosto, a 
guadagnare almeno quelli, uno dopo l'altro, così come 
venivano, pazienza! Finché c'è fiato c'è vita. A mi- 
sura che il fiato gli andava mancando, a poco a poco, 
acconcia vasi pure ai suoi guai; ci faceva il callo. 
Lui aveva le spalle grosse, e avrebbe tirato in 



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— 328 — 

lungo, unercè la stia pelle dura. Alle volte provava 
anche una certa soddi dazione, fra sé e sé, sotto il len- 
zuolo, pensando al viso che avrebbero fatto il signor 
duca e tutti quanti, al vedere che lui aveva la pelle 
dura. Era arrivato ad affezionarsi ai suoi malanni, li 
ascoltava, li accarezzava, voleva sentirseli lì, con lui,, 
per tirare innanzi. I parenti ci avevano fatto il callo 
anch'essi; avevano saputo che quella malattia durava 
anni ed anni, e s'erano acchetati. Così va il mondo, 
pur troppo, che passato il primo bollore, ciascuno 
tira innanzi per la sua via e bada agli «affari propri. 
Non si lamentava neppure; non diceva nulla, da vil- 
lano malizioso, per non sprecare il fiato, per non la- 
sciarsi sfuggire quel che non voleva dire; solamente 
gli scappavano di tanto in tanto delle occhiate che 
significavano assai, al veder la figliuola che gli veniva 
dinanzi con quella faccia desolata, e poi teneva il 
sacco al marito, e lo incarcerava lì, sotto i suoi oc- 
chi, col pretesto dell*affezione, per covarselo, pel ti- 
more che non gli giuocasse qualche tiro nel testamento. 
Indovinava che teneva degli «dtri guai nascosti, lei,, 
e alle volte aveva la testa altrove, mentre suo padre 
stava colla morte sul capo. Si rodeva dentro, a mi- 
sura che peggiorava; il sangue era diventato tutto 
un veleno; ostina vasi sempre più, taciturno, impla- 
cabile, col viso al muro, rispondendo solo coi gru- 
gniti, come ima bestia. 

Finalmente si persuase ch'era giunta Torà, e s'ap- 
parecchiò a morire da buon cristiano. Isabella era 
venuta subito a tenergli compagnia. Egli fece forza 
coi gomiti, e si rizzò a sedere sul letto. — Senti, — 
le disse, — ascolta.... 

Era turbato in viso, ma parlava calmo. Teneva gli 
òcchi fissi sulla figliuola, e accennava col capo. Essa 
gli prese la mano e scoppiò a singhiozzare. 

— Taci, — riprese, — finiscila. Se cominciamo così 
non si fa nulla. 

Ansimava perchè aveva il fiato corto, ed anche per 
l'emozione. Guardava intomo, sospettoso, e seguitava 
ad accennare del capo, in silenzio, col respiro affan- 
nato. Ella pure volse verso l'uscio gli occhi pieni di 
lagrime. Don Gesualdo alzò la mano scarna, è trin- 



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— 329 — 

ciò una croce in aria^ péf sigtiificare ch'era finita, e 
perdonava a tutti, prima d'andarsene. 

— Senti.... Ho da parlarti.... intanto che siajmo soli.... 

Ella gli si buttò addosso, disperata, pdang'endo, sin- 
ghiozzando di no, di no, colle jmam erranti che l'ac- 
carezzavano. L'accarezzò anche lui sui capelli, lenta- 
mente, senza dire una parola. Di lì a um po' riprese: 

— Ti jdico di sì. Non sono un ragazzo.... Non per- 
diamo /tempo inutilmente. — Poi gli venme ima te- 
nerezza. — Ti dispiace^ eh?... ti dispiace a te pur^e?... 

La voce gli si era intenerita anch'essa, gli occhi, 
tristi, s'erano fatti più dolci, e qualcosa gli tremava 
sulle labbra. — Ti ho voluto bene.... anch'io.... quanto 
ho potuto.... come ho potuto.... Quando uno fa quello 
che può.... 

Allora l'attirò a sé lentamente^ quasii esitando, guar- 
dandola fissa per vedere se Voleva lei pure, e l'ab- 
bracciò stretta stretta, posando la guancia ispida su 
quei bei capelli fini. 

— Non ti fo male, di'?... come quand'eri bam- 
bina ?... 

Gli vennero insieme delle altre cose sulle labbra, 
delle ondate di amarezza e di passione, quei sospetti 
odiosi che dei bricconi, nelle questioni d'imteressi, ave- 
vano cercato di mettergli in capo. Si passò la mano 
sulla fronte, per ricacciarli indietro, e cambiò discorso. 

— Parliamo idei nostri affari. Non ci perdiamo in 
chiacchiere, jadesso.... 

Essa non voleva, smaniava i>er la stanza, si cac- 
ciava le mani nei capelli, diceva che gli lacerava il 
cuore, che gli pareva un malaugtirio, quasi slio padre 
stesse per chiudere gli occhi. 

— Ma no, parliamone! — insisteva lui. — Sono 
discorsi )serii. Non ho tempo da perdere adesso. — 
il viso gli si andava osicurando, il rancore antico gli 
corruscava negli occhi. — Allora vuol dire che non 
te ne importa nulla.... come a tuo marito.... 

Vedendola poi rassiegnata ad ascoltare, èeduta a 
capo chino accanto al letto, cominciò a sfogarsi dei 
tanti crepacuori che gli avevano dati, lei e suo ma- 
rito, con tutti quei debiti.... Le raccomandava la sua ro- 
ba, di proteggerla, di difenderla: — Piuttosto farti ta- 

Vkrga. Mastro-don Gesualdo, 21* 



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— 33o — 

gliare la mano, vedi!... quando tuo marito torna a 
proporti di firmare delle cartel... Lui non sa cosa 
vuol {direi — Spiegava quel che gli erano costati, 
quei poderi, l'Alia, la Canziria, li ^passava tutti in ras- 
segna amorosamente ; rammentava come erano venuti a 
lui, iuno dopo Taltro, a poco a poco, le terre semi- 
native, i pascoli, le vigne; li desicriveva minutamente, 
zolla per zolla, colle qualità buone o cattive. Gli tre- 
mava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva 
tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lagrime 
agli pcchi: — Mangalavite, sai.... la conosci anche 
tu.... qì sei stata con tuja madre.... Quaranta salme 
di terreni, tutti alberati!... ti ramimenti.... i belli aran- 
ci?... anche tua madre, poveretta, ci si rinfrescava 
la bocca, negli ultimi giorni!... 300 migliaia Tanno, 
ne davano! Circa 300 onze! E la Saloinia.... dei semi- 
nati d*oro.... della terra che fa miracoli.... benedetto 
sia tuo nonno che vi lasciò le ossa!... 

Infine, per la tenerezza, si mise a piangere comue 
un bambino. 

— Basta, — disse poi. — Ho da dirti un'altra co- 
sa.... Senti.... 

La jguardò fissamente negli occhi pieni di lagrime 
per vedere l'effetto che avrebbe fatto la sua volontà. 
Le fece segno di accostarsi ancora, di chinarsi su lui 
supino che esitava e cercava le parole. 

— Senti!... .iHo degli scrupoli di coscienza.... Vor- 
rei lasciare qualche legato a delle persone verso cui 
ho degli obblighi.... Poca cosa.... Non sarà molto per 
te che sei ricca.... Farai conto di essere una regalia 
che tuo padre ti domanda.... in punto di morte.... se 
ho fatto qualcosa anch'io per te.... 

— Ah, babbo, babbo!... che parole! — singhiozzò 
Isabella. 

— Lo farai, eh? lo farai?... anche se tuo marito 
non volesse.... 

Le prese le tempia fra le mani, e le sollevò il viso 
per leggerle negli occhi se l'avrebbe ubbidito, p»er farle 
intendere che gli premeva proprio, e che ci aveva 
quel segreto in cuore. E mentre la guardava, a quel 
modo, gli parve di scorgere anche lui quell'altro se- 
greto, quell'altro cruccio nascosto, in fondo agli occhi 



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— 33i — 

della figliuola. E voleva dirle delle altre cose, voleva 
farle altre domande, in quel punto, aprirle il cuore 
come lai confessore, e leggere nel suo. Ma ella chi- 
na/va il capo, quasi avesse indovinato, colla ruga osti- 
nata dei Trao fra le ciglia^ tirandosi indietro, chiu- 
dendosi in sè^ superba, coi suoi guai e il suo segreto. 
E lui allora sentì di tornare Motta, com'essa era Trao, 
diffidente, ostile, di un'altra pasta. Allentò le brac- 
cia, e non aggiunse altro. 

— Ora famjni chiamare un prete, — terminò con 
un altro tono di voce. — Voglio fare i miei conti 
con Domeneddio. 

Durò ancora qualche altro giorno così, fra alterna- 
tive di meglio e di peggio. Sembrava anzi che comin- 
ciasse fi riaversi un poco, quando a im tratto, una 
notte, peggiorò rapidamente. Il servitore che gli ave- 
vano messo a dormire nella stanza accanto l'udì agi- 
tarsi e smaniare prima dell'alba. Ma siccome era av- 
vezzo a quei capricci, si voltò dall'altra parte, fin- 
gendo di non udire. Infine, seccato da quella can- 
zone che non finiva più, andò sonnacchioso a vedere 
che ic'era. 

— Mia figlia! — borbottò don Gesualdo con una 
voce che non sembrava più la sua,. — Chiamatemi 
mia figlia! 

— Ah, sissignore. Ora vado a chiamarla, — jispose 
il domestico, e tornò a coricarsi. 

Ma non lo lasciava dormire quell'accidente 1 Un po' 
erano sibili, e un po' faceva pieggio di un contrabbasso, 
nel russare. Appena U domestico chiudeva gli occhi 
udiva un rumore strano che lo faceva destare di so- 
prassalto, dei guaiti rauchi, come mio che sbuffasse 
ed iansimasse, una specie di rantolo che dava noia e 
vi accapponava la pelle. Tanto che infine dovette tor- 
nare ad alzarsi, furibondo, masticando delle bestemmie 
e delle parolacce. 

— Cos'è? Gli è venuto l'uzzolo adesso? Vuol pas- 
sar mattana! Che cerca? 

Don Gesualdo non rispondeva; continuava a sbuf- 
fare supino. Il servitore tolse il paralume, per vederlo 
in faccia. Allora si fregò bene gli occhi, e la voglia 
di tornare a dormire gli andò via a un 'tratto. 



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- 332 — 

— Ohi ! ohi ! Che facciamo adesso ? — balbettò grat- 
tandosi il capo. 

Stette un momento a guardarlo così, col lume in 
mano, pensando se era meglio aspettare un po', o scen- 
dere subito a svegliare la padrona e mettere la casa 
sottosopra. Don Gesualdo intanto andavasi calmando, 
col respiro più corto, preso da un tremito, facendo solo 
di tanto in tanto qualche boccaccia, cogli occhi sem- 
pre fissi e spalancati. A un tratto s'irrigidì e si chetò 
del tutto. La finestra cominciava a imbiancare. Suo- 
navano le prime campane. Nella corte udivasi scal- 
pitare dei cavalli, e picchiare di striglie sul selciato. 
Il domestico andò a vestirsi, e poi tornò a rassettare 
la camera. Tirò le cortine del letto, spalancò le ve- 
trate, e s'affacciò a prendere una boccata d'aria, "fu- 
mando. 

Lo stalliere che faceva passeggiare un cavallo ma- 
lato, alzò il capo verso la finestra. 

— Mattinata, eh, don Leopoldo? 

— E nottata pure! — rispose il cameriere sbadi- 
gliando. — M'è toccato a me questo regalo ! 

L'altro scosse il capo, come a chiedere che c'era 
di nuovo, e don Leopoldo 'fece segno che il vecchio 
se n'era andato, grazie a Dio. 

— Ah.... così.... alla chetichella?... — osservò il por- 
tinaio che strascicava la scopa e le ciabatte j>er l'an- 
drone. 

Degli altri domestici s'erano affacciati intanto, e vol- 
lero andare a vedere. Di lì a un po' la camera del 
morto si riempì di gente in manica di camicia e colla 
pipa in bocca. La guardarobiera vedendo tutti que- 
gli uomini alla finestra dirimpetto venne anche lei a 
far capolino nella stanza accanto. 

— Quanto onore, donna Carmelina! Entrate pure; 
non vi mangiano mica.... E neanche lui.... non vi met- 
te più le mani addosso di sicuro.... 

— Zitto, scomimicato !... No, ho paura, poveretto.... 
Ha cessato di penare. 

— Ed io pure, — soggiunse don Leopoldo. 

Così, ,nel crocchio, narrava le noie che gli aveva 
date quel cristiano — uno che faceva della notte 
giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era 



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— 333 — 

contento mai. — Pazienza servire quelli che realmen- 
te son nati n^eglio di noi..... Basta, dei morti non si 
parta. 

— Si vede com'era nato.... — osservò gravemente^ 
il cocchiere maggiore. — Guardate che mani! 

— Già, son le mani che hanno fatto la pappa!... 
Vedete cos'è nascer fortunati.... Intanto vi muore nella 
battista come un principe I... 

— Allora, — disse il portinaio, — devo andare a 
chiudere il portone? 

— Sicuro, eh! È roba di famiglia. Adesso bisogna, 
avvertire la cameriera della signora duchessa. 



j 



FINE. 

w''JN 35 1517 



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Poesie. 11.* edizione. . 4 — 

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9.* edizione ... 4 — 
Capo d'Anno (Pagine parlate), 
6.» edizione. ... 4 — 
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Pagine allegre. 8.* ediz. 4 *— 
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Il Vino, niustr. da Ferraguti, 
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tini da Alfredo Battoli. . 2 — 

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Terra e degli EroL 
Voi. I. Laus Yit». . . 8 — 
Legato in pernimena. 12 — 

Voi. n. Elettra-Alcione . 10 — 

Legato in pergamena. 14 — 
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in rosso e in nero sa carta a 
mano con caratteri appositamente 
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ralein8atti.l8.<»migl. 4 — 

Francesca da Rimini, tragedia in 
versi in 6 atti preceduta da 
una canzone a Eleonora Duse. 
In-8, stampato in rosso e nero su 
carta a mano, con caratteri appo- 
sitamente incisi sul tipo del XV 
secolo, con iniziali e disegni di 
A. Carolis. 8.* ediz. Legato ^ 
finta perg. e fregi doro . 7 SO 
In vera pergamena con fregi 
e nastri di stile antico . 12 — 

— Ediz. in-16 di 804 pagine 
stampata su carta yerg. 4 — 

La Fiaccola sotto il Moggio, tra- 
gedia in 4 atti in versi. 4 — 
Più clie l'amore, tragedia. 4 — 

L'allegoria dell'Autunno, confe- 
renza. Omaggio offerto a Ve» 
nezia. Nuova edizione . 1 — 

IN FRBPABAZIONII : 

La Nave, tragedia. 

Terra Vergine, novelle. 
La madre folle, romanzo. 
Vite di uomini illustri e di 
uomini oscuri. 



ELETTRA. Nuova edizione economica in-16. 3 60 
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Jiiilaixo, 



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Milano— Fratelli TREVES, Editori ^- Milano 



È uscito il 7»^ migliaio 

Più che Tamore 



TRAGEDIA MODERNA 



Gabriele d^ Annunzio 

preceduta da un discorso e accresciuta 
d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. 



Questo poema drammatico e la Bua bellicosa pre- 
fazione hanno levato tanto rumore e sollevato tante 
polemiche ohe la prima edizione di ben 4000 esem- 
plari fu esaurita il giorno stesso della pubblicazione. 
Ora fu ristampato e tocca già il settimo migliaio. 



QUATTRO LIRE. 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



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Milano — Fiultblli TBBVES, Editobi — Mila no 

Per il n Centenario di Gtr lo Goldoni 

Carlo Goldoni 

la sua vita " le sue opere 

DI 

GIULIO CAPRIN 



con introdaxtone di 



'j^UlDO MAZZONI 



Un volume in-lS di 350 pagine, 
I di Carlo Goldoni dal quadro dì Alessandro Longhì. 
13XJE2 LIRE. 



ommissioni e vaglia ai Fratelli Treves, edito ri,Milano. 



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Milano — Fratelli TREVES, Editobi — Milano 

La battaglia 
diMukden 



DI 



LUIGI BARZINI 

con 52 Ineldonl da istantanee prese sul luogo dall^antorc- 



Le lettere del Barzìni, dal campo giap- 
ponese dirette al Corriere della Sera fecero 
grande sensazione ; ed era generale il desi- 
derio che fossero raccolte. Questo volume^ 
illustrato da istantanee prese snl luogo dallo 
stesso Barzini, diverrà certo prezioso e po- 
polare. 

Unjfolume in^ di 315 pagine 
eon 62 Ineldonl, 15 piante e una g^nuide oarta a colori t 

SEI LIRE. 

Legato alla bodoniana: Ure 6.60. 

Legato in tela e oro: Otto Uro. 

Dirigere commissioni e Taglia ai Fratelli Treyes, editori, Milano. 



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Prezzo del pbesbntb volume; Xjii*e 3, gO» 

NUOVI ROTAANZI E NOVELLE 

(Edùioni Treves) 



^' 



Allertai. '^"^ "."Si 

Aogeli. L'orda éPoro . . 8 50 
BarrìlL Tra eUìo e terra. 3 50 

Beltramelli. n cauico. 350 

D««.«A ^ Castdlo dei desir 

WOCO. deri 360 

»). Cypris e 
. 8 — 



Bérard 

RAior (J<>^^*^)* ^ potenza deUa 
''^ì^^ menzogna. . • • 3 — 

Castelnoofo. n^ei^; . 350 

Captiaaa. Rassegnazione, 3 50 

Cordelia. Fer80t7tnM^ro. 3 50 

r««45 (Antonio). /Stia Jfa««tò 
toni r Orpello. . . .3- 

De CoiilcfaiB. Si.^'/s- 



Deledda ^Kte /*. 3 50 

eaUCaine.fffl^^.Ì?!: 

NordaO* Morganatico . 2 — 

Pirandello. ST "^''Tr^ 

PféfOSt ^^SJ^ia^l^ 
C«<»^AtfMA -Bowa Carrus No- 

Sartono. ^a/,>. ... 350 

Verga. Dai tuo ai mio .B 50 
Verga. I Malavoglia. . 3 50 

YieWfl ssI^^^r"^^ 

UTaIIo Novelle straordinarie. 
If 6115. in^^ illustrato . 3 — 
WaIIo Nei giorni della co- 
Weil5. ,»efa .... 3 — 
WaIIo Q*^^<> ^ dormente 9i 



sveglierà 
DI PROSS17AA PUBBLICAZIONE 



bozzetti narrati- Ha intiMO 
vi e drammatici di UC AliUtlo. 



Nel regno deiramore 

6reiralcore Neera. 

La lanterna di Diogene Paozioi. 

La compagnia della leggera. . . Zoccoli. 
In aatom'obile Piacci. 

La vicenda, novene ....... BeltramelH. 

Dn pellegrinaggio 
Mary 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Trevcs, editori, Milano, 



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El^^f lA»..^ 



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